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		<title>La nascita dello Stato di Israele e la guerra in Palestina</title>
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		<pubDate>Fri, 24 May 2013 11:26:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Wolfgang Francesco Pili</dc:creator>
				<category><![CDATA[Storia Contemporanea]]></category>
		<category><![CDATA[Arabi e Israele]]></category>
		<category><![CDATA[Cronologia guerre di Israele]]></category>
		<category><![CDATA[Cronologia Guerre Israeliane]]></category>
		<category><![CDATA[Guerra dei sei giorni]]></category>
		<category><![CDATA[Guerra del Kippur]]></category>
		<category><![CDATA[Guerra in Palestina]]></category>
		<category><![CDATA[la guerra dei sei giorni]]></category>
		<category><![CDATA[Le guerre israeliane]]></category>
		<category><![CDATA[Libano e Israele]]></category>
		<category><![CDATA[Nascita dello Stato di Israele]]></category>
		<category><![CDATA[Relazioni Israele Stati Arabi]]></category>
		<category><![CDATA[Relazioni tra Israele e paesi Arabi]]></category>
		<category><![CDATA[Storia dello stato di israele]]></category>
		<category><![CDATA[Storia di Israele]]></category>
		<category><![CDATA[Storia guerre di Israele]]></category>

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				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><span style="color: #444444;">Un conflitto territoriale nasce quando due o più stati rivendicano una determinata area geografica sia essa intesa superficie terrestre, regione acquatica o spazio dell&#8217;etere. Se fino all’inizio delle seconda guerra mondiale si pensava che i conflitti riguardassero solo limitate porzioni di terra, con la Grande guerra e la Guerra fredda si è realmente compresa la nuova portata distruttiva delle armi contemporanee: la visione del mondo cambiò definitivamente dopo Hiroshima e Nagasaki. Era il 6 Agosto 1945 quando venne sganciata una bomba nucleare su Hiroshima</span><span style="color: #444444;">, momento unico nella storia delle distruzioni di massa.<span id="more-2946"></span></span></p>
<p style="text-align: justify;">Un caso tipico di conflitto territoriale è esemplificabile con la guerra in Israele: l&#8217;istituzione e l&#8217;affermarsi dello stato di Israele avvenne nel 1948 in un territorio già appartenente alla Palestina. Negli anni precedenti, durante le due guerre mondiali ed in particolare durante la seconda, migliaia di ebrei, costretti alla fuga dalla propria terra natia, funestata dalle persecuzioni antisemite, si rifugiarono in Palestina dove comprarono terreni incolti. I coloni mantennero costanti e importanti rapporti con i paesi Occidentali, intessendo reti di commercio e scambi. In particolar modo ottennero dagli Stati Uniti un totale appoggio e riconoscimento. Lo stato di Israele cominciò ad essere riconosciuto ufficialmente.</p>
<p style="text-align: justify;">La creazione di uno stato di fede ebrea venne visto come una forma di “risarcimento” per gli anni (forse secoli) di persecuzioni e intolleranze dovute sopportare, questa la versione ufficiale dell&#8217;ideologia dominante tra le potenze mondiali dopo la seconda guerra mondiale (URSS, USA, GB, Francia). Il problema della nascita dello stato di Israele venne concepito come una mancanza di rispetto dagli indigeni non-ebrei che abitavano la regione ben prima che arrivassero i nuovi coloni ebrei: le popolazioni vicine già insediate in quelle terre da secoli di fede musulmana. Inoltre queste ultime passarono dalla dominazione inglese (la Palestina fino al 1912 era un protettorato britannico) alla dominazione israeliana. E così gli israeliani, da ebrei perseguiti, presero possesso diretto del territorio nel quale sussisteva una popolazione di fede musulmana. Come spesso in simili casi la storia ci ha mostrato il vero volto dell&#8217;inclemenza: nel 1947 l’ONU con lo <i>Special Committe on Palestine</i> cercò di sanare la pericolosa situazione di conflitto potenziale e reale senza riuscirci. Infatti sebbene propose una divisione pacifica della Palestina, una ebraica e una musulmana, questa venne rifiutata dagli stati confinanti, dando avvio, di fatto, ad un conflitto bellico che permane tutt’oggi e che potenzialmente può durare ancora per decine di anni. Lo stato di Israele ha sempre concepito l&#8217;uso della forza come strumento preminente nelle relazioni tra stati, considerandosi giustificato dalla condizione di perpetuo stato di assedio, sicché la distensione non è stata possibile.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>29 NOVEMBRE 1947</strong>: Dopo circa 30 anni di tensioni e di conflitti fra la popolazione araba e quella ebraica una risoluzione dell’ONU stabilisce la creazione di 2 stati palestinesi: uno arabo e uno israeliano.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>14 MAGGIO 1948</strong>: Non appena le forze armate inglesi abbandonano la Palestina, il governo provvisorio ebraico proclama la nascita dello stato di Israele.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>MAGGIO 1948-FEBRAIO 1949</strong>: Prima guerra arabo-israeliana. I membri della lega araba, egiziani, giordani, libanesi, siriani, iracheni procedono all’invasione del nuovo stato. Israele riesce a difendersi e a ricacciare indietro le forze combattenti arabo-palestinesi. In seguito alla nascita dello Stato di Israele migliaia di palestinesi sono costretti ad abbandonare la propria terra e rifugiarsi nei Paesi arabi confinanti (lasciano la Palestina oltre il 60% dei palestinesi). Gerusalemme rimane divisa in 2 parti: una occupata dagli arabi e una occupata dagli ebrei.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>1964:</strong> Nascita dell’OLP (Organizzazione per la liberazione della Palestina) che ha come scopo il riconoscimento dei diritti dei palestinesi costretti a vivere dentro  campi profughi allestiti dalla Croce Rossa internazionale oppure spinti ad emigrare nei paesi arabi circostanti. I palestinesi rimasti senza patria iniziano a rivendicare un proprio territorio. Capo dell’ OLP è Arafat.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>GIUGNO 1967</strong>: Gli arabi sono sconfitti da Israele nella famosa “Guerra dei sei giorni”, in cui Israele riesce a completare l’occupazione di Gerusalemme e a mettere sotto controllo una vasta area che va dalle rive del Giordano al Canale di Suez. Israele è sostenuta dagli Stati Uniti e dai paesi occidentali, in quanto l’esistenza del nuovo stato di Israele è considerata di interesse fondamentale in una regione di decisiva importanza economica e politica.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>NOVEMBRE 1967</strong>: Il Consiglio di Sicurezza dell’ ONU vota una risoluzione, con la quale è affermato il diritto di Israele ad esistere, ma se ne chiede il ritiro dai territori occupati con la “Guerra dei sei giorni” in seguito alla quale la  situazione dei palestinesi si era aggravata e molti si erano rifugiati in Giordania e Libano. Il disagio dei palestinesi aveva portato a un rafforzamento dei gruppi estremisti, che agivano attraverso attentati terroristi e incursioni nel territorio di Israele.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>SETTEMBRE 1970</strong>: Il re di Giordania, Hussein, per timore delle ritorsioni israeliane, fa attaccare i campi profughi palestinesi. Questo periodo venne chiamato “Settembre nero”. Dopo veri e propri massacri, costringe i palestinesi a spostarsi in territorio libanese</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>6 OTTOBRE 1973</strong>: Guerra del Kippur. L’Egitto in accordo con la Siria lancia una guerra contro Israele, per riprendersi i territori occupati nel 1967. In questa occasione tutti i paesi arabi, produttori di petrolio, appoggiano i siriani e gli egiziani, bloccando le esportazioni di petrolio. Più tardi alzano il prezzo del petrolio con una politica che mirava a colpire gli USA e i paesi occidentali che sostenevano Israele.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>SETTEMBRE 1978</strong>: Accordo di Camp David con la mediazione degli Stati Uniti.  Pacificazione tra Egitto e Israele. Israele restituisce il Sinai all’Egitto e autonomia ai palestinesi a Gaza e in Cisgiordania.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>1982</strong>: Dopo l’uccisione del presidente egiziano Sadat i rapporti tra palestinesi e israeliani tornano tesi. Israele contrario alla creazione dello stato palestinese e i palestinesi appoggiati dagli stati arabi contrari a ogni trattativa. È l’epoca degli attentati terroristici e delle rappresaglie di Israele. Nel giugno del 1982 nei campi profughi di Sabra e Chatila, alla periferia di Beirut, viene compiuto il massacro di migliaia di civili ad opera delle milizie cristiane libanesi protette dall’esercito israeliano.  Dopo 20 anni di occupazione le condizioni di vita sono pressoché intollerabili per chi vive nei territori occupati, la questione palestinese figura sempre in fondo all’elenco delle priorità in occasione dei summit della Lega araba. Isolata a Tunisi la dirigenza dell’OLP è rassegnata alla perdita della patria e all’impossibilità dell’autodeterminazione dei palestinesi.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Dal 1987 al 1992</strong> i palestinesi cominciano una forma di resistenza popolare chiamata “Intifada”, ovvero ‘il risveglio’. L’inizio e il diffondersi della rivolta coglie di sorpresa gli israeliani compresi i vertici dell’OLP e gli osservatori internazionali. L’OLP produce  intanto, un documento intitolato “Dichiarazione di indipendenza” nel quale riprende i temi della rivolta, del destino dei rifugiati, dei confini dello Stato e del futuro di Gerusalemme.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>1993</strong>: vengono firmati gli Accordi di Oslo con la creazione dell’Autorità Nazionale Palestinese, ma i nodi principali restano irrisolti e rimandati a un secondo turno di negoziati come la nascita dello Stato palestinese indipendente, il rientro dei profughi e lo status di Gerusalemme.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong> 1994</strong>: la Giordania firma un accordo di pace con Israele. Nelle zone che dovevano diventare il futuro Stato palestinese comincia una forma di autogoverno guidata dall’Autorità Nazionale Palestinese, presidente della quale viene eletto nel 1996 Yasser Arafat. Dopo l’entusiasmo degli accordi, la diplomazia internazionale arresta la sua pressione e israeliani e palestinesi non riescono a trovare un accordo. Gli accordi di pace, le ritrattazioni, la comparsa del terrorismo, la violenza degli stati, i ripensamenti e gli incontri non portarono a nulla.[i]</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>2000</strong> inizia la seconda Intifada.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>2004</strong>: muore Arafat.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>2005</strong> Il governo israeliano guidato da Sharon decide di sgomberare la Striscia di Gaza occupata nel 1967 lasciando l’amministrazione del territorio ai palestinesi. In seguito alle elezioni politiche in Palestina, il 25 gennaio 2006, e la vittoria degli islamisti di Hamas il nuovo governo viene da subito boicottato da Israele e dalla comunità internazionale.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>2006:</strong> nuova guerra tra Israele e Libano. Hamas e Fatah formano un nuovo governo di unità nazionale.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>2007</strong> Hamas vince le elezioni nella Striscia di Gaza mentre Israele dichiara Gaza un’entità nemica stringendola sotto l’embargo e impedendo l’apertura dei confini.</p>
<p style="text-align: justify;"><b>29 NOVEMBRE 2012: </b>la Palestina viene ammessa all’interno dell’ONU come stato osservatore non membro.</p>
<p style="text-align: justify;">La situazione odierna, assimilabile alla situazione del 1947, è quello di uno stallo scacchistico e la visione è sempre più di una guerra inconcludente ma che ha un che di surreale: bombe che esplodono e dilaniano una porzione di terra dove vivono bambini, donne e uomini come tutti noi. Nel 2013 è assurdo pensare ancora che possa esistere un conflitto del genere ed è assurdo e “mestamente triste”  poter pensare che questo conflitto non sembra poter avere una fine, laddove non si danno ancora le basi razionali per una mediazione tra i paesi vicini, più interessati a mantenere una reciproca condizione di belligeranza attiva e passiva, piuttosto che riconoscere la reciproca dignità e porsi così più avanti nella strada della pace.</p>
<p align="center"><b>BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE</b></p>
<p><a href="http://www.liceoberchet.it/ricerche/geo4d_05/occidente_oriente/occ_exsoviet_occ_giap/hiroshima_nagasaki.htm">http://www.liceoberchet.it/ricerche/geo4d_05/occidente_oriente/occ_exsoviet_occ_giap/hiroshima_nagasaki.htm</a></p>
<p><a href="http://www.corriere.it/speciali/campdavid/grafico.html">http://www.corriere.it/speciali/campdavid/grafico.html</a></p>
<p><a href="http://www.civicolab.it/israele-palestina-un-conflitto-che-viene-da-lontano-di-angela-masi/">http://www.civicolab.it/israele-palestina-un-conflitto-che-viene-da-lontano-di-angela-masi/</a></p>
<p><a href="http://cronologia.leonardo.it/storia/mondiale/israe015.htm">http://cronologia.leonardo.it/storia/mondiale/israe015.htm</a></p>
<div><br clear="all" /></p>
<hr align="left" size="1" width="33%" />
<div>
<p>[i] www.civicolab.it</p>
</div>
</div>
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		<title>Riflessione sulla geopolitica: dittature e conflitti mondiali</title>
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		<pubDate>Fri, 24 May 2013 09:00:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Wolfgang Francesco Pili</dc:creator>
				<category><![CDATA[Geografia]]></category>
		<category><![CDATA[Storia Contemporanea]]></category>
		<category><![CDATA[Analisi Geopolitica]]></category>
		<category><![CDATA[Come cambiano i confini tra gli stati]]></category>
		<category><![CDATA[Come cambiano i confini tra le nazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Confini e stati]]></category>
		<category><![CDATA[Conflitti mondiali]]></category>
		<category><![CDATA[Cosa è la geopolitica]]></category>
		<category><![CDATA[Definizione Geopolitica]]></category>
		<category><![CDATA[Dittature]]></category>
		<category><![CDATA[Dittature e geopolitica]]></category>
		<category><![CDATA[Geopolitica]]></category>
		<category><![CDATA[Riflessione sulla geopolitica]]></category>
		<category><![CDATA[Stati e confini]]></category>
		<category><![CDATA[Territorialità e stato]]></category>

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		<description><![CDATA[Nel corso dei secoli abbiamo assistito alla trasformazione delle piccole città stato in signorie più espanse, per poi passare dalle stesse signorie a dei principati ancora più vasti, fino ad arrivare alla costituzione delle monarchie nazionali: queste ultime erano lembi &#8230; <a href="http://www.scuolafilosofica.com/2934/riflessione-sulla-geopolitica-dittature-e-conflitti-mondiali">Continue reading <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;" align="center"><span style="color: #444444;">Nel corso dei secoli abbiamo assistito alla trasformazione delle piccole città stato in signorie più espanse, per poi passare dalle stesse signorie a dei principati ancora più vasti, fino ad arrivare alla costituzione delle monarchie nazionali: queste ultime erano lembi di terra più o meno grandi, come nel caso della monarchia francese, o più o meno piccole come la monarchia portoghese. Infine dagli stati monarchici si è passati a veri e propri stati nazionali, non più guidati dalla supervisione di un solo uomo, ma fondati sulla visione del </span><i>demos</i><span style="color: #444444;">, per lo più nei paesi civilizzati del primo e del secondo mondo. Purtroppo le dittature sono ancora un flagello per l’umanità: stati oggigiorno che si autodefiniscono esplicitamente ‘dittature’ sono Figi, Guinea equatoriale, Myanmar, Niger, Sudan e Birmania. In questi stati citati la libertà della popolazione è totalmente limitata al regime di un uomo su cui si accentrano tutti i poteri, acquisiti il più delle volte con un colpo di stato. Ma altri stati che non si dichiarano dittature lo sono in via di fatto, per la loro politica composta soprattutto sulla soppressione di molti diritti civili, pensati inalienabili. Fra queste compaiono senz’altro la Corea del nord, Cuba, Algeria, Siria, Gibuti, Repubblica del Congo (malgrado più volte si è provato di dare un volto democratico al sistema politico con frequenti elezioni), Vietnam, Turkmenistan, Laos, Cambogia, Bielorussia, Cina, Eritrea, Iran e Kazakistan. Di fatto quest’ultimi stati che non si dichiarano regimi dittatoriali, nella pratica reale si sviluppano come governi monopartitici retti dal potere di un uomo interessato più all’espansione territoriale o economica personale che non al bene del popolo.<span id="more-2934"></span></span></p>
<p style="text-align: justify;">Storici e geografi si sono per lungo tempo interrogati sulla necessità o meno di delimitare uno stato, di segnare un confine e hanno discusso inoltre sulle valenze esterne e interne che potesse rappresentare. Vediamo dunque che definizione è stata data prima di stato e poi di confine:</p>
<ul style="text-align: justify;">
<li>Lo <b>Stato</b> viene riconosciuto tale quando è sussiste un territorio ben definito con una popolazione permanente e un governo del territorio definitivo e non provvisorio con delle frequenti relazioni con l’estero, date per esempio dalle esportazioni e dalle importazioni con gli stati confinanti.</li>
<li>Il <b>confine </b>secondo J.Gottman, geografo francese di origini ucraine scrittore, fra le altre opere, di <i>Megapolis</i> (1961), è prima di tutto una frontiera giuridica, ovvero una linea tracciata dagli uomini per gli uomini. In secondo luogo, è la frontiera geografica intesa come linea di demarcazione fra differenti culture. È dunque culturalmente uno spartiacque fra due popolazioni.</li>
<li>La <b>frontiera</b>, il punto di confine con due stati, è l’area più dinamica di uno stato ed è l’area in cui le esperienze e gli scambi con ‘l&#8217;estero’ sono massimi. È qui che si crea l’area di contatto di due culture: Trieste è un esempio di città di frontiera, quando soprattutto negli anni passati transitavano per questo crocevia portuale e stradale numerose genti di varie culture. Altre volte le zone transfrontariele sono state occluse da elementi fisici costruiti dall’uomo: si pensi per esempio al Muro di Berlino o alla Muraglia cinese che per decenni il primo, e per secoli il secondo, hanno bloccato il possibile scambio economico e culturale a danno dello stato costruttore e di tutti i paesi limitrofi. Oggi tristemente assistiamo all’erezione del muro che segna una demarcazione fra Israele ed Egitto, nella striscia di Gaza. L’uomo è spesso cieco di fronte alle lezioni dateci dalla storia.</li>
</ul>
<p style="text-align: justify;">La geopolitica mondiale dunque cambia ciclicamente: le guerre e i conflitti determinano lo spostamento dei confini e l’assestamento è di solito lungo e doloroso. Conflitti territoriali, conflitti etnici, conflitti religiosi, conflitti economici che attanagliano milioni di civili innocenti sono circa ventidue. I principali sono presenti in Africa con le guerre più aspre in Congo, Uganda, Costa d’Avorio e Sudan; gli altri conflitti sono concentrati nell’area di diffusione islamica e nel sud est asiatica. Nelle Americhe è oggi presente un solo conflitto: in Colombia va avanti da più di quarant’anni una lotta per il potere tra il governo e “i movimenti rivoluzionari d’ispirazione marxista e socialista – tra cui le Forze armate rivoluzionarie della Colombia (Farc) e l’Esercito di liberazione nazionale (Eln) – che si oppongono allo sfruttamento delle ricchezze del paese da parte delle multinazionali statunitensi.<a title="" href="file:///C:/Users/Giangi/AppData/Local/Temp/Temp1_articolo%20(2).zip/Cosa%20+%C2%BF%20uno%20stato.%20Riflessione%20geopolitica.docx#_edn1">[i]</a>” Tuttavia gli stessi conflitti bellici sono cambiati rispetto a quelli del secolo scorso.</p>
<p style="text-align: justify;">Un altro elemento fondamentale della geopolitica è il rapporto fra spazio e tempo. Lo spazio è divenuto più piccolo in funzione dell’accelerazione della comunicazione che avviene in tempi ridottissimi e che ha portato al moltiplicarsi dei confini in quanto l’incontro-scontro tra culture è maggiore, più rapido e immediato, e prescinde dunque dalla mediazione fra gli stati.</p>
<p style="text-align: justify;">
<h3 style="text-align: center;">Bibliografia</h3>
<p style="text-align: justify;">Palagiano C, <em>Linee tematiche di ricerca geografica,</em> PATRON editore, Granarolo dell’Emilia (BO), 2002.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2010-06-04/dieci-peggiori-regimi-mondo-080200.shtml?uuid=AYOb8lvB">http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2010-06-04/dieci-peggiori-regimi-mondo-080200.shtml?uuid=AYOb8lvB</a></p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.treccani.it/enciclopedia/jean-gottmann/">http://www.treccani.it/enciclopedia/jean-gottmann/</a></p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.ilpost.it/2013/01/03/israele-muro-egitto/">http://www.ilpost.it/2013/01/03/israele-muro-egitto/</a></p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.treccani.it/scuola/dossier/2006/guerra/1.html">http://www.treccani.it/scuola/dossier/2006/guerra/1.html</a></p>
<div><br clear="all" /></p>
<hr align="left" size="1" width="33%" />
<div>
<p style="text-align: justify;"><a title="" href="file:///C:/Users/Giangi/AppData/Local/Temp/Temp1_articolo%20(2).zip/Cosa%20+%C2%BF%20uno%20stato.%20Riflessione%20geopolitica.docx#_ednref1">[i]</a> <a href="http://www.treccani.it/scuola/dossier/2006/guerra/1.html">http://www.treccani.it/scuola/dossier/2006/guerra/1.html</a></p>
</div>
</div>
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		<title>1.1 L&#8217;assioma di Estensione</title>
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		<pubDate>Thu, 23 May 2013 20:04:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giangiuseppe Pili</dc:creator>
				<category><![CDATA[Logica]]></category>
		<category><![CDATA[Appartenenza insiemistica]]></category>
		<category><![CDATA[Assioma di estensione]]></category>
		<category><![CDATA[Assioma di Estensione teoria degli insiemi]]></category>
		<category><![CDATA[Introduzione alla teoria degli insiemi]]></category>
		<category><![CDATA[Introduzione alla teoria elementare degli insiemi]]></category>
		<category><![CDATA[Semplice introduzione alla teoria degli insiemi]]></category>
		<category><![CDATA[Teoria degli insiemi for dummies]]></category>
		<category><![CDATA[Teoria degli insiemi per Filosofi]]></category>

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		<description><![CDATA[La teoria degli insiemi è il fondamento della matematica e della logica matematica. Questa asserzione, così forte, richiede, per essere creduta vera in questo momento, di una buona dose di fede, perché noi non forniremo alcuna giustificazione al lettore. Per &#8230; <a href="http://www.scuolafilosofica.com/2943/1-1-lassioma-di-estensione">Continue reading <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;" align="center"><span style="color: #444444;">La teoria degli insiemi è il fondamento della matematica e della logica matematica. Questa asserzione, così forte, richiede, per essere creduta vera in questo momento, di una buona dose di fede, perché noi non forniremo alcuna giustificazione al lettore. Per tanto, egli è invitato a crederci senza chiedere la ragione, perché questa dovrebbe diventare accessibile solo alla fine di tutti gli articoli che scriveremo su questo argomento. A parte ciò, cercheremo di non fornire alcuna altra asserzione che, per essere creduta vera, richieda una certa dose di fede.<span id="more-2943"></span></span></p>
<p style="text-align: justify;">Per introdurre il lettore alla teoria elementare gli insiemi (per una trattazione essenziale: Halmos P. R. (1960), <i>Teoria ingenua degli insiemi</i>, Feltrinelli, Milano, 1976) useremo sempre o per lo più insiemi costruiti su una scacchiera apparecchiata con i pezzi del gioco degli scacchi. Per fornire chiarificazioni o esempi tratteremo solo ed esclusivamente di case, pezzi e insiemi di case e pezzi. Questo approccio informale sarebbe aborrito da molti matematici, prima di tutto perché si limita il dominio di ciò che consideriamo ad oggetti di numero finito (le case e i pezzi); in secondo luogo perché si mostra la teoria per mezzo di esempi molto concreti. Ma, per i nostri scopi, questa aggiunta di concretezza sarà più di aiuto che di ostacolo, se si tiene fermo il principio che quanto diremmo è estendibile anche a insiemi con un numero infinito di elementi. Ma perché doverci complicare la vita? In logica, e nella teoria degli insiemi, vale il principio che se un argomento concreto è vero, argomento di uno schema logico, allora tale argomento deve essere vero anche nella sua forma generale. Ad esempio, l&#8217;argomento &#8220;Se Giuseppe dà matto, allora Giuseppe dà matto&#8221;, è valido da un punto di vista sintattico (non conduce a contraddizione), se ciò è a sua volta vero (una tautologia è sempre vera, in qualunque interpretazione possibile della proposizione, cioè quale che sia l&#8217;entità nominata con &#8220;Giuseppe&#8221;, quale che sia la proprietà &#8220;dà matto&#8221;, la proposizione risulterà vera solo per ragioni di natura formale) <i>allora</i> quale che sia l&#8217;argomento della forma generale &#8220;A implica A&#8221; dove &#8220;A&#8221; è una proposizione dichiarativa qualunque, non può mai determinare contraddizioni di sorta. Sicché, allo stesso modo, se una proprietà vale per un insieme deve valere per ogni insieme che ricada sotto quella condizione.</p>
<p style="text-align: justify;">Forniamo qui una caratterizzazione generale delle case della scacchiera, qualora dovessimo utilizzarne qualcuna: ogni casa è definita da un numero unico, per avere un modo per definire la casa in modo univoco e semplice. Ogni casa sarà definita da un numero: la decina è data dal numero dell&#8217;ascissa, mentre l&#8217;unità è data dal numero dell&#8217;ordinata. Così, la casa &#8220;E4&#8243; sarà la 45: a partire dall&#8217;asse delle x la &#8220;E&#8221; è sul numero cinque, il 4 della normale notazione ci indica che la casa è alla posizione 4 rispetto all&#8217;asse delle ascisse. Così se &#8220;E4&#8243; noi scriveremo &#8220;45&#8243;, ciò se sarà necessario. E&#8217; evidente che le due notazioni sono equivalenti. I pezzi verranno genericamente caratterizzati dalle lettere in italiano e dalla casa in cui risiedono, casa scritta in notazione usuale a meno che non sia superfluo agli scopi della trattazione.</p>
<p style="text-align: justify;">La relazione fondamentale alla base dell&#8217;insiemistica è l&#8217;appartenenza. In questo momento non abbiamo definito cosa è un insieme, e non lo faremo in via formale. In generale possiamo fornire qualche esempio: tutti i pezzi neri costituiscono un insieme, come pure tutti i pezzi bianchi; le case centrali sono un insieme, come pure tutte le case della scacchiera; anche tutti i pedoni sia bianchi che neri costituiscono un insieme, come pure tutti i pezzi della scacchiera.</p>
<p style="text-align: justify;">Essendo l&#8217;appartenenza una relazione primitiva, essa non può essere definita formalmente ma deve essere assunta come base per la definizione del resto. Però è abbastanza evidente, sul piano intuitivo, il suo significato. L&#8217;insieme di tutti i pedoni avrà come elementi ogni pedone della scacchiera. Semplice. Allo stesso modo, considerando l&#8217;insieme dei pezzi neri, qualche che sia il pezzo, esso apparterrà a quell&#8217;insieme solo se è effettivamente un pezzo colorato di nero.</p>
<p style="text-align: justify;">La relazione di appartenenza si scrive così:</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><i>x</i> ∈ <i>A</i></p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Essa si legge come segue: &#8220;L&#8217;elemento <i>x</i> appartiene all&#8217;insieme <i>A</i>&#8220;. Facciamo un esempio. Poniamo che <i>A</i> sia l&#8217;insieme delle case della prima traversa, allora varrà che:</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">&#8220;11 ∈ <i>A</i>&#8221; o, come nella notazione classica, &#8220;a1 ∈ <i>A</i>&#8220;.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Un elemento non è necessariamente un insieme (può essere qualcosa di più generale, in determinati tipi di teorie), ma un insieme può essere un elemento di un altro: in questa teoria trattazione considereremo elementi solo altri insiemi. Facciamo subito un esempio. Un pedone è un elemento dell&#8217;insieme dei pezzi del suo schieramento. L&#8217;insieme dei pezzi neri, invece, è un insieme che ha come elementi tutti e i soli pezzi del nero, ma può essere un elemento di un altro insieme. L&#8217;insieme <i>T</i>(utto) dei pezzi del bianco <i>B</i> e del nero <i>N</i> (la cui costruzione è consentita, ma si vedrà in altro loco) è un insieme che ha come elementi i soli due costituiti da <i>B</i> e<i> N</i>, così:</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">T:{B,N} e allora <i>B</i> ∈ <i>T</i> e <i>N</i> ∈ <i>T</i>.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Si osservi, però, come la frase &#8220;<i>T</i> ∈ <i>N</i>&#8221; sia falsa! Perché l&#8217;insieme <i>T</i>, di tutti i pezzi della scacchiera, non è elemento di <i>N, </i>cioè di tutti i pezzi neri. Ne possiamo concludere che la relazione di appartenenza non è simmetrica: non vale leggendola da destra verso sinistra e da sinistra verso destra. Le condizioni che distinguono gli elementi dagli insiemi le abbiamo mostrate in controluce. Ma dovrebbero essere chiare, anche se ancora non focalizzate chiaramente. Ancora in generale: la successione delle cose da comprare è l&#8217;insieme degli elementi di una lista (a loro volta insiemi di oggetti). La lista è l&#8217;insieme che contiene gli elementi scritti sul foglio di carta.</p>
<p style="text-align: justify;">Prima di procedere oltre sarà bene fissarci un momento sulla simbologia. Noi adotteremo l&#8217;uso delle lettere maiuscole per gli insiemi, mentre le lettere minuscole per gli elementi di un insieme. Questo vale solo per ragioni di stile, per facilitare la lettura, non per ragioni formali. Un insieme in genere si indica con la lettera maiuscola e si definisce mediante un elenco degli elementi (elencazione) o da una condizione (specificazione), in entrambi i casi si cingono gli elementi o la specifica dell&#8217;insieme mediante l&#8217;uso di parentesi quadre. Ad esempio, l&#8217;insieme delle case centrali può essere il seguente:</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">C:{44,45,54,55} ovvero C:{d4,e4,d5,e5}</p>
<p style="text-align: justify;">C:{x:x è una casa centrale e x∈S}</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Il primo insieme è descritto per elencazione (semplicemente, è un elenco di tutte le case centrali). Nel secondo è descritto mediante specificazione e si legge &#8220;l&#8217;insieme <i>C</i> degli elementi <i>x</i> tale che <i>x</i> è una casa centrale e <i>x</i> appartiene all&#8217;insieme <i>S</i>(cacchiera)). La seconda condizione prevede la presenza di insieme <i>S</i> nel quale l&#8217;insieme <i>C</i> compare come sottoinsieme. Per il momento, accontentiamoci di sapere solo che è possibile fornire una caratterizzazione di un (sotto)insieme mediante una condizione (specificazione) che lavora da &#8220;filtro&#8221; sugli elementi di un altro insieme più grande, in questo caso l&#8217;insieme delle case centrali rispetto all&#8217;insieme di tutta la scacchiera.</p>
<p style="text-align: justify;">Due insiemi sono uguali se possiedono gli stessi elementi. Ad esempio, a scacchiera apparecchiata per iniziare, l&#8217;insieme dei pezzi bianchi è identico all&#8217;insieme dei pezzi posti nelle prime due traverse (salvo errori, che non consideriamo!). Posto ciò, allora due insiemi <i>A</i> e <i>B</i> qualunque sono identici se hanno gli stessi elementi. Ancora, se non si dà il caso che due insiemi <i>A</i> e <i>B</i> hanno gli stessi elementi, <i>allora</i> <i>A</i> e <i>B</i> sono lo stesso insieme. Così definiamo l&#8217;assioma di estensione:</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><b>1. Assioma di estensione</b>: Due insiemi sono uguali solo se hanno gli stessi elementi.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Tutte le formulazioni che abbiamo fornito precedentemente sono equivalenti. Per chiarire ancora una volta il punto con un esempio, la lista dei pezzi sulla prima traversa alla prima mossa in una qualunque scacchiera correttamente apparecchiata è identica alla lista dei pezzi sulla prima scacchiera in una qualunque scacchiera di un qualunque paese, se correttamente apparecchiata. Cioè sono lo stesso insieme. Se un insieme <i>A</i> è identico a <i>B</i> si scrive così:</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><i>A</i> = <i>B</i></p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">se diversi</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"> <i>A</i> ≠<i>B</i></p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Gli insiemi che sono elementi di un altro insieme si dice che sono &#8220;inclusi&#8221; in quell&#8217;insieme. Ritorniamo all&#8217;esempio di prima. L&#8217;insieme <i>B</i> dei pezzi bianchi è incluso nell&#8217;insieme <i>T</i> di tutti i pezzi della scacchiera. Questo si scrive così:</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><i>B</i> ⊂ <i>T</i></p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Posti due insiemi <i>A</i> e <i>B</i>, se <i>B</i> è incluso in <i>A</i> allora tutti gli elementi di <i>B</i> sono in <i>A</i>, ma non necessariamente viceversa! Se <i>A</i> è l&#8217;insieme delle torri, se <i>B</i> è l&#8217;insieme delle torri presenti sulla scacchiera, solo in alcuni casi specifici <i>B</i> e <i>A</i> sono lo stesso insieme, ma non sempre. In alcuni casi, <i>B</i> ha più elementi dell&#8217;insieme <i>A</i>. Ma ci sono alcuni casi in cui, invece, <i>A</i> e <i>B</i> sono lo stesso insieme, nel qual caso vale la seguente proposizione:</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><i>B</i> ⊂ <i>A</i> e <i>A</i> ⊂ <i>B</i>, <i>A</i> = <i>B</i></p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">In questo caso <i>A</i> e <i>B</i> devono essere lo stesso insieme, perché se <i>A</i> è incluso in <i>B</i>, allora <i>B</i> ha tutti gli elementi di <i>A</i> e se <i>B</i> è incluso in <i>A</i>, allora non c&#8217;è alcun elemento di <i>B</i> che non sia in <i>A</i>, in conclusione, in questo caso, preso uno qualunque degli elementi di <i>A</i> o <i>B</i>, esso appartiene tanto ad <i>A</i> quanto a <i>B</i>. Sicché <i>A</i> e <i>B</i> sono lo stesso insieme.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><i>B</i> ⊂ <i>A</i> e <i>A</i> ⊂ <i>B</i>, <i>A</i> = <i>B</i></p>
<p style="text-align: justify;">C:{x: x∈A e x ∈ B per ogni x in C, allora A = B}</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Se l&#8217;insieme <i>A</i> delle torri nere è incluso nell&#8217;insieme <i>B</i> dei pezzi neri, se l&#8217;insieme dei pezzi neri <i>B</i> è incluso nell&#8217;insieme di tutti i pezzi <i>C</i>, allora anche l&#8217;insieme delle torri nere è incluso nell&#8217;insieme di tutti i pezzi. Questo si esprime così:</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><i>A</i> ⊂ <i>B</i> e <i>B</i> ⊂ <i>C</i> allora <i>A</i> ⊂ <i>C</i></p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Questa proprietà si dice transitiva, vale a dire che l&#8217;inclusione insiemistica così presentata gode della proprietà transitiva. Si noti che anche vale il viceversa: se C contiene <i>B</i> e <i>B</i> contiene <i>A</i> allora <i>C</i> deve contenere <i>A</i>. Questa &#8220;inversione&#8221; è semplicemente dovuta al fatto che se <i>A</i> è incluso in <i>B</i> allora <i>B</i> contiene <i>A</i>. Questo si esprime semplicemente così:</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><i>B</i> ⊃ <i>A</i></p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Si noti che, essendo questa operazione di contenimento una relazione inversa rispetto a quella di inclusione, valgono le stesse proprietà (transitività, riflessività, antisimmetricità, vedi oltre per una descrizione di tali proprietà).</p>
<p style="text-align: justify;">La relazione di inclusione gode di altre interessanti proprietà. Ad esempio, essa è riflessiva, vale a dire che la relazione vale se si considera applicata sempre allo stesso insieme:</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><i>A</i> ⊂ <i>A</i> e <i>A</i> ⊃ <i>A</i></p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Si dimostra facilmente per assurdo. Se la proposizione &#8220;<i>A</i> ⊂ <i>A</i>&#8221; fosse falsa, allora esisterebbe almeno un elemento dell&#8217;insieme <i>A</i> che non è contenuto anche nell&#8217;insieme <i>A</i>. Il che è assurdo. Dunque, se ne deve concludere che ogni insieme è sottoinsieme di se stesso o, ancora, che ogni insieme ha tra i suoi sottoinsiemi anche se stesso.</p>
<p style="text-align: justify;">Avendo fornito le condizioni d&#8217;uso dell&#8217;inclusione e l&#8217;assioma di estensione, possiamo anche chiederci se l&#8217;inclusione e l&#8217;uguaglianza non siano la stessa cosa: entrambe sono riflessive (<i>A</i> = <i>A</i> è, chiaramente vera perché <i>A</i> è identico a se stesso, giacché non si può dare il caso che <i>A</i> non abbia tutti e i soli elementi di <i>A</i>), transitive (se<i> A</i> = <i>B</i> e <i>B</i> = <i>C</i> allora <i>A</i> = <i>C</i>, perché se <i>A</i> e <i>B</i> hanno gli stessi elementi, se <i>B</i> ha gli stessi elementi di <i>A</i>, allora quale elemento di <i>C</i> non è anche elemento di <i>A</i> senza violare la condizione che <i>C</i> ha tutti gli elementi di<i> B</i>?). Ma c&#8217;è una differenza. Abbiamo detto che <i>A</i> ⊂ <i>B</i> non implica che <i>B</i> ⊂ <i>A</i>, perché può esistere un elemento di <i>B</i> che non appartiene ad <i>A</i>, pur essendo che tutti gli elementi di <i>A</i> appartengono a <i>B</i>. Sicché <i>A</i> ⊂ <i>B</i> si dice che è <i>antisimmetrica</i> proprio perché <i>B</i> (pur includendo <i>A</i>) non necessariamente è identico ad <i>A</i>, proprietà invece caratteristica dell&#8217;uguaglianza. Nel qual caso, ritorniamo all&#8217;esempio delle torri. L&#8217;insieme di tutte le torri presenti sulla scacchiera in una certa posizione è solo talvolta identico all&#8217;insieme di tutte le torri presenti all&#8217;inizio della scacchiera, perché il primo insieme può essere sia maggiore (caso di promozione a torre) che minore (caso di presa o cambio delle torri). E, dunque, come abbiamo già visto,</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><i>A</i> = <i>B</i> solo se <i>A</i> ⊂ <i>B</i> e <i>B</i> ⊂ <i>A</i></p>
<p style="text-align: justify;">Ma né <i>A</i> ⊂ <i>B</i> né <i>B</i> ⊂ <i>A</i> bastano da sole a garantire <i>A</i> = <i>B</i></p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">In fine, dobbiamo fare una notazione. Il concetto di appartenenza è assai diverso da quello di inclusione, per quanto possano apparire simili. Infatti, in entrambi i casi si sostiene che c&#8217;è un&#8217;entità  che è all&#8217;interno di un insieme (la relazione &#8220;all&#8217;interno di&#8221; è chiaramente una nozione informale che vuole unire due concetti distinti, proprio per mostrarne la somiglianza per poi chiarire subito la differenza). L&#8217;inclusione insiemistica è sempre riflessiva, per ogni insieme <i>A</i> arbitrariamente considerato vale che <i>A</i> ⊂ <i>A</i>! Ma non sempre vale che <i>A</i> ∈ <i>A</i>, perché esistono casi di insiemi che non rispettano tale condizione. In generale, infatti, esistono insiemi che non sono elementi di se stessi: l&#8217;insieme delle strategie vincenti non è esso stesso una strategia, l&#8217;ordine di mosse da seguire in una combinazione non è essa stessa una mossa e via dicendo. Si osserverà, nei prossimi articoli che, grazie a considerazioni di questo tipo, emerga il celebre paradosso di Russell. Inoltre, l&#8217;appartenenza non gode della riflessività. Tutto ciò a differenza dell&#8217;inclusione, sicché, ora, dovrebbe essere chiara la differenza. Per chiudere con un esempio, una lista non è elemento di se stessa, ma ha come elemento tutti e i soli gli articoli che dobbiamo ricordarci di comprare. Ma tra quello che dobbiamo ricordarci di comprare non c&#8217;è la stessa lista!</p>
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		<title>Orazio</title>
		<link>http://www.scuolafilosofica.com/2932/orazio</link>
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		<pubDate>Wed, 22 May 2013 12:04:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Wolfgang Francesco Pili</dc:creator>
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		<description><![CDATA[VITA Orazio è stato uno dei letterati più prolifici di tutta la storia letteraria di Roma. Quinto Orazio Flacco nacque l’8 dicembre del 65 a.C. a Venosa, una colonia militare romana, al confine fra Apulia e Lucania. La sua era &#8230; <a href="http://www.scuolafilosofica.com/2932/orazio">Continue reading <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;" align="center"><b>VITA</b></p>
<p style="text-align: justify;">Orazio è stato uno dei letterati più prolifici di tutta la storia letteraria di Roma. Quinto Orazio Flacco nacque l’8 dicembre del 65 a.C. a Venosa, una colonia militare romana, al confine fra Apulia e Lucania. La sua era una famiglia di liberti e il padre era probabilmente un possidente di una piccola proprietà, da cui forse trasse spunto Orazio in alcune delle sue opere. Nonostante la famiglia non fosse ricca, fu garantita a Orazio la migliore educazione possibile presso Roma, dove frequentò la scuola del grammatico Orbilio. Costui usava elargire nerbate per convincere i suoi scolari a studiare <i>l’Odusia</i> di Livio Andronico.</p>
<p style="text-align: justify;">Orazio quando ormai aveva terminato l&#8217;assimilazione della cultura latina, decise di intraprendere un viaggio lontano da Roma e si recò presso Atene, dove approfondì le sue conoscenze filosofiche ascoltando le lezioni di maestri come Cratippo di Pergamo e di Teomnesto. Attratto dagli ideali della <i>libertas</i>, Orazio si arruolò nelle truppe di Bruto, all’epoca rifugiate ad Atene, lontane dalle persecuzioni di Cesare. Ricevette il comando di una legione con il titolo di tribuno militare, fino a quando la<a href="http://www.scuolafilosofica.com/1461/storia-romana-iii-la-fase-imperiale-da-augusto-a-costantino"> rotta di Filippi nel 42 a.C</a>. interruppe la sua breve carriera militare. Come Alceo, Archiloco e Anacreonte dirà di aver abbandonato lo scudo per salvarsi la vita. Tornato a Roma l’anno successivo per potersi guadagnare da vivere divenne uno <i>scriba quaestorius </i>e da questo anno cominciò a scrivere versi e a mettersi in contatto col mondo dei letterati. Nel 38 a.C. Virgilio e Vario lo presentarono a Mecenate e da quest’anno avviò una lunga collaborazione con il consigliere di Ottaviano che gli donerà un podere nella Sabina, garantendogli una tranquillità economica che gli assicurerà la lontananza dagli affanni e dalla scomodità della vita nell’Urbe.<span id="more-2932"></span></p>
<p style="text-align: justify;">Da quel momento la sua vita si svolgerà senza particolari eventi rimarchevoli. Pubblicò le sue opere sotto il patronato di Mecenate, a cui ne dedicò diverse, e poi sotto il patronato di Ottaviano. Proprio con quest’ultimo Orazio fu a stretto contatto e fu anche nella posizione di declinare l’invito da parte di Ottaviano a diventare suo segretario personale. Infine nell&#8217;anno 0 d.C. Mecenate morì e quando Orazio avrebbe dovuto succedere a Mecenate come suo erede spirituale nella veste informale di rappresentante del “Ministero della propaganda” augustea, lo seguì nella morte due mesi più tardi.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: center;"><b>OPERE</b></p>
<p style="text-align: justify;">La produzione di Orazio è da dividersi in diversi gruppi: la produzione delle epòdi, delle satire, delle odi e delle epistole. Cominciamo con ordine.</p>
<p style="text-align: justify;">Le <b>Epòdi</b> sono diciassette componimenti scritti nell’arco di tempo che va dal 41 al 30 a.C. e pubblicati insieme al secondo libro delle epistole come vedremo più tardi. Il nome rimanda alla forma metrica del verso: epodo era, nella metrica antica, un verso minore che seguiva ad uno maggiore, formando con esso un distico. Orazio chiamava questo tipo di distico ‘giambo’. La raccolta delle Epòdi è caratterizzata da una varietà di argomenti.</p>
<p style="text-align: justify;">La produzione degli Epòdi, come ci dice lo stesso autore, è legata alla fase giovanile della sua attività poetica e alle condizioni psicologiche a seguito della fuga da Filippi, fatto che lo condusse a provare grande vergogna al pari di Archiloco. Questo il frammento del poeta greco.</p>
<p style="text-align: justify;">[Fonti: Pseudo-Plutarco, <i>Detti dei Lacedemoni</i> 239b; Sesto Empirico, <i>Schizzi Pirroniani</i> III, 216; Aristofane, <i>Pace</i> 1298-1299, 1301 + scolii; Strabone, <i>Geografia</i> X 2, 17; et cetera...]</p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;">
ἀσπίδι μὲν Σαΐων τις ἀγάλλεται͵ ἣν παρὰ θάμνωι͵<br />
ἔντος ἀμώμητον͵ κάλλιπον οὐκ ἐθέλων·<br />
αὐτὸν δ΄ ἐξεσάωσα. τί μοι μέλει ἀσπὶς ἐκείνη;<br />
ἐρρέτω· ἐξαῦτις κτήσομαι οὐ κακίω.</p>
<p><i>Qualcuno dei Sai si fa bello<br />
dello scudo che, arma irreprensibile,<br />
presso un cespuglio abbandonai, contro il mio volere.<br />
Ma salvai me stesso: che m&#8217;importa di quello scudo?<br />
Vada alla malora! Me ne procurerò uno non peggiore</i></p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;"><i></i>Dunque in questa fase poetica Orazio prenderà a modello il poeta Archiloco come più avanti nelle Odi. Orazio rivendica anzitutto l’abilità versificatoria e il merito di aver trasferito in poesia latina i metri di Archiloco, ma Orazio rivendica soprattutto i diritti dell’originalità affermando di aver aggiornato i temi del poeta greco e “le parole che perseguitavano Licambe” ovvero il padre dell’amata di Archiloco. Orazio, oltre a negare la totale emulazione dal poeta di Paro, vuole anche, allo stesso tempo, segnalare le peculiarità della sua ispirazione archilochea. L’aggressività delle Epòdi oraziane si spingeva verso personaggi scoloriti, anonimi o addirittura fittizi. Lo spirito archilocheo era però per Orazio un esempio da seguire per comunicare le passioni e le angosce proprie dell&#8217;animo umano.</p>
<p style="text-align: justify;">Ci sono giunti diversi libri di <b>Satire</b>: un primo libro di dieci componimenti dedicato a Mecenate del 35 a.C.; un secondo libro pubblicato assieme alle Epòdi. In totale le satire contano circa 2000 versi. Gli argomenti sono di tipo letterario – programmatico, ad esempio sono presenti diari di viaggi, un trattato sull’incontentabilità e dell’avarizia umana, una riflessione con Mecenate della propria condizione sociale. La massiccia produzione di Satire lascia intendere la grande varietà argomenti e temi che era capace di sondare e considerare il poeta di Venosa. Rispetto alla perdurante emulazione dei modelli greci, Quintiliano sosteneva che la <i>satura tota nostra est </i>(<a href="http://www.scuolafilosofica.com/2144/oratoria-e-storiografia-in-epoca-della-roma-arcaica-ennio-catone-e-altre-figure">vedi l&#8217;articolo su Lucilio e la satira</a>) e dunque non riusciva a rintracciare autori greci che fossero considerabili alla base di questo genere letterario già dai tempi di Lucilio, sicché esso è da considerarsi arte latina. Lo stesso Orazio indica in quest’ultimo l’inventore della satira come genere letterario. A Lucilio veniva fatta risalire un’importantissima caratteristica dell’esametro, vale a dire la scelta del metro esametro. Inoltre l’uso della satira come strumento di aggressione nei confronti di una persona o di un concetto non caro al componitore delle battute era anch&#8217;essa attribuita all&#8217;illustre precedente. Più importante ancora era l’elemento autobiografico: anche nella satira luciliana si ospitavano fatti, personaggi e osservazioni connesse alla vita personale dell’autore. La satira di Orazio si ispirava dunque al modello latino di Lucilio pur intravedendo la differenza che lo separava dall’inventore del genere. I bersagli polemici della satira di Orazio erano diversi da quelli di Lucilio. Orazio d’altronde era un liberto e guardava piuttosto a un piccolo mondo di ‘irregolari’ come le cortigiane, i parassiti della società, gli imbroglioni e i filosofi di strada. La buona educazione tramandatagli dal padre lo manteneva lontano dai vizi e la morale oraziana prende spunto proprio da ciò. Orazio ricerca l’indipendenza interiore da ogni condizionamento esterno che si collega all’idea epicurea che la felicità si consegue soddisfacendo i <a title="Bisogni" href="http://www.skuola.net/diritto/beni-bisogni.html">bisogni</a> naturali e necessari: questo concetto è detto <i>autàrcheia</i>. L’altro punto fondamentale per Orazio era la <i>metriotes</i> cioè la moderazione e il giusto mezzo, concetto estrapolato dalla scuola peripatetica di Cratippo di Pergamo. Infine l’epicureismo è la corrente che domina nella filosofia oraziana e che ne condizionerà la vita: andrà a vivere in un podere di campagna lontano dal caos “cittadino” per ricercare la sua felicità interiore stando bene, bevendo vino, non facendosi mancare il dialogo colto con gli amici. All’epicureismo si collegano strettamente le satire 1,2 contro l’adulterio e le sue inutili follie. La ricerca morale caratterizza le satire oraziane che diventano delle satire “diatribiche” quando introduce discussioni e argomentazioni.</p>
<p style="text-align: justify;">La satira, parafrasando Orazio, non è vera poesia. Essa è molto più vicina alla prosa ed è distinta da quest’ultima solo per il metro utilizzato. Il linguaggio colto della conversazione che egli intense riprodurre è quello adeguato ad esprimere le confidenze di un uomo di mondo elegante ed istruito. Orazio vuole distinguersi da Lucilio per la sua lingua disciplinata, semplice ed elegante</p>
<p style="text-align: justify;">Per quel che concerne le <b>Odi,</b> esse sono una raccolta di tre libri contenenti 88 carmi in totale. Questi furono pubblicati nel 23 a.C. dopo che Orazio vi lavorò per circa sette anni. Questi sono i componimenti che fanno parte della lirica oraziana e dopo qualche anno aggiunse ai tre libri un quarto in cui sperimenta varietà metriche come strofa alcaica, la strofa saffica e la strofa asclepiadea nelle sue varie forme. In totale i quattro libri di Orazio contano 3034 versi a cui si aggiungono i 76 versi di un <i>Carmen Saeculare</i>. Le odi quasi sempre sono impostante dialogicamente e raramente danno voce a libere meditazioni; piuttosto sono rivolte ad un “tu” che può essere un personaggio reale, immaginario, un dio, una Musa, una collettività di persone o addirittura un oggetto inanimato.</p>
<p style="text-align: justify;">Per <a href="http://www.scuolafilosofica.com/2253/caratteri-letterari-del-periodo-augusteo-43-a-c-17-d-c">la poesia augustea</a> in particolare rispetto alla poesia immediatamente precedente, era forte l’influenza degli artisti greci e in particolare agli artisti di Alessandria. Lo stesso Orazio, per le sue Odi, si ispirò fortemente ad Alceo (sec. VII-VI a. C.) il poeta di Mitilene coevo di Saffo. Nel richiamarsi ad Alceo, Orazio non si rifaceva solamente a una prassi augustea, ma approfittava della grandezza del suo modello per avvalorare la coniugazione di componenti diverse del suo mondo lirico. Altri modelli furono Saffo, Anacreonte, la lirica corale in generale e Pindaro.</p>
<p style="text-align: justify;">L’immagine di Orazio come poeta dell’equilibrio sereno, del distacco dalla passione e della moderazione è ben consolidata nell’immaginario comune ed è anche abbastanza aderente alla realtà. Il fulcro di questa lirica era la meditazione filosofica, specificamente quella epicurea. Il centro nodale e tematico della poesia oraziana, come nel <i>De rerum natura</i> di <a href="http://www.scuolafilosofica.com/2202/lucrezio">Lucrezio</a>, era la brevità della vita. Orazio invitava e invita tutti alla necessità di appropriarsi delle gioie del momento (<i>Carpe diem</i>), senza perdersi nell’inutile gioco delle speranze, dei progetti o delle paure. Epicuro stesso difendeva l&#8217;idea che si nascesse una volta sola perché più non c’era concesso. La felicità <i>dell’autarkeia</i> è sinonimo di serenità d’animo.</p>
<p style="text-align: justify;">Altro tema importante di Orazio era l’<b><i>aurea mediocritas </i></b>cioè la caratteristica di chi sa fuggire tutti gli eccessi e adattarsi ad ogni evenienza della sorte: fortuna di Orazio fu quella di aver conosciuto Mecenate, che gli concesse molti beni. Contro le angosce della vita si può solo ingaggiare una lotta virile che richiede energia e grande eroismo per trasformare l’inquietudine e l’amarezza in accettazione del rischio.</p>
<p style="text-align: justify;">L’altro gruppo delle Odi oraziane è caratterizzato dalla poesia civile che celebra personaggi, avvenimenti e miti del regime augusteo. Questa poesia è detta anche “celebrativa” tanto cara ad<a href="http://www.scuolafilosofica.com/2144/oratoria-e-storiografia-in-epoca-della-roma-arcaica-ennio-catone-e-altre-figure"> Ennio</a> e poi a Virgilio. Questa lirica, tuttavia, non si può regalare a semplice propaganda ma riflettono i temi culturali e le successive fasi dell’ideologia del principato che saranno preziose per i sociologi e per gli storici futuri. <a href="http://www.scuolafilosofica.com/1461/storia-romana-iii-la-fase-imperiale-da-augusto-a-costantino">Dell’ideologia augustea</a>la lirica civile oraziana condivide l’impostazione moralistica: la crisi era infatti fatta derivare da una decadenza dei costumi e dall’abbandono di quegli antichi valori etico-politici e religiosi che avevano fatto la grandezza della Roma pre-cesariana.</p>
<p style="text-align: justify;">Grazie alla sua varietà tematica, dunque, abbiamo diversi tipi di odi che possiamo classificare in carmi conviviali come inviti, descrizioni dei preparativi alla festa, con il tradizionale schema del simposio greco romano. Ma la poesia amorosa di Orazio occupa quasi un quarto delle Odi e possono essere caratterizzate come erotiche. A differenza di <a href="http://www.scuolafilosofica.com/2184/politica-e-cultura-dalleta-dei-gracchi-al-periodo-cesariano-133-44-a-c-e-la-figura-centrale-di-catullo-allinterno-della-poesia-e-cultura-romana">Catullo</a>, Orazio sembra distaccarsi in maniera ironica dalle passioni. L’amore viene invocato attraverso serenate, incontri, giuramenti, schermaglie, vita galante e sportiva. In ogni caso l’ironia del poeta, che sorride bonariamente sulla figura del giovane innamorato, non rinnega del tutto la passione ma ne riconosce la triste crudeltà e la malinconia pungente.</p>
<p style="text-align: justify;">Un altro tipo di componimento presente nelle Odi oraziane è l’inno che,  rispetto a quello greco e latino arcaico, conserva il formulario e l’invocazione in seconda persona. È denso però di sviluppo letterario. Altre odi invece non sono semplici da catalogare all’interno di una categoria comune, per via del fatto che Orazio amava sperimentare e mischiare i generi. Inoltre esistono una serie di temi ricorrenti come il paesaggio della campagna, concepito come <i>loecus amoenus</i> in cui fuggire dal caos cittadino. Il paesaggio agreste è rappresentato in Orazio da un panorama campagnolo italico, dove andò a vivere grazie alla donazione di Mecenate. Un altro “luogo” caro ad Orazio è <i>l’angolus</i>: questo spazio coincide con il paesaggio italico e al poeta basta un qualunque pezzo di campagna o una solitaria spiaggia sul mare per trovare la felicità. Inoltre <i>l’angolus</i> è il luogo destinato al canto, al vino e alla saggezza. Importanti temi sono, ancora, l’amicizia e la vocazione poetica, ovvero l’ispirazione prodotta dalle Muse.</p>
<p style="text-align: justify;">Lo stile di Orazio come abbiamo visto è molto semplice e essenziale, con un linguaggio capace di cogliere da subito il mordente della tematica presa in considerazione. Si parla di “perfetta semplicità”. La sintassi ama invece le ellissi, molte costruzioni di origini greche, l’iperbato e spesso e volentieri anche <i>l’enjambement</i>. Il lessico all’apparenza semplice, è invece studiato affinché appaia nella lirica come un lessico dal nuovo significato: Orazio toglierà ogni patina “cittadina” alle parole e le libererà dall’opaca patina dell’abitudine.</p>
<p style="text-align: justify;">Orazio, dopo i primi tre libri delle Odi, si impegnò a scrivere anche due libri di <b>Epistole</b>. Erano lettere rivolte verso amici e conoscenti. La prima, l’epistola proemiale, era dedicata a Mecenate, ed era una specie di spiegazione all’utilizzo di questa nuova forma letteraria. Altre lettere erano indirizzate a Omero, Lollio, agli amici di Tivero, a Tibullo, ecc. Il secondo libro fu pubblicato postumo e scritto fra il 19 e il 13 a.C.; qui sono contenute due lunghe epistole indirizzate una ad Augusto ed una a Giulio Floro, storico e poeta romano di origini africane.</p>
<p style="text-align: justify;">Dopo la grande esperienza lirica, Orazio tornerà ae conversazioni scritte in esametri già ritrovate nelle Epòdi e nelle Satire. Fu lo stesso Orazio a definire le sue Epistole <i>sermones</i> vale a dire ‘conversazioni’. Queste lettere nella maggioranza dei casi non facevano parte di una vera conversazione epistolare, come in Cicerone, pur non escludendo che qualcuna probabilmente era stata spedita, ma piuttosto erano pensate come opere di letteratura destinate al pubblico del lettori. Dunque possiamo parlare ancora una volta di un nuovo genere letterario perché nessuno, prima di Orazio, aveva mai sperimentato l’epistola in versi come forma letteraria. Lo stesso poeta non si richiama a nessun modello, ma si dichiara <i>inventor</i> del genere. Al contrario delle satire, che erano sì conversazioni, ma destinate a un pubblico colto cittadino, le Epistole erano indirizzate verso una periferia rustica (<i>l’angulus</i>) e hanno il sapore di meditazioni filosofiche.</p>
<p style="text-align: justify;">La raccolta delle lettere appare alla fine come una sorta di discorso didascalico già visto in<a href="http://www.scuolafilosofica.com/2202/lucrezio"> Lucrezio</a> dai mutuati tratti significativi. Il rapporto autore-lettore nel <i>De rerum natura</i> era vivo e drammatico. In Orazio questo rapporto diventa il tema stesso del discorso in una sorta di meta-letterarietà. L’autore, Orazio, insegna ai lettori l’amore di una vita ritirata e i suoi lettori diventano automaticamente suoi discepoli. La rinuncia alla vita sociale e all’ottimismo etico è simboleggiata ancora una volta dalla fuga dalla città alla sua residenza nella campagna Sabina. È, sì, un ritiro inquieto, ma per lo meno rimane lontano dalle tensioni sociali e dalle passioni, che Orazio considera come condizioni di infelicità prive di senso. Il bisogno di pensare solo a se stessi è per lui in questo momento della sua vita, più necessario che mai, ma neanche <i>l’autarcheia</i> satiresca garantisce più al poeta un atteggiamento coerente e costante che lo fa oscillare, senza trovare un punto d’equilibrio, tra il rigore morale e l’edonismo su cui avverte una forte attrazione.</p>
<p style="text-align: center;">
<p style="text-align: center;"><b>LA FORTUNA</b></p>
<p style="text-align: justify;">Orazio nonostante qualche incomprensione e qualche passeggere perplessità, fu apprezzato dal suo pubblico contemporaneo, tanto poi da essere riconosciuto uno dei grandi autori della letteratura latina. Ma il suo verso successo e la sua vera fama fu postuma. Come Virgilio, anche le opere di Orazio facevano parte dei testi alla base dell&#8217;istruzione in età imperiale. Marco Valerio Probo, un redattore di testi e opere di epoca neroniana, diffuse le sue opere in tutto l’impero con una particolare cura. In epoca medievale Orazio fu ben conosciuto dall’età carolingia, anche se rispetto a Virgilio ebbe un po’ meno attenzione: si leggevano soprattutto le Epistole e le Satire. Nel <i>La divina commedia</i> “Orazio satiro” è fra i poeti che <a href="http://www.scuolafilosofica.com/646/dante-alighieri">Dante </a>inserisce nel limbo. Più avanti nei secoli Orazio lirico fu imitato da Petrarca e poi in epoca rinascimentale era ancora il punto di riferimento della letteratura classicista. Nel settecento la cultura illuministica e <a href="http://www.scuolafilosofica.com/1759/arcadia">le scuole di stampo arcadico</a> esaltavano la figura di Orazio nel quale vedevano un gran rappresentante. Anche se meno considerato in età romantica, rimase caro a Leopardi e, in seguito, a Giosuè Carducci che, con le Odi barbare, inaugurò una nuova stagione della fortuna oraziana.</p>
<h3 style="text-align: justify;"></h3>
<h3 style="text-align: justify;" align="center">BIBLIOGRAFIA</h3>
<p style="text-align: justify;">Conte G.B., Profilo storico della letteratura latina, Le Monnier università, Firenze, 2004.</p>
<p style="text-align: justify;">Pili W., Cronologia di Storia Romana, www.scuolafilosofica.com, 2012.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://dizionari.corriere.it/dizionario_italiano/E/epodo.shtml">http://dizionari.corriere.it/dizionario_italiano/E/epodo.shtml</a></p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://ilbazar.forumcommunity.net/?t=4925987">http://ilbazar.forumcommunity.net/?t=4925987</a></p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.treccani.it/">www.treccani.it</a></p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://xoomer.virgilio.it/abatos/letteratura/let_orazio.htm#epistole">http://xoomer.virgilio.it/abatos/letteratura/let_orazio.htm#epistole</a></p>
<p style="text-align: justify;">Su <a href="http://www.scuolafilosofica.com/">www.scuolafilosofica.com</a> articoli di letteratura latina dal 240 a.C. in poi:</p>
<p style="text-align: justify;">Pili W., Origini della letteratura latina: il teatro romano antico e la figura di Livio Andronico, www.scuolafilosofica.com, 2013.</p>
<p style="text-align: justify;">Pili W., <a title="Permalink to Letteratura latina alla fine della repubblica romana" href="http://www.scuolafilosofica.com/2171/letteratura-latina-alla-fine-della-repubblica-romana">Letteratura latina alla fine della repubblica romana</a>, <a href="http://www.scuolafilosofica.com/">www.scuolafilosofica.com</a>, 2013</p>
<p style="text-align: justify;">Pili W., <a title="Permalink to Oratoria e storiografia in epoca della Roma arcaica: Ennio, Catone e altre figure." href="http://www.scuolafilosofica.com/2144/oratoria-e-storiografia-in-epoca-della-roma-arcaica-ennio-catone-e-altre-figure">Oratoria e storiografia in epoca della Roma arcaica: Ennio, Catone e altre figure.</a>, <a href="http://www.scuolafilosofica.com/">www.scuolafilosofica.com</a>, 2013</p>
<p style="text-align: justify;">Pili W., <a title="Permalink to Da Livio Andronico a Plauto, passando per Nevio e Cecilio Stazio: gli albori della letteratura latina" href="http://www.scuolafilosofica.com/2127/da-livio-andronico-a-plauto-passando-per-nevio-e-cecilio-stazio-gli-albori-della-letteratura-latina">Da Livio Andronico a Plauto, passando per Nevio e Cecilio Stazio: gli albori della letteratura latina</a>, <a href="http://www.scuolafilosofica.com/">www.scuolafilosofica.com</a>, 2013</p>
<p style="text-align: justify;">Pili W., <a title="Permalink to Origini della letteratura latina: il teatro romano arcaico e la figura di Livio Andronico" href="http://www.scuolafilosofica.com/2077/origini-della-letteratura-latina-il-teatro-romano-arcaico-e-la-figura-di-livio-andronico">Origini della letteratura latina: il teatro romano arcaico e la figura di Livio Andronico</a>, <a href="http://www.scuolafilosofica.com/">www.scuolafilosofica.com</a>, 2013-02-12</p>
<p style="text-align: justify;">Per quel che riguarda la storia romana:</p>
<p style="text-align: justify;">Pili W., Storia romana parte I, www.scuolafilosofica.com, 2012.</p>
<p style="text-align: justify;">Pili W., Storia romana parte II, www.scuolafilosofica.com, 2012.</p>
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		</item>
		<item>
		<title>Lo spionaggio. Il tredicesimo capitolo de L&#8217;arte della guerra.</title>
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		<pubDate>Tue, 21 May 2013 09:54:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giangiuseppe Pili</dc:creator>
				<category><![CDATA[Filosofia della guerra]]></category>
		<category><![CDATA[Sun Tzu]]></category>
		<category><![CDATA[Analisi Sun Tzu]]></category>
		<category><![CDATA[Analisi Tredicesimo Capitolo Sun Tzu]]></category>
		<category><![CDATA[Arte della guerra e Sun Tzu]]></category>
		<category><![CDATA[Arte della guerra Lo spionaggio]]></category>
		<category><![CDATA[Bing Fa]]></category>
		<category><![CDATA[L'arte della guerra Sun Tzu]]></category>
		<category><![CDATA[Lo spionaggio in Sun Tzu]]></category>
		<category><![CDATA[Lo spionaggio L'arte della guerra]]></category>
		<category><![CDATA[Ping Fa]]></category>
		<category><![CDATA[Sun Tzi]]></category>
		<category><![CDATA[Sun Tzu L'arte della guerra]]></category>
		<category><![CDATA[Sun Wu]]></category>

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		<description><![CDATA[Ogni singolo scontro armato richiede grandi investimenti in denaro e risorse. Questo comporta che si diano sia problemi interni che esterni. Lo sforzo di guerra impone il distoglimento della manodopera da settori chiave. Il problema principale delle conseguenze dello sforzo &#8230; <a href="http://www.scuolafilosofica.com/2930/lo-spionaggio-il-tredicesimo-capitolo-de-larte-della-guerra">Continue reading <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<h5 style="text-align: justify;">Ogni singolo scontro armato richiede grandi investimenti in denaro e risorse. Questo comporta che si diano sia problemi interni che esterni. Lo sforzo di guerra impone il distoglimento della manodopera da settori chiave. Il problema principale delle conseguenze dello sforzo consiste nell&#8217;imprevedibilità del tempo in cui si consegue la vittoria perché è imprevedibile il momento in cui lo Shih impone di attaccare. La vittoria e i grandi risultati sono conseguiti mediante l&#8217;accurata precisione, pur nei limiti nel possibile. Sun Tzu rifugge l&#8217;idea che la previsione sia da operarsi sulla base di superstizioni o di credenze religiose. I tipi di spie sono cinque: spia locale, interna, convertita, morta, viva. &#8220;Non c&#8217;è nessun affare in cui non si possano impiegare spie. Lo spionaggio è essenziale per le operazioni militari&#8221;.</h5>
<p style="text-align: justify;"><span id="more-2930"></span><br />
<!--more--></p>
<p style="text-align: justify;">Lo spionaggio è essenziale per le operazioni militari perché queste sono fondate sulla capacità di previsione sulla base di vantaggi e svantaggi, il cui obbiettivo è quello di conquistare intero e intatto il nemico: vincere senza combattere è la suprema abilità. L&#8217;obbiettivo individuato deve essere conosciuto.</p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;">Le armate contrapposte possono fronteggiarsi per anni in vista di una vittoria che si otterrà in un solo giorno. In questa situazione, chi lesina di ricompensare con cento monete d&#8217;oro colui che può fornire informazioni sul nemico,</p>
<p style="text-align: justify;">E&#8217; estremamente inumano.</p>
<p style="text-align: justify;">Non è il generale del popolo,</p>
<p style="text-align: justify;">Non è il braccio destro del sovrano.</p>
<p style="text-align: justify;">Non è maestro di vittoria.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">E così, se un sovrano illuminato e un generale saggio risultano sempre vittoriosi sui nemici e realizzano imprese superiori alla norma, -</p>
<p style="text-align: justify;">Tutto ciò avviene grazie alla previsione.[1]</p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;">Per questo è necessario usare le spie. Le spie svolgono un duplice ruolo: informa e lasciano informazioni false. Una spia può essere locale, qualora sia del luogo in cui si svolgono le ricerche. Può essere interna allo schieramento avversario, può essere viva e fornire informazioni e può essere &#8220;morta&#8221; e depistare il nemico. Ma l&#8217;obbiettivo è sempre lo stesso: saper sfruttare le informazioni. In questa descrizione dei tipi di spie possibili si vedono tutte le possibili attività utili che gli infiltrati possono svolgere a nostro favore: reperire informazioni, diffondere informazioni false. Sun Tzu era già ben consapevole, come abbiamo avuto modo di sottolineare continuamente, di quanto sia centrale l&#8217;informazione e la conoscenza all&#8217;interno dell&#8217;arte militare. Si può dire, in fondo, che l&#8217;intera arte della guerra non sia altro che saper dominare l&#8217;informazione.</p>
<p style="text-align: justify;">In base alla natura delle attività che una spia deve svolgere deve essere sfruttata in modo specifico e scelta in base a determinate caratteristiche. Non tutti gli uomini sono sostituibili, non tutti sanno svolgere le stesse funzioni perché non tutti hanno le medesime proprietà. Sicché bisogna saper utilizzare i propri uomini nel modo più idoneo e bisogna saperli scegliere con altrettanta saggezza:</p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;">La spia viva è quella che ritorna per fare rapporto.</p>
<p style="text-align: justify;">Utilizza la spia locale assoldandola tra la gente del luogo.</p>
<p style="text-align: justify;">Utilizza la spia interna scegliendola tra i loro ufficiali.</p>
<p style="text-align: justify;">Utilizza la spia convertita scegliendola tra le spie del nemico.</p>
<p style="text-align: justify;">La spia morta riporta informazioni false al nemico.</p>
<p style="text-align: justify;">Ordino alla mia spia di venirne a conoscenza e di trasmetterle, tramite spie nemiche, al mio antagonista.[2]</p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;">Per conoscere l&#8217;ubicazione delle armate, dei magazzini, degli arsenali, degli equipaggiamenti non ci sono altre possibilità che affidarsi a delle spie. Sun Tzu è categorico: non c&#8217;è aruspice possibile, non c&#8217;è alcuna possibilità metafisica conoscibile a priori che consenta la conoscenza di questi elementi essenziali all&#8217;arte della guerra, così che niente si potrà sostituire agli infiltrati.</p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;">E questa previsione non può essere ottenuta tramite entità sovrannaturali,</p>
<p style="text-align: justify;">Non può essere dedotta dagli eventi,</p>
<p style="text-align: justify;">Non può essere calcolata,</p>
<p style="text-align: justify;">Ma deve essere acquisita tramite uomini che conoscono la situazione nemica.[3]</p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;">Per gestire le spie è necessario avere un grande tatto e comprensività umana. Esse svolgono un compito prezioso e pericolosissimo, inoltre c&#8217;è sempre il rischio che cambino bandiera, sicché un generale virtuoso non potrà sottovalutare l&#8217;importanza della loro remunerazione, che deve essere consistente. Per queste ragioni, a capo del sistema di spionaggio non può essere un uomo di doti comuni, ma deve essere di intelligenza e capacità fuori dall&#8217;ordinario:</p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;">Se non si è saggi, non si possono utilizzare le spie.</p>
<p style="text-align: justify;">Se non si è umani, non si può persuadere una spia a servirti.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Se non si è sagaci e capaci di segretezza, non si possono tenere le informazioni di una spia.</p>
<p style="text-align: justify;">(&#8230;)</p>
<p style="text-align: justify;">Non c&#8217;è nessun genere di affare in cui non si possano impiegare le spie.</p>
<p style="text-align: justify;">(&#8230;)</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Solamente se il sovrano illuminato e il saggio generale sono capaci di mettere persone di conoscenza superiore a capo dello spionaggio, conseguiranno un grande successo.[4]</p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;arte della guerra è riuscire a vincere su avversari senza che questi possano capire come hai fatto. Scopri il punto debole, concentra le forze e colpisci in modo brutale e il nemico sarà impotente; ma l&#8217;arte suprema è disorientare il nemico e farlo morire con le sue stesse mani, così che la sua sconfitta sarà totale e la tua vittoria assoluta.</p>
<p style="text-align: justify;">
<div>
<hr align="left" size="1" width="33%" />
<div style="text-align: justify;">
<p>[1] Ivi., Cit., p. 59.</p>
</div>
<div style="text-align: justify;">
<p>[2] Ivi., Cit., p. 60.</p>
</div>
<div style="text-align: justify;">
<p>[3] Ivi., Cit., p. 60.</p>
</div>
<div>
<p style="text-align: justify;">[4] Ivi., Cit., pp. 61-62.</p>
</div>
</div>
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		<title>Morale, gli insegnamenti dell&#8217;Induismo</title>
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		<pubDate>Tue, 14 May 2013 21:59:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Francesco Margoni</dc:creator>
				<category><![CDATA[Filosofia Orientale]]></category>
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		<description><![CDATA[Uno stimolante articolo apparso recentemente sull’Indian Journal of Psychiatry col titolo &#8220;Morality and moral devolopment: Traditional Hindu concepts&#8221;, ci fornisce l’occasione di richiamare l’attenzione sui punti centrali della visione indù tradizionale. Gli autori definiscono la morale come un costrutto che permette &#8230; <a href="http://www.scuolafilosofica.com/2921/morale-gli-insegnamenti-dellinduismo">Continue reading <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify">Uno stimolante articolo apparso recentemente sull’<em>Indian Journal of Psychiatry</em> col titolo &#8220;Morality and moral devolopment: Traditional Hindu concepts&#8221;, ci fornisce l’occasione di richiamare l’attenzione sui punti centrali della visione indù tradizionale. Gli autori definiscono la morale come un costrutto che permette la differenziazione tra le intenzioni, le decisioni e le azioni buone (o giuste) e cattive (o sbagliate).<span id="more-2921"></span></p>
<p style="text-align: justify">La moralità di ognuno è funzione, da una parte, della genetica e della biologia; dall’altra, dell’ambito sociale, culturale e religioso in cui essa si sviluppa. Pertanto, relativamente allo studio scientifico della morale, se è importante comprendere le basi biologiche e genetiche, nonché psicologiche nel senso più ampio, è altrettanto importante comprendere le variabili culturali e religiose che necessariamente intervengono nella formazione delle intuizioni morali di un individuo.</p>
<p style="text-align: justify">Per comprendere il sostrato della tradizione, presupposto della società e del pensiero indiano, dobbiamo rivolgerci innanzitutto ai testi vedici. All’interno dell’arcipelago di testi vedici ampiamente intesi abbiamo senz’altro i Veda, i quattro testi più antichi (Rg-veda, Yajur-veda, Sama-veda, Atharva-veda) all’interno dei quali possiamo trovare i primi concetti dell’induismo, e i Vedanta, posteriori a questi, tra cui particolarmente rilevanti sono le Upanisad, la Bhagavad gita e i Brahmana.</p>
<p style="text-align: justify">Da questi testi è possibile dedurre alcuni punti chiave che hanno contribuito e, in qualche misura (a nostro avviso, tutta da stabilire), continuano a contribuire, allo sviluppo della persona e della sua morale, nei contesti in cui questi testi rappresentano i testi della tradizione. Gli autori sottolineano giustamente anche l’importanza, per la trasmissione del pensiero e della morale indù, della letteratura per bambini, di cui ne è esempio paradigmatico la Panchatantra.</p>
<p style="text-align: justify">Uno dei concetti fondamentali, e certamente il più rilevante al discorso sulla morale, è quello di Dharma, sovrapponibile allo stesso concetto di morale. Per introdurre ad esso prendiamo le mosse dalla narrazione della Bhagavad gita. Nel poema è narrata la storia di Arjuna (uno dei fratelli Pandava) che, guidato e consigliato dalla divinità Krishna, deve combattere e sconfiggere la fazione composta dai cugini Kaurava, i quali erano colpevoli di aver esiliato con l’inganno i Pandava. Sul campo di battaglia, prima dell’inizio di questa, Arjuna chiede consiglio al dio su quale sia la cosa giusta da fare: è veramente giustificato uccidere i propri cugini moralmente biasimevoli per salvare il regno?</p>
<p style="text-align: justify">Krishna aiuta il comandante a distinguere ciò che è giusto da ciò che è sbagliato, fornisce a lui e a noi un insegnamento morale. Egli ci insegna ad agire in modo disinteressato rispetto ai risultati dell’azione o ai nostri gusti personali, ovvero ad agire tenendo presente solamente la correttezza dell’azione – tutto ciò è molto kantiano! Arjuna deve combattere e uccidere i rivali non perché prova rancore verso di essi o perché spera di ottenere delle ricompense dalla loro morte, ma unicamente perché l’azione prescritta è quella giusta, ovvero, è quella logicamente coerente con il suo Dharma.</p>
<p style="text-align: justify">L’insegnamento vedico ci dice che esistono quattro tipi di Purushartha (obbiettivi o scopi dell’esistenza, dunque anche dell’azione umana). La corretta realizzazione della vita dell’individuo, come di quella della società, dipende dalla realizzazione di questi obbiettivi, secondi i rapporti di equilibrio prescritti. I quattro tipi di Purushartha sono Dharma, Artha, Kama e Moksha. Dharma è definito, dall’Oxford Dictionary of World Religions, come l’ordine e l’organizzazione temporale delle cose che rende possibile l’esistenza della vita e dell’universo, e dunque i comportamenti appropriati che mantengono e rispettano quest’ordine. Artha è la ricerca della sicurezza (che è sociale e materiale, dunque riconoscimento sociale, potere e denaro), mentre Kama è la ricerca del piacere (inteso per lo più come un fatto di natura sensuale).</p>
<p style="text-align: justify">L’insegnamento vuole che Dharma stia alla base di Artha e Kama, per un individuo e una società migliori. Moksha è l’ultimo obbiettivo, che supera gli altri non negandoli ma perfezionandoli. Moksha, in sostanza, prescrive di non essere in alcun modo vincolati da un desiderio perdurante per il raggiungimento dell’obbiettivo, quale che sia. Moksha è anche legato, nell’individuo, alla consapevolezza di essere Brahman, la fonte e il principio del cosmo, dio e il cosmo stesso. La cosa non è sinonimo di empietà perché, nella visione vedica, dio è causa intelligente e materiale, dunque non separato dal mondo ma presente ovunque in esso, sicché la consapevolezza di essere Brahman è la consapevolezza di essere in sintonia con le leggi che governano tutte le cose, di non essere un elemento di disturbo ma un meccanismo perfettamente oleato della macchina che è al contempo una e molte, io ed universo.</p>
<p style="text-align: justify">Le leggi del Dharma governano e sostengono non solamente l’essere umano, ma tutto ciò che esiste, con la differenza che se nel caso delle cose le leggi si applicano in modo deterministico, nel caso dell’uomo si applicano secondo coscienza, nella supposizione implicita che la coscienza sia di per sé indeterminata a priori. Ed è l’impropria applicazione delle leggi alla sfera dell’uomo, da parte di alcuni uomini, a determinare il disordine, che si declina nel conflitto e nell’odio reciproco. Pertanto la prescrizione dell’equilibrio nel raggiungimento degli obbiettivi è rilevante non solo per il benessere individuale ma anche per quello della società, ovvero di tutti. Compito dell’uomo non è controllare il risultato delle proprie azioni ma agire (in modo disinteressato) secondo coscienza, assecondando il proprio Dharma. Il risultato, quale che sia, è Prasada, un dono di dio.</p>
<p style="text-align: justify">Quanto detto potrebbe portare ad ipotizzare che – se veramente e ancora vi è, nell’uomo dell’India odierna, cresciuto nel contesto determinato nelle sue caratteristiche principali anche dalla tradizione (vedica), ma anche da molto altro, un’influenza di questi insegnamenti sul suo comportamento e ragionamento morale – la psiche indiana sia maggiormente propensa, di fronte dilemmi morali come quelli proposti da Greene nei suoi studi neuroetici (dove ai soggetti viene chiesto di scegliere tra uccidere una persona per salvarne molte e non agire lasciandone morire altrettante), a scegliere opzioni di tipo utilitarista, proprio perché determinato nella sua scelta dall’osservazione della corretta via d’azione a prescindere dai suoi risvolti, i quali non sono tanto in potere dell’uomo quanto delle leggi che governano il tutto.</p>
<p style="text-align: justify">Ma forse la questione non è così semplice. Piuttosto va riconosciuto, con una nota di pessimismo, che sembra alquanto complicato distillare la variabile della tradizione, possibilmente proprio quella che condiziona lo sviluppo morale dell’individuo. Quello che rimane è il richiamo normativo, fatto dagli stessi autori dell’articolo, a non smarrire l’insegnamento della tradizione, ovvero a non dedicarsi esclusivamente alla ricerca di Artha e Kama senza la guida di Dharma e la prospettiva di Moksha. Questo per il bene del singolo e dei molti.</p>
<p style="text-align: justify"><em>Francesco Margoni</em></p>
<p style="text-align: justify"><strong>Reference:</strong></p>
<ol style="text-align: justify">
<li>Srivastava C, Dhingra V, Bhardwaj A, Srivastava A. Morality and moral development: Traditional Hindu concepts. Indian J Psychiatry. 2013; 55: 283-7. Available from:<a href="http://www.indianjpsychiatry.org/text.asp?2013/55/6/283/105552" target="_blank">http://www.indianjpsychiatry.org/text.asp?2013/55/6/283/105552</a></li>
<li>Bhagavad Gita. Capitolo 3, Testo 19. <a href="http://www.bhagavad-gita.org/Gita/verse-03-19.html" target="_blank">http://www.bhagavad-gita.org/Gita/verse-03-19.html</a></li>
<li>Margoni, F. (2012) Capitolo 1. Essenziale introduzione ai Veda. Scuolafilosofica<a href="http://www.scuolafilosofica.com/1806/1-essenziale-introduzione-ai-veda" target="_blank">http://www.scuolafilosofica.com/1806/1-essenziale-introduzione-ai-veda</a></li>
</ol>
<p style="text-align: justify">_______________________________________________________</p>
<p style="text-align: justify"><a href="http://brainfactor.it/index.php?option=com_content&amp;view=article&amp;id=821:morale-gli-insegnamenti-dellinduismo&amp;catid=25:neuroetica&amp;Itemid=3">Articolo originale pubblicato su BRAINFACTOR Cervello e Neuroscienze &#8211; Testata registrata al Tribunale Milano N. 538 del 18/9/2008. Direttore Responsabile: Marco Mozzoni.</a></p>
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		<title>Attacco col fuoco. Il dodicesimo capitolo de L&#8217;arte della guerra</title>
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		<pubDate>Tue, 14 May 2013 10:00:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giangiuseppe Pili</dc:creator>
				<category><![CDATA[Filosofia della guerra]]></category>
		<category><![CDATA[Sun Tzu]]></category>
		<category><![CDATA[Attacco col fuoco]]></category>
		<category><![CDATA[Attacco col Fuoco Sun Tzu]]></category>
		<category><![CDATA[Bing Fa]]></category>
		<category><![CDATA[Filosofia della guerra Sun Tzu]]></category>
		<category><![CDATA[Il dodicesimo capitolo de L'arte della guerra]]></category>
		<category><![CDATA[L'arte della guerra]]></category>
		<category><![CDATA[La filosofia di Sun Tzu]]></category>
		<category><![CDATA[Ping Fa]]></category>
		<category><![CDATA[Sun Tzi]]></category>
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		<description><![CDATA[I modi di attacco col fuoco sono cinque: il fuoco diretto contro persone, contro le provviste, contro gli equipaggiamenti, contro gli arsenali, contro i magazzini. Bisogna trovare una misura nelle proprie azioni tale che sia commisurata all&#8217;evento che sta accadendo. &#8230; <a href="http://www.scuolafilosofica.com/2910/attacco-col-fuoco-il-dodicesimo-capitolo-de-larte-della-guerra">Continue reading <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<h5 style="text-align: justify;"><span style="color: #444444;">I modi di attacco col fuoco sono cinque: il fuoco diretto contro persone, contro le provviste, contro gli equipaggiamenti, contro gli arsenali, contro i magazzini. Bisogna trovare una misura nelle proprie azioni tale che sia commisurata all&#8217;evento che sta accadendo.</span></h5>
<h5 style="text-align: justify;"></h5>
<p style="text-align: justify;">Il capitolo tratta di ciò che può essere distrutto e, per tanto, che costituisce un vantaggio e uno svantaggio. E&#8217; di vantaggio saper cosa colpire, è di svantaggio essere colpiti dove fa più male. Il fuoco è da intendersi come principio distruttore generale, come arma in grado di determinare la capitolazione di una forza nemica:</p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;">In breve, ci sono cinque modi di attaccare col fuoco -</p>
<p style="text-align: justify;">Il primo è detto &#8220;dar fuoco alle persone&#8221;.</p>
<p style="text-align: justify;">Il secondo è detto &#8220;dar fuoco alle provviste&#8221;.</p>
<p style="text-align: justify;">Il terzo è detto &#8220;dar fuoco agli equipaggiamenti&#8221;.</p>
<p style="text-align: justify;">Il quarto è detto &#8220;dar fuoco agli arsenali&#8221;.</p>
<p style="text-align: justify;">Il quinto è detto &#8220;dar fuoco ai magazzini&#8221;.[1]</p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;"> <span id="more-2910"></span></p>
<p style="text-align: justify;">Sun Tzu individua cinque elementi coinvolti nel conflitto che possono essere distrutti in modo da arrecare vantaggio. Come sempre, da un insieme di istruzioni possiamo trarre importanti informazioni sulla natura del generale applicato al particolare. Ogni istruzione individua un elemento preciso che può essere distrutto con vantaggio o che costituisce, per noi, un pericolo se lo perdessimo. Con la sua consueta concisione, Sun Tzu non ci indica la duplicità degli elementi considerati come vitali, ma, giunti al dodicesimo capitolo, dovremmo essere in grado di comprendere la bipolarità compenetrata degli opposti senza necessitare di enunciazioni più specifiche.</p>
<p style="text-align: justify;">In questa concisione risalta tutta la potenza didattica del Maestro. Egli ci sprona a utilizzare i suoi concetti con la nostra mente, egli ci indica quella strada che solo noi possiamo seguire, in modo che ciascun allievo possa diventare un abile generale diverso da ogni altro pur essendo &#8220;idoneo&#8221; allo stesso modo di ogni altro. Solo attraverso questo esercizio individuale, non passivo, il testo <i>L&#8217;arte della guerra </i>dischiude tutto il suo significato potente e straordinario. Ma se siamo lettori passivi, se non seguiamo la strada personalmente, questo testo così denso e ricco si trasforma in una sequenza piuttosto noiosa e sterile di istruzioni senza un senso profondo. Sun Tzu è un vero Maestro, un filosofo nel senso di ‘mentore’: egli impartisce lezioni severe e, talvolta, brutali, ma sta all&#8217;allievo saper cogliere il profondità il suo metodo e i suoi pensieri ripercorrendoli come colui che &#8220;sale la scala e la butta via, una volta salitoci sopra&#8221;.</p>
<p style="text-align: justify;">Tener presente tutti i fattori è indispensabile sia al sovrano che al generale, ma su di un piano diverso. Il sovrano deve occuparsi del piano politico e strategico della guerra, il generale della logistica e dell&#8217;esecuzione tattica degli ordini della strategia politica. Così, il sovrano non deve scegliere obbiettivi senza senso e il generale non deve cedere alle sue emozioni o essere motivato da interessi materiali. Entrambi devono svolgere il proprio ruolo esercitando il pieno dominio di sé e dell&#8217;altro, ciascuno al proprio livello. Solo attraverso l&#8217;esecuzione virtuosa dei propri compiti sui propri domini si può determinare la vittoria totale. L&#8217;intromissione del sovrano nelle decisioni tattiche implica la confusione dell&#8217;esercito e determina azioni viziose da parte del generale e dei soldati. Se il generale prende decisioni politiche può comportare il collasso della strategia globale, rendendo inutili i suoi sforzi. Il risultato può essere il seguente:</p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;"> La rabbia può trasformarsi in gioia,</p>
<p style="text-align: justify;">Il rancore può trasformarsi in delizia,</p>
<p style="text-align: justify;">Ma uno Stato estinto non può tornare a vivere,</p>
<p style="text-align: justify;">Né un morto può tornare in vita.</p>
<p style="text-align: justify;">Perciò il sovrano illuminato pondera tutto ciò,</p>
<p style="text-align: justify;">E il buon generale agisce cautamente.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Questo è il Tao che mantiene lo Stato sicuro e l&#8217;esercito integro.[2]</p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;">Ritornando agli elementi chiave da tener presente in attacco e in difesa, Sun Tzu ne elenca cinque (si noti la ricorrenza di tale numero). Le &#8220;persone&#8221; rappresentano la forza materiale capace di agire e compiere azioni militari. Esse sono lo strumento del generale e la loro distruzione implica il disfacimento della forza materiale capace di agire contro di noi.</p>
<p style="text-align: justify;">Le &#8220;provviste&#8221; sono la riserva energetica e materiale di un esercito. Non si dà guerra senza provviste e non c&#8217;è conflitto durante il quale i belligeranti non debbano poter avere accesso alle loro risorse di riserva. Esse sono essenziali e vitali perché la loro distruzione implica la perdita di forza e la progressiva dissipazione progressiva e definitiva, perché irrecuperabile, delle energie delle persone, sia nello spirito che nel corpo.</p>
<p style="text-align: justify;">Gli &#8220;equipaggiamenti&#8221; sono gli strumenti di offesa e difesa delle persone. Senza la spada il fante è reso inoffensivo, senza lo scudo è reso vulnerabile. Distruggere la spada e lo scudo costituisce l&#8217;annullamento delle possibilità di agire delle persone. Un soldato privo di armi e di difese è semplicemente una canna che pensa. Un esercito composto da uomini senza equipaggiamenti è facile da colpire. Distruggere gli equipaggiamenti, dunque, costituisce un indubbio vantaggio. Eppure, nel caso di vittoria, è pur sempre meglio conquistare intero e intatto l&#8217;equipaggiamento del nemico. Per tanto, bisogna ricordarsi sempre che la tecnologia nemica può diventare nostra e, questo, deve costituire un freno, qualora si voglia distruggere per il solo cedimento all&#8217;ira.</p>
<p style="text-align: justify;">Gli &#8220;arsenali&#8221; sono i centri propulsori della tecnologia avversaria. In essi si forgiano equipaggiamenti e si concentra la manodopera specializzata. Eliminare gli arsenali nemici significa rendere impotente un esercito, perché lo si priva delle armi e delle difese, così che tutto ciò che rimane è ciò che possiede il singolo soldato. Ma gli archi abbisognano di frecce e le spade di strumenti per levigare la lama. Senza di essi, il soldato può anche avere il suo equipaggiamento, ma l&#8217;usura lo renderà inutile. Allo stesso tempo, gli arsenali sono il centro della forza degli equipaggiamenti del nemico: conquistarli intatti potrebbe essere straordinariamente utile, perché potremmo riusare noi quella stessa manodopera e quella stessa tecnologia in modo da armare nuovi eserciti o sostentare il nostro.</p>
<p style="text-align: justify;">I &#8220;magazzini&#8221; sono i centri di raccolta delle provviste. In essi si conserva l&#8217;intera quantità di risorse materiali capaci di tradursi in energia fisica. Essa costituisce la base dell&#8217;alimentazione di un esercito. Distruggerla può comportare l&#8217;indiretta distruzione delle risorse di un esercito. Perderla significa essere esposti ad un nemico ben sfamato con il nostro esercito esausto.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma Sun Tzu può essere riportato sul piano individuale, mostrando in modo molto più concreto tutta la brutalità del suo insegnamento, brutalità che va intesa in senso morale, non nel senso che egli è un insegnante brutale. Sun Tzu non insegna una buona novella, egli non è un moralista. Sun Tzu è l&#8217;espressione di un logico e freddo calcolo sull&#8217;arte del conflitto in tutte le sue forme e, adesso, vedremo in che modo la lezione di questo capitolo può generare riflessioni giustificate sul piano del conflitto ma ingiustificabili sul piano etico.</p>
<p style="text-align: justify;">Un individuo può essere inserito nell&#8217;analisi di Sun Tzu, se opportunamente definito: egli è dotato di una forza che si fonda sulle sue capacità fisiche di resistere allo sforzo; egli dispone anche di armi con cui offendere. Così, per colpire una persona, puoi individuare i seguenti punti deboli: il centro della persona (la volontà), le sue risorse fisiche, le sue armi e gli strumenti con cui protegge le sue risorse e le sue armi. Colpire i nodi della rete individuale di una persona implica che egli sia costretto a porvi riparo e, conseguentemente, lascia sguarnito un altro punto, così che quel punto ora può essere attaccato. Saper colpire al massimo le sue riserve implica fiaccarlo prima nel fisico e poi nell&#8217;animo. Colpire le sue armi significa renderlo incapace di colpirti ed è, così, ridotto alla tua mercé. Di conseguenza bisogna sempre colpire un nodo della sua rete per abbattere l&#8217;intera rete. Un individuo è, dunque, vulnerabile, è debole ed è facile da atterrire, basta sapere dove colpirlo, come farlo e farlo ed egli cadrà tramortito preferendo la morte alla vita.<b> </b></p>
<div><br clear="all" /></p>
<hr align="left" size="1" width="33%" />
<div style="text-align: justify;">
<p>[1] Ivi., Cit., p. 56.</p>
</div>
<div>
<p style="text-align: justify;">[2] Ivi., Cit., p. 58.</p>
</div>
</div>
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		<title>Friederich Ratzel e la fondazione della geografia umana</title>
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		<pubDate>Mon, 13 May 2013 10:00:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Wolfgang Francesco Pili</dc:creator>
				<category><![CDATA[Geografia]]></category>
		<category><![CDATA[Storia Contemporanea]]></category>
		<category><![CDATA[Storia Moderna]]></category>
		<category><![CDATA[Alfred Kirchhoff]]></category>
		<category><![CDATA[Ellsworth Huntington]]></category>
		<category><![CDATA[Ernst Haeckel]]></category>
		<category><![CDATA[Ferdinand von Richthofen]]></category>
		<category><![CDATA[Friedrich Ratzel]]></category>
		<category><![CDATA[Geographie et determinisme]]></category>
		<category><![CDATA[Griffith Taylor]]></category>
		<category><![CDATA[Monti Richthofen]]></category>
		<category><![CDATA[Moritz Wagner]]></category>
		<category><![CDATA[Philippe Pinchemel]]></category>
		<category><![CDATA[Storia della geografia]]></category>
		<category><![CDATA[Storia della geografia moderna]]></category>

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		<description><![CDATA[Friedrich Ratzel (1844 – 1904) è stato un zoologo di formazione, nonché geologo fortemente legato alle dottrine di stampo evoluzionistico elaborate da Ernst Haeckel e Moritz Wagner. Egli è generalmente considerato il fondatore della geografia umana e della geografia politica. &#8230; <a href="http://www.scuolafilosofica.com/2904/friederich-ratzel-e-la-fondazione-della-geografia-umana">Continue reading <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;" align="center"><b>Friedrich Ratzel</b><span style="color: #444444;"> (1844 – 1904) è stato un zoologo di formazione, nonché geologo fortemente legato alle dottrine di stampo evoluzionistico elaborate da </span><b>Ernst Haeckel</b><span style="color: #444444;"> e </span><b>Moritz Wagner</b><span style="color: #444444;">. Egli è generalmente considerato il fondatore della geografia umana e della geografia politica. Dopo una serie di viaggi in qualità di giornalista in Italia, Ungheria, Stati Uniti, Messico e Cuba, al suo ritorno in Europa dopo essere stato docente di geografia nel 1876 presso il Politecnico di Monaco di Baviera, ottenne la cattedra di geografia all’Università di Lipsia nel 1886, succedendo a un altro importante geografo moderno di spicco: </span><b>Ferdinand von Richthofen </b><span style="color: #444444;">(1833 – 1905) fu un geografo molto importante soprattutto per quel concerne gli studi sulle terre asiatiche; lui, insieme ad altri pochi, è entrato a far parte della nomenclatura geografica. Esistono infatti nell’altopiano del Tibet nella propaggine orientale del Kunlun i Monti Richthofen, in suo onore.<span id="more-2904"></span></span></p>
<p style="text-align: justify;">La sua opera bibliografica è composta da opere geografiche con temi e approfondimenti etnologici: è doveroso ricordare la sua <i>Volkerkunde</i>, l’<i>Anthropogeographie </i>(divisa in due volumi), il <i>Politische Geographie</i>, <i>Das Meer als Quelle der Volkergrosse</i> e <i>Die Erde und das Leben</i>.</p>
<p style="text-align: justify;">Per Friedrich Ratzel la geografia umana è una scienza descrittiva; tuttavia essa non si deve limitare a una mera descrizione atona, ma piuttosto la descrizione serve a preparare le condizioni per un’analisi scientifica. <i>L’Anthropogeographie</i> è stata senz’altro l’opera che più ha reso celebre Ratzel. Infatti in quest’importante opera il tedesco analizza l’area di diffusione dei gruppi umani sulla superficie terrestre  in relazione alle caratteristiche del territorio. Da qui analizzerà ancora i limiti dell’ecumene e affinerà le definizioni di posizione geografica, di confine, di costa, di isola, ecc. Tuttavia, malgrado l’opera possa sembrare prettamente “geografica”, erano altresì molto importanti gli influssi etnologici che Ratzel esprimerà nel suo corpus d&#8217;opere: al centro dell’attenzione dei suoi studi è infatti prima di tutto l’uomo piuttosto che i luoghi. Proprio per questo motivo il modello accademico di Friedrich Ratzel è da collocarsi a metà fra le scienze della natura e le scienze umane, rimanendo però fedele al modello deterministico ritteriano <b>(link)</b>.</p>
<p style="text-align: justify;">Seguaci delle teorie e delle prassi accademica di Ratzel furono Alfred Kirchhoff (1838 – 1907) docente ordinario di Geografia a Halle, l’americano Ellsworth Huntington (1876 – 1947) geologo di formazione dedicatosi a ricerche sul ruolo del clima nello sviluppo delle società. Ancora è doveroso ricordare l’australiano <b>Griffith Taylor</b> (1880 – 1963) autore di un&#8217;eroica spedizione nel 1910 in Antartide e primo titolare di una cattedra di geografia in Australia a Sidney (dal 1920 al 1935). Infine ricordiamo il francese Philippe Pinchemel (1923 – 2008) docente a Lille e Parigi e presidente tra le altre dal 1968 al 1980 dell’Unione geografica internazionale: egli nella <i>Geographie et determinisme </i>affermava che “senza il riconoscimento e l’accettazione di un certo determinismo, la geografia perde a un tempo la propria unità e la propria originalità che è una visione sintetica dei molteplici rapporti stabiliti da millenni tra i gruppi umani e il quadro naturale.”</p>
]]></content:encoded>
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		<item>
		<title>Gemino di Rodi e il suo posto nella storia della filosofia della scienza</title>
		<link>http://www.scuolafilosofica.com/2914/gemino-di-rodi-e-il-suo-posto-nella-storia-della-filosofia-della-scienza</link>
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		<pubDate>Sat, 11 May 2013 12:36:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Francesco Margoni</dc:creator>
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		<description><![CDATA[1. Nota biografica. Gemino di Rodi visse molto probabilmente nel I secolo a.C., comunque tra il I secolo a.C. e il I d.C.; fu scienziato (in particolare, astronomo) e filosofo greco. Di lui ci rimane una sola opera intera, chiamata &#8230; <a href="http://www.scuolafilosofica.com/2914/gemino-di-rodi-e-il-suo-posto-nella-storia-della-filosofia-della-scienza">Continue reading <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify"><b>1. Nota biografica.</b></p>
<p style="text-align: justify">Gemino di Rodi visse molto probabilmente nel I secolo a.C., comunque tra il I secolo a.C. e il I d.C.; fu scienziato (in particolare, astronomo) e filosofo greco. Di lui ci rimane una sola opera intera, chiamata &#8220;Introduzione ai fenomeni&#8221;. Si tratta di una introduzione essoterica all’astronomia. Non ci è pervenuto invece il suo scritto &#8220;Sulla teoria delle scienze matematiche&#8221;, che, probabilmente, era la sua opera maggiore. Proclo, filosofo neoplatonico del V secolo d.C., ne fece uso nel suo importante commento agli &#8220;Elementi&#8221; di Euclide. Di Gemino si dice che fosse uno stoico, seguace e discepolo del filosofo, scienziato e storico Posidonio.</p>
<p style="text-align: justify"><b>2. Pensiero sulla scienza; da Pitagora a Tolomeo</b></p>
<p style="text-align: justify">I pitagorici pensavano che la struttura fondamentale dell’universo fosse regolata secondo un’armonia di tipo matematico. Conoscere questa armonia significava, dunque, avere accesso alla comprensione profonda della realtà. Questo orientamento filosofico implica l’idea, valida per la pratica della scienza, che la contemplazione dell’idea astratta è maggiormente centrale rispetto all’indagine e all’osservazione dei fenomeni empirici. <span id="more-2914"></span>Tale orientamento è, dunque, relativo alla metodologia normativa su cui si deve muovere la scienza nella sua pratica di scoperta, atteggiamento molto simile a quello di Platone, che diffidava della conoscenza empirica perché insufficiente a raggiungere la verità, a favore della conoscenza astratta delle Idee, laddove le idee erano il vero e unico oggetto di conoscenza. Si tratterebbe dunque di svelare lo schema, l’ordine, l’armonia dell’universo sottostanti ai fenomeni empiricamente osservati.</p>
<p style="text-align: justify">Sappiamo che Platone, nel <i>Timeo</i>, spiegò &#8220;pitagoricamente&#8221; la materia e le sue proprietà in termini puramente geometrici. Egli individuò una certa correlazione tra i cinque elementi (fuoco, terra, aria, acqua e materia celeste) e i cinque solidi regolari (rispettivamente tetraedo, cubo, ottaedro, icosaedro e dodecaedro), motivando ciascuna correlazione con argomenti che oggi appaiono piuttosto bizzarri.</p>
<p style="text-align: justify">Il pitagorico crede, in sostanza, di poter spiegare l’essenza delle cose e delle relazioni tra le cose per il fatto di aver individuato alcune relazioni di tipo matematico che si adatterebbero ad esse, ma che, per lui, sarebbero, di fatto, quelle cose e quelle relazioni tra cose.</p>
<p style="text-align: justify">Qui veniamo a Gemino di Rodi. Il suo posto nella filosofia della scienza sarebbe quello di avere esposto per primo una visione opposta a quella pitagorica per quanto concerne la spiegazione dei fenomeni.</p>
<p style="text-align: justify">Gemino di Rodi distinse nettamente le ipotesi matematiche dalle teorie sulla struttura del reale. Ciò significa distinguere tra l’operazione del &#8220;salvare i fenomeni&#8221; attraverso l’identificazione di relazioni matematiche che si soprapporrebbero ad essi, e l’operazione dello spiegare effettivamente l’essenza dei fenomeni, ovvero arrivare alla conoscenza del perché un certo fenomeno è quello che è. I pitagorici, in questo senso, per Gemino, non fornirebbero alcuna spiegazione del reale tracciando ipotesi in grado di salvare i fenomeni. I modelli matematici pitagorici delle relazioni tra fenomeni sarebbero dunque praticamente validi ma non necessariamente veri.</p>
<p style="text-align: justify">Da qui, in astronomia, nacque l’idea di potersi limitare all’invenzione di modelli matematici per salvare i fenomeni celesti, ovvero per descrivere ipoteticamente il loro movimento salvaguardandone l’apparenza, senza per questo, dunque, fornire una teoria su come di fatto si muovano i pianeti, su quale sia, di fatto, la loro natura. Tolomeo, nel II secolo, avrebbe, anche se solo in parte della sua riflessione e del suo lavoro, accettato questa idea, affermando di essere esclusivamente interessato a fornire il modello più conveniente del moto dei pianeti, pure tra diversi modelli sostanzialmente equivalenti nel salvare il fenomeno da un punto di vista matematico. Da qui, a noi, giunge il flebile lamento del pragmatista.</p>
<p style="text-align: justify"><b>Breve bibliografia</b></p>
<p style="text-align: justify"><b>- </b>John Loose, <i>Filosofia della scienza</i>. Il Saggiatore, Milano 2009.</p>
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		<title>La casa in collina. Pavese C.</title>
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		<pubDate>Sat, 11 May 2013 10:00:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giangiuseppe Pili</dc:creator>
				<category><![CDATA[Narrativa Italiana]]></category>
		<category><![CDATA[Analisi La casa in collina]]></category>
		<category><![CDATA[Belbo]]></category>
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		<description><![CDATA[Io non credo possa finire. Ora che ho visto cos&#8217;è la guerra, cos&#8217;è la guerra civile, so che tutti, se un giorno finisse, dovrebbero chiedersi: &#8211; E dei caduti che facciamo? Perché sono morti? &#8211; Io non saprei cosa rispondere. &#8230; <a href="http://www.scuolafilosofica.com/2894/la-casa-in-collina-pavese-c">Continue reading <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<div>
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<p style="text-align: justify;" align="center"><span style="color: #444444; font-size: 14px;">Io non credo possa finire. Ora che ho visto cos&#8217;è la guerra, cos&#8217;è la guerra civile, so che tutti, se un giorno finisse, dovrebbero chiedersi: &#8211; E dei caduti che facciamo? Perché sono morti? &#8211; Io non saprei cosa rispondere. Non adesso, almeno. Né mi pare che gli altri lo sappiano. Forse lo sanno unicamente i morti, e soltanto per loro la guerra è finita davvero.</span></p>
</blockquote>
</div>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;" align="right">Cesare Pavese</p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;"><i>La casa in collina</i> è un romanzo breve, o racconto lungo, ambientato durante la seconda guerra mondiale nella campagna torinese. Il racconto non ha una trama particolarmente elaborata e si riassume brevemente: un professore di scuole medie vive l&#8217;esperienza della guerra, prima indirettamente e poi in prima persona. Da principio sembra che il rombo della guerra sia solo lontano, ma poi si intensificano i bombardamenti, gli eserciti si avvicinano e quando avviene il crollo del regime fascista anche l&#8217;ultima sicurezza viene meno. Incominciano a dominare le paure per prossima guerra civile, il cui incipit è uno stato di attonicità sorda e inquieta, ma ancora calma, che rafforza la percezione della caducità del momento presente. Il protagonista è costretto ad abbandonare la casa di campagna in cui dimora, i suoi amici vengono dispersi ed è presto costretto ad allontanarsi da un fanciullo, che sospetta possa essere suo figlio. Dopo aver soggiornato in un convento, imboscato e fuggiasco, decide di ritornare a casa, tra il terrore della morte per le esplosioni e il rischio di essere trovato dai tedeschi o da qualche banda locale.<span id="more-2894"></span></p>
<p style="text-align: justify;"><i>La casa in collina</i> è un capolavoro della narrativa italiana dell&#8217;immediato secondo dopo guerra. La narrazione è in prima persona e ogni aspetto e ogni evento è lasciato filtrare dalla personalità inquieta e placida, allo stesso tempo, del protagonista, il quale è costretto a vivere in tempi di scelte di campo importanti (politiche, ideologiche, individuali&#8230;) suo malgrado. Si tratta del vissuto di un uomo che avrebbe fatto a meno di vivere i grandi eventi in cui si trova coinvolto, sia perché è una personalità incline alla solitudine e alla riflessione, sia perché caratterialmente schivo e privo di grandi ideali ed ambizioni. In questo senso, la grandezza del romanzo, e la sua principale peculiarità rispetto a molte opere simili, sta proprio nel fatto che non c&#8217;è nessun ideale da perseguire, nessun vero senso per delle scelte di campo nette e definitive. In controluce emerge la presenza di un dubbio sistematico e angosciante, che costringe e relega il protagonista ad un personale confino interiore, lontano dalle lotte di classe e politiche che di lì a poco avrebbero costretto il paese alla guerra civile e generale. Il protagonista è un realista convinto, nel senso che è in grado solo di limitarsi ai fatti e a qualche scarna considerazione politica, interessandosi molto di più all&#8217;aspetto propriamente morale, interiore della guerra. Egli mangia la realtà, la assimila ma non riesce a venirne fuori, prostrandosi all&#8217;interno di un&#8217;angoscia profonda e latente che si esprime in una sua imperitura &#8220;incapacità di amare&#8221;, come lo accusa la Cate, una delle principali figure del racconto. Ma la sua &#8220;incapacità di amare&#8221; è qualcosa di molto più profondo, più radicato. In fondo, non può dirsi l&#8217;Io di una persona egocentrica o egoista, o non più di altri. Lo stesso interesse per il mondo mostra chiaramente che egli sia più aperto di quanto non appaia. Ma la sua stessa apertura è una saracinesca, come di chi guarda il mondo e lo assimila senza essere in grado di comprendere le necessità di quella folla bruta che preferisce prendere chiare scelte di campo per darsi una ragione di vita o una identità definita che, molto spesso, è la stessa cosa. Ma il protagonista ha già una sua identità precisa, che non gli consente di avvicinarsi a quel mondo esterno così chiaro e oscuro allo stesso tempo.</p>
<p style="text-align: justify;">Il senso di morte, dell&#8217;altro e di sé, domina il cupo racconto di Pavese, nel quale non ci sono momenti o scene madri, ma è il dispiegarsi della coscienza progressiva dell&#8217;atto di morte di un mondo, di un paese, visto attraverso la propria angosciata esperienza di una guerra sostanzialmente priva di senso. Si combatte per sopravvivere, per quanto la stessa sopravvivenza sembra essere priva di interesse anche per chi la ricerca. Perché chi muore è morto e chi è vivo è vivo? Su cosa si cela la differenza, la distanza tra chi è rimasto e chi se n&#8217;è andato? Il mondo visto con la lente di ingrandimento costante della percezione del nonsenso della morte, almeno sotto questa sua forma. Ma Pavese sembra travalicare anche questo, quando descrive tutti i personaggi. Nessuno vive per qualcosa, vive perché sta al mondo, la peggiore forma di vita dopo quella delle amebe. Nessun personaggio sembra salvarsi dalla vuotezza estrema, nessuno riesce a &#8220;riscattare&#8221; il senso di morte perché ne è già interamente dentro. Questo è mostrato tanto dalla Cate e dai suoi amici rivoluzionari, quanto dai fascisti che, ormai, combattono per abitudine, come le stesse donne di campagna, così avvizzite interiormente da essere dimenticate e già morte anzitempo. Due sole le figure capaci di conferire un barlume di speranza: il cane Belbo e il fanciullo. Due figure destinate ad assumere una consistenza opaca, perché vivono in un mondo di spettri. Perché questo è il mondo lasciato filtrare dalla luce nella tenebra immensa di Pavese: un mondo di fantasmi.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">PAVESE CESARE</p>
<p style="text-align: justify;"><i>LA CASA IN COLLINA</i></p>
<p style="text-align: justify;">EINAUDI</p>
<p style="text-align: justify;">PAG. 165</p>
<p style="text-align: justify;">EURO: 10,50</p>
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