
Da sempre l’essere umano cerca di comprendere il mistero della bellezza che affascina e rapisce. Perché alcune immagini, parole o melodie o anche alcuni oggetti riescono a toccarci profondamente? Perché un’opera d’arte, pur essendo spesso frutto dell’immaginazione di un individuo vissuto in un’altra epoca, lontana nel tempo, può ancora parlare alla nostra sensibilità e suscitarci emozioni che non riusciamo a descrivere?
Queste sono alcune delle domande alle quali tenta di rispondere l’estetica, la disciplina filosofica che riflette sull’esperienza del bello, dell’arte e della percezione sensibile. Il termine “estetica” deriva dal greco aisthesis, “sensazione”, e richiama subito un aspetto fondamentale: l’arte non appartiene soltanto alla ragione, ma anche a ciò che sentiamo attraverso i nostri sensi; coinvolge il nostro corpo, le emozioni che proviamo e il modo in cui ciascuno di noi abita il mondo.
Tra tutte le arti, la musica possiede un carattere particolarmente enigmatico, che la differenzia dalle altre. Nonostante Schumann nell’Ottocento dichiarasse che ciò che cambia nell’estetica musicale rispetto alle altre è soltanto il materiale[1], c’è almeno un fattore che distingue la musica dalle altre arti: “… l’alto grado di specializzazione tecnica che essa richiede sia al musicista compositore, sia al musicista interprete.”[2] Si tratta di un’affermazione che coglie nel segno perché il poeta e lo scrittore, sebbene a un livello certamente più alto, utilizzano il linguaggio, strumento che tutti usiamo, per la creazione delle loro opere e, in misura minore, anche il pittore utilizza i colori con i quali, anche se in maniera rudimentale, tutti noi possiamo cimentarci se non altro come mezzo comunicativo. Con la musica, a meno che non utilizziamo la voce e a patto di essere intonati, questo non è possibile. Per suonare bisogna conoscerla. Essa non raffigura qualcosa di visibile, non racconta sempre una storia e non utilizza concetti definiti, eppure, forse in misura maggiore delle arti visive, riesce a comunicare stati d’animo, atmosfere vibranti e significati profondi. La musica sembra parlare un linguaggio primigenio che precede le parole, che arriva dove le parole non trovano la strada. Arte del tempo, proprio come la poesia, essa se ne distingue per la necessità di un interprete altamente preparato e sensibile per la sua esecuzione.
Per il filosofo tedesco Arthur Schopenhauer la musica rappresenta addirittura la forma d’arte più elevata, perché non si limita a rappresentare il mondo fenomenico, ma entra in rapporto diretto con l’essenza stessa della realtà. Nella sua opera Il mondo come volontà e rappresentazione (1818), Schopenhauer sostiene, infatti, che la musica sia un’espressione immediata della “volontà”, quella forza profonda e irrazionale che muove ogni essere vivente, incluso l’essere umano. La musica dà voce all’essenza dell’universo e per questo suscita profonde emozioni spesso indescrivibili.
Una prospettiva differente è quella del musicologo Eduard Hanslick, l’autore del celebre trattato Il bello musicale (1854). In contrasto con una visione della musica intesa riduttivamente come linguaggio emotivo, Hanslick sostiene, infatti, che il suo valore estetico risieda soprattutto nella sua forma. Secondo questa teoria, quindi, la bellezza musicale non dipenderebbe tanto dal sentimento che essa suscita nell’ascoltatore, quanto dall’organizzazione dei suoni, dai rapporti tra melodia, armonia e ritmo sapientemente effettuata dal compositore. La musica racconta sé stessa e lo fa attraverso la propria struttura.
Nel Novecento Theodor W. Adorno, famoso filosofo della Scuola di Francoforte, nonché musicologo e raffinato teorico musicale, ha, invece, evidenziato in maniera originale il rapporto complesso che sussiste tra musica e società. Per Adorno l’opera musicale non è mai completamente separata dalla storia, non può esserlo: anche le forme artistiche più astratte, infatti, riflettono le tensioni, i conflitti, le trasformazioni e i cambiamenti del proprio tempo. La musica autentica, secondo il filosofo, possiede dunque una propria capacità critica perché è in grado di mettere in discussione i modelli dominanti nella società e aprire uno spazio fecondo di riflessione sulla realtà.
Una prospettiva ancora diversa emerge, invece, dal pensiero della filosofa americana Susanne Langer, che ha interpretato la musica come una forma simbolica capace di rappresentare la struttura dinamica della vita emotiva. Nel suo pensiero la musica ricrea la forma dei sentimenti: il movimento, la tensione, il fluire e il trasformarsi delle emozioni, a differenza della parola, che descrive stati d’animo e sensazioni.
Queste diverse interpretazioni ci mostrano quanto sia complesso il rapporto tra musica, bellezza e significato. La musica, infatti, può essere considerata in molti modi diversi: come espressione dell’essenza del mondo, come pura architettura sonora, come testimonianza della dialettica storica o, infine, quale simbolo della vita interiore; e forse è proprio questa molteplicità di prospettive che possiamo assumere nei suoi confronti a costituire il suo più grande mistero. Ogni ascolto, anche della stessa opera, è un incontro irripetibile tra una composizione e una coscienza. La stessa composizione può assumere significati nuovi nel corso della vita di un individuo, perché cambiano le esperienze, i ricordi e il modo in cui guardiamo a noi stessi, alla nostra vita e al mondo; perciò, ogni ascolto è diverso e in grado di suscitare emozioni differenti, così come diverse sono le sensazioni provate da ascoltatori differenti, ognuno con il proprio bagaglio di esperienze, ognuno con le proprie inclinazioni.
L’impatto emotivo della musica sull’essere umano risiede anche nel suo straordinario legame con la memoria e il ricordo. Le neuroscienze hanno dimostrato come una melodia possa attivare alcuni circuiti cerebrali connessi alle emozioni e ai ricordi autobiografici: a volte possono essere sufficienti poche note per essere catapultati improvvisamente in un luogo, in un momento della nostra vita o accanto a una persona che credevamo di aver scordato ma che adesso appaiono straordinariamente vividi. La musica custodisce i frammenti della nostra esistenza e ce li ripropone in tutta la loro pregnanza quando meno ce l’aspettiamo. Questo stretto rapporto tra suono, memoria ed emozione spiega anche perché la musica sia usata spesso in ambito terapeutico ed educativo. Attraverso l’ascolto e la produzione sonora è, infatti, possibile favorire l’espressione emotiva, sostenere le capacità cognitive e creare uno spazio di comunicazione che spesso supera i limiti del linguaggio verbale negli individui con disabilità o deterioramento cognitivo. L’ascolto musicale è, quindi, un’esperienza intensa capace di coinvolgere la persona nella sua totalità.
Riferimenti bibliografici
Adorno, T. W. (2002). Filosofia della musica moderna. Einaudi. (Opera originale pubblicata nel 1949).
Fubini, E. (1995). Estetica della Musica. Il Mulino.
Hanslick, E. (2020). Il bello musicale. Aesthetica Edizioni. (Opera originale pubblicata nel 1854).
Langer, S. K. (1965). Sentimento e forma. Feltrinelli. (Opera originale pubblicata nel 1953).
Levitin, D. J. (2008). Fatti di musica: La scienza di un’ossessione umana. Codice Edizioni. (Opera originale pubblicata nel 2006).
Schopenhauer, A. (1997). Il mondo come volontà e rappresentazione. Laterza. (Opera originale pubblicata nel 1818).
[1] In Fubini, E. (1995). Estetica della Musica. Il Mulino.
[2] Ibidem, p. 15.



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