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Scuolafilosofica Posts

Il libro della giungla – Rudyard Kipling

E’ arrivato nudo, di notte, solo e affamato; eppure non aveva paura! Guarda, ha già spinto da parte uno dei miei piccoli. E quel macellaio storpio l’avrebbe ucciso e sarebbe fuggito nella valle del Waingunga, lasciando che i contadini, per vendicarsi, facessero strage di tutta la nostra cucciolata! Se voglio tenerlo? Sicuro! Sta’ tranquillo, piccolo ranocchio. Arriverà il giorno in cui tu, Mowgli – perché così ti voglio chiamare “Mowgli il Ranocchio” – darai la caccia a Shere Khan come lui ha dato la caccia a te.

Raksha – Rudyard Kipling

Il libro della giungla (1894) è un libro del premio Nobel per la letteratura, Rudyard Kipling (il cui nome “Rudyard” gli era stato conferito perché i genitori si erano fidanzati sulle rive del lago Rudyard), autore di libri come KimCapitani coraggiosi. Kipling era nato in India ma non vi rimase tutta la vita. Figlio di inglesi, fu un esponente sia in vita sia nei testi della “vita imperiale vittoriana”, di cui fu uno dei massimi cantori – esempio per tutti è la raccolta di poesie Il fardello dell’uomo bianco, il cui titolo oggi fa venire la pelle d’oca a quasi tutta l’Europa, monito di quello che si vuole dimenticare della nostra “storia europea”. Il libro della giungla sicuramente non sfugge in modo significativo alla visione del mondo di Kipling.

Aspetti evolutivi del pensiero ecologico

Gentili lettori:

Desidero segnalare l’uscita del mio ultimo lavoro sul ragionamento morale ed ecologico dei bambini, scritto a quattro mani insieme al Prof. Luca Surian (Università di Trento). La pubblicazione è disponibile qui oppure sul sito della rivista. Di seguito, invece, riporto la copertura giornalistica offerta da Brainfactor. Buona lettura.

Riscaldamento globale, inquinamento acustico e atmosferico, scarsità d’acqua, perdita di biodiversità, sono solo alcuni tra i molti problemi ambientali che minacciano lo sviluppo ecosostenibile del nostro pianeta. Molti di questi problemi dipendono da decisioni e comportamenti umani. Forse, allora, nel tentativo di generare un’inversione di rotta, e, ad esempio, pianificare interventi educativi per le nuove generazioni o favorire un cambiamento culturale rispetto ai temi dell’ambiente, può essere utile capire come le persone ragionano e come il loro ragionamento si sviluppa nei primi anni di vita.

Boxe e Filosofia – Riflessioni in libertà sullo spirito di uno sport

  1. Un piccolo preambolo

Per quanto possa apparire incredibile, dal basso della mia notoria indisciplina psicofisica, ho praticato diversi sport. In ordine: calcio (1 anno), calcetto (3 anni), canoa (15 anni), canottaggio (4 mesi) e ho girato 4 palestre per almeno 4 anni di esercizi, riuscendo una volta svenire e con risultati più o meno inutili. Sono tutti sport sicuramente interessanti e la mia affidabile canoa mi ha portato in tanti posti meravigliosi della Sardegna (da Pula a Carloforte, dall’Isola di san Macario al faro di Capo Ferrato). Ho tracciato tragitti, esplorato da solo e in tandem posti meravigliosi come il pan di Zucchero e porto Flavia. Ho ormai un equipaggiamento degno di un vero esploratore e una competenza in materia di canoe piuttosto avanzata.

Ma ho sempre avuto un piccolo desiderio. Ho sempre voluto provare uno sport di combattimento. Per questo ho fatto una lezione di prova di Aikido con il bravissimo Stefano Sabatini. Ma non era qualcosa fatto per me. Sono probabilmente troppo occidentale, per quanto nell’arte della guerra il mio amore per Sun Tzu non è sovrastato neppure da quello pur generoso per un Clausewitz o Liddell Hart, gli altri due autori su cui mi sono formato. Da tempo volevo fare Boxe. Quasi cinque mesi fa ho iniziato e spero che la mia vita mi conceda di continuare a lungo.

Mito, Simbolismo e Scienza

Joseph Campbell sostiene in Mito e Modernità [1] che nei miti risiede quel tipo di saggezza che ha permesso agli uomini di sopravvivere nel corso dei millenni e che perfino nel nostro vivere quotidiano si palesa il legame con le diverse tradizioni del passato. Scopriamo residui del mito nelle nostre azioni, nei nostri sentimenti, nei labirinti della psiche ed echi antichi nei moderni miti del progresso scientifico.

Nel Gioco Immortale di David Shenk si racconta un aneddoto dell’antica India dove gli scacchi sono un simbolo per conoscere verità nascoste. [2] Una regina aveva designato il suo unico figlio come erede al trono, ma il giovane era stato assassinato. I consiglieri del regno, cercando un modo adatto per comunicare alla sovrana la tragica notizia, si erano rivolti a un filosofo. Dopo tre giorni di silenzio e meditazione, il filosofo aveva incaricato un falegname di scolpire 32 figurine in legno di colore bianco e nero e di tagliare una pelle conciata a forma di quadrato dove venivano incisi 64 quadrati più piccoli. Sistemate le figurine sulla scacchiera, si era rivolto ad un suo discepolo dicendogli: “Questa è una guerra senza spargimento di sangue”. Dopo avergli spiegato le regole del gioco, avevano cominciato a giocare. Presto si era sparsa nel regno la voce di una misteriosa invenzione e la regina aveva convocato il filosofo per una spiegazione. Era rimasta ad osservare il filosofo mentre giocava col suo discepolo e quando uno dei contendenti aveva finalmente dato lo scaccomatto all’avversario, la regina, comprendendo il messaggio nascosto nella rappresentazione simbolica, si era rivolta al filosofo dicendo: “Mio figlio è morto”. Il filosofo aveva annuito e la regina si era allora rivolta alla guardia reale del palazzo dicendogli : “Lascia che il popolo entri a consolarmi.” Storie simili sono centinaia, forse migliaia. Quando le veniamo a conoscere non importa tanto sapere se siano storicamente accertate, quanto il messaggio simbolico che esse esprimono.

Contro certi ismi…

Nel paragrafo Perché Dio?, del capitolo La conoscenza e il significato della vita umana, del libro Perché ancora la filosofia (Editori Laterza 2008), il filosofo Carlo Cellucci scrive: «Dopo tutto, prima di Russell anche Spinoza aveva affermato che lo scopo e il significato ultimo della vita umana “è la conoscenza dell’unione che la mente ha con tutta la natura”. La vita umana ha effettivamente un significato, nel senso che ciascuno di noi bene o male ne dà uno alla propria, ma non vi è alcuna prova che Dio esista, né che esista un disegno di Dio a cui la vita umana è chiamata a contribuire. Perciò, che la vita umana abbia un significato, non significa che essa abbia uno scopo e un significato ultimo» (p. 479).

Terre di sangue – L’Europa nella morsa di Hitler e Stalin | Timothy Snyder

To dismiss the Nazis or the Soviet as beyond human concern or historical understanding is to fall into their moral trap. The safer route is to realize that their motives for mass killing, however revolting to us, made sense to them. Heinrich Himmler said that it was good to see a hundred, or five hundred, or a thousand corpses lying side by side. What he meant was that to kill another person is a sacrifice of the purity of one’s own soul, and that making this sacrifice elevated the killer to higher moral level. This was an expression of a certain kind of devotion. (…) It was Gandhi who noted that evil depends upon good, in the sense that those who come together to commit evil deeds must be devoted one to the other and believe in their cause. Devotion and faith did not make the Germans good, but they do make them human. Like everyone else, they had access to ethical thinking, even if their own was dreadfully misguided.

Timothy Snyder

Bloodlands – Europe Between Hitler and Stalin è un libro di Timothy Snyder, uscito per la prima volta nel 2010, tradotto in italiano (2015) con il titolo Terre di sangue – L’Europa nella morsa di Hitler e Stalin. E’ un libro la cui tesi storiografica è molto semplice ma anche intelligente e controintuitiva. Infatti, a quanto pare nessuno prima di Snyder, professore a Yale, si è reso conto che la zona di territorio che va dalla Germania-est sino, sostanzialmente, alla linea che va da San Pietroburgo-Mosca e Volgograd, è stata l’area del mondo in cui quattordici milioni di persone sono morte a causa dell’interazione del regime Nazista con il regime comunista-stalinista.

“Nella soffitta di mia zia”, ovvero un albo illustrato di tutto rispetto

“Nella soffitta di mia zia” è un albo scritto e illustrato da Andy Goodman, pubblicato nel 2012 da Corraini Edizioni. Dopo la morte della zia Mable, il nipote si domanda cosa mai essa possa avergli lasciato in eredità. Sarà forse la casa delle bambole? O il manichino da sarta? Povero nipotino! Tutto, in quella soffitta, sembra essere destinato a qualcun altro. Così, attraverso le illustrazioni, il lettore è in grado di farsi strada nella grande casa della zia, raggiungendo rapidamente la meta finale nella quale si svilupperà il racconto, ovvero la soffitta.

[Segnalazione] Economic Warfare, il nuovo quaderno della Società Italiana di Storia Militare

Cari lettori di SF,

E’ con mio grande piacere annunciare l’uscita del nuovo quaderno della Società Italiana di Storia Militare (SISM), Economic Warfare Storia dell’arma economica. Il quaderno è fruibile direttamente da open source di diverso tipo e a breve dal sito stesso della SISM. Economic Warfare è un lavoro di altissimo rilievo scientifico, curato dal prof. Virgilio Ilari e il prof. Giuseppe Della Torre. Tra i contributi ci sono alcuni massimi studiosi italiani del settore (come Carlo Jean e Gastone Breccia) e un contributo del sottoscritto, Giangiuseppe Pili. Come già da diversi anni, il SISM propone dei materiali di grande rilievo scientifico e liberamente fruibili anche per tutti gli utenti del web. Anche quest’anno SF vuole contribuire alla promozione del volume, sperando che anche voi lettori di SF possiate essere interessati a questo genere di tematiche che, per altro, trovano ampio spazio dentro l’universo di Scuola Filosofica. Invito, dunque, a leggere questo monumentale lavoro, Economic WarfareStoria dell’arma economica per scoprire la storia del nostro presente, che ci vede tutti all’interno di una guerra economica senza pace e senza tregua.

Un caro saluto a tutti voi e un personale augurio di buona lettura,

Giangiuseppe Pili

L’Italia di Mussolini – Richard Bosworth

In più, la dittatura fascista (al pari di tante altre) era profondamente corrotta: i tirapiedi di Mussolini avevano il muso in tutte le mangiatoie. Se è vero che le élite di governo sono sempre avide, è anche vero che alcune lo sono più di altre. Sotto il fascismo prosperavano i rapporti clientelari, e quella forma di referenza nota come “raccomandazione” costituiva una componente ineludibile della vita sociale. Come tattica per farsi strada nella vita, Roberto Farinacci, fascista per antonomasia, prototipo del ras rude e coriaceo, non indicava una qualche professione di fede ideologica, ma una ben comune panacea: “io non dimentico mai gli amici”.

Richard J. B. Bosworth

 

L’Italia di Mussolini dello storico australiano, Richard Bosworth, è un libro edito per la collana dei classici della storia, i prestigiosi Meridiani della Mondadori. Si tratta di un libro peculiare e sicuramente è una lettura che arricchisce il lettore. Il testo, infatti, non si presenta come una ricostruzione cronologica del solo regime o la biografia di questo o quel gerarca (Bosworth, per altro, è autore di una biografia di Mussolini). Non si tratta propriamente di una storia sociale. Il testo è una restituzione della polifonia italiana durante il periodo fascista.

L’obiettivo del libro non è quello di proporre una “storia unitaria” del regime o dell’Italia fascista. Lo storico si prefigge, invece, l’obiettivo di mostrare la molteplicità degli aspetti del regime “totalitario” fascista, attraverso la narrazione di tante storie. La narrazione è resa unitaria perché segue l’evoluzione del regime e della storia italiana in modo cronologicamente rigoroso e segue sostanzialmente delle grandi categorie storiche. Tuttavia, i capitoli si imperniano su una ricostruzione dal basso, della vita dei singoli cittadini durante gli anni della dittatura. Questo rende il libro estremamente piacevole da leggere e, sicuramente, non del tutto convenzionale. La figura del Duce non è al centro del libro, come non lo è la prassi politica. Il mondo politico del fascismo e dell’Italia viene mostrato in modo indiretto ma non meno chiaro e incisivo.

Storia della follia nell’età classica. Michel Foucault

Storia della follia nell’età classica (1961) è un trattato di Michel Foucault, scritto come dissertazione dottorale, per altro rifiutata prima da una università scandinava e poi accettata, ma senza grandi elogi, in Francia. Si tratta probabilmente di uno dei testi fondamentali del filosofo francese, già pienamente espressione di quella “archeologia del sapere” che egli intendeva proporre come sua prospettiva filosofica, a suo modo, neo-illuministica.

Uno dei valutatori della tesi di Foucault aveva osservato che il libro non è né propriamente una “storia” né propriamente una analisi filosofica. E’ difficile non concordare con questo giudizio, per quanto non si possa negare il peculiare valore dell’opera. Non si tratta di una analisi storica perché, per quanto Foucault si rifaccia anche a materiale archivistico e a opere di “esperti” e medici dell’età classica (XVI-XVIII secoli), non sono comunque sufficienti fondare una narrativa esclusivamente fondata su fatti o su ricostruzioni causali di essi. Non solo i fatti riportati vengono continuamente analizzati da un punto di vista filosofico, ma molto spesso vengono presentati proprio come conseguenze di contenuti culturali. Foucault si industria per mostrare quanto la nozione stessa di follia (che è una categoria della sragione, concetto più ampio e mai pienamente chiarito ma ripreso continuamente) sia culturally laden. Quindi, in questo senso, proporre una “storia” della follia è anche scavarne i significati culturali. Ma anche da questa prospettiva può essere un’esperienza frustrante quella di cercare di districarsi nella densissima analisi dei “significati” della follia, senza mai giungere ad un risultato chiaro e distinto.