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Mese: Luglio 2026

VENERE IN CORNICE – La “morra cinese” con l’escamotage dello sguardo / The “rock-paper-scissors” with the gimmick of the gaze

Con Luigi Meneghello, la morra cinese al sasso-carta-forbici non prevede l’escamotage del pertugio, che invece è frequente nel corpo umano: dall’occhio, dalla narice, dalla bocca, dall’orecchio ecc…  coi sensi aventi le loro peculiarità. Cristina è stata inquadrata per uno scatto al bianconero. Lei posa accovacciandosi. Ci piace immaginare la dialettica d’una “morra cinese”: tra la carta del cappotto (che s’allunga fino ai piedi), le forbici delle braccia (che s’incrociano) ed il sasso della testa (che è ampliato dalla mano sulla guancia). Però lo scatto dovrà esaltare il “pertugio” dello sguardo, che ci seduce.

With Luigi Meneghello, the rock-paper-scissors does not envisage the gimmick of a narrow opening, which instead is frequent in the human body: from the eye, from the nostril, from the mouth, from the ear… with the senses which have their peculiarity. Cristina was framed for a shot in black and white. She poses crouched. We like imagining the dialectics of the “rock-paper-scissors”: between the paper of the coat (which stretches out until the feet), the scissors of the arms (which are intersected) and the rock of the head (which is enlarged by the hand on the cheek). However the shot will have to exalt a “narrow opening” of the gaze, which seduces us.

A Nauru noi usiamo il sestante estrattivo per l’Eden che pencola

A Venezia, per la Biennale d’arte 2026, si può visitare per la prima volta il Padiglione di Nauru, con opere in collettiva tramite autori nati in Paesi diversi: Kauw Tsitsi, CPS (Khaled Ramadan ed Alfredo Cramerotti), Patricia Jacomella Bonola, Tedo Rekhviashvili, Sylvia Grace Borda, Ron Laboray, Dorian Batycka, Khaled Hafez, Iv Toshain, Stefano Cagol. La sede si trova allo Spazio Castello 3683. Il titolo della mostra è Aim inundated: imagining life after land. Uno degli artisti, Khaled Ramadan, ha fatto la curatela. Innanzitutto bisogna ricordare che Nauru è il più piccolo fra gli Stati insulari del mondo. Così gli sconvolgimenti climatici dell’era contemporanea toccherebbero davvero la “sensibilità” dei residenti (mancando l’approssimazione “difensivista” per sottovalutazione del tipo < Perché mai dovrebbe succedere proprio a me? >, che in Occidente blocca per “miopia” i governi, in tante ma inutili riunioni). Nauru ha conosciuto una storia di “pressioni” interne, sull’estrazione del fosfato da velocizzare. Ma non si temette il pericolo dell’esaurimento. Oggi la dialettica tra il consumismo e l’ambientalismo rimane. C’è l’innalzamento ineluttabile degli oceani, mentre l’industria estrattiva progetta di riqualificarsi dai fosfati al manganese, sui fondali che hanno una biodiversità meritevole di preservazione. Venezia vive un simile paradosso, fra le paratoie del MOSE ed il Canale dei Petroli. La bandiera di Nauru indica la posizione dell’isola rispetto alla linea dell’equatore. Tuttavia non si può colonizzare una stella. L’umanità dovrà ripulire la Terra dall’inquinamento. La storia ci attesta che nemmeno l’esotismo ha evitato il colonialismo, purtroppo. A Nauru la percentuale d’immigrati è alta; loro virtualmente “solleveranno” il falso atollo, in quanto (r)accolti, alla morbidezza per una calamita. L’isolamento progredisce tramite la coralità. Ricordiamo il motto a chiasmo di Alexandre Dumas che caldeggia il < tutti per uno, uno per tutti >. Nauru non ha l’arcipelago. Dunque diventa più spontaneo l’appoggio ad un organismo sovranazionale, per correggere le criticità appartenenti a tutti. Ad esempio il consumo della plastica mondiale si concentra in un falso continente, il quale galleggia sull’Oceano Pacifico. Il fosfato è utilizzato per detergere, anche se a Nauru la natura lascia le spiagge bianchissime; il manganese è utilizzato per le batterie, con l’isolamento di Nauru che necessita d’un minimo di connessioni, come dal turismo.

«Nec facie placet illa sua, sed amore mariti» (Amores III, iv, 27): tracce di desiderio mediato e triangolare nelle elegie d’amore ovidiane

ManfredK, ‘Ovidstatue in Sulmona 2018’ (Creative Commons Attribution – Share Alike 4.0 Internatinoal); Copyright: https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Sulmona_Statua_di_Ovidio_2018.jpg

Introduzione:

Alla pubblicazione del saggio di René Girard Menzogna romantica e verità romanzesca (1961), si aprirono nuove e affascinanti chiavi di lettura critica delle opere. Il saggio si premurò di sovvertire e scardinare, nella loro completezza, le istanze millantatorie di un desiderio autentico che avevano contraddistinto gli ideali filosofico-morali dell’uomo d’epoca romantica e post-romantica, che pur affondavano profonde radici nella poetica d’amore d’ogni tempo, fin dalla classicità latina. Ponendo in luce la fallacia di una pretesa di desiderio spontaneo, Girard, “intellettuale irregolare”,[1] propose una serie di esempi a supporto della sua tesi dalla schiera dei grandi classici letterari: dapprima nel Don Chisciotte come apogeo del desiderio triangolare, identificando il voto alla cavalleria del Chisciotte come frutto della mediazione di Amadigi, e le mutazioni che subiscono i desideri di Sancho Panza per mediazione del Chisciotte; di seguito con il caso di Emma Bovary nel romanzo di Flaubert, il cui desiderio è mediato dalle mediocri letture giovanili; e ancora con gli eloquenti casi de Il rosso e il nero di Stendhal, e della Recherche proustiana, approdando infine ai molteplici casi degli eroi di Dostoevskij. Una selezione canonistica certamente di prim’ordine, che tuttavia non approda al versante della poesia latina, ancorandosi di fatto da ciò il titolo ben intende, la menzogna romantica e la verità romanzesca. Tentando di sovrapporre le categorie in questione, vale a dire ricercando queste “filigrane girardiane” nella poesia della classicità latina, si scopre – forse non con grande sorpresa – che il risultato non cambia.

Con un contributo di eccelso valore, Gianpiero Rosati (2022: 32-35) ha messo in evidenza la straordinaria anticipazione in Ovidio del meccanismo psicologico girardiano del desiderio, con una considerazione ad ampio spettro che ha abbracciato tanto l’Ovidio elegiaco delle opere giovanili, quanto le Heroides e le Metamorfosi. Il presente lavoro, debitore del contributo del professor Rosati,[2] e sulla scorta di Girard, si pone come obiettivo critico quello di porre in evidenza le tracce significative di un desiderio mediato. Si prenderanno in considerazione i tre principali trattati d’amore Ovidiani in distici elegiaci, vale a dire gli Amores, l’Ars Amatoria e i Remedia amoris,[3] al fine di scovare, nelle relazioni che Ovidio presenta come esemplificazione delle proprie tesi, un desiderio triangolare sotteso quanto normalizzato nel suo essere. Il presente contributo si pone come fine ultimo quello di incrementare il corpus dei passaggi, dalle sopracitate opere, che presentano una peculiare traccia, più o meno evidente, di desiderio mediato.

L’ARMONIA INVISIBILE: UN VIAGGIO NELL’ESTETICA MUSICALE TRA EMOZIONE, FORMA E SIGNIFICATO

Immagine creata tramite il modello di generazione di immagini di OpenAI (ChatGPT)

Da sempre l’essere umano cerca di comprendere il mistero della bellezza che affascina e rapisce. Perché alcune immagini, parole o melodie o anche alcuni oggetti riescono a toccarci profondamente? Perché un’opera d’arte, pur essendo spesso frutto dell’immaginazione di un individuo vissuto in un’altra epoca, lontana nel tempo, può ancora parlare alla nostra sensibilità e suscitarci emozioni che non riusciamo a descrivere?

Queste sono alcune delle domande alle quali tenta di rispondere l’estetica, la disciplina filosofica che riflette sull’esperienza del bello, dell’arte e della percezione sensibile. Il termine “estetica” deriva dal greco aisthesis, “sensazione”, e richiama subito un aspetto fondamentale: l’arte non appartiene soltanto alla ragione, ma anche a ciò che sentiamo attraverso i nostri sensi; coinvolge il nostro corpo, le emozioni che proviamo e il modo in cui ciascuno di noi abita il mondo.

Tra tutte le arti, la musica possiede un carattere particolarmente enigmatico, che la differenzia dalle altre. Nonostante Schumann nell’Ottocento dichiarasse che ciò che cambia nell’estetica musicale rispetto alle altre è soltanto il materiale[1], c’è almeno un fattore che distingue la musica dalle altre arti: “… l’alto grado di specializzazione tecnica che essa richiede sia al musicista compositore, sia al musicista interprete.”[2] Si tratta di un’affermazione che coglie nel segno perché il poeta e lo scrittore, sebbene a un livello certamente più alto, utilizzano il linguaggio, strumento che tutti usiamo, per la creazione delle loro opere e, in misura minore, anche il pittore utilizza i colori con i quali, anche se in maniera rudimentale, tutti noi possiamo cimentarci se non altro come mezzo comunicativo. Con la musica, a meno che non utilizziamo la voce e a patto di essere intonati, questo non è possibile. Per suonare bisogna conoscerla. Essa non raffigura qualcosa di visibile, non racconta sempre una storia e non utilizza concetti definiti, eppure, forse in misura maggiore delle arti visive, riesce a comunicare stati d’animo, atmosfere vibranti e significati profondi. La musica sembra parlare un linguaggio primigenio che precede le parole, che arriva dove le parole non trovano la strada. Arte del tempo, proprio come la poesia, essa se ne distingue per la necessità di un interprete altamente preparato e sensibile per la sua esecuzione.

La lucidità frammentata d’un sipario rivelante

A Venezia, dal 20 Giugno al 18 Luglio, è visitabile presso La Vetrina (Swiss culture) una mostra d’arte contemporanea che s’intitola Frammenti, con le fotografie di Karla Hiraldo Voleau. Valgono essenzialmente i ritratti, da un reportage su giovani italiani che vivono in regioni diverse. L’artista nasce nel 1992, e dunque rientra in una di quelle generazioni che tendono a manifestare i propri sentimenti tramite una condivisione globale, con la tecnologia digitale. Ovviamente in passato era necessario che si prendesse coraggio, ai cortei in città per la rivendicazione dei diritti progressisti.

Oggi la tecnologia digitale ci nasconde molto, per esempio dietro ad un nickname. Quindi gli ideali si renderanno meno “nobili”? Gli italiani nati dagli anni ’70 in poi sono cresciuti in famiglie capaci di passare dalla “rivoluzione sognata” al paradosso d’una neo-borghesizzazione. Questo comporta che ci si accontenti dei valori orizzontali, limitatamente ai progetti personali di vita. L’artista potrà indagare il “termine medio”, sociologicamente. Ad esempio il femminismo riguarda pure una cura contro le violenze domestiche. La tecnologia digitale può favorire “nascostamente” le campagne illecite, o comunque approssimative (con le fake news). Una vita fatta di vicissitudini negative va a ripercuotersi sulla fiducia verso lo Stato. Politicamente si può approfittare del sensazionalismo. La mancanza di risorse o peggio di pace, che costringe all’immigrazione, termina nel disorientamento delle seconde generazioni. A scuola si dibatte moltissimo riguardo la didattica migliore da proporre: dalle conoscenze (propedeutiche) alle competenze (progressiste). I progetti di convivenza civile si concentrano primariamente sulla prevenzione del bullismo, della depressione più o meno acuta, dell’alimentazione scorretta ecc…

Giudizio morale, come acquisiamo i concetti di bontà e cattiveria?

[Originariamente pubblicato in data 2 marzo 2020]

Acquisiamo molto presto determinati concetti di bontà e cattiveria morale che poi manteniamo per tutta la vita? Oppure acquisizione e sviluppo della facoltà di giudizio morale sono caratterizzati da radicali cambiamenti nei concetti morali fondamentali?

Ad affrontare queste domande è uno studio sperimentale recentemente pubblicato sulla rivista Journal of Experimental Child Psychology, firmato dai ricercatori dell’Università di Trento (Polo di Rovereto) Francesco Margoni e Luca Surian.

Lo studio riporta che anche i bambini più piccoli, di soli tre anni, in un compito adeguatamente semplificato, riescono a esprimere un giudizio morale che riflette la presenza in loro di concetti morali che secondo alcune teorie dovrebbero svilupparsi solo qualche anno più tardi.

Ma andiamo per gradi e vediamo come questo dato sia rilevante per valutare opposte ipotesi relative allo sviluppo del giudizio morale.