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Categoria: Reportage

La banalità del male. Hannah Arendt

Malgrado gli sforzi del Pubblico ministero, chiunque poteva vedere che quest’uomo [Eichmann] non era un “mostro”, ma era difficile non sospettare che fosse un buffone.

La banalità del male – Hanna Arendt

 

La banalità del male è una riflessione sull’olocausto, incentrata e sviluppata sulla base del reportage sul processo a Adolf Eichmann (1906-1962), tenuto a Gerusalemme, sotto un tribunale israeliano. Hannah Arendt non si limita solamente a riportare i fatti emersi all’interno del processo, ma amplia continuamente il discorso sulla storia dei fatti principali dell’olocausto. Non è un libro che ricostruisce la storia degli eventi della Germania Nazista e non ha l’intento di esaurire nessun genere di argomento, ma solo di considerare il ruolo di un uomo all’interno dell’organizzazione nazista dell’olocausto.

La costa degli schiavi. Hansen T.

Quella volta ero appunto nel magazzino [dice Isert] per affari, e mi indicarono quello che rivolevano indietro e quello che intendevano cedere in cambio. E poiché quest’ultimo era un uomo giovane e bello, molto più giovane di suo padre, lo scambio venne subito concesso. L’infelice fu portato fuori in catene. Dio! Anche il trafficante più duro di cuore si sarebbe commosso, se fosse stato presente alla scena, quando il figlio riconobbe suo padre in catene. Gli si gettò al collo piangendo lacrime di gratitudine e di felicità, perché aveva la fortuna di liberare il proprio padre. Aprirono le catene, le tolsero all’uno e vi rinchiusero l’altro, che era calmissimo, e pregava il padre di non rattristarsi per la sua sorte.

La costa degli schiavi – Thorkild Hansen


la-costa-degli-schiaviLa costa degli schiavi (1967) è il primo libro della trilogia dedicata alla tratta degli schiavi danese da parte di Thorkild Hansen, autore ingiustamente non sufficientemente conosciuto. Infatti, Hansen anche in questo libro dimostra di essere uno dei maggiori scrittori del XX secolo. Si può discutere sul fatto che la sua prosa, piana e senza orpelli letterari di alto rilievo, sia appunto troppo lineare per poter parlare di genio della letteratura. Ma non tutto nasce dall’uso della lingua, pure assai potente. E’ infatti difficile trovare libri pervasi da una implacabile ironia, dall’inizio alla fine. Per esempio, nel celeberrimo e celebratissimo Il gattopardo Tommasi di Lampedusa inizia con una prosa dominata da un sano distacco, da una contemplazione ironica della società patriarcale e aristocratica della Sicilia. Ma poi scivola in uno stile decadente, fino alla fine in cui tutto si annichila. Hansen no. Hansen resiste sino all’ultimo, coerentemente con lo stile che ha scelto. Quindi, anche solo per questo, andrebbe apprezzato. Ma poi Hansen aveva altra scelta?

Guerra all’ISIS: Diario dal fronte curdo – Gastone Breccia

Erbil, Kurdistan Iracheno, circa 70 km ad est di Mosul. Ha inizio qui il viaggio dell’autore che lo porterà ad essere testimone delle modalità con le quali i curdi portano avanti il conflitto che li vede opporsi all’avanzata del Da’ish, meglio 6917974_1424797conosciuto in Occidente come Isis o Stato Islamico. Nel corso dei 20 giorni di permanenza tra il nord dell’Iraq e il nord della Siria, l’autore visita città chiave per lo scacchiere mesopotamico, entra in contatto con un gran numero di individui appartenenti alle più svariate organizzazioni curde, clandestine e non, e ci offre un interessante reportage della sua storia.

Gastone Breccia è uno storico e insegna Storia Bizantina all’Università di Pavia. Non è dunque un giornalista, come ci si aspetterebbe da chi si assume il compito di vedere con i propri occhi la guerra per poi poterla raccontare. “No press card, I’m sorry. University professor, no journalist” sarà costretto a ripetere ai check-point, alle frontiere, a chiunque volesse sapere cosa lo avesse portato così lontano da casa, in luoghi tanto pericolosi. Questo ci racconta nelle prime righe dell’introduzione al libro, per poi proseguire giustificando la propria scelta. Ci spiega che, sebbene sia opinione comune che il compito dello storico sia “studiare fenomeni già sedimentati nella coscienza collettiva, sui quali si sia accumulata una quantità sufficiente di informazioni(…)che permetta di analizzarli scientificamente”, non è poi così inutile per lo stesso “immischiarsi nella storia mentre accade”. D’altronde, come ancora spiega Breccia, gli storici antichi, e dopo di loro quelli bizantini, ritenevano il vedere con i propri occhi necessario e “si scusavano con i lettori perché(…)non potevano fornire una testimonianza diretta sulla maggior parte dei fatti narrati nelle loro opere”.

Inoltre l’autore lavora da diverso tempo sul tema della guerriglia. Perciò lo studio dei curdi, popolo che storicamente ha combattuto le proprie battaglie facendo ampio ricorso alla guerriglia stessa, può riservare dell’ottimo materiale per i suoi studi. Perché, dunque, non avere risposte alle proprie domande direttamente da loro? Tutto ciò ha spinto l’autore ad intraprendere questo viaggio non privo di pericoli.

Robert Capa Tracce di una leggenda. Lebrun B., Lefebvre M..

imagesRobert Capa Tracce di una leggenda è un saggio-reportage fotografico sulla vita e sulle opere di uno dei più grandi fotografi della storia: Robert Capa. Robert Capa, pseudonimo e nome d’arte di Endre Friedman, è un emigrante a Parigi (1933). Costretto a lasciare la sua casa per via del nazismo, egli si reca a nella città libera per trovare fortuna: “Atei, attivisti antifascisti, Endre e Cziki sono d’origine ebrea e sanno perfettamente che per loro non c’è futuro nella Germania di Hitler”.[1] A parte la morte, non c’è altro per loro. Ha con sé poche cose, tra cui una Laica I modello base, con cui aveva iniziato a dilettarsi di fotografia.

A Parigi in quel tempo si trovano non soltanto intellettuali di ogni luogo d’Europa, ma occasioni irripetibili appunto perché centro generale di smistamento dell’intellighenzia in fuga e città-simbolo dell’Europa tra le due guerre.