A cura di Giangiuseppe Pili www.scuolafilosofica.com
Vita.
Durante il medioevo alcuni chierici andavano di città in città per diffondere la parola di Dio oppure erano dei letterati, teologi o filosofi costretti a dirigersi in centri diversi dalla loro città natale per potersi confrontare apertamente su temi di difficile fruizione. Questo ruolo dell’intellettuale vagabondo è ricoperto da moltissimi filosofi nel medioevo, tra cui Anselmo d’Aosta.
Con Anselmo non ci troviamo di fronte a un teologo come oggi s’è soliti indicare, infatti, la teologia razionale sarà materia di “riflessione rigorosa” a partire dalla canonizzazione della riflessione da parte di Tommaso d’Aquino.
Anselmo nacque ad Aosta nel 1033, fu discepolo di Lanfranco di Pavia e si trasferì nell’abbazia benedettina di Beck in Normandia. Qui compose le sue opere più importanti. Strinse amicizia con l’allora arcivescovo di Canterbury al quale successe nel 1091. In questo ultimo periodo ebbe difficili rapporti con il Potere inglese sull’argomento centrale in quel tempo: la lotta per le investiture. Morì nel 1109 a Canterbury.
Opere.
Monologion.
Proslogion.
De grammatico.
De veritate.
De libertate arbitri.
De casu diaboli.
Epistole de incarnatione dei cur deus homo.
Schema di ragionamento della prova ontologica.
Ipotesi A(nselmo)1: “Dio è l’essere di cui non si può pensare il maggiore”.
Specifica a: il predicato “essere di cui non si può pensare il maggiore” si può riscrivere nei termini di “essere più grande”.
Specifica b: l’”essere più grande” è una pseudoproposizioni giacché essa non denota nulla. (1) “essere” non è un “nome proprio” né una “descrizione definita”, dunque, è come usare un quantificatore senza specificare cosa quantifichi, (2) “più grande” è una relazione tra due grandezze, dunque, se non si specificano le due grandezze allora la relazione non ha senso. Dire “l’essere più grande” è come dire “il qualcosa maggiore di”.
Specifica c: bisogna concepire l’ipotesi in via intuitiva.
Ipotesi A2: Di un entità finita si può pensare qualcosa di più grande.
Ex.: Un lago è più piccolo di un mare più piccolo di un oceano più piccolo della crosta terrestre più piccolo del sole etc..
Inferenza: Se Dio è l’essere di cui non si può pensare il maggiore, se di un’entità finita si può pensare qualcosa di più grande, allora Dio è più grande di qualsiasi entità finita.
Tesi I: dunque, Dio è più grande di qualsiasi entità finita.
Corollario A: Dio è infinito.
Inferenza: Se Dio è infinito, allora esiste necessariamente.
Tesi II: Dio esiste necessariamente.
Specifica a: Se Dio non esiste allora non è infinito, giacché sarebbe solo una pura essenza ( si può dubitare che Dio stia, ma non che Dio sia-definibile, che Dio sia-proprietà ). Ma “Dio è l’essere di cui non si può pensare maggiore”, dunque dalla sola definizione di Dio segue che egli esiste necessariamente.
Specifica b: il “necessariamente” è posto dalla dimostrazione “logica” tale per cui se fosse negata la dimostrazione, si cadrebbe in contraddizione.
Filosofia.
Anselmo fu uno dei padri della scolastica insieme ad Abelardo e Tommaso. Il problema all’epoca più dibattuto era la conciliazione tra fede e ragione. Per lo studio di Anselmo non si può non tenere sempre presente la riflessione agostiniana.
Fermo restando che si deve avere prima la fede per capire perché prima si deve aver esperienza di Dio, del verbo, della verità e solo poi cercare di comprendere la conoscenza del divino, è anche vero che il processo conoscitivo tende costantemente all’infinito.
La conoscenza di Dio non può che essere infinita. La ragione divina infatti contiene la ragione umana la quale non può e non deve far altro che tentare di ridisciogliersi nella mente di Dio. La ragione ha il suo fondamento in quella divina ed in questa si ritrova. La ratio di Dio è il fondamento, la sostanza a cui inerisce la più limitata ragione umana. L’intelletto divino è ciò che rende l’uomo capace di cogliere il divino in se stessi, riprendendo ancora una volta un tema tipicamente agostiniano. E’ Dio, che con il suo gratuito dono della grazia, concede all’uomo la possibilità di ritrovare il senso autentico, un senso divino, che altrimenti sarebbe inaccessibile. Per il cristiano è una duplice ricerca: da una parte l’uomo deve ricercare Dio per comprenderlo e, contemporaneamente, deve accettarne il mistero, dall’altra parte è Dio stesso che, come padre, aspetta il ritorno dell’uomo e l’accoglie in se stesso[1].
Per accettare il divino, l’uomo dovrà capire e cogliersi nel suo limite e accettarsi in questo rapporto di inferiorità tra sé e il Dio. Dio ha creato l’uomo a sua immagine e somiglianza, ma ciò non significa che, siccome parte di Dio, l’uomo sia pure la divinità stessa. L’uomo, comunque, ha doppia scelta, se accettare la fede o meno, mentre Dio non necessita di credere giacché egli sa[2].
La ricerca di Dio è legata a tutte le altre sfere dell’uomo perché se questi accetta la verità della rivelazione essa diventa un’esperienza totalizzante giacché investe tutte le attività, pratiche e conoscitive dell’uomo. L’uomo di fede è spinto a intingere di quella convinzione qualsiasi cosa egli veda e la reinterpreterà con le proprie categorie mentali. Inoltre, il fatto che tale interpretazione si fondi su una ragione ultraterrena, infalsificabile fa sì che il credente non si senta in contraddizione con nulla, nel suo procedere, e giustifichi il suo operato a partire da quell’idea divina e, dunque, indiscutibile.
Dio non è solo una questione di ragione, esso non si disvela esclusivamente a partire dall’intelletto, ma anche dalla sensibilità, intesa nel suo significato prettamente emotivo. Il cristiano vede Dio nel mondo, riflesso nella miseria e nella sofferenza, in primo luogo dalla sua sensibilità: egli ritrova il Dio a partire dal “cuore” e non dalla ragione. Dio da soddisfazione al bisogno del cristiano di amore perpetuo che, secondo i teologi, l’uomo non può trovare che nella divinità.
Il Cristo, su un piano filosofico, è la verità incarnata, l’idea, che nella sua perfezione, rivela se stessa. Se i greci avevano elaborato delle dottrine che non erano totalizzanti, nella loro fede ( i miti non erano mai univoci e si prestavano a varianti ed interpretazioni diverse senza mai reclamare la verità assoluta, unica ) così non poteva essere per il credo cristiano, in generale ( nelle varie interpretazioni possibili ) giacché esso si fonda su un unico testo e su un una visione unica della realtà divina: essa è unica e solo lei è dispensatrice della luce. Non a caso, da Agostino a Galileo sono passati ottocento anni, prima che fosse ammissibile una separazione tra Natura e Dio e solo con l’Illuminismo, soprattutto con Voltaire e Kant, vi sarà la definitiva autonomia della Ragione e della conoscenza dalla Teologia razionale e, in generale, da un’interpretazione della Ragione stessa e della realtà, viziata da pregiudizi religiosi[3].
L’etica del cristiano avrà, come premessa, la convinzione di dover diffondere la parola di Dio e il vero credo, giacché esistono molte versioni della fede in disaccordo con l’interpretazione valida di esso. L’azione pratica nasce da due esigenze: in primo luogo, quella di aumentare le anime salvate, in quanto colui che non è cristiano sarà perduto nell’altra vita; in secondo luogo il cristiano stesso, rivedendo Cristo nel povero e nel marcio, deve trovare soddisfazione nell’aiuto del prossimo e nella sua salvezza. Non essendoci verità all’infuori del credo cristiano, tutti coloro che non lo sono, saranno giudicati in modo inferiore, menomato, rispetto ai credenti. Per ciò, vanno aiutati.
La vita deve essere, secondo Anselmo, la ricerca di una conciliazione dei misteri divini, dove Fede e Ragione sono due momenti della conoscenza di Dio.
Ma ciò che rese celebre Anselmo è senza dubbio la sua prova ontologica, ovvero a priori, dell’esistenza di Dio. La sue proposta è quella di riunire in un unico concetto i due significati dell’essere, vale a dire, essenza e presenza (.\Filosofi Antichi\Eleati\Parmenide.doc ). Dio è l’essere di cui non si può pensare maggiore: se posso pensare a qualcosa di più grande di un lago, se posso pensare a qualcosa di più grande di un mare non posso pensare che ci sia qualcosa di più grande di Dio. Se Dio fosse solo essenza senza presenza allora potrei pensare a qualcosa di può grande. Ma Dio è l’essere di cui non si può pensare maggiore allora egli è sia presenza che essenza. In questo senso, dalla sola definizione di Dio ( l’entità di cui non si può pensare un’altra più grande ) si deduce che esso stia. Esso è e sta ( da qualche parte ).
Bibliografia.
Adorno, Gregory, Verra, Manuale di storia della filosofia ( voll. 2. ), Laterza, Roma-Bari, 1996.
Mori M., Storia della filosofia antica e medioevale, Laterza, Roma-Bari, 2005.
Severino E., Filosofia dai greci al nostro tempo. Filosofia antica e medioevale, Rizzoli, Milano, 2004.
Severino E., Antologia filosofica, Rizzoli, Milano, 1988.
Contenuti speciali.
La vera umiltà del cristiano.
L’umiltà potrebbe definirsi come l’atteggiamento proprio di chi non si erge a giudice degli altri ma solo di se stesso, delle proprie idee e delle proprie azioni. Se, parlando di politica, qualcuno si professa comunista e uno fascista ed entrambi rivendicano per sé la verità intorno ad un comportamento pratico, senza cercare punti di vista ulteriori o più razionali, nessuno dei due verrebbe definito “umile” ma, piuttosto, “presuntuoso”. L’umiltà è l’ammissione dell’incertezza di fronte ad un’opinione non suffragata da fatti, di cui, in ultima analisi, non si può dare dimostrazione scientifica.
In sede pratica, l’umile è colui che non giudica la condotta degli altri a partire dalle sue proprie convinzioni morali. Egli o sospende la sua facoltà di giudizio oppure giudica a partire dalla conoscenza del credo degli altri. In questo senso, è umile che pensa, ad esempio, agli usi e costumi di una società tribale e giudica i comportamenti di qualcuno a partire dalle regole morali di quello e non dalle proprie. Il giudizio morale dell’umile è sempre relativo alla persona e alla sua morale, non alla propria visione normativa dell’Etica.
Per quanto riguarda il cristiano, la parola “umile” è applicata anche in un senso peculiare, comune a tutte le religioni. L’umile è colui che si sottomette a Dio. In questo senso, il contrario di “umiltà” è sempre “superbia”, divenuto sinonimo di “tracotanza”. Da questo, vediamo chiaramente come l’”umile” denoti due generi di uomo distinti: da un lato, colui che “si rimette a Dio”, da un altro “colui che giudica gli altri a partire dal credo dell’altro”.
Da ciò, è evidente che si pongano dei casi di conflitto tra i due generi di “umile”: se mi rimetto a Dio, posso o non posso giudicare l’altro a partire dalla mia convinzione? Dipende dalla nozione di Dio. Se il mio Dio è unico e, soprattutto, ha emanato un ordine di leggi univoco per giudicare i comportamenti umani allora potrò giudicare. Se il dio non ha emanato un ordine di leggi univoco allora non potrò giudicare. Il cristiano è messo così di fronte al fatto che egli può giudicare non solo chi è cristiano, ma anche chi non lo è, nella misura in cui egli è senza dubbio nel giusto.
La non-umiltà del cristiano si spiega a partire dal fatto che la sua “opinione” non è da lui intesa come tale, equiparabile, ad esempio, a quella di un animista o di un induista, ma come “la verità”. Per un cristiano dire “io credo” equivale a dire “io so”, annullando, in questo modo, il contenuto soggettivo esplicito nell’affermazione di credenza. Da questa ragione di ordine psicologico, si passa ad un ordine di genere causale: se io considero la proposizione come vera “Io credo nel Dio e nel suo ordine” e le sue implicazioni, allora la mia mente si preordinerà ad agire in relazione alle leggi ( premesse logiche mentali ) che il Dio ha esplicitato o che di cui il cristiano è convinto.
Da tutto questo risulta molto evidente come l’uomo di Fede sia, in realtà, l’ultimo degli umili, virtù professata e ribadita nella sacra Bibbia, e che egli finisca necessariamente per contraddirsi.
Se a questa ultima considerazione si obbiettasse che, però, il cristiano non viene meno all’umiltà nei confronti del Dio, giacché egli ubbidisce alle sue regole, potremmo rispondere che ciò lo porta a contraddirsi in un altro modo: colui che crede in Dio, (1) giudica ( “Non giudicare, se non vuoi essere giudicato” recita qualcuno ); (2) egli non sarà caritatevole nei confronti di chi non crede o, peggio ancora, di chi crede in modo diverso da lui. Se per “caritatevole” si intende un atto esteriore, come può essere una carezza, allora può essere, ma se per “caritatevole” si intende l’atto di riconoscimento di un pari e un conseguente aiuto, allora il cristiano è a priori impossibilitato a farlo giacché egli è sempre in una posizione di vantaggio. Dunque, su tutte le virtù, certamente alla maggior parte delle religioni monoteiste manca l’umiltà.
Contraddizione tra “credere” e “sapere”.
Credere è un fatto soggettivo e le espressioni di credenza sono tutte espressione di un singolo. La conoscenza si esprime attraverso proposizioni elementari o complesse, cioè frasi che esprimono fatti. La credenza non è falsificabile mentre la conoscenza dei fatti lo è. I discorsi di “credenza” e di “conoscenza” sono irriducibili giacché nel primo v’è la condizione soggettiva, del tutto estranea alla seconda.
Vediamo le condizioni di verità per i due generi di proposizione. La credenza è vera se e solo se (1) il soggetto che esprime la frase ha davvero lo stato mentale corrispondente entro di sé; (2) se la proposizione esprime una possibilità reale; (3) se la proposizione è espressa con forza assertiva; ( in parole povere, la proposizione di credenza è vera se colui che la esprime vi crede ).
Vediamo le condizioni di verità delle espressioni fattuali. La proposizione elementare è vera se e solo se (a) essa rispecchia un fatto, (b) essa non ammette contraddizioni con altre proposizioni elementari nel momento in cui è espressa la proposizione, (c) essa può essere verificata –almeno potenzialmente- ( attraverso un metodo esplicito di passi finiti ), (d) essa può essere falsificata.
Dunque, le condizioni di verità per le frasi di “credenza” e “conoscenza” sono diversissime. Ciò che spicca di più è che una frase di “conoscenza” non implica in alcun modo la presenza di un soggetto specifico, ma solo che essa rispecchi un fatto. Dunque, una proposizione elementare vera, è esprimibile attraverso una funzione che associa ad una proposizione elementare uno e un solo fatto. Nel caso delle proposizioni di credenza, invece, l’asserzione “io credo che x” non implica la corrispondenza di un fatto, ma di uno stato mentale ed è una realtà riferita ad un soggetto.
Da questa riflessione possiamo osservare: (1) Che il discorso fattuale è irriducibile al discorso “credenza”, (2) che i criteri di verità per le proposizioni elementari ( o complesse ) sono del tutto differenti da quelli di “credenza”, (3) che la denotazione di una proposizione elementare è del tutto diversa da quella di una proposizione di credenza.
Se dico “Io credo che oggi piove e mi porto l’ombrello” è vera ma le condizioni di verità delle due frasi sono diverse: nel caso di “Io credo che oggi piove” è vera solo se lo penso, nel caso di “mi porto l’ombrello” è vera se lo faccio, dunque, se ad essa corrisponde un fatto. Tuttavia, non posso dedurre un fatto da una credenza: “Io credo che tutti i cani abbiano la coda, dunque tutti i cani hanno la coda” è chiaramente falsa giacché non posso dedurre dalla credenza un fatto. Così se dico “Io credo che il minestrone sia cotto, dunque il minestrone non è crudo” è chiaramente falsa giacché la verità della proposizione derivata non risiede nella proposizione di credenza.
Da tutto questo possiamo trarre la tesi che la proposizione “credi per capire la realtà” ovvero “credi per rispecchiare la realtà” è del tutto falsa, se con “rispecchiare la realtà” si intende pronunciare frasi elementari dedotte dalla credenza e che risultino contemporaneamente vere.
Spiegazione della prova ontologica di San Anselmo.
La proposta di Anselmo si basa sui due significati distinti del verbo “essere”: presenza e essenza[4]. Una proposizione vera o è suffragata dai fatti oppure è vera indipendentemente da quelli: la distinzione di Kant è chiara. Esistono proposizioni sintetiche e proposizioni analitiche. Le proposizioni analitiche sono le deduzioni logiche a partire da premesse ( 2 + 2 = 4 è una proposizione analitica giacché è un’inferenza dalle premesse dell’algebra, la definizione di numero e di somma algebrica ). Le proposizioni sintetiche nascono dall’esperienza: “Oggi c’è il sole” è vera se e solo se c’è effettivamente il sole.
Nei vari tentativi di dimostrare l’esistenza di Dio, si è sempre privilegiato l’aspetto “analitico” giacché esso propone una dimostrazione indipendente dalla mutevolezza dei dati di senso e dipende esclusivamente dalle premesse del discorso.
Anselmo propone di definire Dio come “l’essere di cui non si può pensare il maggiore”. Per “Essere” si può intendere genericamente un’entità definita dalle sue stesse proprietà. Per quanto riguarda il predicato “di cui non si può pensare il maggiore” è, forse, un predicato senza senso, cioè a cui non corrisponde alcun che dal momento che si mischia una proprietà soggettiva ( non si può pensare ) a una oggettiva ( maggiore ) e, soprattutto, è un predicato da cui non nasce una proposizione falsificabile ( in questo senso, il predicato non è definibile attraverso un procedimento controllabile e finito di passi ma infinito ). Ad ogni modo, presentiamo qui la sua idea.
Se di un lago si può pensare un’entità più grande ( il mare ), se del mare si può pensare un’entità più grande ( l’oceano ) se dell’oceano si può pensare un’entità più grande, di Dio non si può pensare un’entità più grande, cioè esso non ha limiti. L’essere è sia presenza che essenza. Se l’essenza di Dio ( cioè l’insieme delle sue proprietà ) è espressa dalla proposizione “Dio è l’essere di cui non si può pensare il maggiore” allora essa implica la “presenza”. Se di Dio non si potesse predicare che esiste ( esiste come si usa per dire “il mio computer sta sulla scrivania” ) allora sarebbe limitato. Ma questo contraddirebbe la sua stessa definizione, dunque, Dio esiste necessariamente. La “necessità” nasce dalla relazione “essenza-presenza” dove l’essenza implica la presenza.
Questa dimostrazione è valida solo per Dio, essendo tutte le altre entità a lui inferiori, ovvero, limitate.
E’ curioso osservare come questa dimostrazione dell’esistenza di Dio sia in contraddizione con la concezione “credi per capire”: se io conosco Dio attraverso una dimostrazione logica allora io lo conosco attraverso la ragione. Ma ciò implica che non lo stia conoscendo attraverso la fede. In altre parole io non “credo” ma “so” che Dio esiste! E qui non siamo di fronte ad un paradosso, ma ad una vera e propria contraddizione!
[1] Anche se ciò è tutt’altro che un passaggio logico, dal momento che la Grazia è un dono Gratuito, dunque, non necessario. Su questo punto importante Lutero fonderà una delle sostanziali tesi della sua interpretazione del cristianesimo giacché la Grazia discrimina il buono dal malvagio ed essa è già pre-stabilita da Dio sin dalla creazione. In questo senso, la ricerca dell’uomo di Dio è inutile se Dio non ha già elargito la Grazia.
[2] Dunque, l’uomo deve accontentarsi di credere sulla fiducia, mentre un Dio non avrebbe questo problema perché egli è certo di se stesso. In ultima analisi, in questo rapporto di squilibro v’è tutta la dipendenza dell’uomo al Dio. Ma, a ben vedere, come si può impostare un ragionamento non contraddittorio su questa base? O Dio è conoscibile o Dio è inconoscibile. Se Dio è inconoscibile come posso asserire che egli esiste o non esiste? Se invece Dio è conoscibile allora non v’è più bisogno di credere ma è una verità certa, in qualche modo. Ma ciò contraddice il fatto che bisogna credere in Dio giacché se io so, smetto di credere, giacché so. Dunque, se conosco Dio allora non credo, se non conosco Dio allora non posso crederci giacché esso non è diverso da una qualsiasi entità astratta.
[4] Per le due definizioni, rimandiamo alla scheda presente in “Parmenide”.