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Categoria: Scacchi e Filosofia

Gli Scacchi nella Divina Commedia

«E poi che le parole sue restaro,
non altrimenti ferro disfavilla
che bolle, come i cerchi sfavillaro.
L’incendio suo seguiva ogne scintilla;
ed eran tante, che ’l numero loro
più che ’l doppiar de li scacchi s’inmilla.
Io sentiva osannar di coro in coro
al punto fisso che li tiene a li ubi,
e terrà sempre, ne’ quai sempre fuoro.
»
[La Divina Commedia, Paradiso, Canto XXVIII, vv. 88-96]

Dante e Beatrice si trovano nel cielo Cristallino (o Primo Mobile), sede dei nove cori angelici. Beatrice ha appena fugato i dubbi di Dante sulla struttura e la dinamica dei cerchi concentrici fiammeggianti (che ospitano i cori) e ruotanti intorno a quello che sembra essere il loro centro comune – il quale, in realtà, li contiene [Paradiso, Canto XXX, vv. 10-12] –, un punto luminosissimo corrispondente a Dio.

Scacchi e matematica: riflessioni ad ampio raggio

Il binomio scacchi e matematica ha molto fascino, specialmente in questi ultimi tempi recenti, per ragioni eterogenee. E’ possibile considerare la relazione tra gli scacchi e la matematica da punti di vista anche molto diversi: gli scacchi applicati alla matematica, la matematica applicata agli scacchi, prospettive e problemi di scacchi e matematica uniti insieme, comunanze astratte ma importanti tra i due regni. Da un punto di vista filosofico, è indubbiamente l’ultimo punto ad essere maggiormente interessante. Ma due parole meritano di essere spese anche per le altre possibili prospettive.

Prima di procedere, non sarà fuori luogo notare che tanto gli scacchi che la matematica sono, a mio modesto avviso, due nomi per due categorie troppo vaste per riuscire a discriminare a sufficienza tutto ciò che con “scacchi” e “matematica” intendiamo, sia a livello tecnico che a livello intuitivo. Se, infatti, intendiamo la matematica come la teoria dei numeri, cioè qualcosa di abbastanza specifico, allora forse non coglieremo molte somiglianze con i finali degli scacchi. Viceversa, se con “scacchi” intendiamo esclusivamente l’insieme delle partite giocate nella storia, piuttosto che le regole del gioco catalogate dalla FIDE, allora sarà ben difficile trovare delle comunanze con “la matematica”. E’ evidente, allora, che dobbiamo approcciarci con il giusto spirito al problema, rilassare i termini e i concetti fino ad ammettere molto di quanto tecnicamente andrebbe sostanzialmente escluso.

Psicologia e sociologia nelle piattaforme sociali: uno sguardo al futuro

Table of contents

1.1 Aspetti sociologici

1.2 Le reti sociali e la loro “definizione impossibile”

1.3 La psicologia delle reti sociali

1.3.1 La dipendenza da social network fra i nativi digitali

1.3.2 Le opportunità nei social network

1.4 Conclusioni

2.1 Bibliografia

 

1.1   Aspetti sociologici

Uno degli argomenti che più mi ha coinvolto negli ultimi anni è l’analisi della nascita e gli effetti del fenomeno dei social network. Soprattutto, mi hanno incuriosito gli studi rivolti a questi interessanti programmi che tanta curiosità suscitano fra un gran numero di persone di varia estrazione sociale.

Gli aspetti, quindi, che andremo ad osservare riguardano quelli che possono essere gli effetti che un social network ha sul comportamento umano, effetti dati dalla struttura stessa del social network e dalla sua diffusione sempre più dilagante nella vita quotidiana delle persone. Questi effetti sono studiati dalla sociologia.

The Chess Mind

The Chess Mind

Ivano E. Pollini

Accademia Scacchi Milano

Pollini1

“The Chess Mind is an important Mind, and important to more than Chess players.

The Chess Mind is of interest not only to Chess players, but to any philosopher or psychologist who is interested in the intellectual background of the present age”1

Gerald Abrahams2

Introduzione

L’attenzione di un giocatore di scacchi, quando applica la mente a un compito specifico, è completamente controllata dalla complessità della posizione sulla scacchiera e dai limiti delle sue capacità. Altri fattori, come il temperamento, l’esperienza e l’ambiente, influenzano indubbiamente il suo progresso nel gioco e lo sviluppo della sua mente verso la maturità, mentre i fattori emotivi – ansie e speranze –  influenzano la sua volontà di vincere. Insomma, sapere come funziona la mente quando gioca a scacchi non solo è importante per i giocatori, ma anche per i filosofi e gli psicologi interessati alla comprensione del sostrato intellettuale della propria epoca.

Le scienze cognitive comprendono i campi delle scienze umane, filosofia,  psicologia  e neuroscienze, che studiano la mente e il cervello umano, assieme ad altre discipline scientifiche, come l’intelligenza artificiale (IA) e la scienza dei computer, che cercano di realizzare una macchina capace di risolvere problemi tipici dell’intelligenza umana [1-4]. Queste scienze si occupano anche di aspetti del gioco degli scacchi, come il gioco alla cieca (blindfold chess), la composizione di problemi e studi e la sfida uomo-computer, per cui gli scacchi sono diventati un modello importante per lo studio della mente e del cervello umano. La psicologia e le neuroscienze sono importanti per la nostra vita, poiché la conoscenza dei meccanismi con cui opera la psiche e il cervello umano possono essere d’aiuto nella soluzione di alcune delle sfide del nostro tempo, dalla lotta alle malattie neurovegetative alla comprensione dei sentimenti, che sono alla base delle nostre passioni e dei nostri gusti. Ormai questi interrogativi non interessano più solo gli specialisti, ma sono divenuti di attualità anche per l’uomo comune.

Gli scacchi e guerra Convergenze e differenze tra due mondi paralleli

Abstractchess-war

Gli scacchi sono uno dei wargame (gioco di guerra) più antichi della storia. Essi si sono imposti nel panorama occidentale come il gioco per eccellenza, perché esso ha delle evidenti affinità con l’attività militare. Si tratta solo di una metafora oppure c’è qualcosa di più profondo che lega gli scacchi e la guerra?


Gli scacchi sono tra i più antichi wargame della storia, cioè dei giochi che hanno a che fare esplicitamente con la guerra o con uno dei suoi molteplici aspetti. Già nella loro simbologia gli scacchi incorporano elementi propriamente bellici: il re, l’alfiere, il cavallo, la torre sono tutti dei componenti degli eserciti “classici”. D’altra parte, i pedoni rappresentano la fanteria leggera e la donna il consigliere del re. Addirittura l’arrocco mima l’edificazione di un castrum dal quale la protezione del re-generale viene aumentata.

Gli scacchi come fenomeno culturale: perché gli scacchi hanno avuto da dire nella storia dell’Occidente

Abstract

Gli scacchi sono il gioco dell’Occidente, nonostante essi siano nati tra l’India e la Persia, due culture tipicamente altre rispetto a quella propriamente occidentale. Tuttavia, la loro sistemazione canonica è da ascrivere sostanzialmente alla storia e alla prassi del gioco coltivata in Europa e in Occidente in generale.

 

Gli scacchi sono il gioco dell’Occidente. Si dice che la loro origine sia retrodatabile a culture e leggende precedenti alla loro canonizzazione occidentale e questo è senza dubbio accettato dalla maggioranza degli studiosi. Tuttavia, la loro canonizzazione classica, cioè quella più ravvicinata a quella attuale, sia rispetto alle regole che alle prassi di gioco e di circolazione dell’informazione, è avvenuta in Europa tra i secoli XIII-XIX. Gli scacchi non sono mai stati l’unico gioco a disposizione delle elite o delle masse: la caccia e il gioco d’azzardo sono stati storicamente i giochi più in voga nell’alta aristocrazia sino alla sua quasi definitiva scomparsa dall’Europa continentale e dall’Occidente in generale. Mentre le masse tipicamente hanno trovato in giochi più accessibili le loro valvole di sfogo: prima in giochi di carte piuttosto che nel gioco delle pulci e poi negli sport. Gli scacchi, come la musica classica, hanno trovato un loro inquadramento su una posizione mediana: essi non escludono le elite, ma la creano.

Dal mondo degli Scacchi al mondo della Bellezza

“The artist is the creator of beautiful things.
To reveal art and conceal the artist is art’s aim.
Those who find ugly meanings in beautiful things are corrupt without being charming.  This is a fault.
Those who find beautiful meanings in beautiful things are the cultivated.  For these there is hope.
They are the elect to whom beautiful things mean only Beauty.”

Oscar Wilde [1]

Introduzione

Gli scacchi sono un universo entro cui ogni giocatore può vedere aspetti diversi del gioco e individuare varie tematiche. Nonostante gli scacchi abbiano come base una struttura competitiva (guerresca), è possibile anche intravedere un aspetto estetico/meditativo e notare come il gioco abbia mantenuto inalterato nei secoli il suo simbolismo e una specifica funzione di trasmettere messaggi e sviluppare capacità mentali. Gli scacchi sono diventati nell’arco del tempo una metafora adattabile a campi molto diversi per illustrare idee astratte e sistemi complessi oltre che un efficace strumento utilizzato da psicologi e scienziati cognitivi per comprendere meglio l’animo e la mente umana.

“Ho sempre amato la complessità – ha detto Marcel Duchamp1 – e con gli scacchi si possono creare problemi magnifici”. Questa frase dell’artista francese potrebbe essere il motto di artisti e intellettuali del XX [XXI] secolo, ossia di coloro che si sono incaricati di interpretare la complessa trama sottesa alla contemporaneità per trarne, in modi diversi, verità e bellezza. Nel XX secolo gli scacchi sono stati applicati alla soluzione di difficili problemi e sono stati oggetto di ammirazione e critica sotto il profilo estetico. Chiaramente la vibrante frase del pittore e scacchista francese sui “problemi magnifici” non si riferisce tanto alla bellezza fisica della scacchiera o dei suoi pezzi (come ci propongono gli antiquari), ma alla dinamica stessa del gioco, alla sua tensione sottesa e ai suoi imprevedibili risultati. Duchamp ha inoltre dichiarato che “I pezzi degli scacchi sono le lettere dell’alfabeto con cui si formano i pensieri che, mentre fanno un disegno visibile sulla scacchiera, esprimono la loro bellezza in modo astratto, come in un poema” [2].

Is the computation the justification of chess-knowledge?

I’m going to present an argument against the thesis that the only source in chess-knowledge is computation. I want to treat the definition of the third condition of chess-knowledge (from now, CK) and the problem of CK justification. I assume the classic analytic definition of propositional knowledge as well known: S knows that p if and only if S believes in p, p is true and S has a justification for believing that p.[1] This definition is not sufficient (as proven by the classical Gettier’s problem Gettier [1963], Vassallo [2002], Steup [2006]), but it is the base for the correct definition of knowledge, as shown by Goldman [1979], Chisholm [1966], Ayer [1956], Fumerton [2006] and many other authors.