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I tre generi di conoscenza: oggettivale, competenziale, proposizionale[1].

La parola “conoscenza” ha diversi significati in relazione a ciò che intendiamo con l’oggetto conosciuto. Per esempio, quando si dice che “C’è una FIAT punto di fronte a me” vogliamo dire che vediamo di fronte a noi un’automobile. Ma se diciamo “Luisa sa andare in bicicletta” non intendiamo dire che c’è un qualche fatto nel mondo tale che “Luisa sa andare in bicicletta” è vera, quanto che essa è vera solo se Luisa sa compiere una serie complessa di azioni in modo tale da riuscire a muoversi sopra una bicicletta. C’è ancora un terzo caso: “Io so che c’è un odioso bambino che gioca a calcio fuori dalla porta di casa”. Questo terzo caso non riguarda la conoscenza percettiva di un certo fenomeno (il bambino che gioca) quanto che penso una determinata proposizione (C’è un bambino odioso che gioca…) ed essa è vera. Se fosse falsa, non diremmo di sapere.

Dunque, il primo tipo di conoscenza attiene a quella che potremmo chiamare “percettiva”, “immediata”. Il termine “oggettuale”, ripreso dal saggio di Nicla Vassallo Teoria della conoscenza, rievoca l’idea che noi abbiamo una conoscenza non verbale di determinati fatti. Con “non verbale” bisogna intendere “non deduttiva”, non derivata da inferenze ma posta immediatamente dai sensi. Così quando mi affaccio alla finestra e vedo ciò che vedo, so automaticamente cosa c’è e cosa non c’è al di fuori di casa mia. Questo genere di conoscenza è stata considerata la base di ogni nostro sapere dalla dottrina empirista giacché essa garantisce di ricavare le informazioni direttamente dall’esterno. Il mondo si rivela per quello che è attraverso la percezione.

Questa presentazione è piuttosto intuitiva, perché non è specificato, ad esempio, se con “percezione” vada inteso il singolo dato atomico di senso o, piuttosto, l’intera rappresentazione: quando dico “vedo una macchina” ciò che percepisco è l’intera automobile oppure una serie di punti ideali di colore? Il problema non è dappoco perché se nel primo caso noi visualizziamo un oggetto interamente, nel secondo la riunione dei singoli punti in un’idea complessa non nasce direttamente dalla percezione. Però, si può discutere del fatto che possiamo avere una visualizzazione diretta di un oggetto che non sia in qualche modo mediata da conoscenze precedenti, in particolare, da conoscenze non-percettive. Comunque, la posizione e la relativa critica mostrano che c’è un senso forte in cui la conoscenza dipende in qualche misura dai sensi e in qualche misura no. Se vedo una motocicletta la distinguo da una macchina, ma, siccome non sono un esperto, non la distinguo da un’altra motocicletta. Un esperto invece si, si può dire, dunque, che l’esperto ed io vediamo due cose diverse sebbene abbiamo le medesime percezioni. Per fare un secondo esempio più elevato, Galileo, che vedeva la terra ruotare attorno al sole, aveva una rappresentazione diversa della medesima percezione rispetto a Tolomeo che riteneva il sole girare attorno al nostro pianeta. In effetti, questo è quel che si dice “vedere le cose in modo diverso” non è che si vedano due cose diverse, ma la medesima in dissimili modi.

Il sapere competenziale è un “saper fare”. Se dico “So giocare a scacchi” intendo dire che conosco le regole degli scacchi e sono abbastanza abile da poter affrontare una sfida senza cadere al di fuori delle regole. Questo genere di conoscenza riguarda la praticità, è un’abilità.

Infine, c’è sapere proposizioni. Questo genere di conoscenza è quella che abbiamo maggiormente sviluppato nel corso del tempo e anche spontaneamente. Ciò è dovuto a diverse ragioni. In primo luogo, la conoscenza di proposizioni non implica necessariamente la percezione: noi possiamo sapere che una certa frase è vera, anche senza poterla verificare. Per esempio, noi sappiamo che la bomba nucleare è un ordigno che causa una grande esplosione e radiazioni a lungo periodo anche senza averla vista direttamente né aver provato se le radiazioni ci siano oppure no. La conoscenza scientifica si affida in gran parte alla conoscenza proposizionale. Le teorie scientifiche sono degli schemi di ragionamento tali per cui possiamo compiere delle predizioni dal passato. Tali predizioni avvengono sostanzialmente dalla generalizzazione di precedenti e deduzioni di conseguenze a partire da relazioni tra proposizioni che sappiamo vere. Ciò avviene anche comunemente, per esempio, possiamo dire di sapere che “l’acqua bollirà se portata a cento gradi” anche senza procedere nella verifica immediata. Facciamo caso: “io so che l’acqua bolle a cento gradi”, questa proposizione la conosco non perché ho mai verificato che l’acqua bolle effettivamente a cento gradi, ma perché ho studiato dei rudimenti di fisica e le leggi per cui l’acqua bolle a cento gradi (a livello del mare). La conoscenza proposizionale è quella più interessante perché consente di fare inferenze nonché di operare generalizzazioni. Questi due presupposti hanno fatto sì che la società umana abbia investito grandi risorse nella diffusione di questo genere di conoscenza. D’altra parte, la maggioranza delle nostre “conoscenze” non ci pervengono direttamente dall’esperienza ma sono mediate attraverso la testimonianza di altri oppure ci pervengono da ragionamenti verbali o, in generale, da deduzioni in linguaggi formali quel tanto che basta da consentirci di derivare delle conclusioni da premesse.

Si può osservare che questi generi di conoscenza siano legati: “Sapere giocare a scacchi” implica prima di tutto saper distinguere i pezzi propri da quelli avversari, poi riconoscere i vari pezzi etc.. Dunque, un “saper-fare” implica il “saper come” e il “saper cosa”. Cioè, noi dobbiamo sapere di cosa si tratta il gioco degli scacchi e come questo avvenga per poter poi effettivamente giocare. Possiamo anche dire che “saper giocare a scacchi” richiede anche il sapere-oggettuale giacché è ben difficile muovere i pezzi secondo regole senza aver la minima idea di cosa sia una scacchiera. Non è un caso, che anche i ciechi dispongano di scacchiere speciali per riconoscere le posizioni e giocare.

Sebbene i tre generi di conoscenza siano variamente interrelati, bisogna cercare di distinguere i tre concetti che, comunque, possono essere distinti in casi limite. Il primo caso limite è la conoscenza del colore: “io so di vedere rosso” solo se vedo rosso. Non c’è ragionamento né dipende da un fare. “Vedo rosso” solo se vedo rosso. Il secondo caso limite è il saper respirare: non c’è nessun requisito né di saper-cosa né di saper-come nel saper-respirare. Respiriamo e basta, come pensiamo e basta, come ci muoviamo e basta (quando il movimento è involontario).  Il terzo caso limite è la deduzione logica o le inferenze geometriche e matematiche: a→b, a dunque b; è la più celebre delle inferenze, il modus ponens. Essendo una legge logica essa dipende interamente dal linguaggio formale e dai suoi simboli e regole di deduzione, dunque, non c’è bisogno di nessuna percezione per sapere che se “a implica b, a dunque b” è vera.


[1]I temi trattati nel seguente articolo sono stati esposti da  Vassallo N., Teoria della conoscenza, Laterza, Roma-Bari, 2003.


Giangiuseppe Pili

Giangiuseppe Pili è Ph.D. in filosofia e scienze della mente (2017). E' attualmente assistant professor ed è il fondatore di Scuola Filosofica, coordinatore dell'associazione Azione Filosofica ed è il responsabile della collana dei libri di Scuola Filosofica. Egli è autore di numerosi saggi e di diversi articoli in riviste internazionali. In lingua italiana ha pubblicato numerosi lavori e libri. Scacchista per passione.

One Comment

  1. Mauro FaggioliMauro Faggioli aprile 24, 2017

    Ottimo articolo e molto stimolante, complimenti!

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