Category Archives: Filosofia Medioevale

Il cristianesimo da Agostino a Bonaventura

Considerazioni preliminari sulla impostazione cristiana

Dalla nascita di Cristo ad Agostino passano 354 anni, un tempo sufficientemente lungo per far sì che il pensiero cristiano prenda atto della sua forza, delle sue possibilità interpretative. Certo, la presenza di grandi personalità quali San Gerolamo, san Ambrogio e gli altri primi dottori della Chiesa ha influito notevolmente a quella che sarà la canonizzazione e l’espressione del cattolicesimo in quel complesso di dottrine che in realtà non hanno subito grandissime modifiche. Se c’è  un tratto caratteristico di questa religione, per eccellenza occidentale per quanto la sua culla fosse il vicino oriente, è la sostanziale stabilità di alcuni concetti di fondo. Un’altra interessante peculiarità sta nel notare che se c’è stata una evoluzione nelle dottrine cristiane è da ricercare nei mezzi interpretativi che i teologi delle varie epoche hanno utilizzato. Continue reading

Dante Alighieri

…per dare ad intendere che questo amore era quello che in quella nobilissima natura nasce, cioè di verità e di vertude, e per ischiudere ogni falsa oppinione da me, per la quale fosse sospicato lo mio amore essere per sensibile dilettazione.

Dante Continue reading

Bonaventura

A cura di Giangiuseppe Pili            www.scuolafilosofica.com

Vita.

Bonaventura nacque a Bagnoreggio, vicino a Viterbo, nel 1217. Studiò con Alessandro di Hales. Si trasferì a Parigi e lì studiò e divenne bacelliere biblico, carica che mantenne dal 1248 al 1250.

Nel 1257 divenne ministro generale dell’ordine francescano, del quale era membro dall’età di diciotto anni. Divenne, in seguito, maestro di teologia nel 1259.

Compì numerosi viaggi in Europa e nel 1265 riprese i contatti con il mondo universitario parigino dopo un lungo allontanamento. Diventa cardinale nel 1273 e muore nel 1274 a Viterbo, dove ancora si trovano le sue spoglie. Continue reading

Bacone Ruggero

A cura di Giangiuseppe Pili            www.scuolafilosofica.com

Vita.

Come per altri filosofi medioevali, le informazioni biografiche su Ruggero Bacone sono scarse ed inattendibili.

Pare che Ruggero Bacone sia nato nel 1214, studiò a Parigi e si recò ad Oxford solo in un momento successivo. Tra il 1240 e il 1247 insegna a Parigi. Nel 1250 entra nell’oridne francescano ma presto si trova in condizioni a lui non soddisfacenti. La vita monastica gli si presenta come un ostacolo allo studio.

Nel 1256 il papa Innocente VI gli chiedere di stendere un programma di riforma degli studi ma il pontefice massimo morì quando l’opera non era ancora conclusa e per ciò la riforma non fu portata a termine. Scrive le sue opere più importanti anche riprendendo il pensiero di Grossatesta: Opus maior, opus minor, opus tertior.

Morì in prigione nel 1292, segregato per l’anticonformismo alle dottrine canoniche. Continuò a scrivere vino alla morte. Continue reading

Avicenna

A cura di Giangiuseppe Pili       www.scuolafilosofica.com

Vita.

Avicenna fu il primo pensatore arabo. Egli nacque nel 980 a Bichara. Studiò medicina e fu consigliere di vari principi. Fu investito di diverse cariche pubbliche e morì nel 1037.

Opere.

Il canone.

Il libro della guarigione ( enciclopedia medica in cinque libri ).

Direttive e rilievi.

Il libro di scienza.

Filosofia.

Avicenna studia il neoplatonismo e l’aristotelismo ed è soprattutto da quest’ultimo che il suo pensiero verrà fortemente influenzato. L’atto puro e la dottrina delle cause, l’aspetto della metafisica come scienza dell’universale sono tutti temi della tradizione peripatetica, ripresi dal grande pensatore arabo.

Nella teoria della conoscenza, Avicenna riprende soprattutto il neoplatonismo: il coglimento dell’intelliggibile avviene mediante un’intuizione dell’anima, il mondo è concepito secondo gradi di complessità crescente, egli preferisce un approccio teologico negativo, cioè che rifiuta la possibilità di giungere ad una definizione della divinità in termini affermativi.

Avicenna pensa a Dio come l’essere, causa prima creatrice, infinita bontà e semplicità, e lo contrappone al creato. Dio e creato sono i due estremi tra i quali si collocano tutte le altre essenze, dieci di numero.

L’uno produce l’intelligenza prima, la quale, a sua volta, produce il primo cielo. Da quest’ultimo si passa all’anima del cielo e il processo è ripetuto per tutti i vari livelli di realtà. La gerarchia è dunque ben ordinata ed è posta in realzione biunivoca per tutti i dieci i livelli angelici ( divini, per tanto si capisce come ci sia un mondo divino-ideale, puro atto, e un mondo sensibile adattato al mondo ideale ).

Il mondo sensibile ha in sé la scintilla divina che porta il creato a tendere verso il creatore in quella che si prospetta un finalismo di stampo aristotelico. L’anima può, dunque, esser salvata e ricongiunta a Dio con un processo ascetico, di una anabasi verso il creatore attraverso il coglimento intelligibile che essa ha dentro di sé.

Avicenna fu molto apprezzato per aver definito l’essere-divino come essere necessario, l’essere sensibile come essere contingente, categorie riprese dai pensatori cristiani che leggeranno con attenzione la riflessione del grande arabo. Fu sempre Avicenna a porre una distinzione più netta tra essenza ed esistenza.

Bibliografia.

Adorno, Gregory, Verra, Manuale di storia della filosofia ( voll. 2. ), Laterza, Roma-Bari, 1996.

Mori M., Storia della filosofia antica e medioevale, Laterza, Roma-Bari, 2005.

Severino E., Filosofia dai greci al nostro tempo. Filosofia antica e medioevale, Rizzoli, Milano, 2004.

Severino E., Antologia filosofica, Rizzoli, Milano, 1988.

Averroè

A cura di Giangiuseppe Pili     www.scuolafilosofica.com

Vita.

Averroè nacque nel 1126 a Cordova, lì studiò diritto, medicina, filosofia e astronomia. Era un membro di una delle famiglie più ricche ed importanti della città, venne chiamato dalla corte a Marrakech e professò l’attività di medico. Nel 1196 i suoi scritti, in contrasto con alcune correnti teologiche e per aperte dichiarazioni di predilezione e autonomia della filosofia, vennero bruciate e Averroè fu rinchiuso in carcere. Solo nel 1198 venne scarcerato ma sfortunatamente per lui, quello fu anche l’anno della sua morte. Continue reading

Anselmo d’Aosta

A cura di Giangiuseppe Pili      www.scuolafilosofica.com

Vita.

Durante il medioevo alcuni chierici andavano di città in città per diffondere la parola di Dio oppure erano dei letterati, teologi o filosofi costretti a dirigersi in centri diversi dalla loro città natale per potersi confrontare apertamente su temi di difficile fruizione. Questo ruolo dell’intellettuale vagabondo è ricoperto da moltissimi filosofi nel medioevo, tra cui Anselmo d’Aosta.

Con Anselmo non ci troviamo di fronte a un teologo come oggi s’è soliti indicare, infatti, la teologia razionale sarà materia di “riflessione rigorosa” a partire dalla canonizzazione della riflessione da parte di Tommaso d’Aquino.

Anselmo nacque ad Aosta nel 1033, fu discepolo di Lanfranco di Pavia e si trasferì nell’abbazia benedettina di Beck in Normandia. Qui compose le sue opere più importanti. Strinse amicizia con l’allora arcivescovo di Canterbury al quale successe nel 1091. In questo ultimo periodo ebbe difficili rapporti con il Potere inglese sull’argomento centrale in quel tempo: la lotta per le investiture. Morì nel 1109 a Canterbury.

Opere.

Monologion.

Proslogion.

De grammatico.

De veritate.

De libertate arbitri.

De casu diaboli.

Epistole de incarnatione dei cur deus homo.

Schema di ragionamento della prova ontologica.

Ipotesi A(nselmo)1: “Dio è l’essere di cui non si può pensare il maggiore”.

Specifica a: il predicato “essere di cui non si può pensare il maggiore” si può riscrivere nei termini di “essere più grande”.

Specifica b: l’”essere più grande” è una pseudoproposizioni giacché essa non denota nulla. (1) “essere” non è un “nome proprio” né una “descrizione definita”, dunque, è come usare un quantificatore senza specificare cosa quantifichi, (2) “più grande” è una relazione tra due grandezze, dunque, se non si specificano le due grandezze allora la relazione non ha senso. Dire “l’essere più grande” è come dire “il qualcosa maggiore di”.

Specifica c: bisogna concepire l’ipotesi in via intuitiva.

Ipotesi A2: Di un entità finita si può pensare qualcosa di più grande.

Ex.: Un lago è più piccolo di un mare più piccolo di un oceano più piccolo della crosta terrestre più piccolo del sole etc..

Inferenza: Se Dio è l’essere di cui non si può pensare il maggiore, se di un’entità finita si può pensare qualcosa di più grande, allora Dio è più grande di qualsiasi entità finita.

Tesi I: dunque, Dio è più grande di qualsiasi entità finita.

Corollario A: Dio è infinito.

Inferenza: Se Dio è infinito, allora esiste necessariamente.

Tesi II: Dio esiste necessariamente.

Specifica a: Se Dio non esiste allora non è infinito, giacché sarebbe solo una pura essenza ( si può dubitare che Dio stia, ma non che Dio sia-definibile, che Dio sia-proprietà ). Ma “Dio è l’essere di cui non si può pensare maggiore”, dunque dalla sola definizione di Dio segue che egli esiste necessariamente.

Specifica b: il “necessariamente” è posto dalla dimostrazione “logica” tale per cui se fosse negata la dimostrazione, si cadrebbe in contraddizione.

Filosofia.

Anselmo fu uno dei padri della scolastica insieme ad Abelardo e Tommaso. Il problema all’epoca più dibattuto era la conciliazione tra fede e ragione. Per lo studio di Anselmo non si può non tenere sempre presente la riflessione agostiniana.

Fermo restando che si deve avere prima la fede per capire perché prima si deve aver esperienza di Dio, del verbo, della verità e solo poi cercare di comprendere la conoscenza del divino, è anche vero che il processo conoscitivo tende costantemente all’infinito.

La conoscenza di Dio non può che essere infinita. La ragione divina infatti contiene la ragione umana la quale non può e non deve far altro che tentare di ridisciogliersi nella mente di Dio. La ragione ha il suo fondamento in quella divina ed in questa si ritrova. La ratio di Dio è il fondamento, la sostanza a cui inerisce la più limitata ragione umana. L’intelletto divino è ciò che rende l’uomo capace di cogliere il divino in se stessi, riprendendo ancora una volta un tema tipicamente agostiniano. E’ Dio, che con il suo gratuito dono della grazia, concede all’uomo la possibilità di ritrovare il senso autentico, un senso divino, che altrimenti sarebbe inaccessibile. Per il cristiano è una duplice ricerca: da una parte l’uomo deve ricercare Dio per comprenderlo e, contemporaneamente, deve accettarne il mistero, dall’altra parte è Dio stesso che, come padre, aspetta il ritorno dell’uomo e l’accoglie in se stesso[1].

Per accettare il divino, l’uomo dovrà capire e cogliersi nel suo limite e accettarsi in questo rapporto di inferiorità tra sé e il Dio. Dio ha creato l’uomo a sua immagine e somiglianza, ma ciò non significa che, siccome parte di Dio, l’uomo sia pure la divinità stessa. L’uomo, comunque, ha doppia scelta, se accettare la fede o meno, mentre Dio non necessita di credere giacché egli sa[2].

La ricerca di Dio è legata a tutte le altre sfere dell’uomo perché se questi accetta la verità della rivelazione essa diventa un’esperienza totalizzante giacché investe tutte le attività, pratiche e conoscitive dell’uomo. L’uomo di fede è spinto a intingere di quella convinzione qualsiasi cosa egli veda e la reinterpreterà con le proprie categorie mentali. Inoltre, il fatto che tale interpretazione si fondi su una ragione ultraterrena, infalsificabile fa sì che il credente non si senta in contraddizione con nulla, nel suo procedere, e giustifichi il suo operato a partire da quell’idea divina e, dunque, indiscutibile.

Dio non è solo una questione di ragione, esso non si disvela esclusivamente a partire dall’intelletto, ma anche dalla sensibilità, intesa nel suo significato prettamente emotivo. Il cristiano vede Dio nel mondo, riflesso nella miseria e nella sofferenza, in primo luogo dalla sua sensibilità: egli ritrova il Dio a partire dal “cuore” e non dalla ragione. Dio da soddisfazione al bisogno del cristiano di amore perpetuo che, secondo i teologi, l’uomo non può trovare che nella divinità.

Il Cristo, su un piano filosofico, è la verità incarnata, l’idea, che nella sua perfezione, rivela se stessa. Se i greci avevano elaborato delle dottrine che non erano totalizzanti, nella loro fede ( i miti non erano mai univoci e si prestavano a varianti ed interpretazioni diverse senza mai reclamare la verità assoluta, unica ) così non poteva essere per il credo cristiano, in generale ( nelle varie interpretazioni possibili ) giacché esso si fonda su un unico testo e su un una visione unica della realtà divina: essa è unica e solo lei è dispensatrice della luce. Non a caso, da Agostino a Galileo sono passati ottocento anni, prima che fosse ammissibile una separazione tra Natura e Dio e solo con l’Illuminismo, soprattutto con Voltaire e Kant, vi sarà la definitiva autonomia della Ragione e della conoscenza dalla Teologia razionale e, in generale, da un’interpretazione della Ragione stessa e della realtà, viziata da pregiudizi religiosi[3].

L’etica del cristiano avrà, come premessa, la convinzione di dover diffondere la parola di Dio e il vero credo, giacché esistono molte versioni della fede in disaccordo con l’interpretazione valida di esso. L’azione pratica nasce da due esigenze: in primo luogo, quella di aumentare le anime salvate, in quanto colui che non è cristiano sarà perduto nell’altra vita; in secondo luogo il cristiano stesso, rivedendo Cristo nel povero e nel marcio, deve trovare soddisfazione nell’aiuto del prossimo e nella sua salvezza. Non essendoci verità all’infuori del credo cristiano, tutti coloro che non lo sono, saranno giudicati in modo inferiore, menomato, rispetto ai credenti. Per ciò, vanno aiutati.

La vita deve essere, secondo Anselmo, la ricerca di una conciliazione dei misteri divini, dove Fede e Ragione sono due momenti della conoscenza di Dio.

Ma ciò che rese celebre Anselmo è senza dubbio la sua prova ontologica, ovvero a priori, dell’esistenza di Dio. La sue proposta è quella di riunire in un unico concetto i due significati dell’essere, vale a dire, essenza e presenza (.\Filosofi Antichi\Eleati\Parmenide.doc ). Dio è l’essere di cui non si può pensare maggiore: se posso pensare a qualcosa di più grande di un lago, se posso pensare a qualcosa di più grande di un mare non posso pensare che ci sia qualcosa di più grande di Dio. Se Dio fosse solo essenza senza presenza allora potrei pensare a qualcosa di può grande. Ma Dio è l’essere di cui non si può pensare maggiore allora egli è sia presenza che essenza. In questo senso, dalla sola definizione di Dio ( l’entità di cui non si può pensare un’altra più grande ) si deduce che esso stia. Esso è e sta ( da qualche parte ).

Bibliografia.

Adorno, Gregory, Verra, Manuale di storia della filosofia ( voll. 2. ), Laterza, Roma-Bari, 1996.

Mori M., Storia della filosofia antica e medioevale, Laterza, Roma-Bari, 2005.

Severino E., Filosofia dai greci al nostro tempo. Filosofia antica e medioevale, Rizzoli, Milano, 2004.

Severino E., Antologia filosofica, Rizzoli, Milano, 1988.

Contenuti speciali.

La vera umiltà del cristiano.

L’umiltà potrebbe definirsi come l’atteggiamento proprio di chi non si erge a giudice degli altri ma solo di se stesso, delle proprie idee e delle proprie azioni. Se, parlando di politica, qualcuno si professa comunista e uno fascista ed entrambi rivendicano per sé la verità intorno ad un comportamento pratico, senza cercare punti di vista ulteriori o più razionali, nessuno dei due verrebbe definito “umile” ma, piuttosto, “presuntuoso”. L’umiltà è l’ammissione dell’incertezza di fronte ad un’opinione non suffragata da fatti, di cui, in ultima analisi, non si può dare dimostrazione scientifica.

In sede pratica, l’umile è colui che non giudica la condotta degli altri a partire dalle sue proprie convinzioni morali. Egli o sospende la sua facoltà di giudizio oppure giudica a partire dalla conoscenza del credo degli altri. In questo senso, è umile che pensa, ad esempio, agli usi e costumi di una società tribale e giudica i comportamenti di qualcuno a partire dalle regole morali di quello e non dalle proprie. Il giudizio morale dell’umile è sempre relativo alla persona e alla sua morale, non alla propria visione normativa dell’Etica.

Per quanto riguarda il cristiano, la parola “umile” è applicata anche in un senso peculiare, comune a tutte le religioni. L’umile è colui che si sottomette a Dio. In questo senso, il contrario di “umiltà” è sempre “superbia”, divenuto sinonimo di “tracotanza”. Da questo, vediamo chiaramente come l’”umile” denoti due generi di uomo distinti: da un lato, colui che “si rimette a Dio”, da un altro “colui che giudica gli altri a partire dal credo dell’altro”.

Da ciò, è evidente che si pongano dei casi di conflitto tra i due generi di “umile”: se mi rimetto a Dio, posso o non posso giudicare l’altro a partire dalla mia convinzione? Dipende dalla nozione di Dio. Se il mio Dio è unico e, soprattutto, ha emanato un ordine di leggi univoco per giudicare i comportamenti umani allora potrò giudicare. Se il dio non ha emanato un ordine di leggi univoco allora non potrò giudicare. Il cristiano è messo così di fronte al fatto che egli può giudicare non solo chi è cristiano, ma anche chi non lo è, nella misura in cui egli è senza dubbio nel giusto.

La non-umiltà del cristiano si spiega a partire dal fatto che la sua “opinione” non è da lui intesa come tale, equiparabile, ad esempio, a quella di un animista o di un induista, ma come “la verità”. Per un cristiano dire “io credo” equivale a dire “io so”, annullando, in questo modo, il contenuto soggettivo esplicito nell’affermazione di credenza. Da questa ragione di ordine psicologico, si passa ad un ordine di genere causale: se io considero la proposizione come vera “Io credo nel Dio e nel suo ordine” e le sue implicazioni, allora la mia mente si preordinerà ad agire in relazione alle leggi ( premesse logiche mentali ) che il Dio ha esplicitato o che di cui il cristiano è convinto.

Da tutto questo risulta molto evidente come l’uomo di Fede sia, in realtà, l’ultimo degli umili, virtù professata e ribadita nella sacra Bibbia, e che egli finisca necessariamente per contraddirsi.

Se a questa ultima considerazione si obbiettasse che, però, il cristiano non viene meno all’umiltà nei confronti del Dio, giacché egli ubbidisce alle sue regole, potremmo rispondere che ciò lo porta a contraddirsi in un altro modo: colui che crede in Dio, (1) giudica ( “Non giudicare, se non vuoi essere giudicato” recita qualcuno ); (2) egli non sarà caritatevole nei confronti di chi non crede o, peggio ancora, di chi crede in modo diverso da lui. Se per “caritatevole” si intende un atto esteriore, come può essere una carezza, allora può essere, ma se per “caritatevole” si intende l’atto di riconoscimento di un pari e un conseguente aiuto, allora il cristiano è a priori impossibilitato a farlo giacché egli è sempre in una posizione di vantaggio. Dunque, su tutte le virtù, certamente alla maggior parte delle religioni monoteiste manca l’umiltà.

Contraddizione tra “credere” e “sapere”.

Credere è un fatto soggettivo e le espressioni di credenza sono tutte espressione di un singolo. La conoscenza si esprime attraverso proposizioni elementari o complesse, cioè frasi che esprimono fatti. La credenza non è falsificabile mentre la conoscenza dei fatti lo è. I discorsi di “credenza” e di “conoscenza” sono irriducibili giacché nel primo v’è la condizione soggettiva, del tutto estranea alla seconda.

Vediamo le condizioni di verità per i due generi di proposizione. La credenza è vera se e solo se (1) il soggetto che esprime la frase ha davvero lo stato mentale corrispondente entro di sé;  (2) se la proposizione esprime una possibilità reale; (3) se la proposizione è espressa con forza assertiva; ( in parole povere, la proposizione di credenza è vera se colui che la esprime vi crede ).

Vediamo le condizioni di verità delle espressioni fattuali. La proposizione elementare è vera se e solo se (a) essa rispecchia un fatto, (b) essa non ammette contraddizioni con altre proposizioni elementari nel momento in cui è espressa la proposizione, (c) essa può essere verificata –almeno potenzialmente- ( attraverso un metodo esplicito di passi finiti ), (d) essa può essere falsificata.

Dunque, le condizioni di verità per le frasi di “credenza” e “conoscenza” sono diversissime. Ciò che spicca di più è che una frase di “conoscenza” non implica in alcun modo la presenza di un soggetto specifico, ma solo che essa rispecchi un fatto. Dunque, una proposizione elementare vera, è esprimibile attraverso una funzione che associa ad una proposizione elementare uno e un solo fatto. Nel caso delle proposizioni di credenza, invece, l’asserzione “io credo che x” non implica la corrispondenza di un fatto, ma di uno stato mentale ed è una realtà riferita ad un soggetto.

Da questa riflessione possiamo osservare: (1) Che il discorso fattuale è irriducibile al discorso “credenza”, (2) che i criteri di verità per le proposizioni elementari ( o complesse ) sono del tutto differenti da quelli di “credenza”, (3) che la denotazione di una proposizione elementare è del tutto diversa da quella di una proposizione di credenza.

Se dico “Io credo che oggi piove e mi porto l’ombrello” è vera ma le condizioni di verità delle due frasi sono diverse: nel caso di “Io credo che oggi piove” è vera solo se lo penso, nel caso di “mi porto l’ombrello” è vera se lo faccio, dunque, se ad essa corrisponde un fatto. Tuttavia, non posso dedurre un fatto da una credenza: “Io credo che tutti i cani abbiano la coda, dunque tutti i cani hanno la coda” è chiaramente falsa giacché non posso dedurre dalla credenza un fatto. Così se dico “Io credo che il minestrone sia cotto, dunque il minestrone non è crudo” è chiaramente falsa giacché la verità della proposizione derivata non risiede nella proposizione di credenza.

Da tutto questo possiamo trarre la tesi che la proposizione “credi per capire la realtà” ovvero “credi per rispecchiare la realtà” è del tutto falsa, se con “rispecchiare la realtà” si intende pronunciare frasi elementari dedotte dalla credenza e che risultino contemporaneamente vere.

Spiegazione della prova ontologica di San Anselmo.

La proposta di Anselmo si basa sui due significati distinti del verbo “essere”: presenza e essenza[4]. Una proposizione vera o è suffragata dai fatti oppure è vera indipendentemente da quelli: la distinzione di Kant è chiara. Esistono proposizioni sintetiche e proposizioni analitiche. Le proposizioni analitiche sono le deduzioni logiche a partire da premesse ( 2 + 2 = 4 è una proposizione analitica giacché è un’inferenza dalle premesse dell’algebra, la definizione di numero e di somma algebrica ). Le proposizioni sintetiche nascono dall’esperienza: “Oggi c’è il sole” è vera se e solo se c’è effettivamente il sole.

Nei vari tentativi di dimostrare l’esistenza di Dio, si è sempre privilegiato l’aspetto “analitico” giacché esso propone una dimostrazione indipendente dalla mutevolezza dei dati di senso e dipende esclusivamente dalle premesse del discorso.

Anselmo propone di definire Dio come “l’essere di cui non si può pensare il maggiore”. Per “Essere” si può intendere genericamente un’entità definita dalle sue stesse proprietà. Per quanto riguarda il predicato “di cui non si può pensare il maggiore” è, forse, un predicato senza senso, cioè a cui non corrisponde alcun che dal momento che si mischia una proprietà soggettiva ( non si può pensare ) a una oggettiva ( maggiore ) e, soprattutto, è un predicato da cui non nasce una proposizione falsificabile ( in questo senso, il predicato non è definibile attraverso un procedimento controllabile e finito di passi ma infinito ). Ad ogni modo, presentiamo qui la sua idea.

Se di un lago si può pensare un’entità più grande ( il mare ), se del mare si può pensare un’entità più grande ( l’oceano ) se dell’oceano si può pensare un’entità più grande, di Dio non si può pensare un’entità più grande, cioè esso non ha limiti. L’essere è sia presenza che essenza. Se l’essenza di Dio ( cioè l’insieme delle sue proprietà ) è espressa dalla proposizione “Dio è l’essere di cui non si può pensare il maggiore” allora essa implica la “presenza”. Se di Dio non si potesse predicare che esiste ( esiste come si usa per dire “il mio computer sta sulla scrivania” ) allora sarebbe limitato. Ma questo contraddirebbe la sua stessa definizione, dunque, Dio esiste necessariamente. La “necessità” nasce dalla relazione “essenza-presenza” dove l’essenza implica la presenza.

Questa dimostrazione è valida solo per Dio, essendo tutte le altre entità a lui inferiori, ovvero, limitate.

E’ curioso osservare come questa dimostrazione dell’esistenza di Dio sia in contraddizione con la concezione “credi per capire”: se io conosco Dio attraverso una dimostrazione logica allora io lo conosco attraverso la ragione. Ma ciò implica che non lo stia conoscendo attraverso la fede. In altre parole io non “credo” ma “so” che Dio esiste! E qui non siamo di fronte ad un paradosso, ma ad una vera e propria contraddizione!



[1] Anche se ciò è tutt’altro che un passaggio logico, dal momento che la Grazia è un dono Gratuito, dunque, non necessario. Su questo punto importante Lutero fonderà una delle sostanziali tesi della sua interpretazione del cristianesimo giacché la Grazia discrimina il buono dal malvagio ed essa è già pre-stabilita da Dio sin dalla creazione. In questo senso, la ricerca dell’uomo di Dio è inutile se Dio non ha già elargito la Grazia.

[2] Dunque, l’uomo deve accontentarsi di credere sulla fiducia, mentre un Dio non avrebbe questo problema perché egli è certo di se stesso. In ultima analisi, in questo rapporto di squilibro v’è tutta la dipendenza dell’uomo al Dio. Ma, a ben vedere, come si può impostare un ragionamento non contraddittorio su questa base? O Dio è conoscibile o Dio è inconoscibile. Se Dio è inconoscibile come posso asserire che egli esiste o non esiste? Se invece Dio è conoscibile allora non v’è più bisogno di credere ma è una verità certa, in qualche modo. Ma ciò contraddice il fatto che bisogna credere in Dio giacché se io so, smetto di credere, giacché so. Dunque, se conosco Dio allora non credo, se non conosco Dio allora non posso crederci giacché esso non è diverso da una qualsiasi entità astratta.

[3] In ciò sta la grande modernità di un filosofo antico come Senofane...\Filosofi Antichi\Eleati\Senofane.doc

[4] Per le due definizioni, rimandiamo alla scheda presente in “Parmenide”.

Alberto Magno

A cura di Giangiuseppe Pili      www.scuolafilosofica.com

Vita.

Alberto Magno nacque nel 1206 a Laningen, studiò a Bologna e a Padova. Nel 1228 divenne lettore a Colonia; nel 1240 fino al 1248 lo fu a Parigi. Nel 1223 entrò a far parte dell’ordine domenicano. Nel 1248 fondò a Colonia uno studio generale.

Nel 1256 viene invitato dal papa Alessandro VI ad Anagni per una disputa sull’intelletto. Tra il 1257 e il 1260 insegnò a Colonia. Fu forse a Roma nel 1260 con Tommaso d’Aquino.

Scrisse un gran numero di opere su di diversi argomenti: fisica, logica, e metafisica peripatetica, sulla morale, sull’etica, commento alle sentenze e una summa teologica.

Filosofia.

La filosofia, secondo Alberto magno, necessità di uno spazio d’autonomia e, in pieno contrasto con la posizione di Bnaventura, sostiene la correttezza di una scienza che indaghi la natura senza bisogno delle preinterpretazioni teologiche. Alberto propone di riconsiderare la filosofia peripatetica non attraverso i filtri di commentatori, siano essi cristiani o musulmani.

La metafisica è ciò che studia l’essere divino a partire da quel che è in noi di divino. In questo senso, Dio è causa prima la cui essenza coincide con l’esistenza. Dio è l’intelletto agente nel mondo ed è causa di ogni essere, fonte e origine di ogni forma ( intellectus universalis agens ). Dio è anche l’essenza disvelatrice e la luce guida di ogni ricerca.

Egli è anche l’universale prima di ogni cosa, infatti, se Dio esiste, allora è prima di tutto antecedente ad ogni altro essere ( universalis ante rem ), le cose come forma, erano già nell’intelletto divino il quale, su ispirazione di queste forme fisse, ha riprodotto ed infuso nella materia gli universali ( universalis in rebus ).

Il mondo viene generato a partire dall’emanazione positiva di Dio in un processo analogo a quello proposto da Avicenna. Anche Alberto magno non rinuncia alla volontà di dimostrare l’esistenza di Dio e lo fa con una serie di dimostrazioni empiriche soprattutto riproponendo la teoria della causa incausata e origine del movimento, pure essendo immobile.

Tra Dio e la realtà prodotta vi è un preciso rapporto di causalità e nei cieli ciò che muove costantemente questi verso il meglio è la virtù divina.

L’anima è bipartita, da una parte è costituita da materia, dall’altra è puro spirito. La materia non è principio negativo ed alternativo rispetto alla natura di Dio, ma è la sostanza informata la quale può accogliere in sé la forma ed essere così impressa dalla mente divina. Nella materia è contenuto in partenza la vita la quale è di tre tipi: vegetativa, sensitiva e razionale; impostazione ripresa da Aristotele.

Negli scritti di filosofia della natura si delinea sia una ripresa dell’aristotelismo, anche nella visione cosmologica con la quale va a delineare la struttura-giustificaizone dell’astrologia e della magina, ma anche quel distacco dalla teologia che caratterizzerà la scienza moderna.

Bibliografia.

Adorno, Gregory, Verra, Manuale di storia della filosofia ( voll. 2. ), Laterza, Roma-Bari, 1996.

Mori M., Storia della filosofia antica e medioevale, Laterza, Roma-Bari, 2005.

Severino E., Filosofia dai greci al nostro tempo. Filosofia antica e medioevale, Rizzoli, Milano, 2004.

Severino E., Antologia filosofica, Rizzoli, Milano, 1988.

Contenuti speciali.

La delicata questione degli universali: una cosa che difficilmente vi verrà spiegata con chiarezza.

Gli universali sono la riproposizione medioevale dell’antico problema degli archetipi platonici. Noi conosciamo le proprietà degli oggetti e le definiamo secondo qualità. Gli oggetti sono, in ultima analisi, riconosciuti a partire dalla loro definizione, cioè l’enumerazione delle loro proprietà essenziali.

La questione sembra non avere problemi, ciò solo in superficie. Cosa sono queste qualità? Possono essere inerenti all’oggetto o indipendenti. Possono essere delle descrizioni comode ma non avere corrispettivo reale, come un meridiano è una linea immaginaria ma utile, allo stesso modo potrebbero essere le proprietà delle cose.

Gli universali sono le proprietà generali delle cose, considerate indipendentemente dalle cose stesse. Le possibilità d’interpretazione delle qualità astratte non sono poi molte: o sono nelle cose, o sono dopo le cose, o prima delle cose oppure indipendentemente dalle cose.

L’universale “nella cosa”, in rebus alla latina, è l’impostazione “empirista” dell’universale: noi conosciamo la proprietà generale degli oggetti a partire dalla cosa stessa. Pure essendo una posizione empirista, è possibile che tale intepretazione si sommi anche alle altre ( ante rem, post rem ) in quanto è possibile che le qualità astratte delle cose, come le proprietà primarie degli oggetti ( forme geometriche, analitiche etc. ) potrebbero esistere anche prima delle cose stesse ( si da il caso che fossero nella mente di Dio come forme disincarnate, come un “cane” privo di materia ).

L’universale “prima della cosa”, ante rem, è la proprietà generale priva di materia, cioè prima ancora che essa venga creata. In questo senso, si devono intendere gli universali prima della creazione divina. Un esempio semplice potrebbe essere la conoscenza di una casa ancora non eretta, attraverso il suo progetto. Il progetto della casa ne mostra la forma, sebbene essa non sia ancora “nella cosa”.

L’universale “dopo la cosa”, post rem, è la comprensione umana della proprietà generale dell’oggetto. In questo senso, la conoscenza dell’uomo arriva sempre in un momento successivo alla creazione della cosa stessa. Un esempio concreto potrebbe essere la conoscenza di ferro da stiro a partire dal suo utilizzo, non più dal suo progetto, ma dalla sua osservazione diretta.

In fine, l’universale “indipendente dalla cosa” è la concezione nominalista dell’universale. Le proprietà astratte, generali delle cose potrebbero non esistere ed essere una pura descrizione della realtà ma non avere una denotazione reale. L’esempio più chiaro è il Meridiano di Greenwich, una linea immaginaria inesistente che ci consente di descrivere utilmente il mondo. Il globo, infatti, non ha né meridiani né paralleli, eppure essi sono delle imprescindibili convenzioni per poter calcolare la rotta e la posizione degli oggetti in movimento attorno al globo. Allo stesso modo, si può pensare alle proprietà degli oggetti: esse possono essere delle descrizioni a posteriori utili.

Le varie posizioni possono essere variamente conciliabili e tutti i vari tentativi di conciliazione sono stati effettivamente tentati dai vari filosofi. L’unica visione degli universali che esclude gli altri è l’interpretazione nominalista, cioè convenzionale, perché esclude l’esistenza degli universali se non in termini di “descrizione”.

Abelardo

A cura di Giangiuseppe Pili        www.scuolafilosofica.com

Vita.

Abelardo nacque nel 1079, una generazione successiva a quella di Anselmo, studia filosofia seguendo il maestro Roscellino.

Fonda una propria scuola a Melun nel 1104 circa.

Nel 1108 si trasferisce di residenza e incomincia il commento al libro di Ezechiele. E’ in questo periodo che stringe la relazione tutt’altro che platonica con una sua allieva, Eloisa. Da questa avrà un figlio, il nome è Astrolabio. Fa rapire Eloisa perché non voleva che si sapesse che i due erano sposati e lei fosse incinta. Fulberto, zio di Eloisa, viene a scoprire la “trassa” e, per timore che Abelardo avesse abbandonato Eloisa, senza pensarci troppo, fece evirare Abelardo. Continue reading