Archivio Tag: Filosofia del linguaggio

Il paradosso di Moore.

A cura di Pili Giangiuseppe              www.scuolafilosofica.com

Chi dice “Io so che p, ma non ci credo” si sta contraddicendo perché se sa che p, allora non può legittimamente non crederci.

Il paradosso di Moore è stato battezzato così da Wittgenstein e dal grande filosofo molto apprezzato perché, secondo lui, mette in luce l’assurdità di non credere ad una proposizione elementare che esprime un fatto, se affermata: “Oggi piove, ma io non ci credo”. Continua la lettura

Soluzioni del paradosso dell’ingannatore che non inganna nessuno.

A cura di Pili Giangiuseppe                     www.scuolafilosofica.com

Per una chiara enunciazione del problema e una possibile analisi, rimandiamo all’articolo già presente sul sito. In questa sede proponiamo alcune soluzioni proposte.

Soluzione della disgiunzione intenzione, credenza e atto linguistico.

Il problema dell’ingannatore che pur volendo mentire dice il vero, è stato affrontato a lezione di filosofia del linguaggio (pragmatica) insistendo su questi tre punti: esiste una distinzione tra intenzione di un parlante, la sua credenza in merito a qualcosa e l’atto linguistico che proferisce. L’idea chiave è sostenere che il punto più rilevante è l’intenzione con cui viene sostenuto un certo atto linguistico indipendentemente dall’atto linguistico stesso. Continua la lettura

Grammatica generativa e senso comune.

A cura di Pili G.,     www.scuolafilosofica.com

Searl mostra in modo molto intelligente come il punto di vista chomskiano sia controintuivo e, probabilmente, ciò sta alla base della scetticità che ha incontrato in ambito accademico. Non è raro nel mondo della scienza che chi si rivendichi scienziato non accetti poi le vere conseguenze d’esserlo.

La teoria “folk” del linguaggio è riassumibile in questi termini:

  1. Il fine della lingua è la comunicazione.
  2. Gli atti linguistici si possono studiare a partire dall’interazione con gli altri comportamenti manifesti non linguistici concomitanti.
  3. La comprensione dei meccanismi fisici che soggiacciono alla capacità linguistica sono ininfluenti per la descrizione del linguaggio stesso.
  4. L’analisi sintattica segue dall’analisi semantica.

Spieghiamo ciascun punto. Il linguaggio è un mezzo di comunicazione. Esso è definito in basa al fine, cioè all’intenzione associata al parlante. Se considerassimo il linguaggio privo di fine, dovremmo concluderne che esso esiste indipendentemente dall’intenzione del parlare. Ma ciò è contraddittorio nella misura in cui “parlare” implica l’intenzione. Inoltre, si può anche considerare come dato di fatto che il linguaggio sia usato in vista dello scambio di idee, di vedute o di ciò che si vuole. Continua la lettura

La Filosofia: quanto ancora c’è da dire.

          Pili G.,         www.scuolafilosofica.com

Inquadriamo il problema con alcuni dati di fatto.

Si incontrano molte persone. Si sentono molte opinioni e la maggior parte di queste non sono a favore della cultura, sebbene tutti, sostenitori e avversari, la usino per difendere se stessi dagli attacchi degli altri e la sfruttino per migliorare le proprie condizioni di vita. E’ un dato storico certo: la conoscenza è un problema che attiene a pochi. Non solo. Addirittura è una questione non del tutto necessaria, o sentita come tale, nemmeno per chi dovrebbe considerarla tale: nelle aule di scuola, nei corsi universitari, tra gli stessi scienziati.

A ben vedere, ci sono stati dei brevi momenti storici in cui la “cultura” è stata maggiormente ricercata e riconosciuta, per esempio negli anni ’50 del secolo scorso. Il motivo è da ricercarsi nell’economia: la qualifica culturale consentiva l’emancipazione dal lavoro manuale, sempre avversato dall’umanità. Ma quando manca il sostrato economico favorevole, ecco che i “problemi della conoscenza” ricadono al di fuori dell’interesse della massa. Continua la lettura

Critiche a Chomsky.

A cura di Pili G.,       www.scuolafilosofica.com

Riportiamo alcune critiche rivolte alla grammatica generativa da Searl e da Putnam in particolare.

  1. Chomsky non indica le regole di codifica del significato e duplica i livelli di riferimento.
  2. La sintassi non indica il modo di “sciogliere” le ambiguità.
  3. L’apprendimento linguistico consiste nel riconoscimento del contesto d’uso.
  4. L’espressione linguistica è sempre intenzionale.
  5. E’ davvero così breve il periodo necessario ai bambini per imparare a parlare?
  6. Se il linguaggio è innato, allora perché il bambino non impara a parlare da solo?
  7. Se il linguaggio è una facoltà innata della mente, allora perché non esiste uno e un solo linguaggio? Continua la lettura

Secondo me è tutta una questione linguistica. Analisi del linguaggio degli scacchi.

Era una questione personale. Tutto negli scacchi diventa una questione personale, il fatto e il non fatto, il detto a parole e soprattutto il non detto in alcun modo. In fin dei conti la madre di tutte le superstizioni è l’immaginazione, la volontà recondita di trovare cause sbagliate per eventi veri. Uno sguardo sbagliato si tramuta spesso in infinite interpretazioni: gli scacchisti sono sempre in bilico tra la verità e l’assurdo.

Nella casa del grande maestro lettone, Aron Nimzowitsch, si disputava una partita importante per nessuno tranne che per lui e per il geniale Capablanca, suo sfidante. Era ormai patta quando Aron lascia un pezzo in presa e così finisce la partita: una beffa. L’ironia alla dea invisibile degli scacchi non manca e si diverte spesso a vedere saltare i nervi. Ma, nonostante la provocazione divina, Nimzowitsch sembra essere tranquillo: fallace apparenza. Continua la lettura

La questione del linguaggio filosofico e del linguaggio comune.

Pili G., www.scuolafilosofica.com

Uno dei problemi eterni e speculari a quello della conoscenza è senza ombra di dubbio quello se il linguaggio comune sia sufficiente a dare spiegazioni o no. Il fatto evidente è che il linguaggio comune è ricco di ambiguità ed è spesso veicolo di pregiudizi ( in proposito si potrebbe anche leggiucchiare quello che per caso scrissi su Anassimandro… ).

La disputa è molto accesa e i sostenitori della visione “filosofica” del linguaggio sono generalmente pensatori di stampo platonico, mentre quelli che prediligono il senso comune sono di matrice aristotelica-empirista. Continua la lettura

Lacan e la pragmatica: direzione per una psicoanalisi scientifica.

 Io non faccio alcun tipo di filosofia, anzi diffido della filosofia come della peste.

Jacques Lacan – Il trionfo della religione

Schema dell’articolo.

1. Lacan in brevissima e per quello che qui ci interessa.

2. Verso una psicoanalisi scientifica.

3. Lacan con Grice.

4. Lacan con contestualismo.

5. Nota conclusiva.

6. Bibliografia minima.

1.  Lacan in brevissima e per quello che qui ci interessa

Che l’inconscio è strutturato come un linguaggio significa semplicemente che questo si mostra nel dire del soggetto, ovvero nel suo linguaggio, e ne segue le regole. Segue immediatamente che l’inconscio può essere colto nel linguaggio. Continua la lettura

Pragmatica cognitiva. Bianchi C.

A cura di Giangiuseppe Pili        www.scuolafilosofica.com

Non è un libro di storia della filosofia, non solo. E’ un’introduzione completa ed esaustiva alle più recenti teorie pragmatiche. La pragmatica è l’analisi del linguaggio ordinario, vale a dire, non delle convenzioni linguistiche che definiscono un termine, cioè la semantica, ma neppure delle regole di grammatica, cioè la sintassi. Il problema della pragmatica è quello di definire i meccanismi che stanno alla base della comunicazione. L’intenzione del proferimento è il punto di base della comunicazione il cui interesse è più su ciò che viene lasciato intendere piuttosto che di quello che viene letteralmente detto. Continua la lettura