
Nel 1913, come di consueto ormai, i Balletti Russi di Djaghilev si apprestano ad aprire una nuova stagione a Parigi, che li aspetta sempre con trepidazione. Il teatro che li ospiterà stavolta sarà il nuovissimo Théâtre des Champs – Elysees, fatto costruire appositamente per la compagnia da Gabriel Astruc, il quale aveva aiutato in passato Djaghilev a finanziare i suoi spettacoli parigini. Progettato come un vero tempio della danza contemporanea, il Théâtre des Champs – Elysees, appare monumentale, con bassorilievi ispirati ai ballerini Vaslav Nijinskij e Isadora Duncan. Un teatro all’avanguardia e per l’avanguardia, insomma, con un’acustica che Ravel stesso definì perfetta, un luogo speciale da cui irradiare la potenza innovatrice dei Balletti Russi.
Tutto, dunque, si prospetta per il meglio in questa nuova stagione densa di appuntamenti verso i quali il pubblico parigino ha grandissime aspettative. Ci saranno balletti “vecchi” e balletti nuovi ma, soprattutto, Nijinskij, ballerino eccezionale, debutterà anche nel ruolo di coreografo, in ciò fortemente sostenuto da Djaghilev, il direttore della compagnia.
Tra i balletti proposti dalla compagnia figura anche Le Sacre du Printemps, quadri della Russia pagana, balletto in due quadri senza una trama vera e propria. La musica è di Igor Stravinskij, le scenografie e i costumi sono di Nikolai Roerich; la coreografia, del giovane Vaslav Nijinskij, mentre la protagonista (l’Eletta), che nelle intenzioni originali di Nijinskij doveva essere interpretata da sua sorella minore Bronislava, in realtà sarà invece interpretata dalla ballerina Maria Piltz, perché nel frattempo Bronislava è rimasta incinta e quindi non può danzare. Direttore d’orchestra è il solido Pierre Monteux.
L’intreccio, molto schematico, del balletto, prevede due parti. Nella prima, in un giorno di primavera un gruppo di uomini esegue una danza rituale. Nella seconda, è ormai mezzanotte e alcuni adolescenti danzano e giocano con l’Eletta che verrà infine sacrificata con rito propiziatorio al Sole (Yarilo) davanti agli anziani. Un’immagine visiva, quasi una rêverie, sarebbe ciò che ha fornito l’ispirazione per il Sacre al compositore Stravinskij, che, però, nel corso degli anni, ha dato versioni diverse del momento in cui ebbe la prima idea per il balletto, aumentandone l’alone di leggendarietà più o meno consapevolmente. Se la musica del balletto è innovativa e ispirata alle antiche tradizioni russe pagane, non è meno all’avanguardia la coreografia, così complicata e inusuale da lasciare perplesso perfino il corpo di ballo; segue la scia del nuovo la stessa coreografia, che obbligherà il corpo di ballo a danzare in pesanti e complicati costumi tribali.
Il Sacre du Printemps è fuori da tutti i canoni dei tempi: non è “ordinato”, non è “gradevole”, non è “bello” secondo il senso estetico del periodo… è qualcosa di davvero inaudito, nel senso letterale di mai ascoltato prima. Qualcuno lo troverà “inquieto e sublime”, qualcun altro “aspro e duro”. Quel che è certo è che questa primavera non porta con sé niente che abbia a che fare con l’idea romantica del risveglio alla vita della natura fatto di fiori e cinguettare di uccellini. Quello che il Sacre cerca di riprodurre, infatti, è il disgelo come avviene in Russia: potente, tempestoso, rumoroso e repentino. E la coreografia si adatta a questa musica ritmica e martellante: si fa spezzata, legnosa, primitiva.
Il 29 maggio del 1913, sera della prima del balletto, la sala è gremita di una folla incuriosita e con grandi aspettative:
Non si è mai visto niente di più vivace, di più grondante di diamanti, di più imbottito di piume di struzzo. I posti di prima fila della balconata, della cosiddetta corbeille, sono adorni di fiori e di giovanili bellezze come ai bei tempi dello Châtelet. I palchi tutti sono altrettanti salotti dove le grandi dame del momento ricevono, quasi fosse un dovere, l’omaggio della loro piccola corte abituale di signori in frac, con gardenia all’occhiello. Nello stesso palco direttoriale, tra Astruc e Djaghilev, troneggia […] l’immancabile Misia, adesso divenuta Misia Sert, moglie del pittore spagnolo José-Maria.[1]
Tutti i membri della compagnia sono molto tesi e inquieti, perché mettere su il Sacre è stata una prova di volontà: costi esorbitanti, prove infinite, difficoltà di ogni tipo… Tra il pubblico non sono presenti soltanto facoltose e potenti dame ingioiellate con accompagnatori e cicisbei, ma anche valenti musicisti, tra i quali Ravel e Debussy, famosi scrittori, tra cui spicca Gabriele d’Annunzio, agguerriti giornalisti, politici di spicco e giovani avanguardisti squattrinati alla ricerca del nuovo per il nuovo. Piacerà quest’ennesima prova dei Balletti Russi? Sarà il successo che tutta la compagnia spera e di cui ha bisogno anche economicamente?
Le luci tornano ad abbassarsi dopo l’intervallo (la serata è stata aperta dal balletto Thamar, con la Karsavina come protagonista, per andare sul sicuro) e… inizia quello che è passato alla storia come il massacro di primavera! Già dalle prime battute a sipario non ancora alzato, la musica del Sacre si rivela un vero e proprio shock sonoro per gli spettatori, un pugno in faccia: nessuno è abituato a questo nuovo tipo di musica, ritmico, ossessivo, dissonante (qualcuno lo definirà come una sorta di martellamento sulle orecchie) … a questo si aggiunge la peculiarità della coreografia, che davvero non ha più niente del balletto in senso classico, con i suoi passi così ritmici e spigolosi, quasi disarticolati. I costumi, poi, non possono certo alleviare il senso di disagio che prova la maggioranza degli spettatori: niente eterei tutù dai colori tenui, niente scarpette con la punta, ma lunghi e pesanti abiti primitivi, complicati cappelli, parrucche, piedi nudi. Né è da meno la scenografia, cruda e aspra. “Arte totale”, certo, ma incomprensibile ai più, quasi offensiva nella sua novità così eclatante ed arrogante.
… Scoppia il tumulto, è inevitabile. Fischi e insulti dei più arrabbiati detrattori, che si agitano sulle eleganti e nuovissime poltrone, si mescolano agli applausi e alle urla di apprezzamento degli ammiratori avanguardisti, anch’essi che si sbracciano e minacciano i detrattori. In pochi minuti nel teatro regna il caos più completo, sia in sala che sul palco. Stravinskij fugge dietro le quinte dove trova un sudatissimo Nijinskij che urla la divisione delle battute ai ballerini in scena, i quali per il frastuono non riescono a sentire niente. Le luci in sala si accendono e si spengono a intervalli regolari, quasi uno spettacolo nello spettacolo, nel tentativo di riportare un po’ di calma, ma il tumulto non si ferma, anzi aumenta: tra sfide a duello, pugni, schiaffi e sputi, che volano da tutte le parti, lo spettacolo va avanti… un coraggiosissimo Pierre Monteux, infatti, continua a dirigere l’orchestra senza staccare mai gli occhi dalla partitura, rimanendo impassibile nonostante il tremendo baccano. Alla fine, sarà l’intervento della polizia a ristabilire una parvenza d’ordine e il balletto verrà eseguito fino in fondo.
Scandalo. Clamore. Provocazione.
Soltanto Djiaghilev, sostenuto dal suo spregiudicato fiuto per il successo, capirà da subito che il Sacre du Printemps è destinato a cambiare per sempre il concetto di balletto e a segnare una svolta nella storia della musica. Niente sarà più come prima.
Riferimenti bibliografici
Savelli, L., Nel giardino di Armida. La rivoluzione dei Balletti Russi nella Parigi della Belle Époque, Wondermark, 2021.
Testi, F., La Parigi Musicale del Primo Novecento cronache e documenti, Torino, EDT, 2003.
[1] Testi, F., La Parigi Musicale del Primo Novecento cronache e documenti, Torino, EDT, 2003. p. 362.



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