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	<title>Scuolafilosofica</title>
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		<title>L&#8217;orrore: che cosa è.</title>
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		<pubDate>Mon, 20 Feb 2012 00:35:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giangiuseppe Pili</dc:creator>
				<category><![CDATA[Filosofia Applicata]]></category>
		<category><![CDATA[Spiegazioni per una Filosofia più Easy!]]></category>
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			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">L&#8217;orrore è il dolore di un male intenzionale cosciente. L&#8217;orrore è prima di tutto dolore, un dolore ampio, capace di ottundere i sensi e ottenebrare la ragione. Ma è un dolore ben diverso da quello di una ferita. Esso è il dolore del bambino innocente che guarda il mondo con l&#8217;ingenuità del bene che viene sovrastato dal male. Così, l&#8217;orrore è un dolore che si subisce fino in fondo perché si radica direttamente nella natura dell&#8217;essere umano: essere uomini significa essere esseri capaci di provare orrore. L&#8217;orrore, infatti, sgorga come da una fonte dall&#8217;animo inquieto, doloroso e contratto, prostrato dalla sofferenza <em>per la vita</em>.<span id="more-1443"></span></p>
<p style="text-align: justify;">Il dolore per un male non è ancora una condizione sufficiente al definire l&#8217;orrore in tutti i suoi aspetti: a differenza di un male naturale, l&#8217;orrore nasce da un&#8217;intenzione, da un atto d&#8217;una volontà malvagia. La malvagità non è solo dell&#8217;intenzione, ma anche della consapevolezza. Dunque, l&#8217;orrore è il frutto della violenza della malvagità umana. L&#8217;orrore è il senso primitivo del dolore causato da un uomo verso un altro uomo.</p>
<p style="text-align: justify;">Il dolore dell&#8217;orrore è ciò che discrimina l&#8217;orrore da un fatto metafisico astratto e lo rende concreto. Esso genera un senso di nausea nei confronti del mondo intero, un senso di alienazione e rigetto a causa di un solo unico fatto. Ma questo solo fatto produce in noi una risonanza amplissima e l&#8217;orrore si moltiplica, tutto diventa terribile, invincibile, inguardabile. E così il nostro essere diventa in blocco incapace di agire. E&#8217; lo sbigottimento. L&#8217;orrore mette in scacco. Esso ti prostra perché per esso, così si crede, non c&#8217;è rimedio.</p>
<p style="text-align: justify;">Quando si prova orrore per qualcosa, in generale, è la sensazione della nostra innocenza di fronte al male del mondo che diventa anche male di vivere. L&#8217;orrore nasce dalla constatazione della dismisura tra purezza del male che abbiamo subito (male intenzionale e consapevole) e la nostra forza, la nostra potenza. L&#8217;orrore, come detto, si propaga da un solo fatto alla nostra intera percezione del mondo. Il mondo intero ci pare malvagio, ci pare meschino. La vita diventa opprimente, malsana, nauseante.</p>
<p style="text-align: justify;">Sbigottimento, impotenza, incredulità, terrore.</p>
<p style="text-align: justify;">Il terrore è la paura folle, senza oggetto. L&#8217;assenza di un oggetto determina il senso di follia di vedere tutte le cose come animate dalla malvagità, pronte a farci del male.</p>
<p style="text-align: justify;">Tenebre, assenza di fiducia negli altri, senso di autodigestione. L&#8217;orrore determina la paura di noi stessi, la paura di vivere, delle nostre capacità di sopravvivere al male del mondo, che è come un mare montante su una piccola barca alla deriva. Nell&#8217;orrore siamo proni al dolore e siamo da esso totalmente assorbiti. Nell&#8217;orrore, paradossalmente, non figura la morte perché il dolore estremo dell&#8217;orrore è il segno stesso di un conato vitale straziato, dilaniato ma ancor più vivo proprio per questo.</p>
<p style="text-align: justify;">In conclusione, l&#8217;orrore è il dolore stesso di vivere, concentrato in un unico punto di attenzione nel quale un male intenzionale e consapevole ci ha determinato un dolore invincibile. La sua forza ci attira in esso, quasi che ci fosse impossibile rifiutarne la vista, proprio perché esso ci pare assolutamente irrefiutabile.</p>
<p style="text-align: justify;">Dall&#8217;orrore si può non uscire con le nostre sole forze razionalizzanti. Non esistono rimedi, perché esso fa parte della vita e bisogna accettarlo come una delle condizioni del male di vivere in assoluto. Non esistono antidoti onnicomprensivi perché l&#8217;orrore è il dolore concreto del Male, male che, non essendo causato direttamente da noi, è anche fuori dalla nostra possibilità di essere evitato.</p>
<p style="text-align: justify;">Quando si è nell&#8217;orrore, però, per quanto difficile perché la ragione fatica ad attivarsi, bisogna lottare contro di esso, per riuscire a dare la risposta al male di vivere. E la risposta è che non esiste solo il male intenzionale e cosciente. Esiste anche il bene intenzionale e cosciente, che è il contrario dell&#8217;orrore. Non esistono parole univoche per definire questa condizione di &#8220;bene intenzionale-cosciente&#8221; perché, in generale, possediamo molta più precisione per il dolore che non per il piacere, così per il male e per il bene. E il motivo è molto semplice: dal bene non si deve fuggire né è necessario trovare spiegazioni (si pensa spesso che non ce ne siano), viceversa, il male ci causa dolore, dal quale dobbiamo fuggire, e, dunque, ci richiede molto più sforzo. Dunque, se l&#8217;orrore è il dolore di un male cosciente, allora per vincerlo bisogna scindere il Male dell&#8217;orrore dal resto dei fatti del mondo, che vengono fatti passare in un secondo piano nella misura in cui siamo totalmente attanagliati dal senso del Male. E invece bisogna oltrepassare questa prima percezione del mondo malvagio per riconoscere che il mondo dischiude in sé grandi beni e tanta felicità. Se non nel presente, almeno nel futuro. L&#8217;orrore è un fatto presente, un dolore attuale. Così bisogna sforzarsi di concepire la felicità futura, che è possibile, come fosse reale, immediata. In fine, se il Male del mondo e il Male di vivere sono due forze cosmiche che si replicheranno indefinitamente nel tempo, è pur vero che ciò che chiamiamo &#8220;amore&#8221;, nel suo senso di &#8220;bene intenzionale e cosciente&#8221;, è sempre una possibilità del mondo, quel piacere del bene che è in grado di sconfiggere l&#8217;orrore della vita.</p>
<p style="text-align: justify;">
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		<title>Storia Romana parte 1: Dalla fondazione alle guerre sociali.</title>
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		<pubDate>Sun, 19 Feb 2012 21:16:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Wolfgang Francesco Pili</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Roma. Le origini Gli studiosi più accreditati sullo studio delle origini dell’Urbe sono Gaetano De Sanctis promulgatore della critica temperata e Barthold Georg Niebuhr. La critica temperata è il metodo di studio della storia romana in cui si tendono ad &#8230; <a href="http://www.scuolafilosofica.com/1440/storia-romana-parte-1-dalla-fondazione-alle-guerre-sociali">Continua la lettura <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h3 style="text-align: center;">Roma. Le origini</h3>
<p style="text-align: justify;" align="center">Gli studiosi più accreditati sullo studio delle origini dell’Urbe sono <strong>Gaetano De Sanctis</strong> promulgatore della critica temperata e <strong>Barthold Georg Niebuhr</strong>. La critica temperata è il metodo di studio della storia romana in cui si tendono ad analizzare più le fonti certe, come gli scavi archeologici, piuttosto che magari le fonti scritte, spesso errate o imprecise.</p>
<p style="text-align: justify;">Le fonti storiografiche da cui attingere per conoscere la storia delle origini sono tratte dagli scritti di <strong>Tito Livio, Dionigi di Alicarnasso e Virgilio</strong> che narra le origini di Roma secondo la leggenda più nota che inserisce la fondazione di Alba Longa e la dinastia dei re albani tra l’arrivo di Enea nel Lazio e il regno di Romolo. Secondo questa leggenda Romolo il fondatore e il primo dei sette re di Roma era figlio di Marte e Rea Silvia che a sua volta era figlia di Numitore l’ultimo re di Alba Longa.<span id="more-1440"></span></p>
<p style="text-align: justify;">Roma deve il suo nome probabilmente dalla derivazione della parola <em>ruma</em> che significa mammella, traslato collina: Roma si evolse infatti su <strong>sette colli</strong> dalla quale il villaggio poteva ben espandersi verso la pianura. Inoltre erano ben difesi oltre da attacchi nemici anche dalle continue esondazioni del fiume <strong>Tevere</strong>.</p>
<p style="text-align: justify;">La prima fase della città di Roma è nota come la fase monarchica con i cosiddetti <strong>sette re</strong> e va dal <strong>753 (21 aprile) al 509 a.C</strong>. Il primo re fu Romolo famoso oltre che per la fondazione per la creazione di un primo <strong>senato</strong>; Numa Pompilio, secondo re, creò i primi istituti religiosi; Tullio Ostilio che allargò i confini di Roma con la distruzione della città di Alba Longa; Anco Marcio che fondò la cittadina costiera di Ostia,  cioè del prolungamento marino di Roma che doveva sopperire alla mancanza di un diretto accesso al mare; Tarquinio Prisco è importante per la costruzione di prime opere pubbliche, per i frequenti contatti con la popolazione etrusca sita aldilà del Tevere, a nord della città, per le conquiste sulla costa e per la costruzione di un ponte sull’isola Tiberina; a Servio Tullio invece si fa risalire la costruzione della prima cinta muraria (dette <em>serviane</em> in suo onore) e per l’istituzione dei <strong>comizi centuriati</strong>; infine l’ultime re di Roma fu Tarquinio il Superbo, che si comportò come un tiranno, come narrano le leggende, ma portò la città di Roma ad avere un estensione di trecento ettari.</p>
<p style="text-align: justify;">Il<strong> pomerio</strong> era il solco di confine originario della città tracciato secondo il rito etrusco da un toro e una vacca con l’aratro. Esso indicava il limite del confine della città di Roma. Entro il pomerio era inoltre vietato seppellire i morti.</p>
<h3 style="text-align: center;" align="center"></h3>
<h3 style="text-align: center;" align="center">Lo stato romano arcaico</h3>
<p style="text-align: justify;" align="center">Alla base dell’organizzazione sociale dei Latini ci fu una struttura in famiglie, alla cui testa stava un <em>pater</em>, una figura che deteneva il potere totale nel nucleo familiare.</p>
<p style="text-align: justify;">La <em>gens</em> era un insieme di famiglie che avevano un antenato comune, ed erano un gruppo organizzato politicamente e religiosamente.</p>
<p style="text-align: justify;">La popolazione dello Stato romano arcaico era divisa in gruppi religiosi e militari detti <em>curie</em>, che comprendevano tutti i cittadini ad eccezione degli schiavi. Erano inoltre il fondamento dell’assemblea politica cittadina più importante, ovvero i <em>comizi curiati</em><strong>, </strong>a cui spettava fra gli altri il ruolo di votare la <em>lex de imperio</em> che conferiva il potere al magistrato eletto.</p>
<p style="text-align: justify;">Della realtà storica della fase monarchica, la cui ricostruzione resta problematica per via delle scarse fonti attendibili, sappiamo dell’esistenza di un <em>interrex</em>, un magistrato che subentrava nel caso non ci fosse disponibile un successore del re o dei consoli successivamente; e un <em>rex sacrorum</em> un sacerdote che aveva il compito di dare realizzazione ai riti eseguiti dal re.</p>
<p style="text-align: justify;">Com’è noto la storia romana si basa su un eterno conflitto fra <em>patrizi</em>, i grandi proprietari terrieri detentori dei diritti politici, e i <em>plebei</em>, cittadini privi della possibilità di partecipare alla vita politica attiva, e tale distinzione tra le due grandi classi sociali rimane inalterata per gran parte della storia romana. Tuttavia, il conflitto tra plebe e patriziato (che poi diventerà particolarmente rilevante nella configurazione plebe/senato) condurrà ad una lenta evoluzione che porterà la plebe ad ottenere diritti politici che saranno imprescindibili nei secoli successivi. D&#8217;altra parte, i <em>plebei</em> non sono una classe sociale totalmente inerte ma costituisce un importante impulso motivazionale alla classe senatoria giacché i loro continui fermenti pongono dei limiti indiretti alle decisioni del senato.</p>
<p style="text-align: justify;">Il <em>comitium </em>era il luogo del foro nel quale il popolo si riuniva per deliberare e discutere. Di fronte al <em>comitium</em> era posta la <em>curia Hostilia</em>, la prima sede preposta per le attività del senato.</p>
<p style="text-align: justify;">Il primo esercito organizzato da Servio Tullio era chiamato <em>classis</em> ed era formato da tutti i cittadini che erano capaci di procurarsi e comprarsi delle armi pesanti, come ad esempio una corazza e delle armi di ferro ben temprato. L’<em>infra classis</em><strong> </strong>era, invece, l’esercito equipaggiato di armi leggere.</p>
<h3 style="text-align: center;"></h3>
<h3 style="text-align: center;">La nascita della Repubblica</h3>
<p style="text-align: justify;">La tradizione narra che l’ultimo re, Tarquinio il Superbo, venne deposto nel <strong>509 a.C</strong>. da una rivolta popolare guidata da Lucio Tarquinio Collatino, la cui moglie era stata oltraggiata da Sesto, figlio del re. Ma, in realtà, sembra più credibile una versione meno individualistica dell&#8217;avvenimento: i cittadini, stanchi dei soprusi dei Tarquini, misero al bando il re e i figli che si rifugiarono a Cere. Dopo la cacciata dei Tarquini, gli aristocratici vollero mettersi al riparo da qualunque altro tipo di autorità che detenesse il potere in maniera totale e fondarono la Repubblica, il cui nome indica appunto un tipo di potere in cui il popolo è sovrano.</p>
<p style="text-align: justify;">La nascita della Repubblica, che fu un avvenimento traumatico e rivoluzionario rispetto alle precedenti forme sociali e istituzionali, non va concepito come un evento storico estemporaneo, né la solidità delle nuove istituzioni repubblicane furono un fatto immediato ma ebbero bisogno di qualche decennio perché la nuova politica si potesse stabilizzare.</p>
<p style="text-align: justify;">I primi due consoli furono Bruto e Collatino, eletti nel 509 a.C. rinnovati annualmente attraverso libere elezioni dell’aristocrazia naturalmente.</p>
<p style="text-align: justify;">I<em> consoli </em>o<em> praetores</em> svolgevano diversi compiti politici: la detenzione del comando dell’esercito; la conservazione e protezione dell’ordine della città; il mantenimento della giustizia civile e penale; il potere di convocare le assemblee pubbliche e il senato; la convocazione di un censimento annuale e la scelta dei senatori. Era una carica di durata annuale ed erano eletti da comizi centuriati.</p>
<p style="text-align: justify;">Il potere politico (esecutivo), dunque, era nelle mani dei due consoli aveva diverse magistrature, ciascuna molto importante.</p>
<p style="text-align: justify;">In tempi di crisi militari o politiche poteva essere nominato un <em>dittatore</em> che deteneva il potere assoluto per sei mesi ed era nominato o da un console o da un <em>interrex </em>che era colui che in un periodo di vuoto politico si assumeva la responsabilità di dare la nomina a qualcuno affinché prendesse le redini della repubblica.</p>
<p style="text-align: justify;">Il <em>ponteficex maximus</em><strong> </strong>o<em>  rex sacrorum</em> era colui che deteneva il potere religioso. Ancora oggi è un titolo che appartiene al papa. Le sue funzioni erano quelle di presiedere alle cerimonie, amministrare il calendario religioso e scegliere le vergini vestali. Le vestali erano le sacerdotesse della dea Vesta, la dea del focolare domestico, che dovevano sempre tenere acceso il fuoco sacro: facevano solenne voto di castità e di non lasciare mai senza fuoco il sacro focolare, che era il simbolo della potenza romana. Per dieci anni servivano come novizie, per altri dieci come ministre del culto e per gli ultimi dieci come maestre delle novizie.</p>
<p style="text-align: justify;">I <em>censori</em>, due di numero, erano eletti ogni cinque anni dai comizi centuriati: il loro ruolo era quello di redare il censimento, controllando attentamente le proprietà dei cittadini, compilare le liste dei senatori e sorvegliare le pubbliche finanze, gestendo tasse e controllando la qualità dei lavori pubblici. In altre parole, essi svolgevano le istituzioni moderne di controllori dei conti, di guardie di finanza e di censori della popolazione.</p>
<p style="text-align: justify;">I <em>pretori</em> potevano ad arrivare ad essere in sei (uno urbano, uno peregrino e quattro provinciali) detenevano la loro carica per un anno e fra i loro ruoli c’era quello di presiedere il comando dell’esercito, delle province (dopo la prima guerra punica, infatti le conquiste nell’Italia non entrarono mai in una amministrazione provinciale) e controllare la giurisdizione fra cittadini di città e cittadini di campagna.</p>
<p style="text-align: justify;">Gli <em>edili curuli</em> erano eletti dai comizi tributi, erano in due e la loro carica durava un anno: il loro ruolo era quello di organizzare i <em>Ludi maximi</em>, ovvero i giochi che ogni anno si tenevano nella città di Roma.</p>
<p style="text-align: justify;">Gli <em>edili plebei</em> erano eletti dai <em>concilia plebis</em> <em>tributa</em> ogni anno ed erano gli archivisti e tesorieri della plebe, curavano i mercati, gli approvvigionamenti, le strade, i templi e gli edifici pubblici.</p>
<p style="text-align: justify;">I <em>questori</em> arrivarono ad essere in numero di dieci ed erano eletti ogni anno, come gran parte delle cariche della Repubblica, ché volevano evitare ad ogni costo l&#8217;accentramento di potere troppo prolungato nelle mani di una sola persona, sia in termini di istituzioni (divisione del potere e dei compiti) che in termini temporali. I <em>questori</em> avevano il ruolo di amministrare le finanze e controllare il lavoro dei censori.</p>
<p style="text-align: justify;">Infine un&#8217;altra carica importantissima, se non fondamentale nella storia della Repubblica Romana fu certamente quella del <em>tribunato della plebe</em>, composto da due a dieci membri, eletti ogni anno dal <em>concilia plebis tributa</em>, di cui si parlerà sotto. Il tribunato della plebe aveva il diritto di <em>Ius auxilii</em>, ovvero il diritto di soccorrere un plebeo contro il sopruso di un patrizio,<em> e</em> lo<em> Ius intercessionis, </em>noto anche come diritto di veto.</p>
<p style="text-align: justify;">Le assemblee pubbliche in epoca repubblicana furono un altro tassello fondamentale. I <em>comizi curiati</em> erano composti da tutta la cittadinanza, rappresentata da trenta littori (uno per curia). Alla presidenza di questa assemblea c’era un console o un pretore e le competenze assembleari erano quelle di conferire con <em>la lex curiata de imperio</em> il ruolo ai vari magistrati, già analizzati precedentemente.</p>
<p style="text-align: justify;">I <em>comizi centuriati</em> erano composti da tutta la cittadinanza suddivisa in cinque classi per censo. Sostituendo il criterio di suddivisione per stirpe a quello per censo permisero a tutti di presiedere a quest’assemblea. Presieduta anche questa da un console o da un pretore, che badava all’assemblea dei consoli, dei pretori e dei censori. L’attività legislativa era limitata alle materie di diritto internazionale. I <em>comizi tributi</em> composti dalle trentacinque tribù erano composti da tutta la cittadinanza, presieduti da un console o da un pretore. Le tribù erano nate nella fase monarchica di Roma e suddividevano la popolazione per estrazione sociale e per <em>gens</em>. Essi eleggevano <em>i questori</em> e gli <em>edili curuli</em> e, inoltre, avevano commissionata un attività legislativa consultiva.</p>
<p style="text-align: justify;">Infine il <em>concilia plebis tributa</em> era composta dalla plebe e alla presidenza c’erano i tribuni della plebe o gli edili plebei: il loro ruolo era l’elezione dei propri rappresentanti e un attività legislativa che però fino al 237 a.C non ebbe particolare importanza. L’attività legislativa di cui quasi tutte le assemblee erano insignite, era più un “contentino” che un vero e proprio obbligo politico: i componenti delle assemblee avevano il diritto di proporre leggi, ma non avevano potere esecutivo.</p>
<h3 style="text-align: center;" align="center"></h3>
<h3 style="text-align: center;" align="center">Il conflitto tra patrizi e plebei.</h3>
<p style="text-align: justify;">Dal <strong>510 al 287 a.C.</strong> oltre alle numerose guerre, che affronteremo nel prossimo capitolo, ci furono parecchi contrasti molto aspri fra patrizi e plebei.</p>
<p style="text-align: justify;">I problemi della plebe di fronte al ricco ceto degli aristocratici patrizi erano evidenti, ma quello che fece scoppiare la polveriera furono le diverse carestie e crisi economiche, a seguito di vari problemi contingenti come la sconfitta, nel 474 a.C. a Cuma in Campania che dagli etruschi passò in mano a Ierone di Siracusa, causando gravi disagi a livello commerciale per Roma.</p>
<p style="text-align: justify;">Le richieste della plebe non erano irraggiungibili: concernevano una mitigazione delle <strong>norme per la restituzione dei debiti</strong>, una più equa <strong>distribuzione dell’<em>ager publicus</em></strong>, vale a dire i terreni di proprietà dello stato che venivano “prestati” al fine di essere coltivati.</p>
<p style="text-align: justify;">Dal punto di vista politico i plebei rivendicavano una <strong>parificazione dei diritti politici</strong> tra i due ordini. Inoltre chiedevamo la <strong>stesura di una serie di leggi</strong> che potessero proteggere i singoli cittadini non abbienti dal sopruso dei magistrati, spesso troppo autoritari, perché cavillavano sulle leggi a favore della plebe e a favore dei magistrati stessi o dei patrizi.</p>
<p style="text-align: justify;">Tutte queste rivendicazioni sono comprensibili a partire dal fatto che la plebe assume una maggiora coscienza di sé all’interno della città di Roma e dell’ancora piccolo Stato Romano.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel <strong>494 a.C</strong>. la plebe, esasperata dalla crisi, ricorse ad una potente arma che si rivelerà essere a tratti vincente ed efficace: indisse una sorta di sciopero generale, con punto di raduna sull’Aventino, che lasciò la città priva della forza lavoro e, soprattutto, indifesa dalle aggressioni esterne. Era, infatti, la plebe quella che garantiva la sicurezza e anche, in un certo senso, il materiale di sostentamento della città. Importantissimo il discorso di Menenio Agrippa:</p>
<p style="text-align: justify;">“Una volta le membra dell’uomo, constatando che lo stomaco se ne stava ozioso [ad attendere cibo], ruppero con lui gli accordi e cospirarono tra loro decidendo che le mani non portassero cibo alla bocca, né che, porto, la bocca lo accettasse, né che i denti lo confezionassero a dovere. Ma mentre intendevano domare lo stomaco, a indebolirsi furono anche loro stesse, e il corpo intero giunse a deperimento estremo. Di qui apparve che l’ufficio dello stomaco non è quello di un pigro, ma che, una volta accolti, distribuisce i cibi per tutte le membra, e quindi tornarono in amicizia con lui. Così senato e popolo, come fossero un unico corpo, con la discordia periscono, con la concordia rimangono in salute.”[1]</p>
<p style="text-align: justify;">La plebe nel <strong>471 a.C.</strong> si dotò per la prima volta dei primi organismi istituzionali effettivi: il primo fra tutti fu la <em>concilia plebis tributa</em>. Vennero scelti dei rappresentanti esecutori della volontà di questa assemblea: i tribuni della plebe. Essi avevano lo <em>Ius auxilii</em>, ovvero il diritto di andare in soccorso di un cittadino contro l’azione di un magistrato, da cui molto probabilmente, in seguito, nascerà il diritto di veto sopra ogni provvedimento, chiamato <em>Ius intercessionis</em>.</p>
<p style="text-align: justify;">La plebe riuscì a far valere a livello “statale” questi nuovi organi da loro creati e cominciarono a lavorare nella stesura di un codice di leggi scritte.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel <strong>451 a.C.</strong> venne nominata una commissione composta di dieci uomini, da qui il nome <strong>decemvirato</strong>, tutti patrizi che ebbero il ruolo di stilare delle leggi e un codice giuridico. In questi anni il potere passò totalmente nelle mani dei dieci uomini in modo che non avessero veti e pareri contrari nel frattempo: stilarono così le <strong>leggi delle XII tavole</strong> dove è rintracciabile una influenza del codice giuridico greco, giunto a Roma o dall’Italia meridionale e dalla Sicilia oppure da improbabili ambascerie citate da fonte non attendibili.</p>
<p style="text-align: justify;">Alla plebee, a partire dal <strong>444 a.C.</strong>, fu riconosciuta (previa autorizzazione del senato) la possibilità di affiancare al consolato due <strong>tribuni della plebe</strong> che avevano pari poteri agli altri consoli con la differenza che non potevano trarre gli <em>auspicia</em>. I due consoli, in possesso del diritto agli<em> auspicia </em>ed esclusivamente patrizi, potevano essere dunque affiancati dai tribuni consolari.</p>
<p style="text-align: justify;">Tuttavia anche se era stato promulgato un codice di leggi scritte, i problemi politici ed economici rimanevano. Per sciogliere questo nodo, era necessario una nuova riforma che modificasse l’ordinamento repubblicano.</p>
<p style="text-align: justify;">Un iniziativa riformista si ebbe nel <strong>376 a.C.</strong> quando i due tribuni consolari Caio <strong>Licinio </strong>Stolone e Lucio <strong>Sestio</strong> Laterano, ricchi esponenti di famiglie plebee, decisero di presentare un ambizioso progetto e proposte di rilievo per il problema dei debiti, la distribuzione delle terre di proprietà statale e l’accesso dei plebei al consolato. Dopo qualche anno in cui i consoli patrizi riuscirono ad ostacolare i due tribuni consolari attraverso lo <em>ius intercessionis</em> di qualche altro tribuno, nel <strong>367 a.C.</strong> complice anche l’aiuto del dittatore Marco Furio Camillo, chiamato dalla guerra contro Veio per risolvere anni di anarchia politica, le proposte di Licinio e Sestio diventarono legge, con il nome di <strong><em>Leges Liciniae Sextiae</em></strong>. Queste prevedevano l’abolizione degli interessi sui debiti già contratti, la massima estensione di <em>ager publicus</em> che poteva andare in mano a un privato era di cinquecento iugeri (circa centoventicinque ettari); sancivano infine l’abolizione del tribunato militare con funzione consolare e la completa reintegrazione delle figure dei due consoli a capo dello stato, dei quali uno doveva essere necessariamente plebeo. Dunque nel momento dell’approvazione di queste leggi ci furono una sempre più alta tendenza alla parità di diritti fra patrizi e plebei.</p>
<p style="text-align: justify;">Altre leggi furono stilate ma l’ultima di importantissimo valore, ché diede fine al potere assoluto dei patrizi, fu la <strong><em>lex Hortensia</em></strong> che stabiliva la validità, per tutta la cittadinanza, dei plebisciti dell’assemblea della plebe. Correva l’anno <strong>287 a.C.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">La <strong><em>Lex Canuleia</em></strong> prevedeva la possibilità dei matrimoni misti fra patrizi e plebei.</p>
<p style="text-align: justify;">A partire da questi anni il patriziato, inteso come classe sociale, si sostituì di fronte alla formazione di una nuova aristocrazia formata dalle famiglie plebee più ricche e influenti e dalle stirpi patrizie che meglio avevano saputo adattarsi alle nuove riforme. A questo nuovo ceto si dà il nome di<em> <strong>nobilitas</strong></em> e gli appartenenti erano dette <strong><em>homines novi</em></strong>, come Caio Mario, uomo centrale nella storia Romana.</p>
<h3 style="text-align: center;" align="center"></h3>
<h3 style="text-align: center;" align="center">La conquista dell’Italia: guerre contro i popoli italici</h3>
<p style="text-align: justify;">Nel primo periodo di vita della Repubblica romana, oltre ai numerosi scontri fra patrizi e plebei, vi furono numerosi conflitti con le popolazioni confinanti: dapprima con i <strong>Latini</strong>, in seguito con i <strong>Volsci</strong>, <strong>Equi</strong> e <strong>Sabini</strong>.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel <strong>496 a.C.</strong> ci fu la prima &#8220;storica&#8221; guerra contro la Lega Latina presso il lago Regillo a metà strada fra Tivoli e Roma. Lo scontro si conclusa a favore di Roma, sebbene con una vittoria incerta.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel <strong>493 a.C.</strong> venne stipulato dal console Spurio Cassio il <em>foedus Cassianum</em> nel quale le due parti (latini e romani) si impegnavano a non attaccarsi fra di loro e ad aiutarsi in caso di necessità. Agli alleati, inoltre, Roma riconosceva lo <em>ius connubii</em>, lo <em>ius commercii</em> e lo<em> ius migrationis:</em> tutti e tre Ius, diritti, permettevano alla popolazione romana di potersi unire nel sacro vincolo del matrimonio, di poter commerciare con la popolazione italica e viceversa, inoltre i cittadini italici potevano migrare legalmente nella città di Roma.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel <strong>486 a.C.</strong> Roma stipulò un accordo simile con gli Ernici, una popolazione che confinava con Equi e Volsci. Queste due alleanze furono fondamentali per fronteggiare la minaccia che arrivava dalle popolazioni non alleate. A più riprese, dal 490 al 430 a.C. i Romani erano ostacolati nell’espansione a nord, dalla ricca e fiorente città etrusca Veio. Inoltre, spesso, subivano delle sortite da parte delle popolazioni rivali e l’esito fu quasi sempre favorevole verso Roma: si trattava per lo più di scorribande di piccoli gruppi semi nomadi che, perlopiù in tempi di carestia, cercavano risorse nelle razzie dei piccoli villaggi della Lega Latina.</p>
<p style="text-align: justify;">Il contrasto tra Roma e <strong>Veio</strong> durò per tutto il V secolo a. C. e si concluse solo all’iniziò del secolo seguente: con questa cittadina etrusca distante solo quindici chilometri dall’Urbe, i romani si contendevano il dominio del Tevere. Lo scontro si divise in tre parti, in cui gli eserciti parvero, per lo più, terminare ogni battaglia in una sorta di parità. L’ultimo conflitto si ebbe dal 405 al 396 a.C.: il teatro degli scontri fu presso le mura di Veio che vennero assediate per circa dieci anni dai Romani. Il generale-eroe, come narra Tito Livio, era <strong>Marco Furio Camillo</strong> che dopo aver assediato la città etrusca, la conquistò e, dopo questa vittoria, Roma stabilizzò i suoi confini presso l’attuale Lazio.</p>
<p style="text-align: justify;">Il successo su Veio venne messo da parte all’arrivo da nord di una popolazione celtica: i <strong>Galli</strong>, che si erano insediati nel nord Italia, fondando la loro capitale nell’attuale Milano. I Galli assediarono la città di Chiusi che aveva ricevuto un inconsistente supporto dell’esercito romano arruolato in fretta: i Galli, così, saccheggiarono prima Chiusi, e successivamente Roma, rimasta priva di difese dopo la battaglia sul fiume Allia. Dopodiché ripartirono, probabilmente, alla ricerca di nuovi tesori.</p>
<p style="text-align: justify;">Roma si riprese molto velocemente dall’invasione dei Galli e da quel momento in poi la sua potenza iniziò un processo di accrescimento che poche volte verrà fermato da qualche impavida popolazione barbara.</p>
<p style="text-align: justify;">L’espansione territoriale di Roma ebbe inizio con la sottomissione dei popoli dell’Italia centrale: Bruzi, Lucani e, in particolare, i <strong>Sanniti</strong>, con i quali ebbe da fronteggiarsi per tre volte prima di riuscire a sottometterli. I Sanniti videro anno dopo anno il loro territorio disgregarsi con l’insediamento via via di colonie romane come ad esempio Venosa. La pace venne siglata nel 290 a.C.</p>
<p style="text-align: justify;">Negli anni successivi, Roma sottomise altre popolazioni più piccole come ad esempio quella dei Petruzzi. Importantissima fu la fondazione della colonia di Rimini nell’<em>ager</em> che un tempo apparteneva ai Galli senoni: questa colonia apriva le porte ai romani verso la pianura padana.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel III secolo a.C. Roma venne a contatto con le popolazioni della Magna Grecia che si trovavano in un periodo di forte decadenza a causa delle continue scorribande delle popolazioni italiche e dunque chiedevano protezione alla città di Roma. L’unica città che, invece, rimaneva florida e prosperosa e che temeva la forza dei romani, era <strong>Taranto</strong>. Un primo accordo fra queste due città venne stipulato nel IV secolo: Roma prometteva di non superare con la propria flotta il capo Licinio, lasciando il traffico nel mare adriatico in mano ai tarantini. Nel <strong>282 a.C.</strong>, tuttavia, una città greca che sorgeva sulle rive calabresi del golfo, Turi, minacciata dai lucani, chiese aiuto a Roma che inviò soldati nel villaggio e navi nel golfo. Taranto si sentì oltraggiata nell’accordo contratto qualche decennio prima e distrusse la flotta romana e annientò successivamente il contingente di Turi; l’aristocrazia tarantina chiamò <strong>Pirro, re dell’Epiro</strong>, un fido alleato, che, difensore dei “greci d’occidente”, aveva le sue mire espansionistiche verso la Trinacria, l&#8217;attuale Sicilia.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel <strong>280 a.C.</strong> Pirro sbarca a Taranto a capo di 22.000 uomini, 3.000 cavalieri e 20 elefanti. I romani furono sconfitti nei primi due scontri ad Eraclea e ad Ascoli Satriano. Nel frattempo Pirro, sistemati “i conti” con Roma, si diresse verso la Sicilia per difendere le città greche dai cartaginesi, all’epoca dominatori nell’isola e alleati di Roma.</p>
<p style="text-align: justify;">Al suo rientro in Italia, Pirro venne affrontato e costretto alla resa dai romani a <em>Maleventum</em> nel <strong>275 a.C.</strong> e, preso atto della forza di Roma, il re dell’Epiro rinunciò alle conquiste e rientrò nel proprio regno lasciando un contingente a Taranto che, comunque, presto venne iscritta fra i <em>socii</em> di Roma.</p>
<p style="text-align: justify;">Per riuscire a dominare un territorio, ormai, molto vasto che andava dall’Arno fino alla Calabria, Roma si impegnò nell’impedire ogni tentativo d’accordo fra le popolazioni sottomesse. Le città sottomesse furono divise in <strong>prefetture, municipi, città federate e colonie</strong>.</p>
<h3 style="text-align: justify;" align="center"></h3>
<h3 style="text-align: center;" align="center">La conquista del Mediterraneo: le guerre puniche</h3>
<p style="text-align: justify;" align="center"> <strong>Prima guerra punica (264 – 241 a.C.)</strong></p>
<p style="text-align: justify;">La vittoria su Pirro e la resa di Taranto impose l’ingresso di Roma tra le potenze del Mediterraneo. Infatti, nel <strong>264 a.C</strong> Roma controllava ormai tutta l’Italia peninsulare, fino allo stretto di Messina. In quest’area di fondamentale importanza economica e strategica gli interessi di Roma impattarono per la prima volta contro quelli di Cartagine.</p>
<p style="text-align: justify;">La causa del primo vero conflitto fu offerta dai <strong>Mamertini</strong>, mercenari di origine italica, che congedati dal re di Siracusa, Agatocle, occuparono con la forza Messina vivendo di saccheggi e razzie.</p>
<p style="text-align: justify;">I siracusani non gradirono quest’azione mamertina, e, così, guidati dal generale <strong>Ierone</strong>, inflissero una grave sconfitta ai mamertini, avanzando verso Messina. I Mamertini chiesero un aiuto ad una flotta cartaginese di passaggio nelle acque di Messina che non rifiutò l&#8217;aiuto ai mercenari: i Cartaginesi non vedevano di buon occhio, infatti, la conquista di Messina da parte dei siracusani. Così i cartaginesi scacciati i siracusani si impadronirono della città sullo stretto.</p>
<p style="text-align: justify;">I Mamertini stanchi della tutela dei cartaginesi, nella quale intravedevano più una fortezza per la costruzione di un avamposto punico, chiesero aiuto a Roma la quale non senza stenti accettò di dargli un aiuto. Era chiaro che così facendo Roma si sarebbe procurata le inimicizie di Cartagine e Siracusa, imponendo una condizione di pericolosa alleanza tra due delle tre principali potenze del mediterraneo centrale.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Cartagine</strong> era una florida città, fondata dai Fenici di Tiro nell’odierna Tunisia ed era al centro di un vasto impero che si estendeva dalle coste dell’Africa settentrionale fino a quelle della Spagna meridionale, dalla Sardegna fino alla Sicilia. Grazie ai suoi mezzi finanziari, aveva a disposizione grossi eserciti mercenari e flotte potenti.</p>
<p style="text-align: justify;">I romani riuscirono a respingere da Messina sia i cartaginesi che i siracusani e stilata un’alleanza con il re Ierone, si spinsero verso la grande base cartaginese di Agrigento che divenne un importante baluardo romano.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel <strong>260 a.C.</strong> ci fu un’importante battaglia navale presso <strong>Milazzo</strong>: non dimentichiamoci, infatti, che Cartagine era ancora padrona dei mari e Roma voleva diminuirle la forza, se non del tutto abbattergliela. Così il console <strong>Caio Duilio</strong>, grazie anche all’uso di potenti navi (quinqueremi costruite grazie all’ausilio dei <strong><em>socii navales</em></strong>) dotate dei cosiddetti &#8220;corvi&#8221;, degli speroni, sconfisse la flotta cartaginese.</p>
<p style="text-align: justify;">A questo punto Roma pensò di affondare definitivamente il potere cartaginese attaccandolo proprio nelle terre africane. Nel <strong>256 a.C.</strong> sbarcò con quattro legioni il console <strong>Marco Attilio Regolo</strong>, che, se in un primo tempo riuscì a mettere in difficoltà l’esercito cartaginese sul proprio suolo, successivamente nel 255 a.C. venne duramente battuto da un esercito cartaginese, comandato dal mercenario spartano Santippo. Anche la flotta (composta da oltre 330 navi di cui 235 da guerra) fu distrutta negli anni successivi in seguito ai naufragi nelle battaglie di Capo Pachino e Trapani.</p>
<p style="text-align: justify;">Roma era in una grave crisi finanziaria e la ricostruzione di una flotta e di un esercito appariva molto complicata, ma aumentate le tasse e chiesti maggiori sforzi e aiuti ai <em>socii navales</em>, Roma riuscì a ricompattare un esercito formato da duecento navi che si batterono in uno scontro finale e decisivo presso le <strong>Isole Egadi nel 241 a.C</strong>.</p>
<p style="text-align: justify;">Roma ne uscì vittoriosa seppur con gravissime perdite. In compenso, la Sicilia diventerà dominio dell&#8217;<em>urbe</em>, territorio ricco e potente, che sarà fondamentale negli anni a venire: infatti, l’Isola era un “<strong>granaio</strong>”, vale a dire una che lì si concentrava una grande produzione di grano, e, divenuta una <strong>provincia</strong>, fu costretta a pagare un tributo annuale che andava a rimpinguare le tasse dello Stato Romano.</p>
<p style="text-align: justify;">Pochi anni dopo nel 237 a.C. dopo la Sicilia, si aggiunsero nuove province: la Sardegna, la Corsica e la Gallia Cisalpina.</p>
<p style="text-align: justify;">Le province erano affidate ai <strong>pretori</strong>, di cui analizzeremo più avanti le mansioni.</p>
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<p style="text-align: justify;" align="center"><strong>Tra le due guerre (241 – 218 a.C.)</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Prima di parlare della seconda guerra punica, dobbiamo analizzare il periodo di intermezzo che passa da una guerra all’altra. Il periodo che va dalla fine di una guerra all’altra, infatti, vide un consolidamento delle posizione delle due potenze, Roma e Cartagine: Cartgine durante i primi anni dopo la sconfitta della prima guerra Punica, trascorse diversi momenti drammatici. Spossata dal pesante tracollo finanziario, dovuto anche al pagamento degli <strong>indennizzi di guerra</strong> a Roma, non poteva più permettersi di pagare il suo esercito di mercenari che, più volte si ribellò ai generali cartaginesi. Solo <strong>Amilcare Barca</strong> riuscì a fermare queste ribellioni.</p>
<p style="text-align: justify;">Pochi anni dopo l’impresa sui cartaginesi, Roma intervenne nel Mare Adriatico impegnandosi nel contrastare i <strong>pirati illirici</strong> che minacciavano il commercio nei porti italici. Dopo diverse guerre (chiamate guerre illiriche) e diversi scontri, Roma si assicurò il controllo del Mare Adriatico, fermandosi, però, al confine con la Macedonia.</p>
<p style="text-align: justify;">Maggiori sforzi richiese la conquista dell’<strong>Italia Settentrionale </strong>e dell’<em>ager gallicus</em> appartenente ai Galli Senoni. Questi ottennero qualche successo, ma Roma aveva capito che il controllo della Pianura Padana era fondamentale per poter dominare le popolazioni che venivano dal nord. La breve ma violenta campagna militare terminò quando Roma conquistò Mediolanum agli Insubri e fondò due importanti città: <strong>Piacenza</strong> e <strong>Cremona</strong> e, inoltre, costruì diverse strade molto importanti, come la via Emilia, che partiva da Rimini per terminare a Piacenza; la via Flaminia che da Rimini portava a Roma; e la via Postumia che da Genova portava ad Aquileia.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel frattempo i generali cartaginesi, Amilcare Barca e Asdrubale, conquistarono la parte della Spagna che va dalle colonne d’Ercole (stretto di Gibilterra) fino al <strong>fiume Ebro</strong>. I Romani non si opposero di fronte alla conquista della penisola iberica, pensando che avrebbero distolto i Punici dalla riconquista della Sicilia. Tuttavia, Roma stipulò un accordo con Asdrubale il quale si impegnava a non superare con le proprie truppe il fiume Ebro. La situazione degenerò quando <strong>Annibale</strong>, figlio di Amilcare, assediò <strong>Sagunto</strong> una città alleata di Roma. Roma valutò quest’attacco come una violazione dei patti stipulati: la seconda guerra punica scoppiò qualche anno dopo.</p>
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<p style="text-align: justify;" align="center"><strong>La seconda guerra punica (218 – 201 a.C.)</strong></p>
<p style="text-align: justify;">La sconfitta del 241 a.C. e, soprattutto, l’umiliazione di vedersi sfilare la Sardegna avevano creato a Cartagine un forte risentimento e sentimento di vendetta nei confronti di Roma. Questo risentimento trovava espressione nella famiglia dei <strong>Barca</strong>.</p>
<p style="text-align: justify;">Annibale, succeduto giovanissimo al padre, trovandosi privo di mezzi navali concepì l’audace piano di penetrare in Italia attraverso le Alpi con un piccolo ma agguerrito esercito. Un piano bellico ingegnoso e progettato alla distruzione di Roma e del suo prestigio. L&#8217;intervento, tuttavia, si fondava su un pericoloso gioco d&#8217;azzardo: far insorgere i popoli italici oppressi. La strategia di Annibale era straordinariamente moderna, la cui audacia ricorda quella di altri grandi generali che fondarono le proprie conquiste sulle possibilità offerte tra i dissensi tra le popolazioni dominate e il dominatore.</p>
<p style="text-align: justify;">Lasciata la Spagna al fratello Asdrubale, Annibale partì con un esercito di Numidi (attuali Algeria-Tunisia centrale), Iberi (ispanici) e Libici con un contingente di quaranta elefanti. Valicati i Pirenei e la valle del Rodano, arrivò il momento di valicare le Alpi, correndo gravi pericoli e giocandosi la prima parte della scommessa: valicare le Alpi con degli elefanti e un esercito di uomini africani era una mossa audace ma anche aleatoria, celebre è la descrizione di Tito Livio del passaggio di Annibale. Ma, alla fine, il rischio corso ripagò i punici: all’improvviso i romani si ritrovarono nella Gallia Cisalpina questo enorme esercito di Annibale e il primo confronto si ebbe sul fiume <strong>Ticino</strong>, dove l’esercito di Publio Scipione perse clamorosamente. Lo stesso anno presso il <strong>lago Trasimeno </strong>l’esercito di Caio Flaminio venne annientato. A Roma cominciava a serpeggiare una certa aria di sconforto e l&#8217;idea che l’esercito di Annibale fosse invincibile, soprattutto nelle battaglie campali, nelle quali la potenza militare Romana aveva sempre giocato le sue carte vincenti (si pensi alla prima guerra Punica, vinta su scontri epocali): era questo il pensiero dell’ex console, nominato dittatore, <strong>Quinto Fabio Massimo</strong> in seguito detto <strong><em>Cunctator</em></strong>, il temporeggiatore, proprio perché volle aspettare le mosse di Annibale, prima di giocarsi qualunque tipo di controgioco. Massimo decise che era necessario bloccare i rifornimenti di Annibale dalla Spagna. E, così, nel <strong>211 a.C.</strong> Gneo Cornelio Scipione bloccò con il suo esercito gli approvvigionamenti spagnoli di Annibale.</p>
<p style="text-align: justify;">Finito il periodo di dittatura di Fabio Massimo, il comando fu affidato ai consoli Lucio Paolo Emilio e a Terenzio Varrone che, non trovando subito un accordo su come affrontare i cartaginesi, decisero di attaccare l’esercito di Annibale presso <strong>Canne</strong>, dove gli eserciti dei due consoli congiunti persero miseramente, accerchiati dall’esercito cartaginese, inferiore di numero ma evidentemente meglio organizzato. La battaglia di Canne entrò nella storia militare: la tattica dell&#8217;accerchiamento, da sempre conosciuta, divenne canonizzata dall&#8217;abilità strategica di Annibale.</p>
<p style="text-align: justify;">La guerra pareva ormai perduta per Roma: in effetti, molte comunità italiche si erano distaccate dalla capitale, il figlio di Ierone di Siracusa, Ieronimo, si era alleato con Annibale e così pure Filippo V di Macedonia con cui Roma aveva rapporti ostili. La strategia di alto livello di Annibale, coadiuvata da una capacità tattica notevole, iniziava a dare i suoi frutti.</p>
<p style="text-align: justify;">Tuttavia la politica attendista a livello globale e fatta di agguati a livello militare, fece sì che Roma poté ricuperare, seppure lentamente, tutti gli “staterelli” del centro Italia. Roma, dunque, non giaceva inoperosa di fronte all&#8217;apparente sconfitta e Annibale, forse timoroso di attaccare la città che non perdeva una guerra da tempi immemorabili, Stato che aveva battuto più volte i punici, preferì attendere piuttosto che varcare le soglie del dubbio e incedere trionfale verso la capitale: in questi casi, infatti, non bisogna perdere tempo giacché, come osservò un generale dell&#8217;ottocento e non senza le sue buone ragioni, un esercito in campagna militare ha un &#8220;attrito&#8221; due volte superiore sul morale e sulla stanchezza fisica, rispetto ai soldati avversari ché giocano in casa e, dunque, col favore della conoscenza del territorio e delle genti, ché lottano per salvar la vita e la casa e non per la gloria. Nel 211 a.C. Capua venne riconquistata e così pure Taranto e Siracusa, entrambe cadute in mano cartaginesi. Con cinquanta quinquiremi nel Mar Adriatico Roma si assicurò una buona protezione contro la flotta di Filippo V.</p>
<p style="text-align: justify;">La svolta cruciale nella guerra si ebbe nella lontana Spagna, quando Publio Cornelio Scipione, unitosi al germano Cneo, impedì ad Annibale di ricevere aiuti da questa regione: così Roma riconquistò la Spagna e tagliava l&#8217;eventuale ritirata di Annibale e i principali mezzi di sostentamento del suo esercito. Dopodiché, a seguito della grande vittoria, il comando fu affidato a <strong>Publio Cornelio Scipione </strong>con l’incarico di un’azione decisiva. Con l’aiuto delle città alleate, Scipione l&#8217;Africano allestì una flotta in Sicilia e nel <strong>204 a.C.</strong> sbarcò in Africa presso <strong>Utica</strong> dove, con l’aiuto del re numida Massinissa, inflisse all’esercito cartaginese perdite tali da rendere necessario il ritorno di Annibale dall’Italia. Lo scontro decisivo si ebbe nei pressi di <strong>Zama</strong>.</p>
<p style="text-align: justify;">Il trattato di pace siglato nel <strong>201 a.C.</strong> prevedeva la consegna di tutta la flotta cartaginese, tranne dieci navi, e il pagamento di una fortissima indennità. In più Cartagine avrebbe dovuto riconoscere il regno di Massinissa (Tunisia-Algeria centrale) e rinunciare ad ogni possesso nel Mediterraneo.</p>
<p style="text-align: justify;" align="center">
<p style="text-align: justify;" align="center"><strong>La terza guerra punica (149 – 146 a.C.)</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Dopo la seconda grande ripresa dei cartaginesi, all’interno di Roma la classe politica andava sostenendo il progetto della distruzione totale della città di Cartagine (<strong><em>Ceterum censeo Carthaginem esse delendam</em></strong> le parole celebri di Catone, parole che, con la loro drastica brutalità, esprimono molto dell&#8217;animo pratico e militarista della Roma di ogni tempo).</p>
<p style="text-align: justify;">Il pretesto dell&#8217;azione decisiva, pretesto reso necessario dal burocratismo proprio della civiltà Romana, fu offerto dall’attacco portato di Cartagine contro Massinissa, re dei Numidi. Questo andò contro i trattati di pace stilati dopo la Seconda Guerra Punica e Roma ne approfittò per dichiarare guerra nel <strong>149 a.C.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Cartagine si arrese immediatamente ma le condizioni di pace dettate dai Romani furono molto più dure delle precedenti: i Romani avrebbero, comunque, distrutto la città, lasciando vivi gli abitanti.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel <strong>146 a.C. </strong>il territorio dei cartaginesi divenne ufficialmente Provincia d’Africa e la grandezza dell&#8217;Impero Romano non era mai stata così grande in precedenza.</p>
<p style="text-align: justify;" align="center">
<h3 style="text-align: center;" align="center">La crisi della Repubblica e le guerre civili: dai Gracchi alla battaglia di Azio.</h3>
<p style="text-align: justify;">I cambiamenti economici e politici, soprattutto, alla fine della lunga epoca di conquiste, che vide l’espandersi dell’Impero Romano in Oriente, Occidente e nel Mediterraneo, originarono una crisi che incrinò in profondità i pilastri su cui si basava la società, specie dal punto di vista dei costumi sociali. Inoltre, le continue campagne belliche oltremare avevano tenuto i Romani e gli alleati lontani dalle loro case e dalle loro terre: per questo l’agricoltura in quegli anni ebbe una notevole <strong>crisi di produzione</strong> con un processo di netta decrescita.</p>
<p style="text-align: justify;">La tradizione storiografica (di visione aristocratica) da cui attingiamo le nostre fonti, con una spiccata polemica contro il tribunato della plebe, ha identificato nell’età dei Gracchi la degenerazione dello Stato romano.</p>
<p style="text-align: justify;">Una certa crisi morale è da rivendicare nella profonda diffusione della cultura ellenica (la conquista dell’oriente impose un processo di acculturamento di Roma che vinse sul campo di battaglia ma fu vinta sul piano culturale e filosofico) che determinò la crisi dii valori del <strong><em>mos</em></strong> romano. Cominciarono, inoltre, a diffondersi il piacere per lo svago e per le ricchezze, inopportune secondo l&#8217;<em>aurea mediocritas</em> per cui Roma si era contraddistinta dalla civiltà greca e sempre rivendicò la sua distinzione dagli ellenici per questo giacché l&#8217;Idenità romana si fondava sul riconoscimento dei valori, in fondo, legati al cittadino-contadino, sobrio fondatore di città, soldato e membro delle istituzioni politiche e partecipe delle assemblee pubbliche: l&#8217;Uomo Romano è un essere pratico, il cui pensiero è sempre costantemente rivolto all&#8217;azione per la grandezza di Roma e delle sue istituzioni sociali. Le forme di divertimento sanguinarie, come i giochi con le belve feroci, iniziarono in questo periodo. Disse Catone il vecchio: “<strong>Più il nostro stato si ingrandisce, più temo che queste ricchezze si impadroniscano di noi, piuttosto che noi di loro</strong>.” E si può dire che, dal suo punto di vista, Catone avesse ragione.</p>
<p style="text-align: justify;">Dal punto di vista economico invece, a parte la profonda crisi agricola già citata, uno dei problemi fondamentali fu determinato dall&#8217;accumulo delle ricchezze durante le conquiste delle nuove province,che furono divise solo fra gli aristocratici, i generali e le proprie legioni. Si divisero, inoltre, buona parte dell’<em>ager publicus </em>conquistato, pervenendo alla formazione di veri e propri <strong>latifondi</strong>, che, secondo molti, costituirono la base della ricchezza di pochi e della povertà di molti, rendendo impossibile una coltivazione intensiva della terra e lo sprono al miglioramento delle tecniche agricole che, sebbene avanzate per l&#8217;epoca, non ebbero poi un ulteriore sviluppo.</p>
<p style="text-align: justify;">I piccoli proprietari terrieri, esclusi da questa spartizione, furono sfruttati e costretti a lavorare nei latifondi in cambio di minimi salari.</p>
<p style="text-align: justify;">Il moltiplicarsi delle tenute a personale schiavile e il dilatarsi delle zone destinate al pascolo, crearono il presupposto per il ripetuto esplodere di rivolte servili.</p>
<p style="text-align: justify;">L’economia che fino a qualche secolo prima era stata basata sullo sfruttamento agricolo e pastorale delle proprie terre, passò ad essere un’economia basata sulla ricezione dei <strong>tributi</strong> e sugli <strong>indennizzi</strong> delle popolazioni sottomesse e delle province.</p>
<p style="text-align: justify;">Tutto questo cambiamento di scenari venne accompagnato anche da una profonda crisi politica. Non c’erano più gli equilibri giusti per mantenere contente le varie fazioni politiche: infatti dalla <em>nobilitas</em>, scaturirono due posizioni, quella degli <strong><em>optimates</em></strong> e quella dei <strong><em>populares</em></strong>. Gli <em>optimates</em> si definivano <em>boni</em> ovvero gente dabbene che manteneva i sani principi del <em>mos maiorum</em>: erano la parte dell’aristocrazia conservatrice. I <em>populares</em>, invece, si consideravano i difensori dei diritti del popolo e proponevano una politica riformatrice.</p>
<p style="text-align: justify;" align="center">
<h3 style="text-align: center;" align="center"><strong>I Gracchi: da Tiberio a Caio (133 – 121 a.C.)</strong></h3>
<p style="text-align: justify;">La situazione di crisi della repubblica rese necessaria una riforma che affrontasse i gravi problemi, emersi dopo anni di guerre, in particolare quelli legati al latifondismo. Il primo a tentare di avanzare l’idea di una <strong>riforma agraria</strong> fu <strong>Tiberio Gracco</strong>, che attraversando l’Etruria pare che rifletté su come quelle terre un giorno erano state terre coltivate da liberi contadini, mentre al suo tempo, invece, erano degli immensi latifondi in mano a pochi uomini schiavisti.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel <strong>133 a.C.</strong> Tiberio fu nominato tribuno della plebe e il suo progetto, che riprendeva in parte i punti toccati dalle Leggi <em>Liciniae Sextiae</em>, propose ai comizi tributi che ogni proprietario terriero non potesse possedere più di 500 iugeri di agro (circa 125 ettari, comunque, una grande cifra!) con l’aumento di 250 iugeri per ogni figlio, fino a un massimo di 1000. I possedimenti che superavano questa estensione dovevano essere restituiti allo Stato e distribuiti in piccoli appezzamenti ai cittadini più poveri da un <em>triumviro adepto</em>. Poteva così essere ricostituito il ceto dei <strong>piccoli proprietari terrieri</strong>. Com’è immaginabile i grandi proprietari terrieri si sentirono attaccati direttamente nei loro interessi e privati delle terre che consideravano proprie e l’oligarchia dominante ritenne, quindi, di doversi opporre. Ci furono numerosi tumulti in seguito all’approvazione della legge, tramite i comizi tributi: in uno di questa Tiberio fu assassinato.</p>
<p style="text-align: justify;">Dopo qualche anno di intermezzo in cui i tribuni dovettero occuparsi del malcontento degli alleati italici, nel <strong>123 a.C.</strong> fu eletto tribuno della plebe <strong>Caio Gracco</strong>, fratello di Tiberio, e componente della commissione agraria. Ritoccò la legge agraria e la perfezionò. Inoltre una <strong>legge frumentaria</strong>, mirante a calmierare il mercato, assicurò ad ogni cittadino residente a Roma una quota di grano mensile a prezzo agevolato. Il grano, per lo più siciliano e sardo, veniva immagazzinato in grandi granai chiamati <strong><em>horrea sempronia</em></strong>.</p>
<p style="text-align: justify;">Caio non si limitò a perfezionare la legge agraria: con una legge giudiziaria, infatti, volle riservare ai cavalieri, gli<strong><em> equites</em></strong>, il controllo dei tribunali permanenti, i cosiddetti <strong><em>quaestiones perpetuae</em></strong>, a cui erano affidati i processi di concussione e che perseguivano le estorsioni dei magistrati nelle province. Ai cavalieri fu inoltre affidato il compito della riscossione dei tributi e delle tasse nelle province asiatiche.</p>
<p style="text-align: justify;">Partito per la costruzione di una nuova colonia in Africa, la nuova Cartagine, Caio dovette assentarsi necessariamente dalla città; in questi anni l’oligarchia diede il potere a un nuovo tribuno, <strong>Marco Livio Druso</strong>. Egli modificò nettamente la politica proposta da Caio con la fondazione di ben dodici colonie. Al ritorno di Caio nel 122 a.C. resosi conto che la situazione politica era ben cambiata, non rieletto al tribunato e, a seguito a numerosi tumulti, si fece uccidere da un suo schiavo fedele. Qui finì l’era dei Gracchi, che lasciò una profonda ferita e lacerazione all’interno della Repubblica. Con la morte di Caio si rafforzò il prestigio del senato, le classi popolari videro allontanarsi le loro ambizioni di emancipazione e la riforma agraria non venne del tutto smantellata, ma modificata ampiamente da renderla quasi nulla.</p>
<p style="text-align: justify;">
<h3 style="text-align: center;" align="center"><strong>Gli anni successivi ai Gracchi</strong></h3>
<p style="text-align: justify;">Gli anni successivi alla morte dei Gracchi videro un assestamento della <em>nobilitas</em> in senato. Inoltre, videro un importante riordino a livello provinciale e commerciale dello stato, con la fondazione di parecchie colonie come <em>Aquae Sextiae</em> (Aix en Provance), <em>Narbo Martius</em> e un consolidato possesso delle isole verso la Spagna, Corsica e Sardegna e dal 123 a.C. anche le Baleari facevano parte del dominio romano: a Maiorca furono fondate Palma e Pollenzia. Nel contempo ci furono ripetute campagne militari contro le tribù illiriche della Dalmazia.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel <strong>112 a.C.</strong> il senato romano si vide costretto a dichiarare guerra a <strong>Giugurta</strong>, re della Numidia: questo re aveva infatti assassinare i commercianti romani e italici che risiedevano nel suo regno, che era d’altronde una provincia romana. Un’altra minaccia era rappresentata dai <strong>Cimbri</strong> e dai <strong>Teutoni</strong> ai confini settentrionali dell’Italia. Per affrontare la guerra giugurtina i popolari riuscirono a far eleggere console Caio Mario, privo di parenti illustri ma ideale di uomo politico; per affrontare i problemi di politica estera e per ovviare al problema della difficoltà nell’arruolamento di legionari, aprì <strong>l’arruolamento volontario</strong> ai <em>capite censi</em>, cioè nei confronti di quelli che erano iscritti al registro censitario solo per la propria persona, ovvero i nullatenenti. Con il suo nuovo esercito Mario ritornò in Africa, ma gli occorsero comunque tre anni prima di mettere fine al conflitto, vittoriosamente, contro Giugurta: in realtà, si trattò di una vittoria arrivata tramite patti diplomatici, tradimenti e, grazie, soprattutto all’opera di Lucio Cornelio Silla, che riuscì a catturare Giugurta dopo aver convinto il Re Bocco, reggente di uno stato a sud della provincia Romana d&#8217;Africa, il quale, prima alleato di Giugurta, lo tradisce consegnando Giugurta stesso a Silla e a Mario, dopo aver ben ponderato che la potenza romana fosse da temere maggiormente che il Numida. La Numidia orientale fu così assegnata a un nipote di Massinissa, fedele a Roma.</p>
<p style="text-align: justify;">Mario si trovò a dover risolvere, come già detto, anche l’invasione di due popolazioni: i Cimbri che, probabilmente, provenivano dall’odierna Danimarca e i Teutoni, insediati nella zona dell’Holstein. Numerosi furono i tentativi di attacco dei romani, ma fallirono miseramente: prima a Noreia, poi ad Arausio nel <strong>105 a.C.</strong>. Mentre a Roma andava delineandosi un generale senso di disappunto verso l’incapacità dei generali di origine nobiliare, Mario provvide a riorganizzare l’esercito, per cui ogni legione risultò essere articolata non più in piccoli gruppi composti da trenta persone, ma in dieci coorti composte da circa seicento uomini: un cambiamento di grande dimensione  e portata! Mario fu coadiuvato da due suoi luogotenenti, Lucio Cornelio Silla e Quinto Sertorio. Così quando i Germani ricomparvero nel <strong>103 a.C.</strong> i Romani furono in grado di contrastarli con due grandi vittorie prima ad <em>Aquae Sextiae</em> e successivamente ai Campi Raudii presso <em>Vercellae</em> (probabilmente l’attuale Vercelli o una omonima località nel veneto).</p>
<p style="text-align: justify;" align="center">
<h3 style="text-align: center;" align="center"><strong>La guerra sociale</strong></h3>
<p style="text-align: justify;">Il decennio successivo si aprì tra forti tensioni politiche e sociale, processi e rese dei conti tra le parti che si erano contrapposte durante le guerre giugurtine e germaniche ed i ripetuti consolati di Caio Mario. In questa atmosfera fu eletto fra i tribuni della plebe <strong>Marco Livio Druso</strong> nel <strong>91 a.C</strong>.. Egli cercò di riprendere le politiche riformiste dei Gracchi a favore dei ceti meno abbienti e dei cavalieri: promulgò una legge agraria volta alla distribuzione, a un prezzo politico, di grano. Distribuì nuovi appezzamenti di terra e costruì nuove colonie. In altro campo restituì il tribunale di concussione ai senatori, proponendo però l’ammissione dei cavalieri (<em>Equites</em>) in senato, aumentato da trecento a seicento membri. Infine propose la concessione della <strong>cittadinanza romana agli alleati italici</strong>. Ancora una volta come al tempo dei Gracchi l’opposizione fu forte tanto che Druso venne assassinato: ma ormai i contatti per la cittadinanza agli italici erano molto forti e seppur la proposta non era diventata legge, gli italici pretendevano il diritto della cittadinanza.</p>
<p style="text-align: justify;">Per <em>guerra sociale</em> si intende la guerra contro i <em>socii </em>italici, ovvero le popolazione alleate di Roma, che rivendicavano e richiedevano la cittadinanza romana, per ottenere una serie di privilegi come, ad esempio, le distribuzioni agrarie e frumentarie di cui godevano solo i cittadini romani; un altro importante tassello della rabbia degli italici fu che loro non avevano nessuna parte nelle decisioni politiche, economiche e militari che pur vedevano coinvolti i loro interessi. Gli alleati si resero conto che il senato romano non avrebbe mai accettato le loro richieste e così al capo della rivolta si erano posti le popolazioni dei Marsi e dei Sanniti, che insieme con Apuli, Peligni e Lucani formarono un copioso esercito, impreziosito da un forte motivo per combattere. L’assassinio di Druso fu per gli alleati italici il segnale che non vi era altra possibilità se non quella di uno scontro armato. L’insurrezione partì da Ascoli nel <strong>90 a.C.</strong> quando un pretore e un gruppo di cittadini romani vennero assassinati. La guerra fu molto lunga e sanguinosa: d’altronde i romani si trovarono a combattere con un esercito addestrato alla loro stessa maniera. Per la prima volta lo scontro fu tra eserciti Romani. L’incerto andamento delle operazioni militari fece coltivare a Roma un sentimento di ripensamento nei confronti degli italici, tanto che molti maturavano l’idea di dare la cittadinanza agli italici. Così nel 90 a.C. su proposta del console Lucio Giulio Cesare venne legiferata la <strong><em>lex Iulia de civitate</em></strong> che concedeva la cittadinanza agli alleati rimasti fedeli e alle comunità che avessero deposto le armi. l’anno successivo venne emanata la <strong><em>lex Pompeia</em></strong> che attribuiva il diritto latino alle comunità alleate a nord del Po. La rivolta fu, così, circoscritta, anche se ci fu ancora qualche flebile insurrezione.</p>
<p style="text-align: justify;">Così con la concessione della cittadinanza a tutta l’Italia si inaugurava un nuovo processo di unificazione politica dell’Italia con ripercussioni molto importanti a livello cittadino. Gli interessi di molti cominciarono, dunque, a convergere verso la città. Così Roma diventò un grande centro cosmopolita nel quale si radunavano genti di ogni paese in cerca di pace e fortuna e creando, così, la più grande metropoli dell&#8217;Occidente fino ad anni recentissimi e imponendo condizioni di fermento pressoché ininterrotte.</p>
<p style="text-align: justify;">Così con la concessione della cittadinanza a tutta l’Italia si inaugurava un nuovo processo di unificazione politica dell’Italia con ripercussioni molto importanti a livello cittadino. Gli interessi di molti cominciarono dunque a convergere verso la città! Così Roma andò ad avviarsi verso un grande centro cosmopolita.</p>
<div style="text-align: justify;">
<hr align="left" size="1" width="33%" />
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<p>[1] Traduzione estrapolata dal sito http://deaminerva.blogspot.com/2008/12/menenio-agrippa-e-la-sua-storia.html</p>
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<h3 style="text-align: justify;" align="center"></h3>
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		<title>La guerra di Giugurta. Sallustio.</title>
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		<pubDate>Wed, 15 Feb 2012 18:52:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giangiuseppe Pili</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Impegnare se stessi senza costrutto, lavorare per non procurarsi che inimicizie è insensatezza suprema: a meno che uno non sia dominato da quella passione ignobile e perniciosa che consiste nel sacrificare la propria dignità e libertà al potere di pochi.[1] &#8230; <a href="http://www.scuolafilosofica.com/1436/la-guerra-di-giugurta-sallustio">Continua la lettura <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
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<blockquote>
<p style="text-align: right;">Impegnare se stessi senza costrutto, lavorare per non procurarsi che inimicizie è insensatezza suprema: a meno che uno non sia dominato da quella passione ignobile e perniciosa che consiste nel sacrificare la propria dignità e libertà al potere di pochi.[1]</p>
</blockquote>
</div>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;">La guerra di Giugurta non è un evento storico centrale nella vicenda imperialista Romana né, in senso lato, della politica estera, giacché i Romani non ampliarono di molto i loro confini né il conflitto fu di lunga durata. Né fu importante per la storia degli effetti, come invece fu la conquista della Macedonia e della Grecia o della Gallia. Fu importante, però, per le ripercussioni e per le conseguenze che la guerra ebbe sulla politica interna e sulla composizione dell&#8217;esercito. <span id="more-1436"></span>Sallustio, infatti, storico della decadenza del <em>mos maiorum</em>, cioè degli &#8220;costumi degli antichi&#8221;, rintraccia nella guerra con il numida Giugurta le cause profonde degli avvenimenti politici della crisi della Repubblica: la guerra non fu solo l&#8217;ascesa di Caio Mario, <em>uomo nuovo</em> e <em>popolare</em>, ma anche di Lucio Cornelio Silla, uomo di grandi ambizioni e lussurioso ma anche di grande ingegno e finissima cultura. La guerra di Giugurta segna il momento di passaggio tra il periodo Repubblicano e quello imperiale vero e proprio: periodo di passaggio che imporrà, alla fine, Caio Giulio Cesare come unico uomo a capo del grande impero. Decadenza morale e politica sono le principali ragioni per cui Sallustio compone la sua storia, che è una ricerca morale, il tentativo di razionalizzare una decadenza in atto.</p>
<p style="text-align: justify;">Sallustio, d&#8217;altronde, è un uomo colto, la cui inazione politica era stata determinata dai diversi rivolgimenti che aveva avuto nel partito popolare. Prima sostenuto, poi attaccato; poi di nuovo sostenuto, infine abbandonato. Sallustio rivolge, così, al propria attenzione all&#8217;<em>ozio</em> che, per un latino, era <em>la ricerca della conoscenza</em>. D&#8217;altra parte, lo Storico non era un uomo sprovveduto culturalmente, sebbene nutrisse in sé la contraddizione attuale di considerare meglio il mondo del passato, così idealizzato nei suoi valori, pur riconoscendone tutti i limiti. Sallustio, infatti, uomo del partito popolare, simpatizza sia con Cesare che con Catilina il quale, com&#8217;egli lo dipinge nel suo celebre <em>La congiura di Catilina</em>, è considerato come un uomo pericoloso per i mezzi, più che per la posizione politica. Sallustio, inoltre, ha anche una sua visione filosofica di fondo, importante per comprendere la sua opera. Così inizia <em>La guerra di Giugurta</em>:</p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;">A torto il genere umano si duole della propria natura perché, debole e di breve durata, è dominata più dal caso che dal valore. Se si vi riflette, al contrario, non si troverà al mondo cosa più alta e mirabile; ciò che manca alla natura umana non è il bigore, non è il tempo, è la costanza nell&#8217;operare. La vita dell&#8217;uomo scorre sotto la guida, il dominio dello spritio e quando, percorrendo il sentiero della virtù, procede verso la gloria, possiede forza, ptoere, fama, fortuna; ma, del resto, non c&#8217;è bisogno di fortuna, poiché non è essa che possa infondere onestà e tenacia o altre doti morali ad alcuno né toglierle a chi le ha. Ma se, schiavo di basse cupidige, l&#8217;uomo affonda nell&#8217;ozio e nel piacere dei sensi, dopo essersi giovato per breve tempo di voluttà deleterie e aver dissipato neghittosamente in esse forza, tempo e ingegno, allora se la prende con la debolezza della natura: ciascuno, infatti, imputa le proprie colpe alle circostanze. Ma se gli uomini dedicassero al bene l&#8217;impiego che mettono nella ricerca di cose disdicevoli, inutili e spesso anche pericolose e dannose, anziché trovarsi in balia dei casi della vita sarebbero loro a dominarli; e raggiungerebbero tale eccellenza da diventare, per loro gloria, da mortali a immortali.[2]</p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">In questo passo, Sallustio chiarisce con precisione la sua posizione in merito alle cause profonde della decadenza di Roma, cause che rintraccia nella natura umana, da un lato, ma anche nell&#8217;adozione di costumi &#8220;licenziosi&#8221; e &#8220;corrotti&#8221; che sviano l&#8217;uomo da una buona <em>prassi</em> ad una cattiva. Uno dei temi morali centrali, che si ripete in tutta l&#8217;opera, è il conflitto, descritto nelle grandi personalità, tra la tensione verso il bene (che in genere si concretizza in un&#8217;azione lodevole e vantaggiosa per Roma) e verso la dissoluzione (in genere intesa con i piaceri sessuali o i vari altri appetiti sensibili). Sallustio così spiega la sua visione filosofica:</p>
<p style="text-align: justify;">
<blockquote>
<p style="text-align: justify;">Dato infatti che gli esseri umani si compongono di corpo e anima, tutte le nostre inclinazioni tendono o alla natura del primo o a quella della seconda: bellezza, ricchezza, vigore e altre cose del genere sfumano rapidamente, ma le opere egrege dell&#8217;igegno sono, come l&#8217;anima, eteren. I pregi del corpo, i doni della fortuna, come hanno avuto un inizio, così avranno una fine; tutto ciò che nasce muore, tutto ciò che cresce declina. Ma lo spirito incorrotto, eterno, signore del genere umano, muove e regola ogni cosa e nulla può dominare su di esso. Tanto più dunque, suscita sbigottimento la perversità di coloro che, dediti ai piaceri dei sensi, trascorrono l&#8217;esistenza nel soddisfarli e, senza far nulla, lasciano intorpidire nell&#8217;ignoranza, senzaesercitarli, l&#8217;intelligenza, che rappresenta ciò che la natura umana possiede di più nobile. E pensare che esistono varie e molteplici attività dello sprito mediante le quali si può raggiungere la celebrità.[3]</p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Nel mondo Romano, così come lo intende Sallustio, esistono solo due generi di <em>virtus</em>: la virtù pratica e la virtù della conoscenza. La prima attiene ai fatti, alle grandi azioni storiche che i Romani facevano coincidere con le azioni gloriose <em>per Roma</em>. Un passo di grande bellezza e fondamentale chiarezza è l&#8217;analogo ne <em>La congiura di Catilina</em> nella quale Sallustio parla rivendica l&#8217;importanza dello storico, come dell&#8217;uomo capace di restituire, nella sua calma di studioso, tutta l&#8217;importanza delle gesta dei grandi uomini della storia e, a seguito del contenuto importante della narrazione, la narrazione stessa si fa grande e importante e, in fine, immortale. D&#8217;altra parte, alla pratica della virtù si contrappone la pratica dell&#8217;ozio che è la ricerca della virtù epistemica, la cui importanza è costituita dal fatto che l&#8217;uomo non è solo azione ma ha in sé lo spirito che l&#8217;anima e che, da questo punto di vista, è immortale. Immortale diventa, dunque, la Storia sia perché si trasmette di generazione in generazione e conserva intatta tutta la gloria degli eventi narrati, ma anche perché essa fa leva sulla parte &#8220;nobile&#8221; dell&#8217;uomo: l&#8217;intelligenza. Il dualismo sallustiano è anche la risposta ai mali del suo mondo, corruzione e ambizione e dissoluzione dei costumi, dualismo che, di fatto, è anche il tema filosofico di fondo dell&#8217;intera opera ed è la chiave di lettura di gran parte delle descrizioni psicologiche (ad esempio di Mario, Silla o Metello ma anche di Emilio Scauro), che alternano virtù e vizi, e delle descrizioni sociali che, nella loro straordinaria ambiguità, consentono di considerare l&#8217;evento storico narrato in tutta la sua complessità: Sallustio, infatti, non è uno storico che &#8220;appiana&#8221; l&#8217;analisi storiografica alla narrazione degli eventi, ne questi diventano piani, ma restituisce la densità motivazionale, morale e pratica di chi ha vissuto e deciso quegli eventi e ciò proprio perché la sua filosofia gli consente di vedere e sezionare l&#8217;ambiguità umana in tutta la sua portata. Che Sallustio sia anche vittima di una certa forma di &#8220;nostalgia dei tempi passati&#8221; lo testimonia l&#8217;eccellente prefazione di Lidia Storoni Mazzolani, che, però, sembra eccedere nel considerare Sallustio (e la sua opera) vittima della contraddizione, una contraddizione che nasce dal conflitto tra l&#8217;irreversibile senso nostalgico con il senso di necessario rinnovamento (Sallustio appartiene al partito dei popolari ma crede nei valori degli antichi). Molto più verosimilmente, data la scelta filosofica di Sallustio, la contraddizione non è data tanto da un fatto di &#8220;scissione dell&#8217;Io storico narrante&#8221;, diviso continuamente tra un presente corrotto e l&#8217;adozione di un sistema normativo ideale ormai abbandonato (e forse, obsoleto). La contraddizione è più apparente che reale giacché Sallustio, invece, ravvisa le contraddizioni altrui, non le proprie, e ravvisa la decadenza solo quando e dove è presente. D&#8217;altra parte, proprio l&#8217;analisi della <em>Storia di Giugurta </em>e de <em>La congiura di Catilina</em> ci fanno propendere verso questa riconsiderazione di Sallustio, sì, nostalgico, ma più filosofo coerente (dualista) che non attivista politico sconfitto, capace solo di lasciare amare tracce nella sua opera.</p>
<p style="text-align: justify;">Le indispensabili precisazioni sull&#8217;autore devono lasciare il passo, ora, all&#8217;analisi della storia della guerra. Per comprendere le condizioni in cui stava Roma, sarà utile riprendere questo passo, per introdurci al periodo travagliato della Repubblica romana di cui la guerre con Giugurta è uno dei fatti collaterali ma importanti:</p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;">Del resto, da qualche anno a Roma era invalso l&#8217;uso delle lotte tra partiti e gruppi di potere: da esse derivò il macolstume. Vi contribuirono la pace, il benessere, al quale gli uomini tengono più di ogni altra cosa; laddove prima della distruzione di Cartagine il popolo e Senato si dividevano il governo della Repubblica con misura, con moderazione e tra i cittadini non esisteva competizione di gloria né di potere, la paura dei nemici teneva il popolo sul retto cammino. Ma quando quel terrore cadde dagli animi, prosperarono i vizi che il benessere favorisce e cioè la sfrenatezza e l&#8217;arroganza, sì che quella quiete che nei momenti difficili avevano tanto desiderata, quando l&#8217;ebbero ottenuta si rivelò più dolorosa e più acerba. e infatti i nobili incominciarono a servirsi della loro autorità, il popolo a sua volta, della libertà , per soddisfare ciascuno le proprie passioni; non facevano che profittare, rubare, saccheggiare, tutto quel che c&#8217;era divenne oggetto di contesa tra due parti opposte e la Repubblica che stava nel mezzo fu dilaniata. I nobili erano più forti perché più compatti; la plebe, disunita, dispersa, pur essendo più numerosa, aveva minor potere; sia in pace sia in guerra, dipendeva tutto da un gruppo dominante. Erano sempre gli stessi a disporre dell&#8217;erario delle province, delle magistrature, degli onori, dei trionfi. Sul popolo pesava la miseria, incombeva sul popolo l&#8217;obbligo delle armi, ma le prede fatte in guerra se le dividevano in pochi, quelli che comandavano. E intanto, i genitori dei combattenti e i loro figli in tenera età, se abitavano vicino a un potente, venivano estromessi dalle loro case; la cupidigia, stimolata dall&#8217;esercizio del potere, non conobbe limiti né pudore, si diffuse ovunque, profanò, devastò, ogni luogo, non vi fu più nulla che ispirasse rispetto o apparisse sacro, sino a che l&#8217;avidità stessa fu causa della sua rovina. E infatti quando tra i nobili vi fu chi antepose la vera gloria a un potere iniquo, la popolazione incominciò ad agitarsi e la discordia civile scoppiò simile ad un terremoto.[4]</p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Le cause della guerra vanno fatte iniziare con il patto di fedeltà a Roma di Masinissa, re numida che aiutò i Romani contro la potenza cartaginese durante la terza guerra Punica. Nel 149 a.C., alla morte di Masinissa, eredita il regno Micipsa, figlio del re. Anche costui rimane amico del popolo Romano e, fino alla sua morte, avvenuta nel 118 a. C., nessun problema ci fu con Roma. Ma alla morte di Micipsa, il quale aveva adottato Giugurta, suo nipote, uomo di degne qualità politiche e umane, aveva stabilito che i tre figli, Giugurta, Aderbale e Jempsale, si spartissero equamente il regno. Ma la divisione del regno non fu un fatto pacifico giacché Jempsale non riconosce i diritti di Giugurta, perché, a suo parere, Micipsa non era più in sé all&#8217;atto di dichiarazione del suo testamento. Giugurta, però, fa uccidere Jempsale. Questo atto sconcertò Aderbale che chiese l&#8217;aiuto del popolo Romano (116 a. C.): un&#8217;antica alleanza li legava insieme e solo la forza dell&#8217;esercito romano avrebbe dissuaso Giugurta dall&#8217;ammazzarlo. Ma Giugurta aveva dei sostenitori potenti in Roma che riescono a dissuadere il Senato dall&#8217;intraprendere azioni di guerra contro di lui. Come nota amaramente Sallustio:</p>
<p style="text-align: justify;">
<blockquote>
<p style="text-align: justify;">Alla lettura di questa missiva, alcuni senatori furono del parere di mandare un esercito in Africa per soccorrere Aderbale il più presto possibile e, nel frattempo, sollecitarono che si deliberasse in merito a Giugurta, per la sua mancata obbedienza agli ambasciatori. Ma anche questa volta i sostenitori del re si impegnarono con tutte le forze affinché non fosse emanata una sentenza contro di lui, e così, come avviene nella maggioranza dei casi, l&#8217;interesse della nazione fu posposto all&#8217;influenza dei privati.[5]</p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"> In particolare, sono le unzioni continue dei senatori e dei funzionari che consentono a Giugurta l&#8217;invasione del regno di Aderbale, l&#8217;assedio di Cirta, città nella quale il figlio di Micipsa si era rifugiato, e, dopo l&#8217;entrata in forze nella città, fa uccidere Aderbale stesso. Così, Giugurta divenne l&#8217;unico re della Numidia (113-111 a. C.). La presa di Cirta, che fu un bagno di sangue perché vennero ammazzati tutti gli italici presenti nella città, segna l&#8217;inizio del governo di Giugurta: &#8220;Giugurta per prima cosa lo fece morire [Aderbale] sotto le torture; poi, massacrò indistintamente tutti gli adulti, Numidi e commercianti, che si trovò davanti con le armi in pugno&#8221;.[6] Dopo questi due anni in cui l&#8217;indecisione di Roma è frutto di una politica corrotta e incapace di porre rimedio ai soprusi di Giugurta, invece di intraprendere un&#8217;azione decisiva contro il Re, viene lasciata nel tavolo delle trattative la possibilità di schierare un esercito contro il Numida. In realtà, gli interessi nella terra africana non erano tali da indurre un investimento militare di ingenti somme e, inoltre, l&#8217;indecisione era anche frutto del relativo momento di stabilità che Roma godeva ai confini: Giugurta, anche nel peggiore dei casi, non avrebbe rappresentato una minaccia per Roma e, dunque, faceva poca differenza se a governare la Numidia fosse un re o tre e se il sovrano locale fosse un uomo ambizioso, uccisore dei propri fratelli e incurante delle volontà del proprio padre morto. In effetti, i motivi potenziali dell&#8217;intervento romano sono di due generi: innanzi tutto, per un fatto morale, in secondo luogo per ragioni di diritto internazionale. Quanto alla morale, i Romani hanno sempre dato aiuto ai loro alleati e a chi si è schierato con loro, caratteristica che li ha resi temuti e ammirati tra i popoli non romani. Per quanto riguarda il diritto, invece, i soprusi di Giugurta erano ai danni di amici del popolo Romano che rivendicavano il loro diritto di successione ed essendo affiliati a Roma, essi richiedevano l&#8217;aiuto dello Stato Romano a titolo di soci sotto violazione di diritto riconosciuto. Sallustio, infatti, lascia intendere che queste chiare violazioni ai patti (morali e legali) sarebbero state ascoltate, se soltanto i senatori e altre figure istituzionali, non si fossero lasciati corrompere dalle ingenti somme versate da Giugurta.</p>
<p style="text-align: justify;">Sono anni in cui gli intrighi in Roma sono costanti, anni nei quali il Re Numida si giova della facilità della corruzione nella grande città arrivando a pensare &#8220;che a Roma tutto fosse in vendita&#8221;, come amaramente osserva Sallustio.</p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;">Ma non appena Giugurta inviò emissari a tentarlo con l&#8217;oro, a fargli notare le difficoltà della guerra di cui aveva il comando, l&#8217;animo suo divorato dalla cupidigia, non tardò a cedere. Sceglie Scauro come complice e agente di tutti i suoi divisamenti e questi, benché da principio, quando tutti quelli della sua cricca s&#8217;erano lasciati corrompere, avesse vigorosamente attaccato il re, di fronte all&#8217;entità delle somme si lasciò sviare dal retto cammino e imboccò quello del disonore.</p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;">A questo periodo di oscure trame politiche sottobanco, si aggiunge un fatto gravissimo e increscioso. Massiva, un partente di Massinissa, poteva rivendicare come suo il regno e godeva della simpatia all&#8217;interno del popolo Romano, anche perché l&#8217;antipatia di Giugurta era controbilanciata esclusivamente dal denaro che utilizzava per corrompere i funzionari romani. Giugurta, che era un uomo di ingegno e pronto a tutto pur di ottenere e conservare il potere, fa uccidere a Roma Massiva da un sicario. Questo fatto fu particolarmente grave perché, in quello stesso periodo, il senato aveva disposto che fosse avviata un&#8217;inchiesta per scoprire gli illeciti traffici del Re. Ma il Re era riuscito a corrompere addirittura il tribuno Bebio, che si avvalse del veto per bloccare il procedimento. A questo punto l&#8217;indignazione del popolo e dei senatori è tale che nonostante le continue corruzioni e trattative dei sostenitori di Giugurta Roma decide di inviare un contingente armato in Numidia, con a capo il console Albino nel 110 a. C. Costui lascia l&#8217;esercito in mano al fratello Aulo, il quale muove contro Giugurta un esercito sfiduciato e impigrito e riceve una sonora sconfitta nella quale il Re Numida lascia la scelta a Aulo: morire trucidato o far passare l&#8217;intero esercito romano sotto il gioco in segno di umiliazione. Questa sorta di atto di sottomissione al più forte era il famigerato atto già imposto ai Romani dai Sanniti. E Giugurta avrebbe dovuto riflettere a ciò, giacché questo avrebbe risvegliato la determinazione sopita e quando Roma si alza in piedi, nulla l&#8217;arresta.</p>
<p style="text-align: justify;">Roma è presa dallo sdegno verso Aulo, per aver preferito al vita all&#8217;umiliazione dell&#8217;intera città, e verso Giugurta, che si era macchiato di un atto increscioso nei confronti di quello stesso Stato che aveva voluto tollerare i suoi soprusi. Come spesso capita nella storia, dopo un tollerato malcostume e una molle inefficienza, sia nell&#8217;esercito che nell&#8217;apparato statale (d&#8217;altronde, l&#8217;esercito non è che l&#8217;estensione stessa dello Stato e ne riflette i vizi e le virtù), si passa ad un periodo in cui la volontà è determinata verso il conseguimento dell&#8217;obbiettivo con il giusto mezzo. E il giusto mezzo era un esercito ben equipaggiato, ben motivato, con a capo un generale che sapesse condurre in modo serio la guerra: Metello, un uomo della <em>nobilitas</em>, uomo dai valori forti e dal pugno di ferro. Metello viene mandato in Numidia con il compito di rinvigorire l&#8217;esercito e muovere guerra contro Giugurta. Metello è un uomo retto, sobrio, determinato e conduce con rigore l&#8217;addestramento delle truppe. Con un esercito schierato in formazione, sconfigge Giugurta a Muthul e a Zama. Giugurta intuisce che i suoi amici in Roma non possono più aiutarlo e che Roma si è mossa in forze per abbatterlo. Così la sua volontà inizia a tentennare. Le sue intenzioni non sono ben chiare neppure a se stesso: fare atto di sottomissione a Roma avrebbe condotto al termine dell&#8217;inchiesta ma, forse, avrebbe ancora potuto cercare clemenza; d&#8217;altra parte, continuare le ostilità con Roma, sebbene comportasse gravissimi rischi, cercando ancora di comprarsi il favore nella capitale dello Stato, poteva garantirgli il dominio sull&#8217;intera Numidia. Così, dopo trattative e tentennamenti, cosa che Giugurta aveva già fatto con Aulo, una strategia che allora si era rivelata vincente, il Re Numida prova anche con Metello a venire a patti che, comunque, non avrebbe mantenuto. Ma Metello si comporta come Giugurta: fa finta di stringere alleanza per continuare le sue manovre, da uomo intelligente e determinato qual&#8217;era. La guerra, però, si combatteva in un territorio ostile ai romani, per il caldo e per la scarsa conoscenza del territorio. Giugurta, d&#8217;altra parte, aveva capito che se voleva combattere, doveva rinunciare agli scontri campali e, dunque, iniziò una guerriglia, attendendo, vigilando e colpendo al momento giusto le truppe di Metello. La guerra contro Giugurta era tutt&#8217;altro che finita.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel 108 a. C. Caio Mario, luogotenente di Metello, <em>uomo nuovo e popolare</em>, chiede al suo generale di poter tornare in Roma per partecipare alle elezioni per il consolato. Metello, che era un uomo della <em>nobilitas</em>, saldo nei principi ma anche un po&#8217; troppo rigido, nega l&#8217;assenso a Mario. Ma Mario non era uomo da lasciarsi piegare dalla volontà ingiusta di un superiore e alla fine ottiene una licenza, torna a Roma e vince il consolato. Nel mentre che Mario è a Roma, Metello sconfigge assedia la città di Vaga, importante centro della Numidia, come rappresaglia per il massacro compiuto dagli uomini di Giugurta contro una guarnigione romana nelle retrovie. Metello fa trucidare gran parte della popolazione civile, quella che non ammazza costringe in schiavitù e la fa deportare: egli voleva provocare il panico e seminare il terrore della popolazione numidica, mostrando che la potenza di Roma era ben altra cosa che quella di Giugurta. Ma è la strategia globale stessa del generale romano ad essere cambiata, come sempre in nome di una praticità tutta latina:</p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;"> Metello dunque, considerando l&#8217;animo del re ancora indomito, convinto che la guerra sarà ripresa e non la potrà combattere se non come piace a lui, e che d&#8217;altronde la lotta è impari poiché costa meno a loro perdere che ai nostri vincere, si propone di condurre le operazioni con un altro sistema e non con battaglie e schieramenti regolari. Di conseguenza, punta su le regioni più ricche della Numidia, devasta i campi, si impadronisce di fortezze e cittadelle scarsamente munite o prive di guarnigioni e le dà alle fiamme, ordina che gli adulti siano tutti messi a morte e il resto sia preda dele truppe. Si sparge il terrore.[7]</p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Nonostante questa importante vittoria, nel 107 a. C. Mario ottiene il comando dell&#8217;esercito in Numidia perché cavalca l&#8217;idea che la guerra fosse stata protratta troppo a lungo, causando ingenti perdite economiche allo Stato, per colpa dell&#8217;eccessivo attendismo di Metello che, nonostante il buon operato, non riusciva a chiudere la partita. E ciò non senza qualche ragione, giacché ciò che conduce alla vittoria non è necessariamente lo stesso di ciò che ha prodotto il vantaggio precedente. D&#8217;altra parte, non si poteva imputare nulla a Metello, ma Mario aveva bisogno di imporsi sulla scena in modo decisivo e riconoscibile perché non essendo parte della <em>nobilitas</em> ed avendo ottenuto la carica di console <em>solo per merito</em> (come se ciò non fosse sufficiente!), doveva ribadire coi fatti la sua vittoria elettorale. Inoltre, Metello nel frattempo aveva anche conquistato Capsa, una città ai confini con il deserto, imprendibile a detta di molti e città nella quale risiedeva Giugurta che, a seguito della caduta della città stessa, è costretto a fuggire con i figli al seguito. La conquista di Capsa da parte di Metello è, di fatto, la svolta della guerra che, tuttavia, ancora non termina. La caduta di Capsa fu un altro fatto terribile della storia della campagna militare in Numidia:</p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;">Gli abitanti della città, quando si resero conto, furono colti da sgomento: terrorizzati per la subitaneità dell&#8217;attacco, e perché sapevano che molti dei loro erano usciti di città e quindi si trovavano in balia del nemico, furono costretti alla resa. La città fu data alle fiamme; quanto ai Numidi, i giovani furono messi a morte, gli altri venduti schiavi. Il bottino venne diviso tr ai militari. Fu un fatto atroce e contrario al diritto di guerra; il console però non o commise per ferocia o per cupidigia ma perché si trattava di una città utile a Giugurta, di arduo accesso per noi, e d&#8217;una popolazione infida, instabile, che non era stata mai tenuta a freno né con la mitezza né con la paura.[8]</p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;">Giugurta è, ormai, alle strette e chiede aiuto a Bocco, re della Mauretania, che entra in guerra contro Roma. Giugurta addestra anche alcune tribù di Getuli:</p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;">Dopo la caduta di Thala, Giugurta si convinse che nulla potesse fermare Metello; e perciò si allontanò con un pugno di fedeli e, attraverso vaste zone desertiche, pervenne al paese dei Getuli, popolo selvaggio e barbaro e, a quel tempo, ancora ignaro del nome di Roma. Aduna quella moltitudine; poco alla volta li addestra a rispettare i ranghi, a seguire le insegne, a obbedire agli ordini, infine a osservare la disciplina militare. Inoltre, con ricchi doni e promesse ancor più cospicue, attira dalla sua parte gli intimi del re Bocco; per loro tramite si presenta al re, lo induce a muover guerra ai romani.[9]</p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Così tra il 107 e il 106 a. C. marcia insieme a Bocco contro Cirta. La strategia di Giugurta, dunque, passa da quella propria di un Re a quella propria di un rivoluzionario ottocentesco: dalla guerra si sposta alla guerriglia, come tutti coloro che sanno che non potranno mai permettersi di poter battere sul campo il proprio avversario.</p>
<p style="text-align: justify;">Mario ha preso il comando dell&#8217;esercito, dopo averne arruolato uno di grandi dimensioni quando era ancora a Roma. Mario prese con sé anche i nullatenenti (coloro che al censimento dichiaravano di non avere altro bene che se stessi) perché motivati dalle promesse di arricchimento. Fu un avvenimento epocale nella storia Romana perché ancora Metello disponeva di un esercito strutturato su base repubblicana, che non arruolava tutti, ma solo chi rientrava in alcuni parametri censuari. Mario espugna una dopo l&#8217;altra le roccaforti Numide e, in particolare, riporta una grande vittoria alla conquista di Mulucca, una cittadella fortificata su un&#8217;altura la cui conquista fu effettuata dopo che un soldato, per caso, scoprì un passaggio inerpicandosi fin sulla cresta, arrivando vicino alle mura. Mario, un uomo la cui ambizione non si fermava di fronte al rischio, decide di far scalare all&#8217;intero esercito la collina. Fu così che, anche grazie ad un fatto casuale concomitante che rese libere le mura, Mario riuscì in un impresa straordinaria. D&#8217;altra parte, la vittoria di Mario è ribadita anche dal fatto che, come Metello, decide di mostrare cosa voglia dire stare dalla parte sbagliata del fronte: fa ammazzare tutti i giovani. Ma ancora la guerra va avanti perché Giugurta non è più nella posizione di scendere a patti con Roma ma dispone ancora di un certo seguito per provare a prolungare la guerra e, così, la sua vita.</p>
<p style="text-align: justify;">Mario entra in trattativa con Bocco, nella speranza di isolare definitivamente Giugurta. Manda Lucio Cornelio Silla, un uomo di grande ambizione, lussurioso ma coltissimo, per cercare di trovare un sistema per convincere Bocco ad abbandonare Giugurta: fino a che il regno di Mauretania rimaneva al fianco di Giugurta, la guerra sarebbe andata avanti ancora a lungo.</p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;">Silla apparteneva a nobile stirpe patrizia, d&#8217;un ramo però quasi estinto per la mediocrità dei suoi, Di letteratura greca e latina ne sapeva quanto un erudito; era un uomo ambiziosissimo, avido di piacere ma ancor più di gloria; dedicava il tempo libero alla lussuria, ma pure la voluttà non gli fece trascurare mai i suoi impegni: soltanto il suo comportamento verso la moglie avrebbe potuto essere più onesto. Eloquente, astuto, amabile, d&#8217;una capacità di simulazione incredibile addirittura, era prodigo di molte cose, ma soprattutto di denaro. Pur essendo stato il più fortunato di tutti, prima della sua vittoria nelle guerre civii, non è che abbia avuto maggior fortuna di quanta ne abbia meritata: si sono chiesti in molti s&#8217;egli fosse più forte o più favorito dalla sorte: quanto alle azioni che compì poi, non se a parlarne si provi più vergogna o disgusto.[10]</p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;"> Ma Silla riesce a convincere Bocco a consegnargli Giugurta in cambio di grandi favori e dell&#8217;amicizia del popolo romano che, come poteva ben vedere, è meglio avere amico che nemico. Bocco diffida di Silla e di Giugurta, non riuscendo a capire quale scelta fosse la migliore. Ma, alla fine, la sua saggezza si vede dalla decisione: fa catturare Giugurta e lo consegna a Silla il quale lo porta a Mario, non senza qualche peripezia nel cammino, e lo scortano fino a Roma.</p>
<p style="text-align: justify;">
<blockquote>
<p style="text-align: justify;">Quando si seppe che la guerra in Numidia era finita e Giugurta sarebbe stato portato a Roma in catene, Mario fu eletto console benché assente e fli assegnata la provincia della Gallia. Il 1° di gennaio il console celebrò con grande pompa il trionfo. Da quel momento, le speranze e le risorse della poloazione furono riposte in lui.[11]</p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Giugurta, dunque, è rinchiuso nel carcere Mamertino e lì lasciato morire di stenti..</p>
<div><br clear="all" /></p>
<hr align="left" size="1" width="33%" />
<div style="text-align: justify;">
<p>[1] Sallustio, <em>La guerra di Giugurta</em>, III, 3-4.</p>
</div>
<div style="text-align: justify;">
<p>[2] Sallustio, <em>La guerra di Giugurta</em>, I, 1-5.</p>
</div>
<div style="text-align: justify;">
<p>[3] Sallustio, <em>La guerra di Giugurta</em>, II, 1-4.</p>
</div>
<div style="text-align: justify;">
<p>[4] Sallustio, <em>La guerra di Giugurta</em>, XLI, 1-10.</p>
</div>
<div style="text-align: justify;">
<p>[5] Sallustio, <em>La guerra di Giugurta</em>, XXV, 1-3.</p>
</div>
<div style="text-align: justify;">
<p>[6] Sallustio, <em>La guerra di Giugurta</em>, XXVI, 3.</p>
</div>
<div style="text-align: justify;">
<p>[7] Sallustio, <em>La guerra di Giugurta</em>, LV, 5-6.</p>
</div>
<div style="text-align: justify;">
<p>[8] Sallustio, <em>La guerra di Giugurta</em>, XCI, 5-7.</p>
</div>
<div style="text-align: justify;">
<p>[9] Sallustio, <em>La guerra di Giugurta</em>, LXXX, 1-3.</p>
</div>
<div style="text-align: justify;">
<p>[10] Sallustio, <em>La guerra di Giugurta</em>, XCV, 3-4.</p>
</div>
<div>
<p style="text-align: justify;">[11] Sallustio, <em>La guerra di Giugurta</em>, CXIV, 3-4.</p>
</div>
</div>
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		<title>Germania. Tacito</title>
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		<pubDate>Sat, 04 Feb 2012 20:29:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giangiuseppe Pili</dc:creator>
				<category><![CDATA[Libri di Storia]]></category>
		<category><![CDATA[Storia]]></category>
		<category><![CDATA[Germani]]></category>
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		<category><![CDATA[Impero romano]]></category>
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		<description><![CDATA[La Germania è un testo di presentazione degli usi e costumi dei popoli che i romani chiamavano in blocco &#8220;germani&#8221;. Essi erano dislocati al di là del Reno (a est) e a nord del Danubio, i due fiumi che costituivano &#8230; <a href="http://www.scuolafilosofica.com/1403/germania-tacito">Continua la lettura <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">La <em>Germania</em> è un testo di presentazione degli usi e costumi dei popoli che i romani chiamavano in blocco &#8220;germani&#8221;. Essi erano dislocati al di là del Reno (a est) e a nord del Danubio, i due fiumi che costituivano il <em>limes</em> dell&#8217;impero. Il libro fu scritto, probabilmente, come testo da conferenza nel quale la presentazione della Germania si sviluppa su più livelli: descrizione del territorio, analisi politica, analisi sociologica ed enumerazione delle popolazioni inscritte nell&#8217;area geografica descritta. Al principio Tacito presenta la Germania in questi termini:<span id="more-1403"></span></p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;"> Il Reno separa la Germania nel suo complesso dai Galli, il Danubio la divide dai Rezi e dai Pannoni; il timore reciproco separa i Germani dai Sarmati, mentre dai Daci li dividono le catene montuose. L&#8217;Oceano circonda le altre terre, abbracciando vaste penisole e isole di enorme estensione, delle quali la guerra recentemente ci ha permesso di conoscere popolazioni e capi.[1]</p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;">Le asperità del territorio, ricco di boschi, valli rende la Germania un&#8217;area geografica inospitale, che, secondo Tacito, non può piacere a nessuno, a parte a chi ci vive, un&#8217;opinione che sembra suffragare un certo scetticismo nelle motivazioni di un&#8217;eventuale guerra di invasione:</p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;">D&#8217;altronde chi mai, a prescindere dai pericoli del mare tempestoso e sconvolto, lascerebbe l&#8217;Asia, l&#8217;Africa o l&#8217;Italia, per recarsi in Germania, una regione dal suolo squallido, di clima rigido, triste ad abitarsi e a vedersi, se non chi la riconosca come propria patria?[2]</p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;">Tacito ripercorre, poi, le origini presunte del popolo germanico (da non confondersi con il moderno popolo tedesco), la cui ricostruzione pone interessanti interrogativi agli storiografi moderni: il popolo germanico è di origine indoeuropea ed è giunto in quelle regioni a seguito di una lunga migrazione dall&#8217;est. Tacito elenca diverse leggende che vogliono una commistione stringente tra la popolazione germanica e quella greca, ed enumera una serie di miti che ne proverebbero la validità di opinione: alcune varianti del leggendario Ulisse vogliono che costui giunse fino in Germania come pure Ercole:</p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;">Secondo un&#8217;altra tradizione, anche Ulisse, trascinato fino in questo Oceano dalla sorte nel suo noto e lungo vagabondare leggendario, sarebbe giunto nelle terre dei Germani: la città di Asciburgio, situata sulla riva del Reno e ancora oggi fiorente, sarebbe stata fondata e chiamata &#8216;Aσχιπύργιον proprio da lui. Pare addirittura che in questi stessi luoghi, tempo fa, sia stato rinvenuto un altare dedicato da Ulisse, sul quale compariva anche il nome di suo padre Laerte, e che tuttora esistano sul confine tra la Germania e la Rezia alcune tombe con iscrizione in caratteri greci.[3]</p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;">Alla descrizione delle origini presunte, segue, poi l&#8217;analisi morfologica del territorio nella quale la Germania è dipinta come una terra inospitale, dal clima rigido che implica una certa difficoltà per la produzione alimentare:</p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;">Il territorio, nonostante presenti delle variazioni morfologiche, nel complesso è coperto di foreste, e sgradevole per le paludi; è più umido là dove confina con la Gallia, e invece più ventoso verso il Norico e la Pannonia. E&#8217; fertile per le messi, ma non permette la coltivazione di alberi da frutto; nutre il bestiame, ma per lo più di piccola taglia. Gli armenti non hanno la bellezza propria della razza, o nobili corna: il numero è il loro pregio, i capi di bestiame costituiscono l&#8217;unica graditissima ricchezza.[4]</p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;">Dopo questa descrizione delle attività produttive relative al clima e al territorio, Tacito passa subito all&#8217;analisi della struttura economica, osservando, con una velata ammirazione, che i Germani non conoscono l&#8217;uso della moneta e, in generale, non riconoscono la ricchezza in ciò che, invece, le altre popolazioni civili sembrano vederla. Soprattutto, essi sono sprovvisti dei metalli pregiati né, probabilmente, sono andati a cercarli: &#8220;Non oserei affermare che la Germania sia del tutto priva di filoni d&#8217;oro o d&#8217;argento: chi mai è andato a cercarli?&#8221;[5] Tacito, infatti, osserva che non si può escludere che essi possano anche essere abbondanti in Germania, ma ciò non si può sapere nella misura in cui i germani stessi non lo sanno perché non sembra interessargli:</p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;">Riguardo al possesso e all&#8217;uso di ricchezze non si comportano come noi ci potremmo aspettare. E&#8217; possibile vedere come vasi d&#8217;argento offerti in dono a capi e ambasciatori presso di loro siano considerati alla stregua di quelli d&#8217;argilla. Tuttavia grazie alle relazioni commerciali, quelli che abitano più vicino a noi conoscono il valore dell&#8217;oro e dell&#8217;argento: riconoscono e preferiscono alcuni conii della nostra moneta. Gli abitanti delle zone più interne utilizzano il più semplice e antico sistema del baratto.[6]</p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;">Quest&#8217;osservazione è molto preziosa perché mostra come si diffonda la civiltà e i sistemi di interazione tra sistemi economici diversi. Il sistema economico romano, profondamente pervaso dalla presenza della moneta come mezzo di interscambio delle merci, viene riconosciuto solo dalle popolazioni confinanti le quali ne soppesano il valore in base ai vantaggi che il denaro impone loro nelle relazioni commerciali. D&#8217;altra parte, laddove il metallo prezioso viene visto come qualcosa di totalmente inutile e non viene adottato dalla comunità come sistema astratto di misurazione del valore delle singole merci, non diventa oggetto di interesse. Così il baratto rimane la forma di interscambio delle merci, sebbene, comunque, anche le civiltà prive di moneta riconoscano dei valori astratti per paragonare generi diversi di merci: i germani valutano la ricchezza in base al numero degli armenti.</p>
<p style="text-align: justify;">Tacito osserva che neanche il ferro è molto diffuso in Germania e lo desume dalla tipologia delle armi che hanno. Da questa osservazione, Tacito si intrattiene nella descrizione delle pratiche di guerra delle popolazioni germaniche le quali usano malamente la cavalleria e sono più forti, in generale, nella fanteria:</p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;">Anche i cavalieri si accontentano del solo scudo e della framea; i fanti, nudi o coperti da una leggera tunica, scagliano proiettili (ogni soldato nel lancia molti) a notevole distanza. Non vi è alcuna ricerca di ornamentazione (&#8230;) I loro cavalli non si distinguono per bellezza né per velocità; non sanno neppure fare conversioni in varie direzioni, secondo lo stile della nostra cavalieri. I Germani, infatti, conducono i cavalli in linea retta (&#8230;) Secondo una valutazione complessiva, la maggior forza d&#8217;urto la possiede la fanteria: perciò cavalieri e fanti combattono mescolati&#8230;[7]</p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;">La descrizione della struttura sociale dei Germani è una delle parti più interessanti dell&#8217;intera <em>Germania</em>. Non esiste una figura del &#8220;capo&#8221; rigida come in altre civiltà: &#8220;I re vengono scelti per la loro nobile origine, i comandanti in base al valore militare. Il ptoere dei re non è assoluto e arbitrario; i condottieri si distingono offrendo il loro esempio piuttosto che impartendo ordini: sono oggetto d&#8217;ammirazione se sono coraggiosi, se si mettono in vista, se combattono in prima linea. Del resto, nessuno ha il potere di condannare a morte o imprigionare o far fustigare qualcuno se non i sacerdoti&#8221;.[8] Tacito rimarca la presenza di culti nei quali sono previsti sacrifici umani e li segnala come assolutamente deprecabili. D&#8217;altra parte, i germani hanno una grande opinione della donna, che vedono legata alla sfera divina, giacché le credono in grado di operare profezie, di prendersi cura della casa e della prole. Le donne vengono anche portate nei pressi della battaglia per sostenere gli uomini impegnati nel combattimento. In alcune circostanze, narra Tacito, le donne stesse, spronando gli uomini, sono riuscite a far ribaltare la situazione a favore della loro parte:</p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;">Alcuni scritti narrano che a eserciti ormai vacillanti, e sul punto di sbandarsi, le donne abbiano infuso coraggio insistendo con le loro preghiere, opponendo il petto, prospettando l&#8217;incombente minaccia della schiavitù: i guerrieri, infatti, temono la schiavitù delle loro donne molto più della propria, al punto che le città cui siano chieste in ostaggio anche donne di nobile stirpe si impegnano maggiormente a tenere fede ai patti stipulati. Ritengono anche che nelle donne vi sia qualcosa di sacro e profetico e non disprezzano i loro consigli né trascurano i loro responsi.[9]</p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;">Tacito passa in rassegna le varie tipologie di culto presenti in Germania, e lo fa &#8220;traducendo&#8221; gli dei germani in divinità romane, motivo per il quale egli è indotto in errore e commette qualche imprecisione, stando alle attuali informazioni. D&#8217;altra parte, sono molto interessanti i parallelismi che Tacito traccia tra i vari culti particolari germani e romani, come il riconoscimento dell&#8217;aurispico nel grido di alcuni uccelli.</p>
<p style="text-align: justify;">Tacito enfatizza alcuni aspetti che, secondo lui, son particolarmente rilevanti nel giudizio complessivo di una civiltà: i costumi sociali germani sono austeri, non prevedono l&#8217;adulterio e le mollezze di una civiltà dedita alla dissoluzione, sebbene sia tristemente diffuso l&#8217;amore dell&#8217;alcol. D&#8217;altra parte, i comandanti sono spronati ad essere audaci e coraggiosi, qualora non vogliano malfigurare di fronte ai guerrieri. Inoltre, è malcostume non uccidere neppure un uomo in battaglia, onta che può permanere per tutta la vita. I guerrieri, poi, trascorrono nell&#8217;ozio e in sporadiche attività venatorie i periodi di pace, a differenza di quanto accadeva al <em>miles</em> romano della repubblica che era cittadino-contadino nel periodo di pace e militare in periodo di guerra. Tacito, infatti, ha chiaramente in mente il parallelo tra la civiltà romana della repubblica, che ha fatto grande Roma, e la civiltà germanica sua contemporanea, non ancora dedita ai grandi vizi che la Roma imperiale aveva come caratteristiche salienti.</p>
<p style="text-align: justify;">Le popolazioni germaniche, infatti, non erano urbanizzate, non avevano un&#8217;architettura sviluppata, non riconoscevano il valore della ricchezza ma solo quello della forza e della guerra. Il denaro, la sessualità sfrenata non erano parte di quel mondo semplice ma vicino allo stato di natura positivo, che, ormai, non riguardava la Roma imperiale nella quale Tacito si ritrova a scrivere: &#8220;Ciononostante, nei rapporti matrimoniali vige un&#8217;austerità che costituisce l&#8217;aspetto più encomiabile dei loro costumi.&#8221;[10] E in un altro passo: &#8220;Vivono quindi in castità ben salvaguardata, e non si lasciano corrompere dagli allettamenti degli spettacoli o dai banchetti che eccitano le passioni. Uomini e donne allo stesso modo ignorano lo scambio di segrete lettere d&#8217;amore. Gli adulteri sono rarissimi presso queste genti così numerose; la punizione per tale colpa è immediata e affidata al marito&#8221;.[11] Tutta l&#8217;ammirazione di Tacito verso questi costumi dipende dal fatto che egli ritiene deprecabile, di riflesso, la perdita di una moralità regolata nella Roma imperiale e, d&#8217;altra parte, in questo Tacito ritiene il principale motivo per cui la Germania da alcune centinaia di anni infligge sonore sconfitte ai romani (come ironicamente dice lo Storico, è da molto che Roma &#8220;vince&#8221; i germani, lasciando intendere che li vinca da tanto tempo giacché&#8230; non riesce a sconfiggerli né nello spirito né nel corpo) i quali, all&#8217;epoca di Tacito, avevano ormai posto un confine stabile al di qua del Reno. Il libro si chiude con l&#8217;enumerazione di tutte le genti germaniche.</p>
<p style="text-align: justify;">Il problema della dissoluzione morale di Roma e dell&#8217;ammirazione dei valori più &#8220;autentici&#8221; delle popolazioni ostili all&#8217;impero è uno dei temi dominanti di gran parte della storiografia latina, come attesta anche Sallustio in tutta la sua opera. L&#8217;ideale di Tacito e Saullustio è quello di una società austera, nella quale i doveri del cittadino si esplicano in una condotta di vita semplice, moderata ma incisiva, riconoscente della civiltà ma senza l&#8217;abbandono alla dissoluzione che, per i Romani, era l&#8217;amore per i giochi, l&#8217;alcol, i banchetti e le donne. La storiografia romana è improntata da un lato nel mettere in rilievo l&#8217;aspetto della condotta dei grandi uomini, nei loro lati positivi e in quelli negativi; da un altro lato nel sottolineare la necessità di una &#8220;virtù del cittadino e della civiltà&#8221;. Nelle Storie Romane non assistiamo, dunque, alla presenza di un finalismo tutto cristiano, che comparirà nella Filosofia della storia successiva e, per tanto, le narrazioni sono molto aderenti agli accadimenti storici senza una lettura apologetica. Basti pensare all&#8217;asciuttezza di Cesare, all&#8217;attenzione di Sallustio, all&#8217;asciutta ma incisiva prosa di Tacito: Sallustio, Cesare e Tacito (storici di periodi differenti dell&#8217;impero Romano) descrivono gli accadimenti storici in modo asciutto, sempre aderenti ai fatti e le cui lacune sono da inserire solo nella mancanza di informazioni ma non nelle argomentazioni. L&#8217;Impero Romano è stato un impero civile, urbano, burocratico, militare e storiografico al cui centro ruota l&#8217;accadimento Storico nella sua purezza: la storia dell&#8217;Impero è la sua Storia e gli storici hanno ben in mente che è Roma e nient&#8217;altro è la misura di tutte le cose.   In questo, soprattutto, sta la differenza tra gli storici Romani e quelli Greci, perché costoro sono meno vincolati ad un centro unico, anche quando un Tucidide lascia intravedere qualche simpatia per Atene. Lo storico Greco (pensiamo a Tucidide stesso, a Erodoto o a Senofonte) è interessato soprattutto a capire l&#8217;evoluzione storica nel suo complesso, più che un unico punto di vista.  Roma, invece, è l&#8217;unico argomento che merita di essere narrato, glorificato e, se necessario, criticato: Roma è l&#8217;orgoglio della vittoria della civiltà sulla barbarie, sulla conflittualità prestatale, sulle asperità della geografia europea. E così anche la Germania non è semplicemente il Non-Romano ma lo specchio di Roma stessa, inquadrata attraverso l&#8217;ideale di una civiltà non corrotta e capace, nella sua semplicità, di vivere ancora all&#8217;interno di una purezza che l&#8217;impero, secondo questi storici, dovrebbe ritrovare.</p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;opera di Tacito riesce interessante al lettore contemporaneo non attento a questioni storiografiche, soprattutto per le analisi sociologiche che, comunque, sono impregnate di sentimento romano, com&#8217;è tipico di tutta la letteratura storiografica latina. Eppure, la Germania che, a primo sguardo, sembra un&#8217;opera piuttosto disorganica, risulta essere ancora capace di riportare alla luce le sostanziali differenze tra le culture che finiranno per integrarsi e che formeranno la società europea attuale, attraverso il filtro del cristianesimo. La libertà germanica, la statualità romana e l&#8217;individualismo cristiano costituiscono, ancora oggi, le basi culturali dell&#8217;Occidente.</p>
<p style="text-align: justify;">TACITO</p>
<p style="text-align: justify;"><em>GERMANIA</em></p>
<p style="text-align: justify;">MONDADORI</p>
<p style="text-align: justify;">PAGINE: 60.</p>
<div></div>
<hr align="left" size="1" width="33%" />
<div style="text-align: justify;">
<p>[1] Tacito, <em>Germania</em>, I, 1.</p>
</div>
<div style="text-align: justify;">
<p>[2] Tacito, <em>Germania</em>, II, 1.</p>
</div>
<div style="text-align: justify;">
<p>[3] Tacito, <em>Germania</em>, III, 2.</p>
</div>
<div style="text-align: justify;">
<p>[4] Tacito, <em>Germania</em>, V, 1.</p>
</div>
<div style="text-align: justify;">
<p>[5] Tacito, <em>Germania</em>, V, 2.</p>
</div>
<div style="text-align: justify;">
<p>[6] Tacito, <em>Germania</em>, V, 3.</p>
</div>
<div style="text-align: justify;">
<p>[7] Tacito, <em>Germania</em>, VI, 1-3.</p>
</div>
<div style="text-align: justify;">
<p>[8] Tacito, <em>Germania</em>, VII, 1.</p>
</div>
<div style="text-align: justify;">
<p>[9] Tacito, <em>Germania</em>, I, VIII, 1-2.</p>
</div>
<div style="text-align: justify;">
<p>[10] Tacito, <em>Germania</em>, XVIII, 1.</p>
</div>
<div>
<p style="text-align: justify;">[11] Tacito, <em>Germania</em>, XIX, 1.</p>
</div>
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		<title>Bel-Ami. Maupassant G. D.</title>
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		<pubDate>Fri, 03 Feb 2012 13:39:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giangiuseppe Pili</dc:creator>
				<category><![CDATA[Classici della Narrativa]]></category>
		<category><![CDATA[Narrativa]]></category>
		<category><![CDATA[De Marelle]]></category>
		<category><![CDATA[Duroy]]></category>
		<category><![CDATA[Finzione]]></category>
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		<description><![CDATA[George Duroy si era trasferito a Parigi, dopo un soggiorno in Africa in qualità di soldato, soggiorno nel quale si comporta da più da predone che da gentiluomo. La sua ambizione, unita allo scarso attaccamento ai valori della divisa, lo &#8230; <a href="http://www.scuolafilosofica.com/1400/bel-ami-maupassant-g-d">Continua la lettura <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">George Duroy si era trasferito a Parigi, dopo un soggiorno in Africa in qualità di soldato, soggiorno nel quale si comporta da più da predone che da gentiluomo. La sua ambizione, unita allo scarso attaccamento ai valori della divisa, lo conducono a Parigi, città nella quale sperava di poter arrivare a ben altri lidi. Ma al principio non fu così semplice, la grande città si presentò come un mare nel quale non si riconoscono navigli amici, ma solo neutrali. Il posto di lavoro alle ferrovie non gli garantiva neppure il tanto sufficiente per vivere:<span id="more-1400"></span></p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;">Quando fu sul marciapiede, rimase per un attimo immobile, incerto sul da farsi. Era il 28 di giugno, e gli restavano in tasca solo tre franchi e quaranta per tirare avanti fino alla fine del mese. Il che significava due pranzi senza colazione, o due colazioni senza pranzo. Dato che i pasti del mattino costavano ventidue soldi rispetto ai trenta di quelli della sera, pensò che limitandosi ai primi gli sarebbe avanzato un franco e venti centesimi, la qual cosa significava altri due spuntini a base di pane e salame, più due boccali di birra sul boulevard. Ch&#8217;era poi tutta la spesa e tutto il piacere delle sue notti&#8230;[1]</p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;">Tutto ha un costo, tutto ha un prezzo, specialmente in una città in cui si vive senza appoggi, senza famiglia e senza amici. Ma la grande città è anche il luogo delle grandi occasioni e così fu per Duroy. Passeggiando ritrova un suo amico camerata, Charles Forestier. George riconobbe il suo vecchio compagno d&#8217;arme, sollecitato dal bisogno di trovare qualcuno che potesse pagargli un boccale di birra. E fu così che si riallaccia un vecchio contatto. George spiega a Charles la sua situazione, di come egli non riesca in alcun modo a farsi una posizione e di come sia senza alcun aiuto né conoscenza. Forestier decise di prestare al vecchio compagno due luigi d&#8217;oro e di aiutarlo nella difficile vita parigina. Gli offre un lavoro al giornale &#8220;La via Francese&#8221;, dopo averlo fatto conoscere al capo, un ebreo affarista spregiudicato, il signor Walter, al pranzo che avrebbe tenuto a casa l&#8217;indomani. Siccome l&#8217;indumento, nell&#8217;alta società parigina, conta ben di più che le qualità umane e lavorative, Forestier consiglia a Duroy di affittarsi un buon abito.</p>
<p style="text-align: justify;">Come Duroy fu lasciato solo, si trova al cospetto di una &#8220;donna d&#8217;amore&#8221; per le quali non provava nessun disprezzo: &#8220;Tuttavia gli piacevano i luoghi dove brulicavano le ragazze di vita, i loro balli, i loro caffè, le loro strade; gli piaceva stargli a contatto di gomito, parlargli, dargli del tu, odorare i loro profumi violenti, sentirsele accanto. Si trattava pur sempre di donne e di donne d&#8217;amore. Non le disprezzava affatto di quel disprezzo innato dei borghesi casa e famiglia.&#8221;[2]</p>
<p style="text-align: justify;">Duroy era un uomo pratico, le cui idee, al principio, non erano ancora così ben definite, come più avanti nella sua vita. Tuttavia, aveva ben chiara l&#8217;intenzione di voler fuoriuscire dallo stato di minorità, rispetto al bel mondo parigino, posizione che, ancora, lo vedeva come una nullità. Egli, infatti, adottava volentieri le valutazioni di chi, secondo lui, contava veramente. Di conseguenza, George apprendeva i valori della vita e i suoi principi in base a chi deteneva il potere reale sulla vita degli altri uomini. In questo senso, egli si rendeva ben conto della differenza tra il lavoro per la sopravvivenza e il lavoro per il riconoscimento sociale. E il riconoscimento sociale, nel mondo parigino, passava attraverso i titoli nobiliari e i soldi, ma soprattutto da questi ultimi giacché un titolo si poteva, comunque, acquistare attraverso le sostanze.</p>
<p style="text-align: justify;">Il pranzo a casa di Forestier lo mette a contatto con alcuni personaggi centrali dell&#8217;intera vicenda e del mondo parigino: il signor e la signora Walter, Madelain Forestier, Clotilde De Marelle e altri. In quell&#8217;occasione, Duroy, ancora inesperto e inconsapevole della sua prorompente capacità di far colpo sulle donne, si muove con cautela e con molta soggezione, come chi non sa ancora con quali forze deve lottare. Sopravvalutava quel mondo, apparentemente così libero dai problemi e così capace di costruirsi un&#8217;immagine di solida serietà, sullo sfondo di un ben più solido senso di nullità. Ma Duroy è molto attento a tutto ciò che lo circonda, studia il comportamento degli altri e, in base alle presunte valutazioni che altri fanno di lui, egli si comporta di conseguenza. Alla fine, viene assunto al giornale per scrivere alcuni articoli sul suo soggiorno in Africa, giacché il tema è molto &#8220;attuale&#8221; per via dei nuovi interessi che la Francia andava maturando in quegli anni: è il periodo dell&#8217;imperialismo selvaggio e della terza repubblica, nella quale gli avventurieri e gli affaristi conducono politiche senza scrupoli ai danni delle popolazioni del resto del mondo.</p>
<p style="text-align: justify;">Al principio Duroy non è in grado neppure di scrivere una pagina di giornale, il che la dice lunga sulle sue qualità di uomo di lettere. Persona incolta, priva di idee, senza capacità critiche e analitiche, si ritrova ben presto nell&#8217;incapacità di portare avanti il suo lavoro ed è costretto a chiedere aiuto a Forestier che, in quella prima occasione, lo mette sotto l&#8217;ala protettiva della sua musa ispiratrice, l&#8217;ambiziosa moglie Madelain la quale detta a Duroy l&#8217;articolo per intero. La gioia per la prima pubblicazione conduce George a sovrastimare le sue capacità e il suo ruolo. Così si dà alle spese e perde il suo tempo, pensando di essere ormai in grado di scrivere un articolo. Ma non è così. E questa volta il suo amico Forestier, giusto per ricordargli che la sua permanenza al giornale dipende dal suo lavoro e non dal suo perder tempo, non gli presta alcun aiuto. George cambia ruolo e gli viene affidato il compito del reporter di cose politiche, ma impara subito, da un suo collega, come si può inventare una buona intervista senza aver parlato con nessuno: basta prendere le opinioni diffuse e le aspettative della gente e metterle sottoforma di dialogo. Grazie a questo nuovo lavoro, però, Duroy incomincia a farsi contatti e ad avere un&#8217;idea più precisa dell&#8217;affare pubblico e della fauna che conduce la politica nella capitale. Rimane il fatto che, comunque, spende ben più di quel che guadagna, perché deve condurre una vita di tenore diverso rispetto a quella di prima, un tenore di vita per sostentare un&#8217;apparenza di libertà. E&#8217; in questo periodo che George fa conoscenza della signora Clotilde, una donna sposata di bella presenza, con una figlia ancora bambina la quale diventa amica di George. Lentamente George si rende conto che le donne subiscono il suo fascino e incomincia a circuire la signora de Marelle, la quale, succube della solitudine impostale dal marito che soggiorna per lo più fuori città, dopo una cena con i Forestier, diventa la sua amante, la prima. Grazie a Clotilde, George si può permettere un locale migliore, rispetto alla prima abitazione, un monolocale scadente. Clotilde ama soggiornare in luoghi equivoci e pieni di gente poco dabbene. In particolare, la eccita l&#8217;idea di fare la parte della <em>cortigiana</em> e di passarsi per donna del piccolo mondo. Grazie a questa sua &#8220;passione&#8221; costringe George a trascorrere intere serate in locali di dubbio gusto. Ma quando viene insultata da due disgraziati del condominio di Duroy, ella decide che mai più avrebbe messo piede li dentro. E così, anche George finisce per trasferirsi in un altro locale, pagato da Clotilde.</p>
<p style="text-align: justify;">Per via di un&#8217;accusa infondata da un avversario giornalista, George è costretto a rimediare all&#8217;offesa attraverso un duello. E&#8217; la prima volta che Duroy si trova faccia a faccia con la morte, la cui angoscia e il cui terrore egli non sarà mai in grado di vincere. Il duello si svolge fuori città, con le pistole e nessuno dei due contendenti risulta ferito. Entrambi, dunque, salvano la faccia. La notizia fa il giro della città e l&#8217;immagine di Duroy ne esce ulteriormente rafforzata perché ha salvato l&#8217;onore del giornale, come lo stesso direttore gli notifica.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel frattempo, Forestier, che è afflitto da un grave male ai polmoni, ha una crisi devastante ed è costretto ad andare a svernare in posti meno freddi. Duroy che, nel frattempo, aveva maturato una cotta per la signora Forestier, incomincia a circuire anche lei, nel tentativo che di divenir suo amante. Non è ben chiaro quanto le intenzioni di Duroy siano genuine e dettate esclusivamente dall&#8217;amore. Senza dubbio, era ben conscio dei vantaggi che avrebbe acquisito con l&#8217;amore della signora Forestier. Al principio, Madelain si rifiuta, ma alla morte del marito, sopraggiunta dopo poco tempo, cede alle richieste di Duroy. Ella, infatti, era una persona dalle idee chiare, che sapeva accettare il ruolo della donna subalterna di un uomo intraprendente, capace di spianarle la strada indiretta al bel mondo parigino, per goderne interamente i suoi frutti. D&#8217;altra parte, Madelain stessa, figlia di padre ignoto e di una governante, sa bene che non vuole rinunciare ai vantaggi della sua posizione, conquistata grazie alla convivenza con un uomo spregiudicato ma non abbastanza. E solo con un uomo spregiudicato a sufficienza poteva sperare di diventare una donna importante all&#8217;interno della politica parigina. George Duroy faceva al caso suo a tal punto che riesce a convincerlo a cambiar cognome. George e Madelaine, infatti, sono molto simili nelle ambizioni e negli ideali.</p>
<p style="text-align: justify;">Duroy non cambia di molto le sue abitudini, dopo essersi sposato con Madelaine, ma incomincia ben presto a dubitare della sua fedeltà. D&#8217;altra parte, non si può certo dire che George rinunci a tutti i vantaggi della sua bellezza. Dopo aver consolidato il suo ruolo all&#8217;interno del giornale, che, ormai, conta su di lui e sulla sua &#8220;firma&#8221;, incomincia a nutrire ben presto un&#8217;ambizione smisurata, incapace di placarsi di fronte alla nuova consolidata fortuna. Il momento di passaggio, durante il quale la sua velata ambizione  diventa fonte di una rinnovata volontà di rivalsa assoluta nei confronti del mondo, è quando si rende conto che Madelain ha diverse relazioni extraconiugali, sebbene sia sempre capace di salvare le apparenze. La sua praticità diventa brutalità, la sua volontà diventa determinazione. Dopo aver ripreso a vedersi con Clotilde, con la quale ha in comune il piacere per la sessualità e la necessità di qualche tenerezza infantile, comprende che Madelaine non è in grado di garantirgli quella scalata sociale che lo potrebbe condurre fino ai vertici dello Stato. Infatti, il mondo politico, costituito da uomini mediocri, uomini dediti esclusivamente al proprio guadagno economico personale, lo disgusta per l&#8217;inettitudine per la sola ragione che egli si ritiene &#8220;migliore&#8221; di chi lo compone. Consapevole del suo fascino diventa ben presto l&#8217;amante della potente signora Walter, la quale, dopo alcune rimostranze, cederà al suo fascino, divenendo un&#8217;appassionata sostenitrice della sua causa. Neppure il guadagno di una cospicua eredità gli consente di vivere in pace e, anzi, diventa ancora più schiavo del denaro e dei titoli e delle qualifiche altrui. Ma per diventare ministro gli occorre una posizione ancora più consolidata, dal valore pubblico cristallino che solo un buon matrimonio gli consente. Così chiama un poliziotto, fa scoprire l&#8217;adulterio della moglie e riuscirà a sposarsi con la figlia dei signori Walter, dopo aver fatto impazzire di dolore la madre e dopo aver condannato alla gogna un ministro e la sua vecchia moglie. Ma il matrimonio tra lui e la signorina Walter è sontuoso, una cerimonia a cui tutta Parigi vuole partecipare e alla cui conclusione, ancora una volta, l&#8217;occhio cade su Clotilde, l&#8217;unica donna che, bene o male, è riuscito ad amare, sebbene in un senso molto vago e poco chiaro. Il trionfo di George Duroy è anche la conclusione del libro.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Bel-Ami </em>è il nomignolo dato a Duroy dalla figlia di Clotilde, l&#8217;unica che si accorge della malvagità di George e al quale non accorderà più il suo affetto, a differenza di tutte le altre donne. L&#8217;ironia del soprannome è, forse, l&#8217;unico tocco ironico dell&#8217;intero romanzo. In esso regna un senso di gravità che è alleviato solo dalla sensazione che il mondo descritto sia lo specchio della vacuità stessa, capace di incatenare un uomo, ma non di innalzarlo dalla condizione di miseria. Il tema principale, infatti, è la narrazione di una persona spregiudicata, senza principi solidi, capace di plasmarsi esclusivamente sulla base dei nuovi e sempre più ambiziosi ideali. Duroy, infatti, è un personaggio instabile, nonostante tutto, perché non ha una coscienza solida, egli è incapace di &#8220;studiare se stesso&#8221; dal di fuori e di rendersi conto della sua totale nullità. Il suo istinto primordiale lo costringe ad una nuova azione, ad una nuova sfida, quando si dà la possibilità di una qualche forma larvale di riflessione introspettiva. Non c&#8217;è spazio per un ripensamento sui valori dell&#8217;individuo perché l&#8217;individuo è totalmente schiavo della sua immagine: essa è, infatti, l&#8217;unico oggetto di interesse da parte della comunità e, per riflesso, per il soggetto stesso. Per questo Duroy diventa schiavo del denaro e delle donne e dei titoli, perché sono gli unici strumenti attraverso i quali può arrivare ad essere il dominatore assoluto, l&#8217;uomo che tutti temono e che tutti vogliono avere come amico, sebbene nessuno stima e nessuno ama, per sé stesso. Ma lo specchio distorcente dell&#8217;apparenza, che è l&#8217;unica forma di sostanza in grado di dare una parvenza di valore all&#8217;uomo di questa risma, costringe Duroy ad essere solo una marionetta nelle mani della società o, per meglio dire, dei suoi pregiudizi. In questa dimensione in cui l&#8217;azione e la passione costituiscono gli unici moventi possibili, si comprende quanto sia distante la narrativa del &#8220;vedersi vivere&#8221;, così ben chiara a quel genio di Wells, di Conrad o di Pirandello, non molto distanti nel tempo da Maupassant. In <em>Bel-Ami</em> c&#8217;è solo un individuo totalmente prono alle sfuggenti voglie del suo animo, il cui terrore per la riflessione e il ripensamento è pari solo alla paura della decadenza fisica e della morte.</p>
<p style="text-align: justify;">Il romanzo si muove tra gli estremi di un realismo schietto e di una finzione ricercata, dove il confine non è mai molto chiaro. Maupassant scrive come narratore esterno, sebbene sia sempre capace di infondere vita alla realtà che descrive. Anzi, si può dire che le cose siano &#8220;intrise&#8221; di sensualità, di moti passionali, quasi fossero un&#8217;estensione del personaggio. Ma è soprattutto vero l&#8217;inverso: sono i personaggi ad essere delle estensioni degli oggetti, nella misura in cui essi non sono mai in grado di estraniarsi dal loro ambiente, di assumere dei sentimenti e dei ragionamenti che non siano già dettati dalle circostanze. Al limite, essi fuggono dalla realtà in senso fisico (come capita più volta a Duroy) ma non sono in grado di farlo in senso interiore. Il romanzo è, in fondo, la descrizione perfetta dell&#8217;umanità schiava, coatta e capace di imporre il proprio malessere e le proprie regole al mondo. I personaggi sono tutti parte della società che prende parte alle decisioni della politica, che ne determina le mosse e i limiti e, di conseguenza, sono anche coloro che, con il loro esempio e con i loro valori, determinano l&#8217;evoluzione stessa dello Stato e della società (si prenda il caso della guerra africana così ingiusta). Non c&#8217;è alcuna speranza nel mondo di Maupassant, quando neppure l&#8217;arte riesce a salvare l&#8217;umanità da questa barbarie raffinata ma ancora più brutale ed insensata proprio perché raffinata nella sua totale cecità e vacua:</p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;">Il poeta rispose: &#8220;(&#8230;) La vita è una salita. Mentre vai su, guardi in alto, alla cima, e ti senti felice; ma quando l&#8217;hai raggiunta, quella cima, scopri di colpo la discesa, e la fine, che è la morte. Si va adagio a salire, ma si fa molto presto a scendere. Alla sua età, si è felici, pieni di gioia e di speranze che, del resto, non si realizzeranno mai. Alla mia invece, non ci si aspetta più nulla&#8230; solo la morte&#8221;.[3]</p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;">E&#8217; un mondo, dunque, che non si salva dalla solitudine e che è incapace di trovare delle buone risposte ai mali della vita. La concezione della vita di Maupassant è, molto probabilmente, portata dallo stesso poeta, De Varenne, e questo è suggerito proprio dal fatto che (1) in nessun personaggio del libro si trova una risposta positiva ai problemi della vita e (2) per il fatto che il poeta stesso, l&#8217;unico che riporta un&#8217;opinione soppesata e frutto di analisi introspettiva, totalmente assente negli altri personaggi, non sia che la resa alla morte (come dice sopra) e alla solitudine:</p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;">Norbert de Varenne ricominciò a parlare: &#8220;Si sposi, amico mio, lei non sa, non può sapere che cosa significa vivere soli, alla mia età. La solitudine in casa, la sera, davanti al camino. Mi pare allora d&#8217;essere solo sulla terra, orribilmente solo, ma circondato da pericoli vaghi, da cose ignote e spaventose; e la parete che mi divide dai vicini che non conosco, me li allontana quasi fossero stelle, le stesse che vedo dalla mia finestra. E mi prende una sorta di febbre, ch&#8217;è dolore e paura, e il silenzio dei muri mi spaventa. E così fondo e triste, il silenzio di una stanza in cui si vive soli. Non è un silenzio che stia semplicemente intorno al corpo, è un silenzio che sta intorno all&#8217;anima, e, quando scricchiola un mobile, sussulti fin dentro al cuore per ché nei luoghi spenti non s&#8217;aspettan rumori.&#8221;[4]</p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;">Come se il matrimonio possa salvare l&#8217;individuo da quella solitudine umana che è, invece, conseguenza dell&#8217;accettazione dei valori posticci e farlocchi della borghesia (di cui il matrimonio fa parte).</p>
<p style="text-align: justify;">Il mondo del giornalismo è lo specchio della società, non c&#8217;è speranza in chi riporta le opinioni di chi non vale niente e, in questo, non sembra che l&#8217;evoluzione storica abbia apportato sensibili miglioramenti ad una delle categorie più inutili che la storia dell&#8217;umanità abbia mai saputo proporre. Maupassant, sebbene sia molto raramente capace di ironia perché troppo assorbito egli stesso come narratore per concedersi un po&#8217; di distacco, riesce a far sorridere nella descrizione della vita di redazione del giornale di Duory:</p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;">Uno dei redattori che aveva finito di lavorare prese a sua volta un bilboquet dall&#8217;armadio; era un omettino che pareva un bimbo, benché avesse trentacinque anni; nel frattempo, alcuni giornalisti ch&#8217;erano appena entrati andarono anch&#8217;essi a prendersi i loro giocattoli. E presto furono in sei, uno accanto all&#8217;altro, le spalle al muro, a lanciare per aria, tutti con il medesimo gesto armonioso e regolare, le palle rosse, gialle o nere a seconda della natura del legno. Ed essendosi ingaggiata una gara, i due redattori che stavano ancora lavorando si alzarono per fare i giudici.[5]</p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;">D&#8217;altra parte, non c&#8217;è spazio per l&#8217;ironia nella descrizione del &#8220;giornalista ideale&#8221;, un uomo dedito al lavoro e, per ciò, apparentemente onesto. Ma Maupassant non ha pietà per un essere che vende il proprio pensiero al miglior offerente, lasciando intendere che c&#8217;è molta più disonestà nel mondo della stampa, una disonestà molto più sottile e profonda, rispetto a categorie che altri considerano più umilianti come le prostitute. Ma questa descrizione lascia spazio a pochi dubbi:</p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;">Fino a quel momento, tale incarico era stato tenuto da Boiseranrd, il segretario di redazione, un vecchio giornalista corretto, puntuale e meticoloso come un impiegato. In trent&#8217;anni, era stato segretario di redazione in undici giornali diversi senza mai modificare il suo modo di fare o di vedere. Passava da una redazione all&#8217;altra come si cambia ristorante, accorgendosi a stento che in cucina il gusto non era proprio lo stesso. Le opinioni politiche e religiose gli rimanevano affatto estranee. Era tutto tedito al giornale, quale che fosse, pratico del mestiere e prezioso per la sua esperienza. Lavorava come un cieco che non vede nulla, come un sordo che non ode nulla, e come un muto che non parla mai di nulla. Era tuttavia d&#8217;un&#8217;estrema lealtà professionale, e non si sarebbe mai prestato a far qualcosa che non avesse ritenuto onesto, leale e corretto, dal particolare punto di vista del suo mestiere.[6]</p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;"><em>Bel-Ami</em> è pervaso da un sensualismo prorompente che fa da contraltare al nichilismo dell&#8217;umanità che lo pervade. Si può ben dire che sia proprio il nichilismo ad essere il personaggio principale, nichilismo che viene presentato in tutta la sua varietà di forme. Molto probabilmente Maupassant non era consapevole di questo fatto, come, invece, doveva essere Turgenev, che in <em>Padri e figli</em> costruisce un personaggio fondamentale consapevole del suo essere nichilista (non a caso, la parola &#8220;nichilista&#8221; fa spesso capolino nel capolavoro di Turgenev). Ma il grande genio francese non ricade nella categoria di scrittori sensibili alle riflessioni morali e metafisiche, ed è capace di restituire perfettamente ciò che vede e ciò che prova e, in ciò, si sostanzia la sua stessa grandezza: Maupassant si legge volentieri proprio per questo, a differenza degli eccessi di un Dostoevskij, che è troppo filosofo scrittore per essere solo uno scrittore e, in ciò, sta principalmente il suo limite, limite che è il contrario di quello di Maupassant.</p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;espressione in immagini del nichilismo passa attraverso una prosa sensualistica e, a tratti, decadente nella quale le passioni profonde e la proiezione di esse nella realtà diventano a tal punto ambigue e ambivalenti da valere sia in senso vitalistico che in senso mortifero. La morte, la distruzione, il deperimento costituiscono un continuo sfondo sentimentale alla voglia di vivere ad ogni costo, voglia di vivere che si limita all&#8217;estrinsecazione degli aspetti più brutali dell&#8217;essere umano, surrogati di quegli istinti primordiali perché filtrati attraverso le categorie borghesi che rendono, in questo modo, l&#8217;istinto alla vita un fatto deprecabile, brutale e incapace di avere un valore positivo. Il terrore generato dalla dispersione è descritto in modo straordinario dal passo in cui la vita, ancora presente a livello biologico, lotta per non soccombere alla distruzione della morte: &#8220;In qualche ora, infatti, la barba era cresciuta su quelle carni già putride come, in qualche giorno, può crescere sulla faccia di un vivo. E di fronte alla vita che continua su quel morto, rimasero atterriti come davanti a un prodigio terribile, a una minaccia soprannaturale di resurrezione, a una di quelle cose anormali e paurose che sconvolgono e confondono l&#8217;intelletto.&#8221;[7]</p>
<p style="text-align: justify;">Va da sé che non c&#8217;è spazio alcuno per la riflessione, per un senso più elevato di umanità, di socialità. E la religione, che tanti credono così forte e profondamente radicata nell&#8217;ottocento, non compare minimamente, se non come palliativo molto apparente e sempre totalmente inutile. Il cattolicesimo costituisce esclusivamente un contraltare religioso al nichilismo reale. Una maschera, ormai neanche più utile per l&#8217;apparenza nell&#8217;interiorità, troppo invasa da altre forme di finzione: meglio fingere di essere persone importanti che hanno uno scopo (non si sa quale) nella vita, piuttosto che fingere di credere in qualcosa di cui si ignora totalmente la sostanza (Dio c&#8217;è?, Dio non c&#8217;è? che differenza fa se nessuno ci crede, se tutti hanno altre qualifiche nel cuore e nel cervello?). A tal proposito, lo spazio per la religiosità in questo mondo nichilistico, è magistralmente descritta da Maupassant, attraverso i pensieri dello stesso George:</p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;">Decisamente le chiese le son di tutto un po&#8217;!&#8221; si diceva. &#8220;La consolano d&#8217;aver sposato un ebreo, le danno un&#8217;aria di protesta nel mondo politico, un&#8217;aria di perbenismo nella società, e le forniscono un asilo per gl&#8217;incontri galanti. Ecco cosa significa l&#8217;abitudine di servirsi della religione come di un accessorio a mille usi! Se il tempo è bello, ti fa da bastone, se c&#8217;è il sole, ti fa da parasole, se piove, ti fa da ombrello, e, se non esci, lo lasci in anticamera. Ce ne sono a centinaia, di donne come lei, che si fanno un baffo del buon Dio, ma non vogliono che se ne parli e, quando capita, se ne servono come d&#8217;un intermediario. Se si sentissero proporre una camera ammobiliata, la troverebbero un&#8217;infamia, ma trovano normalissimo filare il prefetto amore ai piedi di un altare&#8221;.[8]</p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;">In questo passo c&#8217;è ben più che l&#8217;opinione di un personaggio, proprio perché il personaggio stesso ben difficilmente si sarebbe slanciato in una digressione sui valori della religione (di cui egli non nutre alcun interesse e opinione e, dunque, nessun senso critico) se non fosse che Maupassant stesso doveva pensare qualcosa di simile, se non altro riteneva che molti uomini la vivessero in quel modo.</p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;unico limite che si può ravvisare in questo capolavoro è proprio l&#8217;assenza di un&#8217;umanità diversa, che pure esiste. Esiste anche il prete che ci crede onestamente, esiste anche il letterato che non crede nella distruzione dell&#8217;arte, esiste anche lo scienziato che non crede che la scienza sia vana, come esiste il filosofo che non crede che le passioni siano l&#8217;unico movente per le azioni umane. Ma esiste anche l&#8217;uomo della strada buono (una minoranza, ma esiste) che crede in valori più elevati di un mondo destinato alla distruzione, alla ripetizione di epoca in epoca, che continuerà ad illudersi e a far del male all&#8217;umanità. Maupassant sembra arrendersi a questa umanità, quasi gli concedesse un eccesso di dignità, laddove egli stesso non arriva a formulare una risposta alternativa: le parole del poeta De Varenne ci fanno propendere proprio a questa lettura radicale perché è l&#8217;unico che esprime un&#8217;opinione di un minimo di sostanza. D&#8217;altra parte, come molti cantori di questa umanità ai minimi termini, di questa umanità così profondamente superficiale e inutile, così incapace di vivere in modo diverso da un oggetto perché profondamente simile ad un giocattolo a molla, Maupassant sembra essere stato condotto alla pazzia proprio da una concezione nella quale non c&#8217;è nessuna valida risposta e, dunque, c&#8217;è solo la resa incondizionata al male peggiore della vita: il nichilismo reale.</p>
<p style="text-align: justify;">Detto questo, la grandezza di questo romanzo, come quella dell&#8217;ancor più grande <em>Una vita</em>, consiste proprio nella sua straordinaria coerenza, perfezione, sia nella sostanza che nella forma. Maupassant è il poeta dell&#8217;umanità di ogni tempo, di quella <em>parte</em> dell&#8217;umanità destinata solo ad essere mangiata dai vermi e inesorabilmente dimenticata nel giro d&#8217;un batter d&#8217;ali di farfalla, ma non per questo incapace di peggiorare il mondo, così da replicare uno stato di cose che gli dia una parvenza di giustificazione.</p>
<p style="text-align: justify;">MAPASSANT GUY DE</p>
<p style="text-align: justify;"><em>BEL-AMI</em></p>
<p style="text-align: justify;">MONDADORI</p>
<p>PAGINE: 367.</p>
<p>EURO: 7,65.</p>
<div>
<hr align="left" size="1" width="33%" />
<div style="text-align: justify;">
<p>[1] Maupassant D. G. (1885), <em>Bel-Ami</em>, Mondadori, Milano, 1979, p. 5.</p>
</div>
<div style="text-align: justify;">
<p>[2] Maupassant D. G. (1885), <em>Bel-Ami</em>, Mondadori, Milano, 1979, p. 6.</p>
</div>
<div style="text-align: justify;">
<p>[3] Maupassant D. G. (1885), <em>Bel-Ami</em>, Mondadori, Milano, 1979, p. 109.</p>
</div>
<div style="text-align: justify;">
<p>[4] Maupassant D. G. (1885), <em>Bel-Ami</em>, Mondadori, Milano, 1979, p. 111.</p>
</div>
<div style="text-align: justify;">
<p>[5] Maupassant D. G. (1885), <em>Bel-Ami</em>, Mondadori, Milano, 1979, p. 46.</p>
</div>
<div style="text-align: justify;">
<p>[6] Maupassant D. G. (1885), <em>Bel-Ami</em>, Mondadori, Milano, 1979, p. 99.</p>
</div>
<div style="text-align: justify;">
<p>[7] Maupassant D. G. (1885), <em>Bel-Ami</em>, Mondadori, Milano, 1979, p. 149.</p>
</div>
<div>
<p style="text-align: justify;">[8] Maupassant D. G. (1885), <em>Bel-Ami</em>, Mondadori, Milano, 1979, p. 207.</p>
</div>
</div>
]]></content:encoded>
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		<title>Breve chiarificazione: ‘Cos’è l’Experimental Philosophy?’</title>
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		<pubDate>Wed, 01 Feb 2012 21:55:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Francesco Margoni</dc:creator>
				<category><![CDATA[Epistemologia]]></category>
		<category><![CDATA[Filosofia Contemporanea]]></category>
		<category><![CDATA[Scienze Cognitive]]></category>
		<category><![CDATA[Spiegazioni per una Filosofia più Easy!]]></category>
		<category><![CDATA[Esperimento Mentale]]></category>
		<category><![CDATA[Filosofia sperimentale]]></category>
		<category><![CDATA[Frege]]></category>
		<category><![CDATA[Intuizione]]></category>
		<category><![CDATA[Kripke]]></category>
		<category><![CDATA[Marraffa]]></category>
		<category><![CDATA[Popper]]></category>
		<category><![CDATA[Russell]]></category>
		<category><![CDATA[Scienza]]></category>
		<category><![CDATA[Teoria causale del riferimento]]></category>

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		<description><![CDATA[Obbiettivo dello scritto è chiarire cosa si intende per &#8220;filosofia sperimentale&#8221;. La filosofia sperimentale (anche detta x-phi, abbreviando la denominazione inglese) è una nuova tendenza d’indagine filosofica che integra l’ormai tradizionale metodologia d’indagine della filosofia analitica con il metodo scientifico &#8230; <a href="http://www.scuolafilosofica.com/1393/breve-chiarificazione-cose-lexperimental-philosophy">Continua la lettura <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Obbiettivo dello scritto è chiarire cosa si intende per &#8220;filosofia sperimentale&#8221;.</p>
<p style="text-align: justify;">La filosofia sperimentale (anche detta x-phi, abbreviando la denominazione inglese) è una nuova tendenza d’indagine filosofica che integra l’ormai tradizionale metodologia d’indagine della filosofia analitica con il metodo scientifico della scienza cognitiva. La filosofia sperimentale è diffusa soprattutto negli Usa (Yale, Arizona, Buffalo), mentre in Italia viene sostanzialmente ignorata.</p>
<p style="text-align: justify;">Il punto centrale è questo: il filosofo è detto sperimentale quando si occupa di indagare attraverso la ricerca e il metodo empirico, ovvero attraverso uno studio sistematico, rigoroso e scientifico, il pensiero e le intuizioni dell’uomo comune sulle questioni che stanno a fondamento della discussione filosofica.<span id="more-1393"></span></p>
<p style="text-align: justify;">Dunque, chiarire e contribuire a risolvere i tradizionali problemi filosofici raccogliendo informazioni, attraverso un procedimento controllato e scientifico, su cosa le persone di fatto pensano e dicono degli esperimenti mentali del filosofo. Ma più in generale sono le intuizioni del filosofo a dover essere vagliate criticamente e scientificamente. Prima cioè di poter asserire con sicurezza che l’uomo naturalmente pensa così o dice così, bisogna sottoporre a verifica sperimentale l’ipotesi che l’uomo pensa e dice così.</p>
<p style="text-align: justify;">Prima di chiarire cos’è un esperimento mentale, noto che l’esigenza di vagliare l’aderenza dell’intuizione del filosofo a quella della persona comune (ovvero del non-filosofo), ha una chiara origine. Non è raro sentire l’opinione per cui la divisione dei compiti tra scienziato e filosofo è la seguente: il filosofo si occupa di fare l’analisi concettuale al fine di definire il contenuto dell’immagine ordinaria del mondo; lo scienziato si occupa di fare ricerca sperimentale per costruire l’immagine scientifica (Marraffa, 2010). Il filosofo effettua l’analisi concettuale anche attraverso il ‘metodo dei casi e delle intuizioni’(cioè attraverso gli esperimenti mentali). Per decidere se accettare o rifiutare l’analisi di un concetto ordinario, il filosofo inventa un esperimento mentale in grado di creare un’intuizione che funge da perno attorno al quale ruota l’accettazione o il rifiuto dell’analisi: se l’analisi si accorda con l’intuizione allora è corretta, nel caso contrario è scorretta. Ora, è chiaro, l’intuizione è qualcosa di evidente, di chiaramente vero. Non è chiaro invece di chi sia questa intuizione. Anche se è chiaro di chi per forza deve essere. L’intuizione non può appartenere al solo filosofo che formula l’esperimento mentale, ed essere in contraddizione con le intuizioni degli altri. Non discuteremo nemmeno questa possibilità. Ma l’intuizione non può appartenere nemmeno solamente alla classe dei filosofi professionisti, perché (a) nessuno fin’ora ha portato evidenza di una differenza tra le intuizioni del filosofo e quelle del non-filosofo, (b) l’intuizione del solo filosofo non è abbastanza neutrale da permettere un lavoro non compromesso di valutazione di teorie filosofiche antagoniste. Allora l’intuizione deve appartenere alla classe degli umani (non-filosofi). Questo implica che quando il filosofo afferma che la sua intuizione è rappresentativa dell’intuizione ordinaria, egli si impegna in una tesi empirica, cioè che l’uomo comune di fatto condivide la sua stessa intuizione. È qui che propriamente nasce l’esigenza di condurre ricerche empiriche atte a determinare se e quanto l’intuizione del filosofo è condivisa dal non-filosofo: quest’esigenza prende il nome di ‘filosofia sperimentale’.</p>
<p style="text-align: justify;">L’esperimento mentale è un metodo d’indagine usato dalla filosofia (e fino dai tempi dei filosofi pre-socratici (Rescher, 1991), ma non solo: l’esperimento mentale è usato nelle scienze naturali,[1] vedi ad es. il gatto di Schrödinger, il diavoletto di Maxwell, l’ascensore di Einstein, la congettura di Poincaré etc.). In ambito filosofico l’esperimento mentale è usato ed importante soprattutto in etica, in filosofia del linguaggio e in filosofia della mente. Cooper (2005) argomenta in favore della continuità tra esperimento mentale usato in campo filosofico ed esperimento mentale usato in campo scientifico; è possibile pensare che non ci siano differenze tra gli esperimenti mentali usati nella filosofia e quelli usati nella scienza. Sommariamente, l’esperimento mentale può essere definito come uno strumento dell’immaginazione usato per investigare la natura delle cose. Attraverso esso è possibile guadagnare nuova conoscenza in assenza di nuovi dati empirici. Secondo la definizione di Gendler (1998, pg. 398)[2] condurre un esperimento mentale è giudicare cosa accadrebbe, se il particolare stato di cose descritto in uno scenario immaginario, fosse reale. Ci sono poi diverse maniere di categorizzare gli esperimenti mentali, non tutte valide. Ad esempio Popper (1959) propone un’interessante, anche se troppo generale, tassonomia dell’esperimento mentale: esistono esperimenti mentali euristici, cioè che fungono da illustrazioni alla teoria; critici, cioè che fungono elemento critico per confutare una teoria; apologetici, cioè che fungono da elemento critico in favore di una certa teoria. Per chiudere la nota sugli esperimenti mentali osservo solamente che questi, per distinguersi dal semplice fantasticare su mondi possibili più o meno probabili, devono essere rigorosi; ma va sempre tenuto a mente che un esperimento mentale può essere sempre ripensato (ovvero reinterpretato; Bokulich, 2001) e che la sua evidenza è relativa al contesto storico e sociale in cui è pensato (McAllister, 1996). Noto infine, in sede critica, che non è sempre chiaramente e facilmente determinabile quanto un esperimento mentale è, di fatto, affidabile, e questo è tanto più problematico nel momento in cui, come si ha la forte sensazione, l’esperimento mentale, in filosofia, è spesso abusato (e deliberatamente, come già avverte Dennett, 1985 – basta pensare agli esperimenti mentali sull’identità personale, ad es. Parfit, 1987). Pertanto non è sarebbe negativo un sano scetticismo nei confronti di questa metodologia di indagine, senza che questo certo porti a visioni detrattrici dell’esperimento mentale come quella di Duhem (ma applicate allo studio filosofico; per una critica spietata dell’esperimento mentale in filosofia vedi Wilkes, 1998); vanno cioè senz’altro determinati requisiti rigorosi di individuazione del successo di un esperimento mentale.[3]</p>
<p style="text-align: justify;">Torniamo al nostro discorso: esemplifichiamo il procedere della filosofia sperimentale. Saul Kripke, in <em>Naming and Necessity</em>, propose un esperimento mentale in supporto alla sua nuova teoria del riferimento. Secondo la teoria tradizionale, da Kripke chiamata ‘teoria descrittivista’, formulata da Frege e da Russell e nella versione più seducente dal Wittgenstein delle <em>Ricerche Filosofiche</em>, un nome è sinonimo di una descrizione definita, che specifica la persona o la cosa in questione. Kripke non condivide questa teoria e ne propone un’altra (anche se più che di teoria dovremo parlare di immagine, seguendo gli stessi suggerimenti dati da Kripke durante l’esposizione delle sue idee): i nomi arrivano ad avere un riferimento alla realtà per mezzo di una procedura di battesimo, cioè l’attribuzione di un nome a una persona o a una cosa, primo passo con cui si origina una catena causale collegante referente e parlante. Questa teoria o abbozzo di teoria è chiamata da Kripke ‘teoria causale del riferimento’. Ora, per mostrare la falsità della visione tradizionale per cui i nomi propri sono sinonimi di descrizioni o agglomerati di descrizioni (nella versione data da Wittgenstein), Kripke, tra le altre argomentazioni, ne adduce una che prende la forma di un esperimento mentale. Immaginiamo che il teorema di Gödel sia in realtà il frutto del lavoro di un certo Gianni. Il teorema è chiamato ‘di Gödel’solamente perché il Sig. Gödel è entrato in possesso del manoscritto redatto da Gianni e lo ha spacciato per suo. L’esperimento è proposto proprio per mostrare che il nome‘Gödel’, dai più conosciuto solo in relazione al famoso teorema, secondo la teoria tradizionale del riferimento, dovrebbe stare per ‘quello che ha inventato il teorema’, ovvero altrimenti riferirebbe a Gianni. Ma, dice Kripke, ovviamente non è così, è evidente che noi, quando parliamo di Gödel, non ci stiamo riferendo a Gianni. Kripke si appoggia al senso comune. Ma è davvero solido l’appoggio?</p>
<p style="text-align: justify;">Un esperimento mentale, per essere accettabile, deve necessariamente soddisfare almeno questi due requisiti: (a) poggiare su intuizioni accettabili; (b) non creare delle contraddizioni logiche. Ora, il requisito (a) è controverso, dal momento che non è sempre chiaro quando un’intuizione è accettabile: alle volte l’uomo si inganna nel credere intuitivamente evidente e accettabile qualcosa che invece non lo è. La questione dell’affidabilità delle intuizioni è il maggiore contributo e la ragione d’esistenza della cosiddetta filosofia sperimentale.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel caso dell’esperimento proposto da Kripke, il filosofo sperimentale andrebbe a indagare se è proprio vero che ‘noi’, quando parliamo di Gödel, non ci stiamo riferendo a Gianni. È quello che hanno fatto Machery et al. (2004). Lo studio da loro condotto dimostra che le intuizioni a proposito del riferimento variano culturalmente: i soggetti americani (occidentali), di fronte a situazioni con una forma del tutto simile a quella dell’esperimento mentale proposto da Kripke, rispondono nel modo che il logico americano avrebbe ritenuto evidente e ovvio, mentre i soggetti cinesi (asiatici) hanno delle intuizioni diverse, più consonanti con la teoria tradizionale di Frege e Russell. Uno studio del genere, se può certo invalidare un argomento a supporto della teoria di Kripke, invalidando la presunta ovvietà dell’intuizione su cui si basa, ad opinione di chi scrive, non riesce affatto ad invalidare la teoria di Kripke.</p>
<p style="text-align: justify;">Un altro lavoro interessante (e fin troppo conosciuto) è quello di Knobe (2003a, 2003b) che mostra come le valutazioni di tipo morale possono influire sull’applicazione di alcuni concetti della psicologia del senso comune (ad esempio il concetto di intenzionalità).</p>
<p style="text-align: justify;">Più in generale la filosofia sperimentale porta questo messaggio: la filosofia, se vuole essere rigorosa, deve (a) passare al vaglio critico e scientifico le intuizioni su cui si appoggia nei propri ragionamenti, (b) conoscere il dato psicologico per evitare di proporre teorie psicologicamente implausibili.</p>
<p style="text-align: justify;">Chiudo con una nota critica. Trovo improprio e confuso l’uso della formula ‘filosofia sperimentale’ per designare un nuovo metodo d’indagine filosofica o anche solo un nuovo messaggio di rinnovamento trasmesso alla filosofia. Non mi pare sia sorta una nuova disciplina, o un nuovo campo del sapere; semplicemente alcuni filosofi si stanno impegnando per rinnovare i modi dell’argomentazione filosofica. Niente di più, niente di meno.</p>
<p style="text-align: justify;">Si segnalano alcuni siti dedicati alla filosofia sperimentale e dintorni:</p>
<p style="text-align: justify;">1) http://www.x-phi.org/</p>
<p style="text-align: justify;">2) http://www.philosophyexperiments.com/</p>
<p style="text-align: justify;">3) http://epi.arizona.edu/links.html</p>
<p style="text-align: justify;">4) http://pantheon.yale.edu/~jk762/ExperimentalPhilosophy.html</p>
<p style="text-align: justify;">5) http://eerg.buffalo.edu/</p>
<p style="text-align: justify;">6) http://experimentalphilosophy.typepad.com/experimental_philosophy/</p>
<div style="text-align: justify;">
<h2 align="center">Bibliografia</h2>
</div>
<p style="text-align: justify;">- Appiah, K. (2007). <em>The New New Philosophy.</em> The New York Times. (http://www.nytimes.com/2007/12/09/magazine/09wwln-idealab- t.html?pagewanted=1).</p>
<p style="text-align: justify;">- Bokulich, A. (2001). <em>Rethinking Thought Experiments.</em> <em>Perspectives on Science</em><em>.</em> 9, pp. 285–307.</p>
<p style="text-align: justify;">- Brown, J. &amp; Fehige, Y. <em>Thought Experiments.</em> <em>The Stanford Encyclopedia of Philosophy</em><em> </em><em>(Fall 2011 Edition)</em>. Zalta (ed.), URL = http://plato.stanford.edu/archives/fall2011/entries/thought-experiment/</p>
<p style="text-align: justify;">- Brown, J. (1991). <em>The Laboratory of the Mind. </em>London: Routledge. Pg. 76.</p>
<p style="text-align: justify;">- Cooper, R. (2005). <em>Thought Experiments.</em> Metaphilosophy. 36, pp. 328-346.</p>
<p style="text-align: justify;">- Dennett, D. (1995). <em>Intuition Pumps.</em> In J. Brockman (ed.), <em>The Third Culture</em>, New York et al.: Simon &amp; Schuster, pp. 181–197.</p>
<p style="text-align: justify;">- Duhem, P. (1913). <em>La théorie physique son objet et sa structure. </em><em>2<sup>nd</sup></em><em> </em><em>edition, Paris</em><em>:</em>  Chevalier &amp; Rivière, tr. eng. P. Weiner, 1960, <em>Aim and Structure of Physical Theory</em>, Princeton: Princeton University Press.</p>
<p style="text-align: justify;">- Gendler, T. (1998). <em>Galileo and the Indispensability of Scientific Thought Experiment.</em> British Journal for the Philosophy of Science. 49, 397-424.</p>
<p style="text-align: justify;">- Knobe, J. (2003a). <em>Intentional Action and Side Effects in Ordinary Language</em>. Analysis. 63, pp. 190-193.</p>
<p style="text-align: justify;">- Knobe, J. (2003b). <em>Intentional Action in Folk Psychology: an Experimental Investigation.</em> Philosophical Psychology. 16, pp. 309-324.</p>
<p style="text-align: justify;">- Knobe J., Nichols S. (2008). <em>Experimental philosophy.</em> Oxford: Oxford University Press.</p>
<p style="text-align: justify;">- Kripke, S. (1972). <em>Naming and Necessity.</em> In Davidson, Harman (pp. 253-355); trad. it. <em>Nome e necessità.</em> Boringhieri, Torino 1982.</p>
<p style="text-align: justify;">- Kuhn, T. (1981). <em>A Function for Thought Experiments.</em> In Scientific Revolutions, edited by Hacking, 6–27. Oxford: Oxford University Press. First published in 1964.</p>
<p style="text-align: justify;">- Mach, E. (1905). <em>Über Gedankenexperimente.</em> In: <em>Erkenntnis und Irrtum</em>, Leipzig: Verlag von Johann Ambrosius Barth, pp. 181–197. Translated by J. McCormack, in <em>Knowledge and Error</em>, Dordrecht: Reidel, pp. 134–147.</p>
<p style="text-align: justify;">- Machery, E., Mallon, R., Nichols, S., Stich, S. (2004). <em>Semantics, Cross-cultural Style.</em> Cognition. 92, 3, pp. B1-B12.</p>
<p style="text-align: justify;">- Marraffa, M. (2010). <em>La neuroetica: due perplessità</em>. Giornale Italiano di Psicologia. 4, pp. 809-814.</p>
<p style="text-align: justify;">- McAllister, J. (1996). <em>The Evidential Significance of Thought Experiments in Science.</em>  <em>Studies in History and Philosophy of Science</em><em>.</em> 27, pp. 233–250.</p>
<p style="text-align: justify;">- Norton, J. (1991). <em>Thought Experiments in Einstein’s Work.</em> In Thought Experiments in Science and Philosophy, edited by Horowitz &amp; Massey, 129–48. Lanham, Md.: Rowman and Littlefield.</p>
<p style="text-align: justify;">- Parfit, D. (1987). <em>Reasons and Persons</em>. Oxford: Clarendon Press. (vedi esperimento mentale della divisione della persona a modo di un’ameba).</p>
<p style="text-align: justify;">- Popper, K. (1959). <em>On the use and misuse of imaginary experiments, especially in Quantum Theory.</em> In <em>The Logic of Scientific Discovery</em>, London: Hutchinson, 442 -456.</p>
<p style="text-align: justify;">- Rescher, N. (1991). <em>Thought Experiments in Presocratic Philosophy</em>. In T. Horowitz and G. Massey (eds.), <em>Thought Experiments in Science and Philosophy</em>, Lanham: Rowman &amp; Littlefield, pp. 31–42.</p>
<p style="text-align: justify;">- Sorensen, R. (1992). <em>Thought Experiments.</em> Oxford: Oxford University Press.</p>
<p style="text-align: justify;">- Wilkes, K. (1988). <em>Real People: Personal Identity without Thought Experiments</em>. Oxford: Oxford University Press.</p>
<div></div>
<hr align="left" size="1" width="33%" />
<div style="text-align: justify;">
<p>[1]  L’uso dell’esperimento mentale è così generalmente accettato nella scienza. Pertanto la posizione detrattrice e restrittiva di Duhem (1913; pp. 304-311), che appunto condanna l’uso dell’esperimento mentale nel processo di conoscenza scientifico, è decisamente minoritaria.</p>
</div>
<div style="text-align: justify;">
<p>[2] Altre definizioni, seppur insoddisfacenti, perché non generalizzabili ai diversi tipi di esperimenti mentali usati nella scienza e nella filosofia o perché più in generale problematiche (vedi Cooper, 2005), sono state proposte da Kuhn (1981; 1964), Norton (1991), per cui ogni esperimento mentale è un argomento, Brown (1991, p. 76), che propone una visione platonica, e Sorensen (1992), che recupera la visione di Mach (1905) categorizzando gli esperimenti mentali come veri e propri esperimenti (ovvero esperimenti reali = esperimenti mentali, dal momento che i due termini condividono molte e basilari caratteristiche).</p>
</div>
<div>
<p style="text-align: justify;">[3] Da non sottovalutare a proposito è il problema della sottodeterminazione.</p>
</div>
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		<title>Austin J.</title>
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		<pubDate>Fri, 27 Jan 2012 22:06:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giangiuseppe Pili</dc:creator>
				<category><![CDATA[Filosofia Contemporanea]]></category>
		<category><![CDATA[Atto Illocutorio]]></category>
		<category><![CDATA[Atto linguistico]]></category>
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		<category><![CDATA[Atto Perlocutorio]]></category>
		<category><![CDATA[Austin]]></category>
		<category><![CDATA[Fallacia descrittiva]]></category>
		<category><![CDATA[Felicità]]></category>
		<category><![CDATA[Filosofia del linguaggio]]></category>
		<category><![CDATA[Frege]]></category>
		<category><![CDATA[Grice]]></category>
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		<category><![CDATA[Teoria degli atti linguistici]]></category>

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		<description><![CDATA[Vita. John L. Austin nasce a Lancaster il 26 marzo del 1911 e muore a Oxford nel 1960. Egli fu uno studioso di Aristotele, di cui tradusse opere in inglese. Fu traduttore di testi filosofici importanti, come I fondamenti dell&#8217;aritmetica &#8230; <a href="http://www.scuolafilosofica.com/1390/austin-j">Continua la lettura <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div style="text-align: justify;">
<h3 align="center">Vita.</h3>
</div>
<p style="text-align: justify;">John L. Austin nasce a Lancaster il 26 marzo del 1911 e muore a Oxford nel 1960. Egli fu uno studioso di Aristotele, di cui tradusse opere in inglese. Fu traduttore di testi filosofici importanti, come <em>I fondamenti dell&#8217;aritmetica</em> di Frege. Tenne diversi cicli di conferenze, di cui uno ad Harward e da cui fu tratto il libro <em>Come fare cose con le parole</em>.</p>
<div style="text-align: justify;">
<h3 align="center">Opere.</h3>
</div>
<p style="text-align: justify;"><em>Are there a priori concepts?</em> (1959)</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Other minds</em> (1946).</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Truth</em> (1950).<span id="more-1390"></span></p>
<p style="text-align: justify;"><em>How to talk-some simple ways </em>(1953).</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Ifs and cans</em> (1956).</p>
<p style="text-align: justify;"><em>A plea for excuses</em> (1956).</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Pretending</em> (1958).</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Furono pubblicati postumi:</p>
<p style="text-align: justify;"><em>How do Do Things with Words</em> (1962).</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Sense and Sensibilia</em>.</p>
<div style="text-align: justify;">
<h3 align="center"> <span style="text-align: justify;">Schema dell&#8217;articolo.</span></h3>
</div>
<p style="text-align: justify;"><strong>Introduzione alla teoria degli atti linguistici di Austin e considerazioni generali sulla sua filosofia.</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La fallacia descrittiva.</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La difficoltà di Austin.</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il performativo.</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Performativi primari e performativi espliciti.</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>L&#8217;infelicità degli atti illocutori.</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Atti locutori, illocutori e perlocutori.</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Distinzioni tra usi linguistici diversi: quando il linguaggio si fa operativo.</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Riferimenti.</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Bibliografia.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">
<div style="text-align: justify;">
<h3 align="center">Introduzione alla teoria degli atti linguistici di Austin e considerazioni generali sulla sua filosofia.</h3>
</div>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;">John L. Austin si situa nel periodo in cui il centro del dibattito filosofico era l&#8217;analisi semantica del linguaggio. Analisi semantica che ha come temi chiave il concetto di <em>riferimento</em> e <em>verità</em>. Austin ritiene che tale approccio sia troppo riduttivo, soprattutto quando intende ridurre l&#8217;intero uso linguistico alla sola semantica. In realtà, il linguaggio ordinario, com&#8217;era stato riconosciuto da grandi logici e filosofi (Frege e Tarski prima di tutti gli altri), non consente una totale riduzione all&#8217;apparato logico-semantico: il linguaggio è un insieme articolato e composito di usi diversi, con scopi diversi. L&#8217;analisi filosofica si era concentrata soprattutto sugli enunciati dichiarativi che Austin chiamerà &#8220;constativi&#8221;, che sono veri o falsi in base alla corrispondenza degli enunciati con stati di cose nel mondo. Gli enunciati dichiarativi hanno un riferimento (denotazione) e un valore di verità e i filosofi, per l&#8217;esigenza sistematica che li contraddistingue, hanno cercato una teoria universale per questo genere di asserti. Quest&#8217;esigenza sistematica, comunque, non è la caratteristica esclusiva di alcuni filosofi contemporanei, ma è stata, in generale, quella di gran parte della filosofia nella sua storia. Nel passato erano stati elaborati dei sistemi che cercavano di ridurre alcune parole del linguaggio ordinario (buono, giusto, vero etc.) ad un loro uso peculiare che, poi, diventava &#8220;filosofico&#8221;. Questo approccio schematico, riduzionista e tecnicista è, per Austin, l&#8217;errore stesso della filosofica che, invece di limitarsi alla chiarificazione senza &#8220;potature&#8221; della complessità del linguaggio ordinario, ha tentato di costruire teorie che impongono un significato univoco a delle parole la cui ricchezza non si lascia ricondurre ad un&#8217;analisi filosofica stringente.</p>
<p style="text-align: justify;">Il linguaggio ordinario diventa l&#8217;oggetto stesso dell&#8217;attenzione di Austin, in particolare nel ciclo di conferenze tenute ad Harward di cui <em>Come fare cose con le parole</em> è il risultato. Austin non amava né le conferenze né la costruzione di teorie e, più in generale, va considerato come un filosofo estremamente critico e ironico nei confronti della filosofia stessa (come suggerisce egli stesso in varie parti del <em>Come fare cose con le parole</em> e come viene osservato da Sbisà e Penco nell&#8217;introduzione al libro). Se il linguaggio ordinario è l&#8217;oggetto dell&#8217;analisi filosofica, se l&#8217;analisi filosofica non deve diventare tecnica per sfrondare usi linguistici propri e impropri perché il linguaggio ordinario è insostituibile, allora la filosofia deve trattare del suo oggetto (il linguaggio ordinario) mediante se stesso. Ed è quello che Austin riesce a fare nel suo ciclo di conferenze giacché, a parte l&#8217;uso di qualche nome coniato per formare categorie di atti linguistici, egli non procede mai ad una sistematica costruzione teorica. Anche lo stile argomentativo del libro ricalca in buona parte quest&#8217;approccio generale, giacché Austin non fornisce mai delle conclusioni stringenti, definitive, irrivedibili ma solo delle delucidazioni parziali e sempre molto caute. Così, se, spesso, si rimane piuttosto delusi dalla profondità dell&#8217;analisi, da un altro lato bisogna sforzarsi di inserire <em>Come fare cose con le parole</em> in una visione più ampia della filosofia stessa.</p>
<p style="text-align: justify;">La teoria degli atti linguistici è tratteggiata in modo tale che la teoria del generale (atti illocutori e perlocutori e locutori) sia presentata solo nella seconda parte ideale del testo. Nella prima Austin chiarisce tre concetti fondamentali: la fallacia descrittiva, il performativo e cosa significa &#8220;fare cose con le parole&#8221;.</p>
<p style="text-align: justify;">La fallacia descrittiva è il miraggio filosofico che ha condotto esimi pensatori all&#8217;idea che l&#8217;intero linguaggio sia riducibile agli asserti constativi (proposizioni dichiarative) la cui sistemazione teorica (la semantica formale) fosse l&#8217;obbiettivo finale dell&#8217;analisi filosofica stessa. Questa visione è profondamente improntata da quel che Nietzsche avrebbe chiamato &#8220;pregiudizio della verità&#8221;, l&#8217;idea secondo cui la verità sia l&#8217;unico obbiettivo della ricerca filosofica e scientifica, l&#8217;unico obiettivo veramente nobile. Ma il linguaggio ordinario, così denso e ricco di sfumature diverse, come osservava anche Wittgenstein parallelamente, non si presta a tale riduzione perché in esso si sono accumulati degli usi che sono semanticamente invisibili. La semantica non tratta dell&#8217;uso operativo del linguaggio (ma neanche degli aspetti comunicativi) che, invece, pervadono il linguaggio ordinario. L&#8217;impostazione filosofica &#8220;standard&#8221; costituirà continuamente un bersaglio polemico per Austin che, però, ne riconosce l&#8217;implicita validità e forza, non solo perché la comunità filosofica di quegli anni ne imponeva l&#8217;importanza. Egli si rende ben conto che il suo punto di vista, che riconsidera il linguaggio all&#8217;interno della categoria dell&#8217;<em>azione</em>, deve comunque fare i conti con i problemi del contenuto semantico degli asserti <em>anche quando</em> essi sono operativi.</p>
<p style="text-align: justify;">La teoria del performativo è il punto d&#8217;inizio dell&#8217;analisi austiniana, nella quale traccerà le caratteristiche generali di quel che significa eseguire un atto linguistico e delle condizioni necessarie alla sua esistenza. Il performativo è un verbo il cui uso alla prima persona singolare al presente indicativo diverge dal significato che assume alla terza persona singolare sempre al presente indicativo. Il performativo è il caso esemplare di uso del linguaggio operativo, che non ha un valore descrittivo. Quando diciamo &#8220;Io prometto che&#8230;&#8221; non è per descrivere l&#8217;azione, ma per eseguire una promessa: mi assumo la responsabilità di un atto futuro e dichiaro apertamente che ho l&#8217;intenzione di mantenere fede alle mie parole e, qualora non fosse così, sono disposto a pagarne le conseguenze. La dissertazione sui performativi è volta a chiarire in che modo il linguaggio può diventare un&#8217;azione, in circostanze adeguate. Innanzi tutto, per Austin, un atto linguistico deve essere parte di una procedura che lo renda manifesto e lo renda <em>valido</em>. D&#8217;altra parte, anche l&#8217;esecutore dell&#8217;atto deve essere autorizzato, deve godere dell&#8217;autorità di proferire certe parole e, qualora non disponesse di questa autorità, egli non compirebbe un atto linguistico. Così pure le circostanze devono essere adeguate al proferimento: un giudice ha l&#8217;autorità <em>nell&#8217;aula</em> di pronunciare un verdetto (atto linguistico esprimibile mediante performativo &#8220;Io condanno&#8230;&#8221;) ma non <em>fuori</em> dall&#8217;aula. Inoltre, la procedura deve essere condivisa e conosciuta da tutti i partecipanti il che pone dei problemi: &#8220;Io ti sfido a duello&#8230;&#8221; oggi non ha validità perché (a parte alcune regioni della terra) tale proferimento non diventa operativo per via del fatto che la procedura &#8220;eseguire duello&#8221; non è condivisa né riconosciuta dalla comunità linguistica. D&#8217;altra parte, la procedura deve essere eseguita correttamente e completamente, anche se, in pratica, esiste una certa <em>elasticità</em> (altrimenti l&#8217;università chiuderebbe, come dice lo stesso Austin!). D&#8217;altra parte, anche le intenzioni con cui vengono proferiti certi enunciati hanno la loro importanza: in generale, una persona compie un atto linguistico solo a condizione che abbia l&#8217;intenzione di mantenere fede alle sue parole e che alle parole seguano i fatti. Austin osserva che un atto linguistico eseguito in malafede implica il suo fallimento in molti casi (ad esempio, &#8220;Io prometto&#8230;&#8221; senza aver l&#8217;intenzione di fare ciò che si dice, non è un atto linguistico genuino), ma pure che un atto linguistico a cui non segua l&#8217;azione corrispondente è, di fatto, nullo (ad esempio, &#8220;Io ti giuro che se non sparisci, ti picchio&#8221; se l&#8217;altro non se ne va e io non lo picchio, si può dire che io non l&#8217;abbia, di fatto, minacciato).</p>
<p style="text-align: justify;">Dopo aver discusso della teoria particolare del performativo e dei casi che lo rendono nullo, Austin passa alla teoria generale. Gli atti vengono distinti in tre grandi categorie: atti locutori, atti illocutori e atti perlocutori. La teoria degli atti linguistici può essere pensata nei termini della domanda &#8220;come un asserto linguistico può diventare causa di eventi fisici indipendenti dalle onde sonore prodotte dall&#8217;asserto stesso&#8221;. Questa è, probabilmente, la domanda cruciale alla quale Austin non può sottrarsi. In gioco c&#8217;è in palio la dimostrazione che il linguaggio non è solo descrittivo ma anche operativo. La distinzione tra locuzione e illocuzione sta nel fatto che un asserto ha una <em>forza</em> che non è traducibile nei termini di <em>riferimento e verità</em>, motivo per il quale è lecito elaborare una teoria non-semantica del linguaggio ordinario. La <em>forza</em> è ciò che rende un atto illocutorio operativo, <em>valido</em> e capace di avere <em>effetti nel mondo</em>. Esistono vari tipi di <em>forze</em> in base alle quali vengono classificati i vari atti illocutori. Un atto illocutorio, che sia felice o meno, ha delle conseguenza: gli atti perlocutori. Gli atti perlocutori sono le conseguenze dirette che sono scaturite dall&#8217;atto illocutorio sia che si consideri l&#8217;atto illocutorio felice o meno.</p>
<p style="text-align: justify;">Austin, comunque, si rende conto del rischio implicito nella sua teoria: in essa potrebbero rientrare anche atti apparentemente identici ad atti illocutori ma realmente diversi. L&#8217;ambiguità nasce dall&#8217;idea fuorviante che il linguaggio operativo sia semplicemente definito dalle <em>conseguenze </em>degli usi del linguaggio stesso: l&#8217;offendere, lo sfogarsi sono o non sono atti illocutori? Essi sono spesso proferiti da un simil-performativo (&#8220;Io ti insulto&#8230;&#8221;, &#8220;Io ti disconosco&#8230;&#8221;) o, comunque, da particelle grammaticali che potrebbero far pensare che ci troviamo a genuini atti illocutori: essi hanno degli effetti reali sul mondo, per tanto, ottemperano ad un certo fine. Austin, invece, vuole mantener fermo il principio per cui un atto illocutorio è operativo non perché esso ha semplicemente degli effetti, ma perché ha degli effetti <em>in base ad una procedura riconosciuta e ben eseguita</em>. Non tutti gli effetti costituiscono un motivo di distinzione degli atti illocutori, ma solo alcuni: quelli prodotti dall&#8217;esecuzione corretta ed esaustiva della procedura stessa. Di conseguenza, l&#8217;atto illocutorio è, sostanzialmente, un atto &#8220;istituzionale&#8221; se con &#8220;istituzionale&#8221; vogliamo intendere una pratica qualunque codificata da una comunità linguistica.</p>
<p style="text-align: justify;">Il linguaggio, dunque, può diventare operativo, può essere una categoria del fare. Ma esso deve essere, prima di tutto, fondato sulla possibilità che le azioni eseguite mediante atti linguistici siano, comunque, eseguibili anche senza. Il linguaggio operativo si sostanzia sull&#8217;azione che, invece, può sussistere e sussiste anche in assenza del linguaggio. In questo contesto sarebbe stata molto interessante un&#8217;analisi &#8220;storico-genetica&#8221; pratiche sociali che hanno condotto alla formazione di procedure canonizzate e riconosciute da un&#8217;intera comunità. Tale analisi, d&#8217;altronde, riguarda fenomeni molto diversi, come sono diversi i vari atti linguistici possibili (riti religiosi, burocrazia giurisprudenziale, procedure aziendali etc.). Altra analisi preziosa: la costituzione di nuove procedure in base alle sole intenzioni (bambini che giocano). Una ricostruzione storico-genetica delle pratiche reali, unita all&#8217;analisi della formazione di procedure nuove sulla base delle sole intenzioni sarebbe stata la degna conclusione del lavoro di Austin. Il Filosofo, invece, ci fa caso solo incidentalmente. E il motivo è, di fatto, la sua stessa convinzione <em>profonda </em>secondo cui questo non è più materia di filosofia (esce fuori dal linguaggio ordinario) e diventa parte di discipline <em>più idonee </em>(psicologia, linguistica etc.): la filosofia deve analizzare il linguaggio ordinario con gli strumenti del linguaggio ordinario.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Come fare cose con le parole</em> rimane un &#8220;classico&#8221; nel senso che tutti coloro che intendano chiarirsi le idee su una delle più attuali e dibattute discussioni in ambito filosofico e non solo, devono (o possono con ottime ragioni) partire da lì. D&#8217;altra parte, per la natura peculiare del libro, per l&#8217;assenza di una teoria chiara e definitiva, il testo rimane sostanzialmente limitato ad alcune analisi particolarmente pertinenti (analisi del performativo, fallacia descrittiva, categorie generali degli atti linguistici, la forza degli atti illocutori) ma che non consentono una formulazione o puntualizzazione più esaustiva dell&#8217;argomento. Forse per questo Austin fu attaccato da più parti e la sua impostazione fu ripresa per esser criticata, non per essere accettata. D&#8217;altra parte, l&#8217;ironia e lo scetticismo filosofico di Austin l&#8217;avrebbero reso contento delle critiche: aveva socraticamente pungolato gli scettici e convertito molti all&#8217;idea che il linguaggio non sia solo riferimento e verità!</p>
<div style="text-align: justify;">
<h2 align="center"></h2>
<h3 align="center">La fallacia descrittiva.</h3>
</div>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;analisi di Austin prende avvio dalla scoperta della &#8220;fallacia descrittiva&#8221;. Egli osserva che i filosofi hanno considerato il linguaggio esclusivamente sotto il profilo semantico, senza tener conto che il linguaggio ordinario, non filosofico, è una realtà ben più complessa, le cui proposizioni sono solo a volte degli asserti descrittivi: &#8220;Per troppo tempo i filosofi hanno assunto che il compito di una &#8220;asserzione&#8221; possa essere solo quello di &#8220;descrivere&#8221; un certo stato di cose, o di &#8220;esporre un qualche fatto&#8221;, cosa che deve fare in modo vero o falso&#8221;.[1] Le proposizioni dichiarative, quelle che parlano di stati di cose nel mondo, sono solo una piccola parte di tutto ciò che vien detto. La &#8220;fallacia descrittiva&#8221; è l&#8217;impostazione filosofica di riduzione di tutta l&#8217;analisi linguistica alla sola semantica, che è teoria del riferimento e delle condizioni di verità degli enunciati. In questo senso, la filosofia del linguaggio è andata a solidificarsi esclusivamente sugli asserti descrittivi, tralasciando tutto il resto e relegandolo nell&#8217;insensato. Una proposizione è insensata quando non ha alcun significato, anche quando è ben formata, da un punto di vista sintattico.</p>
<p style="text-align: justify;">Austin, invece, vuole puntare l&#8217;attenzione proprio sul fatto che molte proposizioni (asserti), pur non essendo proposizioni dichiarative, sono lungi dall&#8217;essere insensate. Esse non servono ad esprimere fatti, ma <em>azioni</em>. Il linguaggio ordinario, osserva Austin, è un crocevia di diverse proposizioni usate per scopi differenti. La sua teoria, infatti, ricalca una sua convinzione profonda, che è una conseguenza dell&#8217;accettazione della fallacia descrittiva come valido argomento contro il procedere dei filosofi: &#8220;Asserire, descrivere etc., sono <em>soltanto due </em> nomi tra i moltissimi altri nomi di atti illocutori; essi non occupano alcuna posizione eccezionale&#8221;.[2] Il nocciolo duro della posizione di Austin nasce, sostanzialmente, da due presupposti: l&#8217;argomento della &#8220;fallacia descrittiva&#8221; è valido e la filosofia non deve discostarsi dall&#8217;analisi del linguaggio ordinario per mezzo di un linguaggio artefatto. La seconda convinzione di Austin è confermata dal fatto che egli si limiti a tracciare linee di analisi molto generali, di cui si rende conto dell&#8217;insufficienza analitica (ripete assai spesso parole &#8220;ma potremmo non essere certi&#8221;, &#8220;siamo sicuri di non aver elencato tutti i casi&#8221; etc.), non per superficialità, ma per la convinzione radicale che la filosofia debba limitarsi all&#8217;analisi del linguaggio per chiarificarlo fino a lasciare il passo ad altre discipline &#8220;più idonee&#8221; per un lavoro scientifico di dettaglio. Lo stesso Austin, quasi incidentalmente, chiarisce il suo punto di vista in proposito:</p>
<p style="text-align: justify;">
<blockquote>
<p style="text-align: justify;">Perché essere così tortuosi? Ebbene, naturalmente sono d&#8217;accordo che questo si dovrà fare [parlare in termini di psicologia o linguistica degli atti linguistici, senza ulteriore filosofia] &#8211; però io dico <em>dopo</em>, non prima, l&#8217;aver guardato cosa si può tirar fuori dal linguaggio ordinario anche se in ciò che ne viene fuori vi è un forte elemento di irrefutabilità. Diversamente ci lasceremmo sfuggire delle cose e procederemmo troppo velocemente.[3]</p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Austin, dunque, ne conclude che la filosofia, in quanto chiarificazione del linguaggio ordinario per mezzo del linguaggio ordinario, non debba allontanarsi troppo nelle dissertazioni analitiche, ma è utile come primo &#8220;setacciamento&#8221; e discussione generale dei problemi. Essa serve, soprattutto, per tracciare linee di demarcazione sensate da cui prendere l&#8217;avvio per analisi più stringenti che, però, fuoriescono dall&#8217;ambito filosofico del linguaggio ordinario: per Austin, infatti, la metafisica tradizionale falliva nei suoi sistemi proprio per le drastiche riduzioni di significato che imponeva alle sue parole chiave come &#8220;buono&#8221;, &#8220;giusto&#8221; etc. Il filosofo inglese rimarrà coerente con la sua posizione giacché non chiarirà ulteriormente la sua teoria degli atti linguistici e così conclude il ciclo delle conferenze tenute ad Harvard e da cui è nato il libro <em>Come fare cose con le parole</em>: &#8220;In queste lezioni, quindi, ho fatto due cose che nel complesso non mi piace fare. Queste sono: 1) presentare un programma, cioè, dire cosa si dovrebbe fare piuttosto che fare qualcosa; 2) tenere delle conferenze&#8221;.[4]</p>
<p style="text-align: justify;">Dunque, la fallacia descrittiva impone di riconsiderare il linguaggio a partire dai suoi usi più generali: il linguaggio comprende molte espressioni il cui significato non è fissato da una loro relazione con entità del mondo, cioè esse non stanno per un nome né per un verbo né per un connettivo logico e la loro funzione non è quella di indicare un elemento, una proprietà o una relazione. Vale dire, con essi si possono compiere delle azioni, si possono eseguire dei compiti. Esempi di predicati per verbi che <em>non constatano</em> (perciò constativi): ordinare, desiderare, rispondere, lamentare, sfogare. La conclusione è che bisogna distinguere l&#8217;asserto dalla proposizione, giacché l&#8217;asserto è un&#8217;entità fisica pronunciata da un parlante in una certa circostanza in un certo tempo, mentre la proposizione è il contenuto semantico astratto dell&#8217;asserto.</p>
<p style="text-align: justify;">
<div style="text-align: justify;">
<h3 align="center">La difficoltà di Austin.</h3>
</div>
<p style="text-align: justify;">Il principale problema per la teoria degli atti linguistici è quella di riuscire a configurarsi in modo netto in alternativa al normale approccio semantico-formale. In effetti, come dice Austin, i propri &#8220;pregiudizi&#8221; potrebbero indirizzarci ad essere diffidenti nei confronti di un approccio così &#8220;anticonvenzionale&#8221;. Infatti, tra i filosofi ci potrebbe anche essere chi è indotto allo scetticismo in materia proprio perché <em>ogni atto linguistico espresso in un asserto ha comunque un certo contenuto semantico</em>. Ogni asserzione può essere considerata vera o falsa e, allora, se pensata alla luce di questa considerazione, si può essere tentati di riconsiderare l&#8217;intera impostazione nuovamente sotto il più tradizionale approccio semantico. In effetti, l&#8217;esigenza di riuscire a tracciare la linea di demarcazione emerge continuamente tra le righe perché non è affatto semplice riuscire a distinguere il contenuto semantico di un asserto dalla sua forza.</p>
<p style="text-align: justify;">Uno degli ostacoli principali è offerto dal fatto che non esistono dei demarcatori grammaticali evidenti per differenziare l&#8217;uso<em> operativo</em> dall&#8217;uso <em>descrittivo</em> del linguaggio: &#8220;[N]on è per niente facile distinguere perfino le domande, gli ordini, e così via dalle asserzioni mediante le poche e misere indicazioni grammaticali disponibili (&#8230;)&#8221;.[5]</p>
<div style="text-align: justify;">
<h3 align="center">Il performativo.</h3>
</div>
<p style="text-align: justify;">Austin analizza l&#8217;uso peculiare di alcuni verbi, il cui significato diverge tra l&#8217;uso in prima persona e quello in terza: promettere, ordinare, pregare, chiedere etc. Quando si dice &#8220;io chiedo scusa&#8221; si sta dicendo qualcosa di molto diverso da &#8220;lui chiede scusa&#8221; perché nel primo caso io sto compiendo l&#8217;azione di <em>scusarmi </em>nel secondo caso sto <em>descrivendo</em> l&#8217;azione di un altro. Nel primo caso &#8220;mi scuso&#8221; l&#8217;asserto sarà vero a determinate condizioni, ma è valido <em>in quanto atto di scusa</em>. Mentre se dico &#8220;lui si scusa&#8221; non sto compiendo alcun atto linguistico a meno che l&#8217;altro non <em>rettifichi</em> le mie parole attraverso gesti o espressioni convenzionalmente accettate per &#8220;accettare&#8221;. Ad esempio, se la mamma di un bambino dice &#8220;lui si scusa&#8221; l&#8217;atto di scuse entrerà in vigore solo dopo che il bambino abbia a sua volta, di fatto, compiuto l&#8217;atto di scusarsi, ma non prima. L&#8217;idea di Austin risiede in un&#8217;osservazione profonda e importante: esiste un paralellismo tra linguaggio e azione e si pone quando l&#8217;atto linguistico viene eseguito da un parlante che, in circostanze adeguate, esegue un proferimento nel quale egli stesso si fa carico di una qualche responsabilità o di una qualche intenzione programmatica. Un performativo, dunque, è un verbo il cui significato varia dalla prima alla terza persona ed è usato al presente indicativo per esprimere un&#8217;azione e non una descrizione. Il presente indicativo è il tempo del performativo perché serve a rimarcare che &#8220;io, in quanto soggetto, dichiaro di compiere una certa azione conformemente alle mie intenzioni e possibilità&#8221;. Un qualunque altro tempo verbale (anche il presente progressivo) non sarebbe idoneo per indicare l&#8217;inizio dell&#8217;azione nel dire quella determinata cosa: &#8220;In particolare dobbiamo rilevare che vi è una <em>asimmetria</em> di genere sistematico tra questa e le altre persone e tempi dello <em>stesso verbo</em>&#8220;.[6]</p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;uso del performativo è sintomatico dell&#8217;azione, dunque, esso è un caso di <em>uso esecutivo del linguaggio</em>. Gli asserti con il performativo sono contraddistinti non dal loro essere veri o falsi (il rimandare ad un certo stato di cose nel mondo) quanto dal loro essere <em>felici </em>o <em>infelici</em>. Un atto linguistico è felice se ottiene il risultato sperato, se diventa &#8220;operativo&#8221;, mentre è infelice se non l&#8217;ottiene. Il performativo, infatti, non è una descrizione ma è un&#8217;asserzione che non constata nulla, di conseguenza, non è né vera né falsa. In secondo luogo, l&#8217;atto di enunciazione della frase costituisce l&#8217;esecuzione di un&#8217;azione che non è riassunta nel solo contenuto semantico dell&#8217;enunciato, sebbene sia difficile (come visto) distinguere tra il contenuto semantico e il &#8220;contenuto operativo&#8221; dell&#8217;asserto.</p>
<p style="text-align: justify;">Esempi di performativi validi nelle circostanze appropriate: &#8220;io prendo lei come legittima sposa&#8221;, &#8220;io battezzo questa nave Piercarlo&#8221;, &#8220;lascio il mio orologio in eredità a mio fratello&#8221;, &#8220;scommetto dieci euro che domani pioverà&#8221;. Questi esempi di Austin, contribuiscono a chiarire in che senso il linguaggio diventa &#8220;operativo&#8221;: fare una scommessa significa che ci sia una persona che si prende carico di mettere in gioco qualcosa e ciò diventa valido non appena egli proferisce la frase &#8220;io scommetto che&#8230;&#8221; in circostanze appropriate. Naturalmente, i performativi quali &#8220;io condanno l&#8217;imputato&#8230;&#8221; devono essere espressi da persone qualificate in circostanze appropriate. La qualifica delle persone è imprescindibile perché non tutti possono &#8220;condannare giuridicamente&#8221; qualcuno e anche le circostanze devono essere appropriate perché un giudice fuori dalla corte non ha il diritto di condannare nessuno, anche se proferisce le parole giuste. Di conseguenza, deve esistere una qualche procedura condivisa che renda manifesto sia a chi asserisce che a chi ascolta in quali circostanze e quali persone stanno compiendo certi atti linguistici. Le condizioni generali dell&#8217;esecuzione di un atto linguistico valido attraverso il performativo le riprendiamo dallo stesso Austin:</p>
<p style="text-align: justify;">
<blockquote>
<p style="text-align: justify;">(A.1) Deve esistere una procedura convenzionale accettata avente un certo effetto convenzionale, procedura che deve includere l&#8217;atto di pronunciare certe parole da parte di certe persone in certe circostanze e, inoltre,</p>
<p style="text-align: justify;">(A. 2) le particolari persone e circostanze in dato caso, devono essere appropriate per il richiamarsi alla particolare procedura cui si richiama.</p>
<p style="text-align: justify;">(B. 1) La procedura deve essere eseguita da tutti i partecipanti sia correttamente che</p>
<p style="text-align: justify;">(B. 2) completamente.</p>
<p style="text-align: justify;">(R 1) Laddove, come spesso avviene, la procedura sia destinata all&#8217;impiego da parte di persone aventi certi pensieri o sentimenti, o all&#8217;innaugurazione di un certo comportamento consequenziale da parte di qualcuno dei partecipanti, allora una persona che partecipa e quindi si richiama alla procedura deve di fatto avere quei pensieri o sentimenti, e i partecipanti devono avere intenzioni di comportarsi in tal modo, e inoltre</p>
<p style="text-align: justify;">(R 2) devono in seguito comportarsi effettivamente in tal modo.[7]</p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">La condizione (A.1) sancisce una cesura netta tra ciò che è un atto linguistico e ciò che non lo è. Sfogarsi dell&#8217;angoscia non è un atto linguistico, anche se proferisco un verbo alla prima persona singolare dell&#8217;indicativo (l&#8217;indicatore grammaticale del performatico) &#8220;io mi sfogo&#8230;&#8221; perché non c&#8217;è una procedura condivisa dello &#8220;sfogarsi&#8221;.</p>
<p style="text-align: justify;">La condizione (A. 2) è già stata spiegata. Bisogna avere l&#8217;autorità per pronunciare certe frasi e renderle operative, altrimenti si compiono dei &#8220;colpi a vuoto&#8221;, cioè si fallisce nell&#8217;esecuzione di un atto, allo stessi modo di come si fallisce nel tentativo di compiere un&#8217;azione.</p>
<p style="text-align: justify;">Le condizioni (B) impongono che le procedure vengano eseguite in modo completo e corretto, giacché, altrimenti non consentono di portare a compimento un determinato atto linguistico che rimarrebbe incompleto o inconcluso.</p>
<p style="text-align: justify;">Le condizioni R impongono che alle parole seguano i fatti, sia nel senso che le parole siano proferite con un&#8217;intenzione ferma, sia che si realizzino gli intenti proferiti dalle parole. Le condizioni R servono, soprattutto, per escludere i casi dell&#8217;&#8221;eziolamento&#8221; del linguaggio, cioè dell&#8217;uso giocoso degli asserti: &#8220;Mi sposo&#8230; ovviamente si fa per dire&#8221; non indica l&#8217;atto di sposarsi, anche se si ha proferito un certo performativo. Infatti, l&#8217;atto linguistico è contraddistinto (1) dall&#8217;essere valido e (2) di essere eseguito. La validità ha, comunque, a che fare con l&#8217;intenzionalità di chi proferisce qualcosa perché una scommessa o un giuramento senza intenzione non sono scommesse né giuramenti. In secondo luogo, un atto linguistico ha la capacità di perturbare lo stato di cose ne mondo, condizione che si realizza solo se chi proferisce certe parole le fa seguire ai fatti: &#8220;io scommetto dieci euro&#8230;&#8221; diventa una scommessa solo a condizione che, se perdo, cedo i miei 10 euro in virtù della convenzione stabilita, ratificata e validata.</p>
<p style="text-align: justify;">In conclusione, il linguaggio può essere considerato operativo quando a certe parole seguono determinati fatti causati, direttamente o indirettamente, dalle parole proferite. Naturalmente, non si sta parlando di una causalità relativa al proferimento di onde sonore, ma di una causalità relativa a determinati atti convenzionalmente riconosciuti e convalidati dai partecipanti alla procedura in quel dato momento. Così, si compie un atto linguistico quando si asserisce un enunciato con un performativo le cui conseguenze sono altre azioni:</p>
<p style="text-align: justify;">
<blockquote>
<p style="text-align: justify;">Potremmo dire: in casi ordinari, per esempio correre, è il fatto che egli sta correndo che rende l&#8217;asserzione che egli sta correndo <em>vera</em>; o ancora, la verità dell&#8217;enunciato constativo &#8220;egli sta correndo&#8221; dipende dal fatto che egli sta correndo. Mentre nel nostro caso è la felicità del performativo &#8220;mi scuso&#8221; che fa essere un fatto che mi sto scusando: e il mio successo nello scusarmi dipende dalla felicità dell&#8217;enunciato performativo &#8221; mi scuso&#8221;. Questo è un modo in cui potremmo giustificare la distinzione &#8220;performativo-constativo&#8221; &#8211; come una distinzione tra fare e dire.[8]</p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;">
<div style="text-align: justify;">
<h3 align="center">Performativi primari e performativi espliciti.</h3>
</div>
<p style="text-align: justify;">Austin riconosce che sarebbe eccessivo tentare di ridurre tutti i casi dei performativi, cioè dell&#8217;uso degli asserti in via performativa, ai soli verbi che differiscono tra la prima persona e la terza all&#8217;indicativo presente: &#8220;In particolare dobbiamo rilevare che vi è una <em>asimmetria</em> di genere sistematico tra questa e le altre persone e tempi dello <em>stesso verbo</em>.&#8221;[9] Il problema principale consiste nel riuscire a discriminare i casi di verbi performativi da tutti gli altri usati in senso puramente constativo. Il fatto è che per entrare in procedura ci deve essere un atto ben riconoscibile e individuabile. Non è un caso che le discipline altamente burocratizzate siano imbevute di verbi che si usano come performativi, come nel caso della giurisprudenza o dell&#8217;esecuzione degli ordini militari. Questo è reso necessario dal fatto che l&#8217;esecuzione di un atto linguistico deve essere riconoscibile da tutti coloro che fanno parte del contesto nel quale esiste una procedura condivisa nella quale si rende necessaria la distinzione tra uso eziolato del linguaggio, uso descrittivo e uso operativo. Un classico scambio di battute tra un generale e un comandante potrà essere così: &#8220;Bombardate la collina, passo.&#8221; &#8220;Eseguo.&#8221; Nel caso dei militari tutto deve essere esplicito proprio perché dev&#8217;essere chiara che la procedura sia stata riconosciuta e, allo stesso tempo, <em>entrata in vigore</em>.</p>
<p style="text-align: justify;">D&#8217;altra parte, i militari e i giuristi sono, per fortuna, categorie di persone limitate, sebbene di ampio numero. Nel linguaggio ordinario, al quale Austin tiene molto (avrebbe potuto limitarsi a chiarificare solo gli usi chiaramente performativi degli enunciati molto burocratizzati), si danno continuamente casi di usi del linguaggio operativo <em>senza l&#8217;uso del performativo</em>. Austin chiama questo uso &#8220;performativo primario&#8221; e sostiene che nella genesi storica del linguaggio come azione abbiano preceduto i performativi espliciti. D&#8217;altra parte, l&#8217;uso del performativo esplicito è, correntemente, più raro e più formale: &#8220;Io dichiaro che&#8230;&#8221; è difficilmente espresso in questo modo, ma si preferisce dichiarare e basta. Oppure &#8220;Io ti saluto&#8230;&#8221; è in genere semplicemente una stretta di mano o un ciao. Austin riconosce questi dati di fatto e per tener conto di questi casi dice che: (1) determinati atti non-linguistici, riconosciuti, possono <em>sostituire</em> gli atti linguistici preposti, (2) determinate frasi possono essere usate in senso operativo, anche senza l&#8217;uso del performativo, nel caso in cui compaiano determinati termini &#8220;indicatori&#8221; che suggeriscono l&#8217;uso operativo, (3) si danno casi in cui il performativo primario può essere tradotto in un performativo esplicito. Il problema è che non tutti gli usi operativi del linguaggio possono essere tradotti in un performativo esplicito, come Austin sapeva: &#8220;Quindi ciò che dovremmo essere tentati di dire è che qualunque enunciato che sia di fatto un performativo dovrebbe poter essere ridotto, o sviluppato, o analizzato, o riprodotto in una forma, che ha un verbo alla prima persona singolare del presente indicativo attivo (grammaticale)&#8221;.[10] Il principale problema per Austin è che egli discrimina l&#8217;esecuzione di un atto linguistico da un proferimento descrittivo o eziolato per via della presenza di una procedura che lo rende esecutivo, in base alla forza che il proferimento ha (si danno vari tipi di forza, in base a i quali gli atti esecutivi vengono distinti e classificato). Ma questo comporta molte difficoltà perché una procedura è un insieme di passi distinti che, per la loro applicazione, richiede che ci sia sempre molta chiarezza e univocità su ciò a cui si applica: non ci può essere ambiguità quando un generale comanda un bombardamento e il motivo è evidente. Il problema è che il linguaggio <em>ordinario</em> non possiede dei termini grammaticali preposti a distinguere tutti i casi in cui il linguaggio diventa operativo e Austin deve fare i conti con questo problema. Non è un caso, infatti, che si dilunghi sulla descrizione di tutti i vari casi di fallimento comunicativo.</p>
<p style="text-align: justify;">I dispositivi espliciti di marcatura del performativo possono essere distinti in varie categorie: modo; tono di voce o ritmo o enfasi; congiunzioni; azioni che accompagnano le dichiarazioni; circostanze dell&#8217;enunciazione. Come si vede, molti &#8220;marcatori&#8221; non si configurano come interni alla grammatica della frase, ma come indicatori esterni ad essa che manifestano una certa intenzione del parlante che si prende la responsabilità di eseguire o entrare in una certa procedura in modo riconoscibile da parte della comunità linguistica.</p>
<p style="text-align: justify;">Austin fornisce un test per verificare se ci si trova di fronte ad un performativo:</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">1. verificare se qualcuno <em>fa realmente</em> ciò che dice di fare.</p>
<p style="text-align: justify;">2. verificare che si possa <em>fare l&#8217;azione </em>senza dire niente.</p>
<p style="text-align: justify;">3. verificare se si possono aggiungere avverbi.</p>
<p style="text-align: justify;">4. verificare che ciò che è stato detto non sia falso nel senso di &#8220;io prometto&#8230; ma non ne ho l&#8217;intenzione&#8221;.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">La clausola (1) stabilisce che alle parole seguano i fatti giacché se un performativo è fare una cosa nel dirla, allora ci deve essere un&#8217;azione conseguente manifesta senza la quale, nel migliore dei casi, si può dire che il performativo sia andato a vuoto. La clausola (2) è resa chiara dal fatto che un qualunque atto linguistico può essere eseguito anche senza la dicitura linguistica, motivo per il quale l&#8217;azione dell&#8217;atto deve poter essere eseguita anche senza l&#8217;asserzione. Di conseguenza, qualora l&#8217;azione non sia possibile, allora neppure l&#8217;atto linguistico preposto alla sua esecuzione, sarà possibile. La clausola (3) riprende l&#8217;idea che esistano formule performative che sfruttano particolari avverbi o costrutti grammaticali anche senza l&#8217;uso del verbo alla prima persona singolare dell&#8217;indicativo presente. In fine (4) l&#8217;uso performativo impone che il contenuto semantico del performativo non sia contraddittorio come nel caso di &#8220;io prometto&#8230; ma non ne ho l&#8217;intenzione&#8221; o non sia falso come &#8220;io ti consiglio che&#8230;&#8221; senza credere a ciò che sto consigliando.</p>
<p style="text-align: justify;">
<div style="text-align: justify;">
<h3 align="center">L&#8217;infelicità degli atti linguistici.</h3>
</div>
<p style="text-align: justify;">Un atto linguistico è, come le azioni intenzionali, soggetto al rischio di fallire nella sua esecuzione. Il <em>fallimento</em> può consistere sostanzialmente in due generi: si proferisce un certo asserto ma non si era nelle circostanze adeguate; si proferisce l&#8217;asserto che non viene ricevuto. Nel primo caso, ad esempio, un giudice che proferisce un verdetto fuori dell&#8217;aula del tribunale fallisce nell&#8217;esecuzione dell&#8217;atto in quanto non si trovava nelle circostanze adeguate, pur essendo egli stesso in grado di proferire l&#8217;enunciato. Nel secondo caso, invece, un soldato che non ha capito l&#8217;ordine del comandante fa fallire l&#8217;esecuzione dell&#8217;atto del comando per mancata recezione. Da questi esempi, si comprende come ad un certo atto linguistico debbano seguire determinate conseguenze, senza le quali l&#8217;atto non può dirsi eseguito, compiuto ma solo tentato.</p>
<p style="text-align: justify;">Austin, di conseguenza, arriva a formulare due generi di fallimenti: gli abusi e i colpi a vuoto. Gli abusi sono tutti gli atti che vengono compiuti da persone non autorizzate, che non godono di una certa autorità per asserire ciò che dicono. Una persona che non sia un maestro non avrà il diritto di dare voti agli alunni per la semplice ragione che egli non è autorizzato: la procedura prevede che sia un maestro e non qualcun altro a stabilire se una persona sia o non sia valutata in un certo modo. Il colpo a vuoto è quel che abbiamo già visto: è il caso di un asserto proferito in circostanze inadeguate o in assenza di procedura condivisa. Ad esempio, una persona che dica &#8220;ho fatto tombola&#8221; quando sta giocando a scarabeo avrà compiuto un atto che, però, gira a vuoto perché gli altri giocatori non gli riconoscono alcuna validità. D&#8217;altra parte, l&#8217;asserto &#8220;Ho fatto tombola!&#8221; è stato proferito e, di conseguenza, vale come atto; ma non essendo stato eseguito nelle circostanze adeguate, ad esso non segue la vittoria del giocatore e, di conseguenza, va considerato come un atto linguistico fallito.</p>
<p style="text-align: justify;">Altri disturbi che possono provocare il fallimento di un atto linguistico è il mancato riconoscimento delle intenzioni oppure il loro fraintendimento o, ancora, il fraintendimento stesso del significato dell&#8217;enunciato. Infatti, il contenuto semantico del proferimento non è sempre neutrale, rispetto all&#8217;esecuzione dell&#8217;atto linguistico, ma non è ciò che, secondo Austin, definisce la &#8220;forza&#8221; dell&#8217;enunciato stesso. D&#8217;altra parte, Austin stesso ci dice che l&#8217;atto di ordinare un caffè fallisce se chi sente la frase non conosce la parola caffè. Ma, quello che è importante capire, è che l&#8217;esecuzione dell&#8217;atto <em>in quanto</em> azione è da distinguere dal contenuto semantico della frase, anche quando questo ha la sua importanza. Se dico &#8220;portami un caffè&#8221; ma il mio amico inglese non sa cosa sia il caffè ma capisce che è quello che voglio, e mi porterà davvero il caffè, allora il mio atto sarà <em>valido</em> a tutti gli effetti. La <em>validità</em> dell&#8217;atto è indicata dalla presenza dell&#8217;esecuzione di un compito, di un&#8217;azione o di quelle che sono le richieste e, più in generale, delle intenzioni di chi ha proferito un certo asserto in una certa circostanza.</p>
<p style="text-align: justify;">I colpi a vuoto si dividono in due categorie: in caso, la procedura dell&#8217;atto non viene condivisa da tutti, di conseguenza, non viene compreso l&#8217;atto eseguito perché viene scambiato per qualcosa di diverso. In altro caso, l&#8217;esecuzione della procedura condivisa era corretta ma la circostanza del proferimento era inadeguata e, in questo senso, si parla di &#8220;applicazione indebita&#8221;.</p>
<p style="text-align: justify;">Una procedura deve essere accettata per valere e il predicato di accettazione si applica a tutte e le sole procedure effettive che fanno parte delle procedure condivise e applicate. I problemi sorgono nei casi di vaghezza delle procedure, sistemi normativi esistenti nel passato ma prive di valore attuale (i duelli per l&#8217;onore) o nuovi casi ancora non codificati o non riconosciuti da tutti come codificati. D&#8217;altra parte, deve esistere una certa elasticità nella codifica degli atti e nel loro riconoscimento, anche quando si diano procedure esplicite conosciute: &#8220;Ora, di nuovo, nella vita di tutti i giorni è permessa una certa negligenza nella procedura &#8211; altrimenti nell&#8217;università nessuna faccenda verrebbe mai portata a termine!&#8221;[11]</p>
<p style="text-align: justify;">I casi di fallimenti possono dipendere da questi vari fattori: assenza di procedura, assenza di una procedura condivisa, proferimento inadeguato per le circostanze, procedura eseguita in modo difettoso, procedura non eseguita correttamente.</p>
<p style="text-align: justify;">Ci sono, poi, i casi di fallimento per assenza di intenzionalità: assenza di intenzioni, assenza di pensieri, assenza di una volontà ferma nell&#8217;eseguire un certo atto, i partecipanti alla procedura non eseguono la loro parte. L&#8217;assenza di un sentimento può far fallire un atto laddove il particolare atto richiede la presenza del sentimento stesso &#8220;ti auguro di stare bene&#8221; fallisce se non desidero veramente che il mittente stia bene. In questo caso si parla di <em>insincerità</em>, di <em>malafede</em>. L&#8217;assenza di &#8220;pensiero&#8221; vanifica gli atti che richiedono un&#8217;opinione o una credenza: &#8220;io ti consiglio che&#8230;&#8221; fallisce se non credo ciò che sto consigliando. Austin, non a torto, ritiene che questa categoria sia sfumata e difficile da definire in modo più stringente. Comunque, in questa categoria rientrano tutti gli asserti proferiti senza cognizione di causa o senza che crediamo veramente in ciò che stiamo dicendo. L&#8217;assenza di <em>intenzioni</em> ferme è la causa del fallimento degli atti che, una volta proferiti, non diventano comunque operativi perché ad essi non segue alcun&#8217;azione o alcun comportamento. &#8220;Io scommetto&#8230;&#8221; ma poi non cedo qualche avere a seguito della mia sconfitta implica che l&#8217;atto di scommettere sia stato vanificato e sia da considerare non valido: si tratta di tutti quegli atti linguistici i cui asserti erano stati pronunciati senza convinzione. In fine, tutti i partecipanti devono rispettare il loro ruolo giacché se un arbitro decreta l&#8217;espulsione di un giocatore, costui deve andarsene dal campo e non continuare a giocare come se niente fosse e deve essere rimosso dal campo, se non se ne va.</p>
<p style="text-align: justify;">
<div style="text-align: justify;">
<h3 align="center">Atti locutori, atti illocutori e atti perlocutori.</h3>
</div>
<p style="text-align: justify;">Dopo aver distinto l&#8217;uso operativo dall&#8217;uso descrittivo del linguaggio, dopo aver dato un&#8217;analisi del performativo (primario ed esplicito), dopo aver fornito una descrizione dei casi e dei motivi di fallimento degli atti linguistici (abusi e atti indebiti), Austin approda alla discriminazione di tre atti linguistici: atti locutori, atti illocutori e atti perlocutori. Un atto locutorio è un qualunque proferimento di un asserto, è l&#8217;aver pronunciato determinate parole in un certo momento. Tutti gli atti linguistici sono delle &#8220;locuzioni&#8221;, in questo senso generale, giacché tutti sono dei proferimenti di parole. Gli atti locutori vengono distinti in atti remici e atti fatici.</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;[L]&#8216;esecuzione di un atto <em>nel</em> dire qualcosa in contrapposizione all&#8217;esecuzione di un atto <em>di</em> dire qualcosa; chiamo l&#8217;atto eseguito una &#8220;illocuzione&#8221; e farò riferimento alla teoria dei diversi tipi di funzione nel linguaggio qui in discussione come alla teoria delle &#8220;forze illocutorie&#8221;.[12] L&#8217;atto di &#8220;dire qualcosa&#8221; è l&#8217;atto locutorio. La differenza tra un atto locutorio e un atto illocutorio consiste nel fatto che il primo è semplicemente l&#8217;aver proferito delle parole in un certo momento, mentre, nel secondo caso, l&#8217;aver detto una certa frase implica l&#8217;aver fatto qualcosa: &#8220;io ordino di sospendere i bombardamenti&#8221; è un atto locutorio, dal punto di vista del proferimento fonetico indipendentemente dalle conseguenze reali dell&#8217;atto; ma è un atto illocutorio nella misura in cui al proferimento dell&#8217;asserto segue la sospensione dei bombardamenti. Può sembrare che la differenza tra atto locutorio e atto illocutorio sia impalpabile, in realtà, essa ricalca l&#8217;idea, già più volte discussa, che il linguaggio può essere utilizzato in modo da eseguire dei compiti, piuttosto che per esprimere enunciati descrittivi. Austin, che era sempre molto prudente e circospetto nelle sue dichiarazioni, si sforza di mostrare come l&#8217;uso del linguaggio esecutivo non sia irriducibile all&#8217;uso del linguaggio constativo. Il problema è più di carattere pregiudiziale che reale perché Austin si muove all&#8217;interno di una comunità filosofica ancora molto legata alle categorie semantiche e alla loro analisi pervasiva. La difficile cesura tra uso constativo e uso esecutivo del linguaggio viene traslata anche nella categoria degli atti locutori, illocutori e perlocutori:</p>
<p style="text-align: justify;">
<blockquote>
<p style="text-align: justify;">Possiamo essere d&#8217;accordo sulle parole effettivamente pronunciate, e persino anche sui sensi in cui sono state usate e sulle realtà per riferirsi alle quali sono state usate, e tuttavia essere ancora in disaccordo riguardo alla questione se, nelle circostanze date, esse costituivano un ordine o una minaccia o semplicemente un consiglio o un avvertimento. (&#8230;) e in verità possiamo spesso essere d&#8217;accordo che il suo atto era proprio, per dire, un atto di ordinare (illocuzione) mentre siamo ancora incerti su che cosa egli intendesse ordinare (locuzione). (&#8230;) In effetti è molto più difficile impedire i disaccordi riguardanti la descrizione degli &#8220;atti locutori&#8221;. Ognuno di questi, comunque, è convenzionale e suscettibile di ricevere una &#8220;interpretazione &#8220;da parte di chi lo giudica.[13]</p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Il punto nodale è che un atto illocutorio può essere <em>infelice</em> o <em>invalidato</em>, due predicati che non ricadono nelle categorie semantiche di <em>riferimento </em>e <em>verità</em>. Di conseguenza, bisogna assumere che esista una certa distinzione tra l&#8217;atto di dire qualcosa e l&#8217;atto di fare qualcosa nel dire.</p>
<p style="text-align: justify;">In fine:</p>
<p style="text-align: justify;">
<blockquote>
<p style="text-align: justify;">Dire qualcosa produrrà spesso, o anche normalmente, certi effetti consecutivi sui sentimenti, i pensieri, o le azioni di chi sente, o di chi parla, o di altre persone: e può essere fatto con lo scopo, l&#8217;intenzione o il proposito di produrre questi effetti; e possiamo allora dire, tenendo conto di questo, che chi parla ha eseguito un atto definibile con un termine che fa riferimento o solo indirettamente  (C.<em>a</em>), o anche per nulla (C.<em>b</em>), all&#8217;esecuzione dell&#8217;atto locutorio o illocutorio. Chiameremo l&#8217;esecuzione di un atto di questo genere l&#8217;esecuzione di un atto &#8220;perlocutorio&#8221;, e l&#8217;atto eseguiti, nei casi adatti (&#8230;) una &#8220;perlocuzione&#8221;.[14]</p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">L&#8217;atto perlocutorio è la conseguenza diretto o indiretta di un certo atto illocutorio. La teoria degli atti linguistici diviene più chiara, se si tiene a mente la domanda &#8220;come una frase può diventare un&#8217;azione?&#8221; e cioè &#8220;come una frase può diventare causa di un evento fisico?&#8221;. Si tenga conto che il linguaggio, in un senso molto forte, non va considerato &#8220;causa&#8221; di eventi, come già aveva osservato Cartesio. Il problema consiste nel riuscire a mostrare per quale via &#8220;io ti ordino di sospendere i bombardamenti&#8221; costituisca un&#8217;azione capace di interrompere realmente i bombardamenti. L&#8217;atto perlocutorio può essere di due tipi, in base al fatto che l&#8217;atto perlocutorio renda felice o infelice l&#8217;atto illocutorio che l&#8217;ha preceduto. L&#8217;atto illocutorio è fare qualcosa <em>col</em> dirla: &#8220;Col dire questo mi assumo la responsabilità&#8230;&#8221; Mentre l&#8217;atto prelocutorio è l&#8217;aver conseguito un&#8217;azione nell&#8217;aver detto qualcosa: &#8220;Nel dire questo l&#8217;ho convinto&#8221;. La relazione che intercorre tra &#8220;col dire&#8221; e &#8220;nel dire&#8221; può essere mostrato da un esempio: &#8220;ti consiglio di non passare da quella parte che c&#8217;è un campo minato&#8221; e &#8220;non è passato dal campo minato&#8221;, col proferire quella frase (atto illocutorio) ho fatto sì che si salvasse (atto perlocutorio): se non avessi detto che in quella direzione c&#8217;era un campo minato, egli sarebbe saltato per aria.</p>
<p style="text-align: justify;">
<blockquote>
<p style="text-align: justify;">E&#8217; caratteristico degli atti perlocutori che la risposta ottenuta, o il seguito, possano essere ottenuti in aggiunta o completamente, con mezzi non locutori: così l&#8217;intimidazione può essere ottenuta brandendo un bastone o puntando un fucile. Persino nei casi del convincere, persuadere, far obbedire e far credere possiamo ottenere la risposta non verbalmente; ma se non si ha alcun atto illocutorio, è dubbio se sia il caso di usare questo linguaggio caratteristico degli obiettivi perlocutori. Confrontate l&#8217;uso di &#8220;ho fatto sì che egli lo facesse&#8221; con &#8220;ho fatto si che egli obbedisse&#8221;.[15]</p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">La relazione tra atto illocutorio e atto perlocutorio può (forse) essere introdotta da un condizionale nel quale l&#8217;antecedente è l&#8217;atto illocutorio e il conseguente è l&#8217;atto perlocutorio. Il condizionale assume, in questo caso, una valenza di rapporto causale. Va da sé, d&#8217;altronde, che un atto illocutorio può comportare due situazioni diverse: esso viene reso felice dall&#8217;atto perlocutorio oppure viene reso infelice. L&#8217;infelicità scatta nel momento in cui le condizioni di validità dei performativi non vengono rispettate, giacché gli atti illocutori vengono espressi mediante performativi primari o espliciti o mediante marcatori grammaticali che ne fanno le veci. Gli atti perlocutori, dunque, possono non seguire agli atti illocutori, imponendone la felicità o l&#8217;infelicità. Si tenga conto, però, che un atto illocutorio viene comunque compiuto ed eseguito <em>anche quando</em> non viene reso felice. Se dico &#8220;Sospendete i bombardamenti&#8221; ma nessuno esegue l&#8217;ordine, l&#8217;atto illocutorio può dirsi compiuto, sebbene rimanga infelice. Per ricapitolare le distinzioni tra gli atti locutori, atti illocutori e perlocutori: &#8220;Così abbiamo distinto l&#8217;atto locutorio (e all&#8217;interno di questo l&#8217;atto fonetico, l&#8217;atto fatico e l&#8217;atto retico) che ha un <em>significato</em>, l&#8217;atto illocutorio che ha una certa <em>forza</em> nel dire qualcosa; l&#8217;atto perlocutorio che è <em>l&#8217;ottenere </em>certi <em>effetti </em>nel dire qualcosa.[16]</p>
<p style="text-align: justify;">Le condizioni di felicità dell&#8217;atto illocutorio possono essere schematizzate così:</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">I. Un atto illocutorio deve avere delle <em>conseguenze</em>, altrimenti esso va considerato infelice.</p>
<p style="text-align: justify;">II. L&#8217;atto illocutorio <em>entra in vigore</em> imponendo delle conseguenze nelle procedure una volta che proferito l&#8217;asserto di valenza illocutoria.</p>
<p style="text-align: justify;">III. Gli atti illocutorio sollecitano per convenzione una risposta o un segiuto.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Dunque, gli atti illocutori sono legati alle conseguenze in tre modi: (1) assicurazione della recezione, (2) entrata in vigore, (3) sollecitazione della risposta. Ancora una volta, non c&#8217;è caso esemplare più chiaro dei nostri amici militari per chiarire i concetti non semplici della teoria:</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">&#8220;Bombardate la posizione a1, passo&#8221;.</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;Ricevuto&#8221;.</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;Passo e chiudo&#8221;.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><em>Ricevuto</em>, a seguito della parola, <em>passo</em> attesta la ricezione dell&#8217;ordine che, nel caso dei militari, è indispensabile proprio per rendere manifesto il fatto che l&#8217;ordine è stato riconosciuto <em>ed è entrato in vigore</em> (2). All&#8217;entrata in vigore dell&#8217;ordine segue una certa conseguenza, cioè viene sollecitata una <em>risposta</em> sia in termini linguistici ma, soprattutto, operativi.</p>
<p style="text-align: justify;">La categoria degli atti illocutori raggruppa all&#8217;interno molti tipi di casi diversi che si distinguono in base alla loro &#8220;forza&#8221;: &#8220;Ciò che introduciamo davvero mediante l&#8217;uso della terminologia delle illocuzioni è un riferimento, non alle conseguenze (almeno in senso ordinario) della locuzione, ma alle convenzioni della forza illocutoria in relazione alle particolari circostanze dell&#8217;occasione in cui viene proferito un enunciato.&#8221;[17] Vale a dire che il &#8220;riferimento&#8221;, cioè il &#8220;significato&#8221; dell&#8217;atto illocutorio risiede nella sua forza, nel diverso genere di atto esecutivo che si sta compiendo.</p>
<p style="text-align: justify;">
<div style="text-align: justify;">
<h3 align="center">Distinzioni tra usi linguistici differenti: quando il linguaggio si fa operativo.</h3>
</div>
<p style="text-align: justify;">A questo punto, è fondamentale osservare che esiste una distinzione tra l&#8217;uso operativo del linguaggio nel senso in cui lo intende Austin, da altri usi diversi. Un caso semplice e felice (infelice, sotto altri aspetti!) è lo sfogo verbale della rabbia: quando qualcuno si sfoga violentemente con noi usa spesso espressioni che potrebbero apparire dei performativi. In generale, egli userà delle espressioni per rendere i suoi stati d&#8217;animo e imporre a noi determinate conseguenze. Nelle liti casalinghe gli scopi sono, assai spesso, indurre sensi di colpa o reazioni in chi ci ascolta. Sembra, dunque, che si compiano degli atti illocutori per scopi perlocutori nel caso dello sfogo. Avere sistemi per esternare le nostre emozioni e i nostri desideri rimane utile:</p>
<p style="text-align: justify;">
<blockquote>
<p style="text-align: justify;">Vi sono numerosi casi nella vita umana in cui il provare una certa &#8220;emozione&#8221; (mi si perdoni la parola!) o &#8220;desiderio&#8221; oppure l&#8217;assumere un atteggiamento è convenzionalmente considerato una risposta o reazione appropriata o adatta ad un certo stato di cose, che comprende la esecuzione, da parte di qualcuno, di un certo atto, casi in cui una reazione di questo genere è naturale (oppure vorremmo pensare che lo è!). In simili casi, naturalmente, è possibile e consueto provare effettivamente l&#8217;emozione o il desiderio in questione; e siccome le nostre emozioni o i nostri desideri non sono facilmente discernibili da parte degli altri, è comune desiderare di informare gli altri del fatto che li proviamo.[18]</p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Austin sostiene che un atto illocutorio è un atto <em>convenzionale</em> codificato in una procedura che deve essere compiuta completamente e correttamente. Tutti gli atti che non rientrano in procedure codificate <em>non vanno considerati atti illocutori</em>:</p>
<p style="text-align: justify;">
<blockquote>
<p style="text-align: justify;">Possiamo manifestare emozione nel o col proferire un enunciato, come quando imprechiamo; ma ancora una volta qui non si fa nessun uso di formule performative e degli altri dispositivi degli atti illocutori. Potremmo dire che usiamo l&#8217;imprecare per sfogarci. <em>Dobbiamo porre attenzione al fatto che l&#8217;atto illocutorio è un atto convenzionale: un atto compiuto in quanto conforme ad una convenzione</em>.[19]</p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Su questo punto bisogna insistere ancora un poco perché è cruciale ed è anche uno delle principali differenze tra la teoria degli atti linguistici di Austin e altre successive proposte. Un atto illocutorio è legato ad un atto perlocutorio dai modi che abbiamo visto, ma l&#8217;atto illocutorio prevede la presenza di una procedura condivisa da tutti i partecipanti al &#8220;gioco sociale&#8221; al quale si sta partecipando nell&#8217;eseguire un certo atto linguistico. Di conseguenza, possiamo affermare che esistono due generi distinti di asserti: asserti che rientrano in procedure sociali e asserti che non rientrano in alcuna procedura. Quali che siano gli enunciati e quali che siano le conseguenze di questi ultimi, non vanno considerati come genuini atti illocutori qualora non ci sia una procedura che li riconosca come atti linguistici, come asserti operativi. L&#8217;operatività è legata, per Austin, in modo centrale alle procedure sociali, sebbene con quell&#8217;elasticità necessaria a non rendere eccessivamente rigidi tutti i casi. Ma una procedura ci deve pur essere. Fra l&#8217;altro, questa centrale differenza discriminante è anche uno dei punti in cui Austin non solo si sofferma di più, ma nel quale è particolarmente chiaro: &#8220;Rigorosamente parlando, non si può avere un atto illocutorio a meno che i mezzi impiegati non siano convenzionali, e quindi i mezzi per riuscire a compierlo non verbalmente devono essere convenzionali&#8221;.[20]</p>
<p style="text-align: justify;">D&#8217;altra parte, non bisogna confondere l&#8217;atto illocutorio con le sue conseguenze:</p>
<p style="text-align: justify;">
<blockquote>
<p style="text-align: justify;">Nel caso delle illocuzioni dobbiamo essere pronti a tracciare la distinzione necessaria, che sfugge al linguaggio ordinario tranne che in casi eccezionali, tra</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><em>a</em>) l&#8217;atto di tentare di o di tendere a (o effettuare o stentare o pretendere o di iniziare o accingersi a) eseguire un certo atto illocutorio, e</p>
<p style="text-align: justify;"><em>b</em>) l&#8217;atto di riuscire a compiere con successo o consumare o portare a termine tale atto.[21]</p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Dunque, un atto illocutorio, come detto, non dipende essenzialmente dalle sue conseguenze, ma dal suo appartenere ad una procedura condivisa o meno. La forza illocutoria contraddistingue i vari generi di atti illocutori, che, dunque, si distinguono in base all&#8217;uso operativo che assumono nelle circostanze del loro proferimento in base alle procedure nelle quali si inseriscono:</p>
<p style="text-align: justify;">
<blockquote>
<p style="text-align: justify;">I primi, i verdettivi, sono caratterizzati dall&#8217;emissione di un verdetto, come il nome dà per implicito, da parte di una giuria, un arbitro, o un giudice di gara. Ma non è necessario che siano definitivi (&#8230;).</p>
<p style="text-align: justify;">I secondi, gli esercitivi, consistono nell&#8217;esercitare dei poteri, dei diritti, oppure un&#8217;influenza. Ne sono esempi il conferire una nomina, votare, ordinare, esortare, consigliare, avvertire, etc.</p>
<p style="text-align: justify;">I terzi, i commissivi, sono caratterizzati dal fatto di promettere o altrimenti di assumersi un impegno; essi ti <em>impegnano </em>a fare qualcosa, ma comprendono anche le dichiarazioni o gli annunci riguardo alle proprie intenzioni, che non sono promesse, e anche delle cose piuttosto vaghe che ptoremmo chiamare lo sposare una causa (&#8230;).</p>
<p style="text-align: justify;">I quarti, i comportativi, sono un gruppo molto eterogeneo, e hanno a che fare con gli atteggiamenti e il <em>comportamento sociale</em>. Ne sono esempi lo scusarsi, il congratularsi, l&#8217;encomiare, il condolersi, l&#8217;imprecare e lo sfidare.</p>
<p style="text-align: justify;">I quinti, gli espositivi. Sono difficili da definire. Essi rendono chiaro il modo in cui i nostri enunciati si inseriscono nel corso di una discussione o di una conversazione, il modo in cui stiamo usando le parole, oppure, in generale, consentono l&#8217;esposizione. Ne sono esempi &#8220;il replico&#8221;, &#8220;io dimostro&#8221;&#8230;[22]</p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">E, per ricapitolare con le parole dello stesso Austin:</p>
<p style="text-align: justify;">
<blockquote>
<p style="text-align: justify;">Per ricapitolare, possiamo dire che il verdettivo è un esercizio del giudizio, l&#8217;esercizio è un&#8217;affermazione di influenza o un esercizio di potere, il commissivo è un&#8217;assunzione di un obbligo o di dichiarazione d&#8217;intenzione, o il comportativo è l&#8217;adozione di un atteggiamento, e l&#8217;espositivo è la chiarificazione di ragioni, argomenti, e comunicazioni.[23]</p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Per concludere, la teoria degli atti linguistici discerne tre generi di atti: locutori, illocutori e perlocutori. Gli atti locutori consistono semplicemente nel proferire un certo enunciato, gli atti illocutori consistono nell&#8217;emettere un asserto che ha una <em>validità</em> irriducibile al suo solo significato ed è definito operativamente dalla sua forza, che è ciò che consente all&#8217;atto illocutorio di <em>entrare in vigore </em>e, dunque, di <em>valere come atto</em>. L&#8217;atto illocutorio è parte di una procedura condivisa che può essere espresso mediante un performativo esplicito o un performativo primario oppure può essere reso manifesto dall&#8217;uso di particolari locuzioni, avverbi o &#8220;marcatori&#8221; che ne indichino la forza. D&#8217;altra parte, il linguaggio ordinario è un insieme di usi linguistici che consente una certa elasticità, per tanto, si può considerare un atto illocutorio anche una frase come &#8220;Vuoi vedere?&#8221; come l&#8217;espressione di una scommessa. Tutte le considerazioni valide per i performativi vanno considerate adeguate per gli atti illocutori:</p>
<p style="text-align: justify;">
<blockquote>
<p style="text-align: justify;">In generale e relativamente a tutti gli enunciati presi in considerazione (&#8230;) abbiamo trovato:</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">1) la dimensione felicità/infelicità,</p>
<p style="text-align: justify;">1<em>a</em>) una forza illocutoria,</p>
<p style="text-align: justify;">2) la dimensione verità/falsità,</p>
<p style="text-align: justify;">2<em>a</em>) un significato (senso e riferimento) locutorio.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">La teoria della distinzione performativo/constativo sta alla teoria degli atti locutori e illocutori nell&#8217;atto linguistico totale come la teoria <em>particolare</em> rispetto alla teoria <em>generale</em>.[24]</p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Gli atti perlocutori sono la conseguenza dell&#8217;atto illocutorio e fanno anch&#8217;essi parte di una procedura. Nella teoria degli atti linguistici non si devono considerare gli usi &#8220;eziolati&#8221; del linguaggio, né gli usi non convenzionali, né gli asserti linguistici che non rientrano in procedure, sebbene siano volti ad ottenere delle conseguenze fattuali nello stato di cose. Di conseguenza, gli asserti comici, le barzellette, gli sfoghi, le manifestazioni d&#8217;amore etc. non vanno considerati atti linguistici, anche quando vengono espressi mediante verbi che appaiono come performativi, sebbene non posseggono alcun valore operativo: &#8220;io ti amo&#8221; non è l&#8217;esecuzione di un atto illocutorio, per quanto gli effetti della frase possano essere importanti!</p>
<p style="text-align: justify;">
<div style="text-align: justify;">
<h3 align="center">Riferimenti.</h3>
</div>
<p style="text-align: justify;">Austin J. (1962), <em>Come fare cose con le parole</em>, Marsilio, Genova-Milano, 1986.</p>
<p style="text-align: justify;">[N]on è per niente facile distinguere perfino le domande, gli ordini, e così via dalle asserzioni mediante le poche e misere indicazioni grammaticali disponibili (&#8230;)</p>
<p style="text-align: justify;">p. 8.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">(A.1) Deve esistere una procedura convenzionale accettata avente un certo effetto convenzionale, procedura che deve includere l&#8217;atto di pronunciare certe parole da parte di certe persone in certe circostanze e, inoltre,</p>
<p style="text-align: justify;">(A. 2) le particolari persone e circostanze in dato caso, devono essere appropriate per il richiamarsi alla particolare procedura cui si richiama.</p>
<p style="text-align: justify;">(B. 1) La procedura deve essere eseguita da tutti i partecipanti sia correttamente che</p>
<p style="text-align: justify;">(B. 2) completamente.</p>
<p style="text-align: justify;">(R 1) Laddove, come spesso avviene, la procedura sia destinata all&#8217;impiego da parte di persone aventi certi pensieri o sentimenti, o all&#8217;inaugurazione di un certo comportamento consequenziale da parte di qualcuno dei partecipanti, allora una persona che partecipa e quindi si richiama alla procedura deve di fatto avere quei pensieri o sentimenti, e i partecipanti devono avere intenzioni di comportarsi in tal modo, e inoltre</p>
<p style="text-align: justify;">(R 2) devono in seguito comportarsi effettivamente in tal modo.</p>
<p style="text-align: justify;">p. 17.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Elasticità procedurale.</p>
<p style="text-align: justify;">Ora, di nuovo, nella vita di tutti i giorni è permessa una certa negligenza nella procedura &#8211; altrimenti nell&#8217;università nessuna faccenda verrebbe mai portata a termine!</p>
<p style="text-align: justify;">pp. 31-32.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Differenza tra descrivere e operare.</p>
<p style="text-align: justify;">Potremmo dire: in casi ordinari, per esempio correre, è il fatto che egli sta correndo che rende l&#8217;asserzione che egli sta correndo <em>vera</em>; o ancora, la verità dell&#8217;enunciato constativo &#8220;egli sta correndo&#8221; dipende dal fatto che egli sta correndo. Mentre nel nostro caso è la felicità del performativo &#8220;mi scuso&#8221; che fa essere un fatto che mi sto scusando: e il mio successo nello scusarmi dipende dalla felicità dell&#8217;enunciato performativo &#8221; mi scuso&#8221;. Questo è un modo in cui potremmo giustificare la distinzione &#8220;performativo-constativo&#8221; &#8211; come una distinzione tra fare e dire.</p>
<p style="text-align: justify;">p. 38.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Paradosso di Moore.</p>
<p style="text-align: justify;">Il fatto che io dica &#8220;il gatto è sul cuscino&#8221; dà per implicito che io credo che ci sia, in un senso di &#8220;<em>implies</em>&#8221; notato proprio da G. E. Moore. Non possiamo dire &#8220;il gatto è sul cuscino ma io non ci credo che ci sia&#8221;.</p>
<p style="text-align: justify;">p. 39.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Il problema della riduzione dei performativi.</p>
<p style="text-align: justify;">Quindi ciò che dovremmo essere tentati di dire è che qualunque enunciato che sia di fatto un performativo dovrebbe poter essere ridotto, o sviluppato, o analizzato, o riprodotto in una forma, che ha un verbo alla prima persona singolare del presente indicativo attivo (grammaticale).</p>
<p style="text-align: justify;">p. 49.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Ancora considerazioni sui performativi.</p>
<p style="text-align: justify;">Questo genere di sviluppo rende esplicito sia il fatto che l&#8217;enunciato è performativo, sia qual è l&#8217;atto che si sta eseguendo. Tranne quando l&#8217;enunciato performativo viene ridotto ad una forma esplicita di questo genere, sarà regolarmente possibile considerarlo in modo non performativo&#8230;</p>
<p style="text-align: justify;">p. 49.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">In particolare dobbiamo rilevare che vi è una <em>asimmetria</em> di genere sistematico tra questa e le altre persone e tempi dello <em>stesso verbo</em>.</p>
<p style="text-align: justify;">p. 49.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Esprimere sentimenti.</p>
<p style="text-align: justify;">Vi sono numerosi casi nella vita umana in cui il provare una certa &#8220;emozione&#8221; (mi si perdoni la parola!) o &#8220;desiderio&#8221; oppure l&#8217;assumere un atteggiamento è convenzionalmente considerato una risposta o reazione appropriata o adatta ad un certo stato di cose, che comprende la esecuzione, da parte di qualcuno, di un certo atto, casi in cui una reazione di questo genere è naturale (oppure vorremmo pensare che lo è!). In simili casi, naturalmente, è possibile e consueto provare effettivamente l&#8217;emozione o il desiderio in questione; e siccome le nostre emozioni o i nostri desideri non sono facilmente discernibili da parte degli altri, è comune desiderare di informare gli altri del fatto che li proviamo.</p>
<p style="text-align: justify;">p. 60.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Casi cruciali di atti linguistici.</p>
<p style="text-align: justify;">Comportativi ed espositivi sono due classi cruciali in cui si verifica questo fenomeno: ma esso si riscontra anche in altre classi, ad esempio in quelli che io chiamo <em>verdettivi</em>. Esempi di verdettivi sono &#8221; io dichiaro che&#8230;&#8221;, &#8220;io ritengo che&#8230;&#8221;, &#8220;io stabilisco che&#8230;&#8221;, &#8220;io stimo&#8230;&#8221;. Cos&#8217; se sei un giudice e dici &#8220;io ritengo che&#8230;&#8221; allora dire che ritieni è ritenere; quando si tratta di persone meno ufficiali non è altrettanto chiaramente così: può essere semplicemente una descrizione di uno stato mentale. Si può evitare questo problema nel solito modo, coniando una parola speciale come &#8220;verdetto&#8221;, &#8220;mi pronuncio <em>in </em>favore di&#8230;&#8221;, &#8220;io dichiaro&#8230;&#8221;; diversamente la natura performativa dell&#8217;enunciato dipende ancora in parte dal contesto dell&#8217;enunciazione, come quando il giudice è un giudice, ed è in toga e assiso sul seggio, etc.</p>
<p style="text-align: justify;">p. 67.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">L&#8217;atto illocutorio.</p>
<p style="text-align: justify;">[L]&#8216;esecuzione di un atto <em>nel</em> dire qualcosa in contrapposizione all&#8217;esecuzione di un atto <em>di</em> dire qualcosa; chiamo l&#8217;atto eseguito una &#8220;illocuzione&#8221; e farò riferimento alla teoria dei diversi tipi di funzione nel linguaggio qui in discussione come alla teoria delle &#8220;forze illocutorie&#8221;.</p>
<p style="text-align: justify;">p. 75.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Atto perlocutorio.</p>
<p style="text-align: justify;">Dire qualcosa produrrà spesso, o anche normalmente, certi effetti consecutivi sui sentimenti, i pensieri, o le azioni di chi sente, o di chi parla, o di altre persone: e può essere fatto con lo scopo, l&#8217;intenzione o il proposito di produrre questi effetti; e possiamo allora dire, tenendo conto di questo, che chi parla ha eseguito un atto definibile con un termine che fa riferimento o solo indirettamente  (C.<em>a</em>), o anche per nulla (C.<em>b</em>), all&#8217;esecuzione dell&#8217;atto locutorio o illocutorio. Chiameremo l&#8217;esecuzione di un atto di questo genere l&#8217;esecuzione di un atto &#8220;perlocutorio&#8221;, e l&#8217;atto eseguiti, nei casi adatti (&#8230;) una &#8220;perlocuzione&#8221;.</p>
<p style="text-align: justify;">p. 76.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Manifestare emozioni non è compiere atti linguistici.</p>
<p style="text-align: justify;">Possiamo manifestare emozione nel o col proferire un enunciato, come quando imprechiamo; ma ancora una volta qui non si fa nessun uso di formule performative e degli altri dispositivi degli atti illocutori. Potremmo dire che usiamo l&#8217;imprecare per sfogarci. Dobbiamo porre attenzione al fatto che l&#8217;atto illocutorio è un atto convenzionale: un atto compiuto in quanto conforme ad una convenzione.</p>
<p style="text-align: justify;">p. 78.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Tracciare le distinzioni nel caso delle illocuzioni.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel caso delle illocuzioni dobbiamo essere pronti a tracciare la distinzione necessaria, che sfugge al linguaggio ordinario tranne che in casi eccezionali, tra</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><em>a</em>) l&#8217;atto di tentare di o di tendere a (o effettuare o stentare o pretendere o di iniziare o accingersi a) eseguire un certo atto illocutorio, e</p>
<p style="text-align: justify;"><em>b</em>) l&#8217;atto di riuscire a compiere con successo o consumare o portare a termine tale atto.</p>
<p style="text-align: justify;">p. 79.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Le convenzioni della forza illocutoria.</p>
<p style="text-align: justify;">Ciò che introduciamo davvero mediante l&#8217;uso della terminologia delle illocuzioni è un riferimento, non alle conseguenze (almeno in senso ordinario) della locuzione, ma alle convenzioni della forza illocutoria in relazione alle particolari circostanze dell&#8217;occasione in cui viene proferito un enunciato.</p>
<p style="text-align: justify;">p. 86.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Le ragioni di discussione sugli atti illocutori rispetto agli atti locutori.</p>
<p style="text-align: justify;">Possiamo essere d&#8217;accordo sulle parole effettivamente pronunciate, e persino anche sui sensi in cui sono state usate e sulle realtà per riferirsi alle quali sono state usate, e tuttavia essere ancora in disaccordo riguardo alla questione se, nelle circostanze date, esse costituivano un ordine o una minaccia o semplicemente un consiglio o un avvertimento. (&#8230;) e in verità possiamo spesso essere d&#8217;accordo che il suo atto era proprio, per dire, un atto di ordinare (illocuzione) mentre siamo ancora incerti su che cosa egli intendesse ordinare (locuzione). (&#8230;) In effetti è molto più difficile impedire i disaccordi riguardanti la descrizione degli &#8220;atti locutori&#8221;. Ognuno di questi, comunque, è convenzionale e suscettibile di ricevere una &#8220;interpretazione &#8220;da parte di chi lo giudica.</p>
<p style="text-align: justify;">p. 86.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">L&#8217;atto perlocutorio.</p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;atto perlocutorio può essere o il raggiungimento di un obbiettivo perlocutorio (convincere, persuadere) o la produzione di un seguito perlocutorio. Così l&#8217;atto di avvertire può raggiungere il suo obiettivo perlocutorio di mettere all&#8217;erta e avere anche il seguito perlocutorio di allarmare (&#8230;).</p>
<p style="text-align: justify;">p. 88.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Caratteristiche degli atti perlocutori.</p>
<p style="text-align: justify;">E&#8217; caratteristico degli atti perlocutori che la risposta ottenuta, o il seguito, possano essere ottenuti in aggiunta o completamente, con mezzi non locutori: così l&#8217;intimidazione può essere ottenuta brandendo un bastone o puntando un fucile. Persino nei casi del convincere, persuadere, far obbedire e far credere possiamo ottenere la risposta non verbalmente; ma se non si ha alcun atto illocutorio, è dubbio se sia il caso di usare questo linguaggio caratteristico degli obiettivi perlocutori. Confrontate l&#8217;uso di &#8220;ho fatto sì che egli lo facesse&#8221; con &#8220;ho fatto si che egli obbedisse&#8221;.</p>
<p style="text-align: justify;">p. 88.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">La convenzionalità è una condizione necessaria per l&#8217;atto illocutorio.</p>
<p style="text-align: justify;">Rigorosamente parlando, non si può avere un atto illocutorio a meno che i mezzi impiegati non siano convenzionali, e quindi i mezzi per riuscire a compierlo non verbalmente devono essere convenzionali.</p>
<p style="text-align: justify;">p. 89.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Distinzione tra i tre tipi di atti.</p>
<p style="text-align: justify;">Così abbiamo distinto l&#8217;atto locutorio (e all&#8217;interno di questo l&#8217;atto fonetico, l&#8217;atto fatico e l&#8217;atto retico) che ha un <em>significato</em>, l&#8217;atto illocutorio che ha una certa <em>forza</em> nel dire qualcosa; l&#8217;atto perlocutorio che è <em>l&#8217;ottenere </em>certi <em>effetti </em>nel dire qualcosa.</p>
<p style="text-align: justify;">p. 90.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Perché l&#8217;analisi filosofica degli atti linguistici?</p>
<p style="text-align: justify;">Perché essere così tortuosi? Ebbene, naturalmente sono d&#8217;accordo che questo si dovrà fare [parlare in termini di psicologia o linguistica degli atti linguistici, senza ulteriore filosofia] &#8211; però io dico <em>dopo</em>, non prima, l&#8217;aver guardato cosa si può tirar fuori dal linguaggio ordinario anche se in ciò che ne viene fuori vi è un forte elemento di irrefutabilità. Diversamente ci lasceremmo sfuggire delle cose e procederemmo troppo velocemente.</p>
<p style="text-align: justify;">p. 91.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Caratteristiche generali degli atti linguistici.</p>
<p style="text-align: justify;">In generale e relativamente a tutti gli enunciati presi in considerazione (&#8230;) abbiamo trovato:</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">1) la dimensione felicità/infelicità,</p>
<p style="text-align: justify;">1<em>a</em>) una forza illocutoria,</p>
<p style="text-align: justify;">2) la dimensione verità/falsità,</p>
<p style="text-align: justify;">2<em>a</em>) un significato (senso e riferimento) locutorio.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">La teoria della distinzione performativo/constativo sta alla teoria degli atti locutori e illocutori nell&#8217;atto linguistico totale come la teoria <em>particolare</em> rispetto alla teoria <em>generale</em>.</p>
<p style="text-align: justify;">p. 108.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Asserire, descrivere etc., sono <em>soltanto due </em> nomi tra i moltissimi altri nomi di atti illocutori; essi non occupano alcuna posizione eccezionale.</p>
<p style="text-align: justify;">p. 108.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">I vari atti illocutori.</p>
<p style="text-align: justify;">I primi, i verdettivi, sono caratterizzati dall&#8217;emissione di un verdetto, come il nome dà per implicito, da parte di una giuria, un arbitro, o un giudice di gara. Ma non è necessario che siano definitivi (&#8230;).</p>
<p style="text-align: justify;">I secondi, gli esercitivi, consistono nell&#8217;esercitare dei poteri, dei diritti, oppure un&#8217;influenza. Ne sono esempi il conferire una nomina, votare, ordinare, esortare, consigliare, avvertire, etc.</p>
<p style="text-align: justify;">I terzi, i commissivi, sono caratterizzati dal fatto di promettere o altrimenti di assumersi un impegno; essi ti <em>impegnano </em>a fare qualcosa, ma comprendono anche le dichiarazioni o gli annunci riguardo alle proprie intenzioni, che non sono promesse, e anche delle cose piuttosto vaghe che ptoremmo chiamare lo sposare una causa (&#8230;).</p>
<p style="text-align: justify;">I quarti, i comportativi, sono un gruppo molto eterogeneo, e hanno a che fare con gli atteggiamenti e il <em>comportamento sociale</em>. Ne sono esempi lo scusarsi, il congratularsi, l&#8217;encomiare, il condolersi, l&#8217;imprecare e lo sfidare.</p>
<p style="text-align: justify;">I quinti, gli espositivi. Sono difficili da definire. Essi rendono chiaro il modo in cui i nostri enunciati si inseriscono nel corso di una discussione o di una conversazione, il modo in cui stiamo usando le parole, oppure, in generale, consentono l&#8217;esposizione. Ne sono esempi &#8220;il replico&#8221;, &#8220;io dimostro&#8221;&#8230;</p>
<p style="text-align: justify;">pp. 110-111.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Per ricapitolare i vari atti illocutori.</p>
<p style="text-align: justify;">Per ricapitolare, possiamo dire che il verdettivo è un esercizio del giudizio, l&#8217;esercizio è un&#8217;affermazione di influenza o un esercizio di potere, il commissivo è un&#8217;assunzione di un obbligo o di dichiarazione d&#8217;intenzione, o il comportativo è l&#8217;adozione di un atteggiamento, e l&#8217;espositivo è la chiarificazione di ragioni, argomenti, e comunicazioni.</p>
<p style="text-align: justify;">p. 119.</p>
<p style="text-align: justify;">
<div style="text-align: justify;">
<h3 align="center">Bibliografia.</h3>
</div>
<p style="text-align: justify;">Bianchi C., <em>Pragmatica cognitiva</em>, Laterza, Roma-Bari, 2009.</p>
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<p style="text-align: justify;">Sbisà, <em>Teoria degli atti linguistici</em>, edizione digitale.</p>
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<p style="text-align: justify;">
<div><br clear="all" /></p>
<hr align="left" size="1" width="33%" />
<div style="text-align: justify;">
<p>[1] Austin J., <em>Come fare cose con le parole</em>, Marsilio, Genova-Milano, 1986, p. 8.</p>
</div>
<div style="text-align: justify;">
<p>[2] Ivi., Cit., p. 108.</p>
</div>
<div style="text-align: justify;">
<p>[3] Ivi., Cit., p. 91.</p>
</div>
<div style="text-align: justify;">
<p>[4] Ivi., Cit., p. 120.</p>
</div>
<div style="text-align: justify;">
<p>[5] Ivi., Cit., p. 8.</p>
</div>
<div style="text-align: justify;">
<p>[6] Ivi., Cit., p. 49.</p>
</div>
<div style="text-align: justify;">
<p>[7] Ivi., Cit., p. 17.</p>
</div>
<div style="text-align: justify;">
<p>[8] Ivi., Cit., p. 38.</p>
</div>
<div style="text-align: justify;">
<p>[9] Ivi., Cit., p. 49.</p>
</div>
<div style="text-align: justify;">
<p>[10] Ivi., Cit., p. 49.</p>
</div>
<div style="text-align: justify;">
<p>[11] Ivi., Cit., p. 31-32.</p>
</div>
<div style="text-align: justify;">
<p>[12] Ivi., Cit., p. 75.</p>
</div>
<div style="text-align: justify;">
<p>[13] Ivi., Cit., p. 86.</p>
</div>
<div style="text-align: justify;">
<p>[14] Ivi., Cit., p. 76.</p>
</div>
<div style="text-align: justify;">
<p>[15] Ivi., Cit., p. 89.</p>
</div>
<div style="text-align: justify;">
<p>[16] Ivi., Cit., p. 90.</p>
</div>
<div style="text-align: justify;">
<p>[17] Ivi., Cit., p. 86.</p>
</div>
<div style="text-align: justify;">
<p>[18] Ivi., Cit., p. 60.</p>
</div>
<div style="text-align: justify;">
<p>[19] Ivi., Cit., p. 78.</p>
</div>
<div style="text-align: justify;">
<p>[20] Ivi., Cit., p. 89.</p>
</div>
<div style="text-align: justify;">
<p>[21] Ivi., Cit., p. 79.</p>
</div>
<div style="text-align: justify;">
<p>[22] Ivi., Cit., p. 110-111.</p>
</div>
<div style="text-align: justify;">
<p>[23] Ivi., Cit., p. 119.</p>
</div>
<div>
<p style="text-align: justify;">[24] Ivi., Cit., p. 108.</p>
</div>
</div>
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		<title>Il negro del Narciso. Conrad J.</title>
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		<pubDate>Tue, 24 Jan 2012 10:00:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giangiuseppe Pili</dc:creator>
				<category><![CDATA[Classici della Narrativa]]></category>
		<category><![CDATA[Narrativa]]></category>
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		<category><![CDATA[Imperialismo]]></category>
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		<description><![CDATA[James Wait s&#8217;imbarca nel Narciso. Wait è un marinaio di colore che si porta dietro un oscuro mistero che, ben presto, coinvolgerà tutto l&#8217;equipaggio. Gli uomini del Narciso sono una combinazione di varia umanità, dal capitano Allistoun al vecchio lupo &#8230; <a href="http://www.scuolafilosofica.com/1378/il-negro-del-narciso-conrad-j">Continua la lettura <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">James Wait s&#8217;imbarca nel Narciso. Wait è un marinaio di colore che si porta dietro un oscuro mistero che, ben presto, coinvolgerà tutto l&#8217;equipaggio. Gli uomini del Narciso sono una combinazione di varia umanità, dal capitano Allistoun al vecchio lupo di mare, Singleton. Ma tutti sono indispensabili, tutti concorrono alla vita della nave, compreso il fanatico cuoco, che spesso va in preda di possessioni oracolari sulla fine della nave e sulle fiamme dell&#8217;inferno. La traversata del Narciso inizia tranquilla, ma subito James manifesta il suo oscuro mistero: egli ha una malattia terminale ai polmoni che lo rende del tutto incapace di lavorare. Pesanti colpi di tosse e assenza di forze lo costringono ad un riposo forzato e reiterato nella sua cuccetta. Tutti i membri del Narciso gli vogliono bene e nessuno manifesta sentimenti di razzismo o di odio nei suoi confronti, tutti si prendono cura di James Wait. Il mare si volge in tempesta ben presto e per lunghi giorni il Narciso sarà trasportato dalla furia violenta di un mare che non intende concedergli nemmeno un attimo di respiro. Il vento freddo sferza la tolda e i sibili delle sartie risuonano come tristi echi di un terrore antico e gelido. I mariani vengono costretti a turni senza tregua, lavoro incessante, condizionato ulteriormente dalla decisione del comandante Allistoun di non tagliare i pennoni per non rovinare la nave. Più di una volta i marosi invadono il ponte con le loro murate d&#8217;acqua che entrano dentro la nave che, nonostante tutto, non può essere interamente impermeabile. <span id="more-1378"></span>Wait finisce intrappolato nella sua stessa cuccetta, quella che gli era stata ceduta da un&#8217;ufficiale. Riuscire a tirarlo fuori dal buco in cui era finito non fu un lavoro semplice, tra le oscillazioni della nave e la difficoltà di sfondare il legno. Ma alla fine Wait venne tirato fuori, non senza le sue consuete lamentele che alimentavano un certo senso di colpa nelle coscienze dei volenterosi marinai. La tempesta continuava ma il Narciso riuscì a cambiare rotta, grazie alla rotazione del vento. A quel punto iniziò ad insinuarsi l&#8217;idea che James Wait fosse, in realtà, sano come un pesce. Il capitano Allistoun, quando gli animi erano già caldi, per poco non rischia l&#8217;ammutinamento imponendo al nero di rimanersene in cuccetta, nonostante Wait avesse assicurato di essere in condizioni di lavorare o, almeno, di stare sul ponte. Ma Allistoun fu irremovibile: se era malato, se ne sarebbe rimasto dentro: egli sospettava Wait volesse lavorare giusto gli ultimi giorni prima di rientrare a casa per percepire la paga intera. Ci furono momenti nei quali l&#8217;ammutinamento sembrava ormai prossimo. Ma Allistoun, dopo un discorso all&#8217;equipaggio, riuscì a tenere il pugno di ferro, a imporre la disciplina necessaria a salvare la nave e a salvare l&#8217;ordine. Quando erano ormai giunti vicino a casa, il disprezzabile Donkin, un uomo che difendeva la propria miseria e la propria pigrizia con i diritti dei marinai, comprese che Wait era ormai sull&#8217;orlo della morte e, dopo averlo deriso e sbeffeggiato, finalmente più forte di qualcuno, finalmente poteva rifarsi su un essere vivo dell&#8217;odio che tutti gli riversavano per il suo cattivo essere, gli rubò i soldi. Quando il Narciso tornò in Inghilterra non c&#8217;è che lo spazio di qualche ricordo e qualche bevuta prima che tutti si dimentichino l&#8217;uno dell&#8217;altro e ognuno ritorni alla sua vita.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Il negro del Narciso </em>(<em>The nigger of the &#8220;Narcissus&#8221;</em> (1897)) è la terza opera di Conrad. Si tratta di un romanzo breve nel quale la storia sembra essere quella di un bastimento, il Narciso, e del suo equipaggio. La caratterizzazione dei vari personaggi è molto netta, sebbene mai banale. Allistoun è il comandante della nave che, con una certa saggezza, riesce a mantenere l&#8217;ordine e la nave, egli è descritto come un uomo solitario ma capace. Il secondo ufficiale Baker è un uomo di cuore, sebbene dai modi rudi, che è il giusto complemento di un comandante secco come Allistoun. Baker, nonostante i suoi modi rudi, e anche per quelli, riesce simpatico alla ciurma che gli attribuisce sia un certo carisma che rispetto. Singleton rappresenta il &#8220;vecchio lupo di mare&#8221; (così nel testo) che ha compiuto mille traversate senza battere ciglio, un essere ammantato di leggenda, con un grande fisico e una grande tempra, anche morale. Il cuoco, invece, è il mistico della nave che, con i suoi due figli e moglie a terra, rappresenta il lato perbene di quella piccola umanità che è sin troppo legata ai precetti della religione per esser del tutto capace di vivere una vita esemplare. A fianco alla &#8220;ciurma&#8221;, la cui descrizione è ora lasciata a brevi accenni, ora lasciata al narratore in prima persona (singolare o plurale) che mette in luce i vari sentimenti condivisi da tutti; a fianco alla &#8220;ciurma&#8221;, dunque, c&#8217;è Donkin, un uomo inetto, incapace e debole, ma dalla buona parlantina, sufficiente a farlo odiare, insufficiente a farlo rispettare ma capace di dispensarlo, spesso, dalle fatiche del lavoro: si tratta di quel genere d&#8217;uomo ch&#8217;è capace solo di lamentarsi dei propri mali, senza mai essere in grado di riscattarli, senza mai provarci e, per questo, finisce per odiare i suoi simili, che non capisce ma invidia perché capaci di sopportare la vita. In fine, c&#8217;è James Wait, il personaggio più misterioso e oscuro, di cui si sa poco e si dice relativamente poco: egli è una presenza, più che un personaggio, il fantasma di un uomo a cui tutti pensano, a cui tutti rivolgono la loro cura e attenzione.</p>
<p style="text-align: justify;">Lo sfondo storico de <em>Il negro del Narciso</em> è quello degli inizi del novecento, durante il quale i bastimenti a vela e quelli a motore hanno convissuto assieme, un periodo di commistione ideologica al quale seguirà anche il tramonto della coscienza positiva del colonialismo occidentale nel mondo e Conrad, in questo senso, sarà il principale narratore della presa di coscienza piena della nostra <em>cattiva coscienza</em>. Vale la pena di osservare come l&#8217;edizione americana non sia stata titolata come quella inglese perché conteneva la parola &#8220;nigger&#8221; che negli Stati Uniti era già oggetto di discriminazione. Ma vale la pena di notare come, d&#8217;altra parte, non ci sia alcun accento razzistico nelle pagine di Conrad, che inscena una storia plausibile di un equipaggio qualunque, di una delle tante navi dell&#8217;inizio del secolo scorso. Di conseguenza, possiamo ipotizzare che il fenomeno del razzismo sia proprio qualcosa di piuttosto recente, creato con gli ordinamenti più totalitari: il colonialismo di per sé aveva dato avvio solo indirettamente al fenomeno del razzismo, ma non ne aveva posto le basi in modo sistematico e chiaro, come poi avverrà con l&#8217;imperialismo dell&#8217;ottocento-novecento.</p>
<p style="text-align: justify;">Particolarmente importante, all&#8217;interno di una più profonda comprensione dell&#8217;opera di Conrad, è la pregnante prefazione dello stesso autore nella quale viene definito il ruolo dello scrittore, il quale si distingue tanto dal pensatore quanto dallo scienziato. Lo scienziato, infatti, indaga la realtà naturale con una lente di ingrandimento, cercandone le spiegazioni e le cause. Il pensatore, invece, rivolge la sua attenzione ai propri pensieri e alla conoscenza. Il narratore, invece, cerca di riportare l&#8217;autenticità della vita, attraverso la ricostruzione di un particolare momento dell&#8217;esistenza che diventa, così, simbolo e, al contempo, oggetto di narrazione attraverso la quale riportare la vividezza dell&#8217;esperienza esistenziale all&#8217;interno di una cornice propriamente artistica. Lo scrittore, dunque, è colui che scrive per riportare alla luce della coscienza ciò che essa ha già vissuto e, allo stesso tempo, un pezzo di realtà altrimenti perduto. La lettura attenta della prefazione da una chiave di lettura in prospettiva dell&#8217;opera di Conrad, scrittore già maturo e consapevole del proprio ruolo nella prosa artistica.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Il negro del Narciso</em> è un libro che si presta ad almeno due letture, una più letterale e una più astratta. Stando alla lettera, siamo di fronte alla narrazione di un&#8217;avventura nel quale un equipaggio si trova faccia a faccia con le forze della natura, che deve contrastare e vincere, se vuol sopravvivere. In questa lettura, ogni individuo trova la sua parte, come in tutti i romanzi di Conrad, e tutti sono chiamati a rispondere delle loro azioni di fronte alla chiamata del destino: non c&#8217;è spazio per le ritirate. All&#8217;interno di questa vicenda drammatica si staglia, dunque, la presenza della morte incombente di Wait, il quale serve da catalizzatore e accentratore dell&#8217;umanità, ora buona, ora meschina. Eppure, questa lettura, che già renderebbe di per sé degno il libro, ci sembra insufficiente. Innanzi tutto, non riesce a inquadrare la presenza di Wait, una figura particolare, strana, complessa, all&#8217;interno della struttura generale. In secondo luogo, il libro potrebbe risolversi semplicemente nell&#8217;avventura, ma allora lascerebbe fuori l&#8217;attenzione psicologica collettiva e l&#8217;uso di un linguaggio altamente metaforico, non sempre facile e ricco di piccole allegorie morali: Conrad è molto attento all&#8217;aspetto etico di tutti i personaggi e, allo stesso modo, del collettivo e ne parla con un linguaggio figurato, talvolta astratto ma sempre moralmente carico. Partendo dalla considerazione che si può costruire un simbolo universale su una storia particolare, possiamo considerare il bastimento stesso come la <em>vita stessa di un uomo</em>, nel quale c&#8217;è un capitano, un secondo, e molte anime dentro. La nave diventa essa stessa il simbolo di un uomo, della sua coscienza e delle difficoltà che vive. In questa nuova dimensione, si può riconsiderare il ruolo di tutti i personaggi e di come essi cooperino per riuscire a formare un&#8217;unica &#8220;anima&#8221;: Wait rappresenta lo spettro della morte che c&#8217;è in tutti gli uomini e ha come contraltare il fanatismo religioso (il cuoco); tutti hanno un comandante ragionevole; tutti si portano dietro parte di quella saggezza atavica dei nostri padri (Singleton); in certe circostanze si è pusillanimi, codardi e miserabili (Donkin), in altre si è teneramente tesi verso il prossimo (Baker). E così si spiega bene anche la presenza di uno &#8220;strano&#8221; narratore che ora si cala in &#8220;prima persona&#8221;, ora si cala in &#8220;prima persona plurale&#8221;, ora diventa esterno ed onnisciente. La figura stessa del narratore è quella della coscienza che, d&#8217;altra parte, non è mai così monolitica, come appare nei resoconti in prima persona, perché essa è, in realtà, ben più scissa, più decentrata di quanto possa apparire, proprio dalla prosa letteraria. La coscienza narrativa dell&#8217;Io-narrante di Conrad diventa l&#8217;emblema stesso dell&#8217;occhio della mente rivolto verso sé (la nave). Questa lettura non banale del testo, che vuole essere solo la presa di coscienza di una maggiore complessità di un romanzo straordinario sotto molti punti di vista, vuole portare all&#8217;attenzione il fatto che questo breve romanzo sia, sostanzialmente, una grande metafora dell&#8217;individuo e non un romanzo di avventura (che già suona dispregiativo a certi addetti ai lavori presunti), o un romanzo sulla &#8220;storia post-coloniale&#8221;, come se Conrad fosse interessante solo per i risvolti del cambiamento della politica tra l&#8217;800 e il &#8217;900!</p>
<p style="text-align: justify;">Quando si dice che Conrad sia lo scrittore della decadenza, si parla per frasi fatte. Conrad parla sempre di quell&#8217;umanità eterna che sempre risorgerà in questa Terra, anche oltre la fine dei tempi. Questo perché Conrad è uno che arriverà alla fine dei tempi, insieme a tutte le sue opere.</p>
<p style="text-align: justify;">CONRAD JOSEPH</p>
<p style="text-align: justify;"><em>IL NEGRO DEL NARCISO</em></p>
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		<title>La crocera dello snark. London J.</title>
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		<pubDate>Mon, 23 Jan 2012 10:00:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Wolfgang Francesco Pili</dc:creator>
				<category><![CDATA[Biografie]]></category>
		<category><![CDATA[Narrativa]]></category>
		<category><![CDATA[Crocera]]></category>
		<category><![CDATA[London]]></category>
		<category><![CDATA[Sark]]></category>

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		<description><![CDATA[Dopo quarant’anni Jack London aveva raggiunto grandi livelli di stima in tutta l’America e fu scrittore e giornalista affermato; aveva lavorato inoltre come lavandaio, raccoglitore di ostriche, spalatore di carbone, cercatore d&#8217;oro nel Klondhike, lavoratore come operaio e altri piccoli &#8230; <a href="http://www.scuolafilosofica.com/1375/la-crocera-dello-snark-london-j">Continua la lettura <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Dopo quarant’anni Jack London aveva raggiunto grandi livelli di stima in tutta l’America e fu scrittore e giornalista affermato; aveva lavorato inoltre come lavandaio, raccoglitore di ostriche, spalatore di carbone, cercatore d&#8217;oro nel Klondhike, lavoratore come operaio e altri piccoli impieghi, che tra l’altro sono quasi tutti rintracciabili nel capolavoro <em>Martin Eden</em>. Dopo aver messo in piedi una fattoria di circa seicento ettari che gli garantì una certa e aggiuntiva tranquillità economica, London decise di coronare un sogno di coppia, insieme a sua moglie Charmian: fare il giro del mondo a bordo di un lussuoso <em>ketch</em>, lo “Snark”.<span id="more-1375"></span></p>
<p style="text-align: justify;"><em>La crociera dello Snark</em> non è, dunque, da classificarsi fra i romanzi dello scrittore americano, bensì fra i reportage e saggi. È un diario di bordo in cui London racconta per filo e per segno le disavventure e le avventure che vivrà dall’inizio della sua avventura iniziata a San Francisco fino alla fine in Australia, dove a causa delle sue precarie condizioni di salute fu costretto a ritornare in patria nel 1908, dunque solo un anno dopo la partenza dall’America.</p>
<p style="text-align: justify;">La lettura di questo diario, tuttavia, non risulta trascinante ed emotivamente valida: Jack London riporta quasi telegraficamente ogni avvenimento, senza raccontarne i particolari che potevano essere avvincenti. L’unico capitolo che, a nostro avviso, merita una particolare nota positiva è quello in cui parla dei lebbrosi di Molokai nelle Hawaii.</p>
<p style="text-align: justify;">Inoltre il viaggio della coppia di coniugi rimarca eccessivamente la visione del ricco nei confronti del più povero con “l’inferiorità” degli incivilizzati, un tema che ricorda le idee di Daniel Defoe nel suo <em>Robinson Crusoe</em>. London e Charmian, col passare delle pagine, ricordano i classici turista dall&#8217;aria snob che all’arrivo della loro lussuosa barca in ogni porto vengono accolti come eroi dai nativi dei vari luoghi. Come scrittore di romanzi d’avventura, London poteva probabilmente impegnarsi di più nella scrittura di questo reportage sterile e freddo e alle volte davvero di sgradevole lettura.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">LONDON JACK</p>
<p style="text-align: justify;"><em>LA CROCERA DELLO SNARK</em></p>
<p style="text-align: justify;">MATTIOLI</p>
<p style="text-align: justify;">PAGINE: 250.</p>
<p style="text-align: justify;">EURO: 18,00.</p>
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		<title>Zanna bianca. London J.</title>
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		<pubDate>Sat, 21 Jan 2012 10:00:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Wolfgang Francesco Pili</dc:creator>
				<category><![CDATA[Classici della Narrativa]]></category>
		<category><![CDATA[Narrativa]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura Americana]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura per ragazzi]]></category>
		<category><![CDATA[London]]></category>
		<category><![CDATA[Metafora uomo-animale]]></category>
		<category><![CDATA[White Fang]]></category>

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		<description><![CDATA[Nel 1903 Jack London scrisse il romanzo breve intitolato The call of the wild, per gli italianofili, Il richiamo della foresta. In questo romanzo il protagonista Buck, un cane da pastore, riscopre l&#8217;essenza selvaggia e primordiale che c’è in lui; &#8230; <a href="http://www.scuolafilosofica.com/1372/zanna-bianca-london-j">Continua la lettura <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Nel 1903 Jack London scrisse il romanzo breve intitolato <em>The call of the wild</em>, per gli italianofili, <em>Il richiamo della foresta</em>. In questo romanzo il protagonista Buck, un cane da pastore, riscopre l&#8217;essenza selvaggia e primordiale che c’è in lui; ne godrà fino alla morte e alla più grande eternità con la nascita dei suoi figli. Il romanzo ebbe un gran successo in tutta l’America subito dopo la sua uscita e celebrò London nella piramide dei più grandi scrittori contemporanei americani.<br />
Memore del successo del tema e del personaggio nel 1906 Jack London si concentra nella stesura di un nuovo romanzo White Fang, la cui traduzione è <em>Zanna Bianca</em>, in cui non cambia i temi del precedente romanzo: l’animale selvaggio come metafora dell&#8217;uomo, di una sua rieducazione. A differenza che nel precedente, qui “semplicemente” mischia le argomentazioni in un climax ascendente: se nel Richiamo della foresta Buck conoscerà la sua indole primordiale attraverso un viaggio il cui culmine è l’ululato maschio e feroce, in <em>Zanna bianca</em> invece dall’ululato del branco passerà alla comoda vita borghese di una tenuta di campagna.<span id="more-1372"></span><br />
Il romanzo è infatti articolato in cinque parti che potrebbero essere lette anche in modo separato, grazie alla diversità tematica, capitolo per capitolo.<br />
Il mondo selvaggio descrive l&#8217;ambientazione, le lande fredde e desolate del nord che lasciano spazio ai fuochi di due poveri carovanieri, che dovranno affrontare un branco di lupi selvaggi e affamati.<br />
Figlio del mondo selvaggio è, invece, la parte adibita alla narrazione dell’infanzia di Zanna Bianca, fino alla scoperta della sua vita e della sua vera indole, delle sue paure e delle sue cacce, in cui imparerà, fra le altre cose, a confrontarsi con i suoi simili fino a risultarne il più forte e poter assecondare “la legge della carne”, articolo primo nella costituzione delle leggi dei lupi.<br />
Gli dei del mondo selvaggio, parla del mondo dei più volgarmente detti “uomini”, che con la loro intelligenza riescono a colpire positivamente il lupo. Come fanno a creare il fuoco? Come fanno a costruire grandi edifici? Loro sono dei per un animale come Zanna bianca che attratto dall’uomo verrà addestrato all’ubbidienza e alla devozione. La ricompensa era più che buona: carne a volontà, fatta esclusione dei periodi di carestia, in cui Zanna Bianca dovrà provvedere da solo alla sua sussistenza.<br />
Gli dei superiori, uomini che con la loro cattiveria e pazzia faranno della vita di Zanna Bianca un tormento riducendolo quasi alla morte.<br />
Il mondo degli uomini dove Zanna, infine, si integrerà totalmente in una famiglia e darà fine al suo lato selvaggio senza mai dimenticare che le corse per le lande e la caccia sono le due attività per le quali è nato e deve vivere. Anche per lui, come per Buck, il tutto si eternerà con la nascita dei cuccioli.<br />
L’opera di London va ben oltre il tema della natura sanguinolenta e feroce e della sopravvivenza dei più forti, piuttosto, cerca di dare una visione diversa del Nord: è più un sogno epico, colorato dall’idea di un sognatore e dal suo amore verso il meraviglioso. Inoltre, molto forte è il richiamo dell’avventura, dell’idea della partenza e dei pericoli del viaggio (oggi questo tema pare molto idealista e romantico, ingenuo, per fortuna o per sfortuna, dipende dai punti di vista) e ancora la trasformazione, come detto, di un personaggio in un ossimoro “lupo borghese.” Il potere dell’ambiente è fondamentale con la sua crudeltà che farà conoscere al giovane Zanna bianca la legge del mangiare o venir mangiati, uccidere od essere uccisi. Capirà che la fedeltà verso l’uomo e la trasformazione in animale domestico ha i suoi pregi ma anche i suoi difetti (come il caldo della California).<br />
London gioca bene con tutti questi temi creando un libro troppo volte “sotto classificato” nella letteratura per ragazzi in edizioni, tra l’altro, che non presentavano la versione completa. Un libro che appare semplice, è, invece, da leggere con calma, cercando di analizzare la psiche del lupo per immedesimarsi: la sensazione, sarà quella di trovarsi nel freddo e ghiacciato Klondlike, che, solo per questo, rende inestimabile la lettura di questo libro!</p>
<p style="text-align: justify;">LONDON JACK</p>
<p style="text-align: justify;"><em>ZANNA BIANCA</em></p>
<p style="text-align: justify;">PIEMME</p>
<p style="text-align: justify;">PAGINE: 382.</p>
<p style="text-align: justify;">EURO: 8,00.</p>
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