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L’Etica della conoscenza socratico-platonica.

A cura di Pili Giangiuseppe                                    www.scuolafilosofica.com

“So di non sapere”, la frase di Socrate dalla quale prende avvio tutta la sua ricerca. Una frase che lascia aperte alcune questioni: se siamo certi di non sapere, quando è che possiamo, invece, dire di conoscere?, la conoscenza ha implicazioni etiche oppure no. Delle due l’una. Il problema è chiaramente il fondamento ultimo della conoscenza e, contemporaneamente, della vita pratica.

Con il termine “etica” si intendono cose assai diverse. In primo luogo si intende la “morale”, un insieme di regole scritte o non verbali alle quali bisogna aderire, in questo modo “morale” ed “etica” hanno il medesimo significato. Con “etica” si intende anche lo studio dei costumi sociali di una certa popolazione: l’etica degli Stati Uniti è riassunta nel “Self made man”, l’uomo che “si è fatto da solo”. Ma c’è anche un’ulteriore interpretazione possibile della parola “etica”: il comportamento dell’uomo in quanto uomo, ovvero lo studio dell’azione virtuosa. L’etica, in quest’ultimo significato, intende rispondere alla domanda: “come si deve agire?”

Il problema del significato della parola “etica” riassume le possibili prospettive di problemi, in realtà, assai diversi. Il problema “morale” è di due generi almeno: la morale è un complesso di regole, stabilite dalla prassi o dall’abitudine o dalla storia. Esempi di morali sono le religioni, tutte dotate di un corpus di regole irremovibili e indiscutibili. Un problema morale è la soluzione di possibili contraddizioni di all’interno di un contesto in cui una determinata morale sembra entrare in conflitto. Un altro problema morale è il tentativo di dare una giustificazione valida di certe regole, le regole della stessa impostazione morale. In questo caso, essendo l’oggetto del discorso proprio la giustificazione stessa della regola, si parla di meta-morale così come si parla di metalinguaggio rispetto ad un linguaggio oggetto in semantica formale.

Se l’etica coincide con la morale allora i problemi detti sopra sono problemi etici. Oggi se ne pongono in abbondanza. In realtà, questi problemi sono solo di facciata, superficiali, e non intaccano quasi mai questioni veramente profonde perché non sono i problemi ma le soluzioni ad andare sin dentro la profondità delle cose e degli uomini. Gran parte dei problemi di bioetica, tra i quali quello della clonazione, sono semplici facciate per nascondere altri tipi di inquietudini: l’animo umano è fatto in modo tale che si ribelli ad ogni cosa di cui ha paura, per ragioni valide o assurde. Ma quando le ragioni sono assurde, dunque non sono vere e proprie “ragioni” ecco che ancor più facilmente cade nel panico e dice e fa cose senza senso in nome della paura. Il tempo e la ragione impongono solo lentamente il loro ordine. Il presente è sempre impietoso.

Ad ogni modo, l’etica non necessariamente coincide con la morale, viene a coincidere con essa qualora sia fondata su delle regole o abitudini. Infatti, l’Etica si pone come obbiettivo quello di indicare le proprietà formali delle azioni virtuose. L’etica del dovere, per esempio, sosterrà che l’azione etica virtuosa è quella posta dal dovere: l’assolvimento del dovere coincide con l’azione giusta. Azione virtuosa e azione giusta. Ecco che ci ricongiungiamo a Socrate.

Socrate durante tutto l’arco della sua ricerca, aveva ricercato la conoscenza dei principi astratti, di virtù, come il coraggio, la giustizia etc.. Alla sua morte, rimaneva aperto il quesito: quale è l’azione giusta, da dove essa nasce e come fare a spiegarla. I dialoghi giovanili di Platone sono incentrati su questo tema ma non arrivano a dare conclusioni certe, tratteggiano il problema, lo delineano ma non lo risolvono.

Le strade per la fondazione dell’etica sono principalmente due[1]: o si fonda sulla conoscenza, o si fonda sull’abitudine. La fondazione dell’etica sull’abitudine implica una visione antropologica abbastanza diversa da chi fonda l’etica sulla conoscenza. In un caso, l’uomo agirà in virtù della ragione o della conoscenza, nell’altro caso, agirà a partire da desideri e dalla volontà. L’abitudine non implica necessariamente una perdita di intersoggettività: essa può essere un’abitudine comune, accettata dai più o generata automaticamente dalla nostra natura.

Platone procede per definizioni e domande. Egli nota che ciò che v’è di comune tra tutte le azioni virtuose è la virtù: la comunanza tra gli atti di coraggio è che tutti rimandano a quell’unico concetto che è, appunto, il coraggio. Le azioni virtuose sono, però, diverse in quanto esistono molti generi diversi di virtù: esiste il coraggio, la prudenza, la temperanza… In questo senso, l’evidenza successiva è: se tutte le azioni virtuose sono accomunate dall’idea di virtù particolare, ce ne deve essere una più generale che le racchiuda tutte. Questa è l’idea di sapienza. L’idea della sapienza è presente in tutte le virtù ed è alla base di tutte le azioni virtuose dell’uomo.

In altre parole, la conoscenza è la base delle azioni dell’uomo. Ciò non significa che tutte le azioni umane siano azioni virtuose. L’uomo agisce per tanti motivi, solo raramente in nome della ragione o di una chiara conoscenza. Per lo più, egli si lascia condurre dalla vita e dalle cose. In questo senso, il problema etico di Platone non è tanto la genesi, per così dire, naturale della decisione o dell’azione, quanto dare una risposta al problema di “come si deve agire”. Il problema platonico è essenzialmente normativo e a priori.

Non c’è azione che non sia ascrivibile in qualche forma di conoscenza. Il che non significa che tutte le conoscenze siano identiche. C’è la conoscenza per sensazioni, per immagini, per ragioni. L’atto virtuoso è quello che nasce da una visione adeguata delle cose in quanto solo una volta che ho preso atto delle varie possibilità posso determinarmi per quella migliore. L’idea di Platone è semplice: se so, allora agisco per il meglio e non posso non agire secondo virtù. Questo perché se comprendo l’idea stessa a priori che deve fondare la mia azione, riconosco immediatamente la possibilità migliore e mi determinerò per quello nell’immediata situazione presente. Egli, potremmo dire, ha una visione “matematica” dell’etica giacché l’azione nasce, di fatto, da una conoscenza del reale in modo che la somma delle possibilità determini quale è la migliore. Non ce n’è più di una: solo una è l’azione virtuosa. In questo senso, se io conosco adeguatamente il mondo, non si vede per quale ragione non possa fare il bene.

Il bene è dunque il risultato dell’attività conoscitiva ed è ricercato in sé e per sé. Il bene è il fine ultimo dell’azione virtuosa e non abbisogna di ulteriori giustificazioni. Il bene, però, non è perseguibile se non attraverso una precisa conoscenza, in quanto non si persegue a caso o a partire dall’ignoranza. Tra tutte le possibilità di una data situazione, senza una adeguata analisi, c’è una possibilità infinitesima che io compia l’azione giusta e anche qualora abbia tanta fortuna, non saprei di averla avuta e non potrei sperare di avere la stessa sorte nell’azione successiva in quanto le probabilità di fare la cosa giusta a caso sono irrilevanti.

Per avere un’idea di questa visione etica prendiamo prima il caso del gioco degli scacchi e poi di quello del poker e mettiamo in pratica l’impostazione di Platone. Nel gioco degli scacchi, si possono calcolare praticamente infinite varianti, come è dimostrato dal computer. Quando giochiamo a scacchi, non ci appelliamo alla sorte per la vittoria o la sconfitta perché qualsiasi mossa sia stata giocata, è opera di una certa conoscenza, adeguata o meno. Se un giocatore calcolerà precisamente le mosse e se valuterà bene le posizioni di là da venire, riconoscerà qual’è meglio e qual’è peggio e definirà la sua situazione a partire da questo calcolo. In ultima analisi, un giocatore di scacchi si distingue dagli altri proprio per la capacità di attingere ad un bagaglio di conoscenza e poterlo potenzialmente ampliare in partita, nella situazione. Un giocatore di scacchi alle prime armi avrà difficoltà di calcolo e farà enormi errori di valutazione: egli non conosce abbastanza gli scacchi e tendenzialmente si lascerà guidare dal caso. Per tale ragione chi conosce, riconosce la possibilità migliore e, di conseguenza, si muoverà in tal senso. Viceversa, un giocatore scadente, tenderà a fare mosse a caso. Una mossa debole sarà giocata da una considerazione sbagliata, da una ignoranza: sarebbe assurdo immaginare che pur conoscendo il meglio, faccio il peggio a meno che, per qualche ragione di ordine psicologico, non mi dimentico immediatamente il ragionamento appena fatto. Così, le probabilità che un giocatore di scacchi alle prime armi giochi una partita senza errori è praticamente impensabile perché le probabilità di giocare bene senza ragione sono puramente irrisorie: è possibile in linea di principio, ma, di fatto, impossibile.

Per quanto riguarda una partita di Poker a cinque carte, possiamo sempre fare una analisi di questo genere. Platone, preferirebbe giocare a scacchi piuttosto che a poker, perché è messo nelle condizioni di determinare le proprie decisioni in maniera chiara e non fondata sull’ignoranza. Ma la sua impostazione si può immaginare anche in una partita a poker: un bravo giocatore di poker non gioca con l’istinto ma col calcolo delle probabilità. Una probabilità è una possibilità che, in linea di calcolo statistico, è più attendibile, prevedibile rispetto ad un’altra, ugualmente possibile. Dunque, se ho un tris, vedo che l’altro ha preso una carta, le cose sono: o ha poker, o full, o ha colore, o ha scala o doppia coppia o non ha nulla. In questo senso, il tris batte la doppia coppia o la carta più alta, ma perde con la scala o il colore, in altre parole, ha il 4/6, cioè i 2/3 di pura di possibilità di perdere. Io invece ho una possibilità su tre di vincere. Questo calcolo, come si vede, mostra chiaramente quali sono le possibilità, cioè dice esattamente le cose come stanno. Il fatto che io non possa sapere le carte dell’altro, non toglie che so posso approssimativamente stimare i pro e i contro di una azione scelta in nome dell’insicurezza. Infatti, Platone potrebbe perfettamente dire che la scelta di un giocatore di poker nasce ugualmente dalla conoscenza, in questo caso, la conoscenza della probabilità. Anche perché possiamo benissimo procedere oltre nella valutazione della situazione: il poker è una possibilità estremamente remota, così come il full. Dunque possiamo togliere due possibilità e arriviamo al 50%. A questo punto, posso tener conto che ci sono tredici carte dello stesso seme e averne cinque nello stesso momento di uguale è una possibilità remota: ho una possibilità su quattro ogni volta che pesco una carta di prendere una di stesso colore, dunque, esattamente 1/55 di avere quattro carte di stesso seme. Insomma, il nostro tris ha di fatto una buona possibilità di vincere. Naturalmente, ci sono altre regole di prudenza, per esempio, è sconsigliabile giocare un “all in” con un semplice tris. E così via.

In ultima analisi, abbiamo messo alla prova la visione etica di Platone e abbiamo visto come egli, in ultima analisi, faccia appello alla conoscenza come ragione necessaria e sufficiente dell’azione. I filosofi successivi criticheranno questa posizione o scalzando la ragione dalle possibilità di “movente” di un’azione, oppure dalle possibilità di essere decisiva nella decisione. Aristotele, per esempio, dirà che la ragione è una pura unità di calcolo, in questo senso, non è capace di determinarsi ma è solo determinabile. Lo stesso, per esempio, diranno Locke e Hume. Kant, sebbene in una prospettiva “morale”, dirà, invece, che solo la ragione potrà indirizzarci verso la determinazione del sommo bene: la legge morale è posta esclusivamente dalla ragione. C’è da segnalare questa particolarità del pensatore tedesco perché la legge morale è di natura formale e di carattere intersoggettivo. Platone, in realtà, avrebbe probabilmente detto che l’azione, sebbene portata da una ragione universale e universalmente condivisibile, non è, però, uguale per tutti: egli avrebbe notato come tutti agiscono giustamente al momento giusto: l’azione è solo nel concreto.



[1] Sono molte, in realtà, ma le più importanti e le più indagate sono sostanzialmente di due generi.


Giangiuseppe Pili

Giangiuseppe Pili è Ph.D. in filosofia e scienze della mente (2017). E' stato assistant professor ed è il fondatore di Scuola Filosofica, coordinatore dell'associazione Azione Filosofica ed è il responsabile della collana dei libri di Scuola Filosofica. Egli è autore di numerosi saggi e di diversi articoli in riviste internazionali. In lingua italiana ha pubblicato numerosi lavori e libri. Scacchista per passione. ---- ENGLISH PRESENTATION ------------------------------------------------- Giangiuseppe Pili - PhD philosophy and sciences of the mind (2017). He is a former assistant professor in intelligence studies and he is the founder of Scuola Filosofica (Philosophical School) and the Co-Founder of the philosophical association Azione Filosofica (Philosophical Action). He is the editor in chief of the collective series of books based on the blog (Le Due Torri - Publisher). He is a prolific author nationally and internationally. He is a passionate chess player and (back in the days!) movie maker.

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