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Categoria: Filosofia Moderna

La felicità secondo Kant – La felicità di compiere liberamente il proprio dovere


La filosofia di Immanuel Kant è giustamente considerata una delle massime espressioni dell’illuminismo europeo e, più in generale, uno degli apici di tutta la storia della filosofia. Non è certamente un caso che il grandissimo compositore tedesco, Ludwig Van Beethoven, di pochi anni successivo a Kant ne apprezzasse le opere. L’autore dell’inno alla gioia che, poi, diverrà l’inno europeo, lesse la Critica della ragion pratica, fondamentale opera morale kantiana, e ne apprezzò profondamente il pensiero.

La filosofia morale di Kant si impose rapidamente come un nuovo modo di riflettere su antiche questioni e Kant stesso esplicitamente disse più volte che lo scopo intero della sua filosofia era una rigorosa fondazione della morale. Questo chiaro interesse è già presente nella Critica della ragion pura, testo non dedicato alla morale ma alle possibilità e i limiti della nostra capacità di conoscere, opera monumentale e precedente alle opere morali. Kant già introduce il tema morale nella celebre prefazione alla seconda edizione della prima critica, il cui scopo non era affatto di natura squisitamente morale ma: “…quello di sottrarre la metafisica ad ogni influsso dannoso, identificando le fonti dei suoi errori”. Il grande filosofo di Königsberg, città dell’allora Prussia, però già guardava ai problemi più profondi dell’interiorità umana.

La potenza della ragione secondo Kant

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4.2 La potenza della ragione

La ragione è molto potente, ovvero è capace di creare idee aggregando conoscenze dell’intelletto per estenderle oltre i limiti del solo intelletto. La prima volta che mi accinsi allo studio della Critica della ragion pura mi convinsi che l’intelletto è molto più efficiente della ragione, almeno nella visione kantiana. Dopo tutto, è l’intelletto ad essere capace di conoscere il mondo, nella misura del possibile. Questo perché, ancora una volta, i dati del senso interno e del senso esterno, tempo e spazio, vengono ordinati dall’intelletto e noi possiamo avere un’immagine del mondo indotta esclusivamente dall’intelletto. Nella visione kantiana, se noi avessimo avuto diverse categorie intellettuali, avremmo una percezione dei fenomeni (ovvero una costruzione degli stessi) completamente diversa da quella che abbiamo. Per Kant la conoscenza non è oggettiva ma intersoggettiva. Ovvero, la conoscenza che noi abbiamo del mondo è quella che possiamo avere in quanto esseri intellettuali razionali finiti. Un pipistrello ha un’immagine del mondo totalmente diversa dalla nostra nella misura in cui la sua esperienza è ordinata in modo differente dalle sue categorie. Tuttavia, questo non significa, come è stato detto, che Kant riduce tutto a pure categorie soggettive, ovvero il mondo è come il soggetto lo vede. Questo è un punto cruciale che vale la pena di considerare brevemente.

11. La ragione e i suoi limiti e scopi

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…la filosofia dal suo autentico scopo, che consiste nel mettere in chiaro le illusioni di una ragione ignara dei propri limiti, e nel ricondurre con un’adeguata chiarificazione dei nostri concetti, la superbia della speculazione a una modesta ma consistente conoscenza di sé.

Immanuel Kant

Pur essendo la prima critica una “critica della ragione” (epistemologica), per il momento la ragione non fa la sua comparsa da nessuna parte. Questo è motivato dalla peculiare natura della conoscenza umana, almeno secondo Kant. La conoscenza, espressa sottoforma di giudizio, è molto più legata alle nozioni di spazio-tempo e intelletto di quanto non lo sia alla ragione. Anzi, come abbiamo cercato di mostrare, la conoscenza è materia dell’intelletto in combinazione con i sensi e le relative intuizioni fornite dal senso interno (tempo) ed esterno (spazio). Per conoscere i fatti, per ottenere la conoscenza nei termini della contemporanea filosofia analitica, non c’è bisogno d’altro che di sensi, intelletto e dati di senso. Senza entrare nel merito, come ho cercato di mostrare in altro loco, l’epistemologia kantiana può essere divisa in due progetti: il progetto normativo e il progetto descrittivo. Il primo è il tentativo di fornire una serie di principi attraverso cui fondare il giudizio e pervenire a conoscenza. Il secondo, invece, è l’operazione di ricostruzione razionale di come la conoscenza sia possibile. Questo secondo progetto è investigato nella prima critica e, a mio giudizio, è compatibile con alcune versioni di affidabilismo o, almeno, di esternismo ovvero l’idea generale che le condizioni di conoscenza non sono tutte interne al soggetto e che esse dipendano dalla relazione che il soggetto intrattiene con il mondo. In questo senso, allora, la ragione sembra essere superflua, tanto che anche nelle attuali teorie epistemologiche esterniste essa è ridotta esclusivamente al ‘ragionamento inferenziale’, così detto. Ma la ragione gioca un ruolo di primo piano nella teoria kantiana.

10. I limiti della conoscenza intellettuale

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Ci sono due limiti alla conoscenza intellettuale. Un limite è comune all’intera conoscenza umana. Il secondo limite è, invece, peculiare dell’intelletto. Vediamo il limite generale. La nostra conoscenza è fondata sui dati di senso e sull’ordine che ad essi dà l’intelletto. Ma oltre questo? Oltre questo c’è il ‘forse’. Infatti, noi non possiamo conoscere null’altro che non sia inscritto all’interno dell’intelletto dai dati di senso, sia esso un finale giudizio analitico o sintetico. Ma i dati di senso da dove vengono? Questa è, in Kant, una domanda relativamente mal formulata perché è a partire da essi che noi abbiamo infatti conoscenza: senza dati di senso, non abbiamo alcuna conoscenza, compresa conoscenza di noi stessi perché, per Kant, noi conosciamo le nostre categorie pure proprio a partire dall’interazione di esse con i dati di senso. Insomma, per Kant non abbiamo un accesso privilegiato ai nostri stessi stati mentali se non nel senso che possiamo conoscerli attraverso le esperienze e le operazioni che la stessa mente esperisce e compie. Quindi, evidentemente, si tratta in qualche modo di una conoscenza indiretta dei nostri stessi stati mentali. Benissimo, ma allora vi propongo un ragionamento.

9. L’intelletto e le sue categorie

Image by Pete Linforth from Pixabay

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Fino a qui abbiamo visto che l’esperienza è il risultato della combinazione di dati immessi dallo spazio e dal tempo all’interno della nostra mente. Kant non avrebbe parlato di mente, ma fa capire l’idea. La domanda successiva, che è una delle direttive principali di tutto il pensiero kantiano applicato alla conoscenza, è relativa all’unità di questi dati di senso. Ovvero, la nostra esperienza ordinaria non è disgiunta per istante in entità individuali separate, come avrebbe voluto, o meglio, ritenuto la filosofia della mente elaborata da David Hume. Per Hume noi abbiamo solo dati di senso esperiti per ciascun istante. L’unità delle idee è dovuta a principi di aggregazione come somiglianza e continuità. Ma, obietterebbe Kant, che pure considerò Hume il filosofo che lo “svegliò dai dogmi della metafisica”, come è possibile allora che noi non abbiamo singole collezioni di dati di senso ma vere e proprie unità? La parola che usa Kant per indicare questa unità di dati di senso è “fenomeno”. Un fenomeno è qualsiasi cosa l’intelletto – la mente – riunisca in un’unità a partire dai dati di senso. Una palla è un fenomeno in questo senso: essa è una un’unità di dati di senso dove l’unità è data infatti non dai dati ma dalla mente – intelletto.

8. Le forme a priori dell’esperienza: il tempo

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3.3.2 Il tempo

In Kant, il tempo è una forma dell’esperienza. Esso non è qualcosa di esterno al soggetto. Al contrario, il tempo è qualcosa che fa parte del soggetto e contribuisce alla formazione dell’esperienza insieme allo spazio. Esso è una componente di tutta l’esperienza: “Il tempo è una rappresentazione necessaria, che si trova a fondamento di tutte le intuizioni. Rispetto ai fenomeni in generale, non è possibile sopprimere il tempo come tale, mentre è possibilissimo toglier via tutti i fenomeni dal tempo. Il tempo è un dato a priori” (enfasi aggiunta).[1] Tuttavia, lo spazio è un’intuizione esterna perché esso mostra qualcosa che non è parte del soggetto in quanto tale. Il tempo, invece, è interamente parte del soggetto e, per questo, è chiamato anche “senso interno”: “Il tempo non è un concetto discorsivo, universale, ma una forma pura dell’intuizione sensibile”.[2] In altre parole, tutto si dà nel tempo perché il soggetto stesso proietta il suo tempo ai fenomeni che concepisce e che ordina secondo le sue categorie. Ovvero ogni singola esperienza esiste nel tempo in quanto non potrebbe essere altrimenti: possiamo togliere tutto dal tempo ma non il tempo dal soggetto e, dunque, non dalle sue esperienze.

7. Le forme a priori dell’esperienza: lo spazio

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Spazio e tempo sono forme a priori dell’esperienza, ovvero, l’esperienza è un prodotto dello spazio e del tempo, per come li concepiamo noi. In altre parole, il soggetto stesso colloca l’esperienza all’interno di uno spazio in un certo tempo. Per questo l’esperienza stessa non può esistere se non in uno spazio e in un certo tempo: “Conseguentemente, la rappresentazione dello spazio non può derivare, mediante l’esperienza, dai rapporti del fenomeno esterno; al contrario, l’esperienza esterna è possibile solo in virtù di detta rappresentazione”.[1] Per tale ragione, dunque, per Kant, lo spazio in sé non è il risultato di una costruzione geometrica (ad esempio, una definizione  di spazio come piano infinito costituito da infinite rette etc.) ma la costruzione geometrica è essa stessa possibile in quanto noi intuiamo lo spazio indipendentemente da ogni possibile costruzione di esso: “Lo spazio non è affatto un concetto discorsivo [non si ottiene per costruzione] – o, come si dice, universale – dei rapporti delle cose in generale, ma un’intuizione pura”.[2] Insomma, il fenomeno che chiamiamo ‘tavolo’ definisce uno spazio perché noi intuiamo la sua forma in questo modo. Dato il fatto che lo spazio è concepito a noi esterno, a differenza del tempo, esso è, per Kant, il senso esterno che determina la percezione di ciò che non sta in noi. Il fenomeno del tavolo, nella sua dimensione spaziale, è indipendente da noi proprio perché esso si intuisce a noi esterno. Tutto questo è spiegato da Kant in questi termini:

5 Giudizi a priori, puri e a posteriori – Una rassegna essenziale

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I predicati dei giudizi che abbiamo visto sono i due più fondamentali: giudizi analitici e giudizi sintetici. Queste due tipologie[1] di giudizio sono generali e riguardano la loro definizione puramente linguistica, cioè che non considera il ruolo dell’esperienza in essa. Tuttavia, Kant distingue altre tre categorie che si applicano propriamente ai giudizi: x a priori, x a posteriori e x puro. Da qui si hanno altre tipologie di giudizio ottenute per combinazione ma intanto cerchiamo di capire cosa significano queste parti.

4 Giudizi sintetici e giudizi analitici – Teoria del giudizio

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Il lettore non si spaventi dal passaggio un po’ tecnico che Kant propone nella sua chiarificazione fondamentale tra tipi di giudizio. Se risulterà troppo complesso non ci sia niente di male nel saltarlo, sebbene esso sia uno dei risultati più importanti della critica nella sua dimensione di chiarificazione della nozione stessa di giudizio: