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L’importanza delle variazioni nella musica classica

Nelle discussioni sulla musica classica e recente è sorto un luogo comune: l’idea che la musica classica sinfonica sia qualcosa di simile ad un trattato di logica matematica, cioè qualcosa di sostanzialmente immutabile, definitivo, scritto e pensato per essere immutabile e definitivo. Nonostante l’inevitabile continua possibilità di reinterpretare continuamente il significato della musica classica, motivo per il quale essa mantiene tutto il suo senso ancora oggi, rimane il fatto che la gran parte della musica classica, cioè quella che termina agli inizi del XX secolo, per trasformarsi in musica “colta”, viene per lo più intesa come qualcosa di monolitico e unilaterale. Vale a dire un testo rigido e privo di sfumature, intrinsecamente legato ad un’interpretazione che può variare, ma solo in minima parte. L’idea comune è, dunque, che la musica classica sia un monolito. La realtà è ovviamente molto diversa, va da sé, ma vale la pena mostrare quanto questo luogo comune sia falso. Cercheremo di mostrare l’infondatezza del luogo comune utilizzando una produzione pervasiva, sebbene minore, della musica classica: le variazioni su un tema.

E’ ben noto che Johan Sebastian Bach e Ludwig Van Beethoven fossero degli eccezionali improvvisatori. L’arte dell’improvvisare musica a comando, sulla base di una variazione su un tema, non è certo figlia del jazz, che l’ha istituzionalizzata a forma principale di composizione. La musica jazz semplicemente ha potuto conservarsi principalmente grazie alle incisioni su supporti materiali esterni ai fogli di carta con pentagrammi. Per tale ragione, essa ha potuto continuare ad evolversi molto più sulla base delle variazioni che sulla selezione dei temi. La musica classica, per come la conosciamo oggi, è sostanzialmente il risultato di ciò che siamo stati in grado di conservare nella cultura della musica scritta e trascritta, perché quello era sostanzialmente l’unico strumento a disposizione per poter conservare la musica. Questo non significa che Bach, Mozart o Beethoven fossero semplicemente dei filosofi trasposti in musica, capaci di dedicarsi esclusivamente alle composizioni scritte sulla carta perché quanto più vicino ai massimi sistemi, già propri della cultura classica tedesca. Quello che vorrei mostrarvi qui è una selezione di opere di grandi della musica, i quali hanno conservato una serie di variazioni su un tema. Le variazioni su un tema non sono certamente il frutto di un’improvvisazione. Al contrario, quello che proporrò sono per lo più tra le opere più ragionate che conosca in termini musicali, ma il concetto dell’arte dell’improvvisazione è quello che fonda le variazioni e le dà un senso. Sicché sarebbe ora di rivedere le opinioni comuni su quello che è “il monolito uniforme” della musica classica. 

In primo luogo vorrei partire dalle variazioni Goldberg di Bach. Esse sono tra le composizioni che hanno accompagnato tutta la mia produzione intellettuale e sono una delle opere di musica per tastiera non soltanto più celebri, ma anche più profonde mai scritte. Esse iniziano con il tema principale delle trenta variazioni e si concludono con esso. Propongo almeno tre versioni. La prima versione è quella per clavicembalo, eseguita da Wanda Landowska, a mio modesto avviso, un’interpretazione tra le più degne.  La seconda versione è quella di Glen Gould, in una delle sue diverse interpretazioni delle variazioni. Per quanto non si tratti di una delle esecuzioni a me più care, rimane il fatto che Gould sia correttamente considerato una delle massime autorità sulla musica di Bach e sulla sua restituzione.

Le variazioni Goldberg sono senza dubbio tra le opere più celebri e più studiate dai grandi pianisti e sono eseguite anche con altri strumenti a tastiera. Ma qui vorrei proporre un loro adattamento per un trio d’archi. Non si tratta di ciò che Bach aveva pensato dovessero essere, ma di sicuro si tratta di una rivisitazione molto interessante di questo peculiare insieme di variazioni.

Ho considerato le variazioni Goldberg come la pietra angolare delle variazioni, non perché siano state le prime a venire ad essere, ma perché sono tra le più importanti opere della storia della musica occidentale e sono uno dei più fulgidi esempi di come la musica classica assuma varie forme in base alla creatività degli interpreti unita a quella dei compositori. La creatività nell’interpretazione e della produzione delle variazioni si unisce, talvolta, all’uscita dagli schemi usuali della restituzione del “pensiero puro” del compositore e conduce alla rivisitazione delle opere attraverso trasposizioni. Questo mostra come la musica classica non soltanto consenta ma agevoli la produzione di una continua discussione tra pensiero-presente e concettualizzazione passata. In altri termini, l’opera composta dall’autore diventa quasi la cristallizzazione di un modello che non è reinterpretabile soltanto sulla base della sensibilità individuale dell’interprete e dell’ascoltatore (interprete, il primo degli ascoltatori), ma essa si presta ad una continua rivisitazione anche attraverso altri strumenti, diversi da quelli originariamente concepiti.

Sebbene non si tratti di un’opera equivalente a quella di Bach per profondità, vorrei proporre l’ascolto di una divertente quanto amena serie di variazioni di Wolfgang Amadeus Mozart. Si tratta di una variazione su un tema per bambini. Il che ci aiuta ad intravedere due ulteriori caratteristiche della musica classica: (1) i contenuti ritenuti interessanti dai compositori sono i più diversi e non si limitano allo spettro del “colto”; (2) le variazioni consentono di rivisitare luoghi comuni musicali per riadattarli alle necessità di una riflessione musicale più profonda. Quindi le variazioni su un tema consentono di rielaborare in modo compiuto quello che l’intuizione comune lascia come materia grezza da sbozzare.

Questo diventa particolarmente evidente dalle variazioni sul tema di Diabelli di Ludwig Van Beethoven. Le variazioni sul tema di Diabelli sono tra le opere più complesse e più elaborate nella storia delle variazioni e sono comunque tra le composizioni musicali per tastiera più complesse di Beethoven. La loro superficiale gradevolezza nasconde una profondità inusitata, tale che l’ascolto delle variazioni non è poi così immediata soprattutto per un ascoltatore digiuno del lessico e della grammatica di fondo della musica classica. Detto questo, le variazioni sul tema di Diabelli mostrano quanto si possa elaborare musicalmente su un tema anche piuttosto banale e quanto il compositore possa trarre giovamento dall’avvio da un tema corrivo, per poi ripensarlo e rielaborarlo fino alla sommità di un pensiero divenuto ormai puro. Le variazioni sul tema di Diabelli sono senza dubbio tra le composizioni più profonde nel loro genere (e non soltanto).

Per quanto non siano dello stesso livello, vorrei portare almeno altri due esempi di variazioni beethoveniane. Le prime sono composte per un trio con pianoforte. Queste variazioni sono piuttosto semplici e facili, nel senso che non sono in alcun modo paragonabili alle variazioni sul tema di Diabelli. Tuttavia sono estremamente godibili, direi addirittura divertenti e meritano di essere ascoltati proprio perché mostrano un aspetto di Beethoven che si dimentica sin troppo facilmente. E cioè che egli non è soltanto un “filosofo” della musica, ma anche un compositore attento alla godibilità delle sue composizioni, godibilità intesa qui in senso ampio.

Più celebri sono le “Kakadu Variations”, un’opera ben più tarda ed impegnativa (op. 121). Ma qui vorrei chiudere lo spazio dedicato ad alcune variazioni di Beethoven con una composizione estremamente inusuale, sia per tipologia di strumenti, sia per tematica. Si tratta di alcune variazioni per mandolino e pianoforte, la cui composizione è nel periodo pre-intermedio della produzione beethoveniana. Non posso negare il mio istintivo amore per questo delizioso gioco musicale, privo di grandi pretese e al contempo dotato di un fascino unico ed irresistibile.

La storia delle variazioni è estremamente vasta ed è impossibile, com’è ovvio, riportarle tutte o anche soltanto una per autore. Qui mi sento soltanto di riportare le variazioni sul tema di Handel di Brahms, a cui abbiamo dedicato un intero articolo. Ad ogni modo, Brahms ha composto almeno due variazioni di rilievo sostanzialmente assoluto. Qui non voglio riportare quelle di Hendel, che hanno meritato un articolo a sé. Invece, qua, vorrei riportare le variazioni su un tema di Haydn. Si tratta di un capolavoro nel loro genere e, per quanto non siano probabilmente paragonabili alle variazioni di Diabelli o alle variazioni Goldberg, o alle stesse variazioni sul tema di Handel, rimangono un risultato apprezzabile del musicista tedesco.

Queste variazioni sono interessanti quanto mai nella loro trasposizione per due pianoforti. La musica per due pianoforti è certamente un filone minore della musica per pianoforte e, più in generale, della musica da camera. Essa è probabilmente il risultato di alcune esigenze produttive specifiche, non particolarmente impegnative e, per tanto, godibili quanto sottovalutate. Infatti, è naturale che gli ascoltatori di musica classica finiscano assai presto per affinare il loro gusto verso le vette assolute e si allontanano progressivamente dalla facilità, trovandola sin troppo a buon mercato nella produzione media della musica contemporanea. Sicché rigettano parzialmente anche quella musica di puro intrattenimento prodotta dai compositori classici. Ma, paradossalmente, i cultori della musica potrebbero ritornare sui loro passi per riconsiderare un divertimento o una distrazione intelligente di cui si ha sempre bisogno. Inoltre, proprio questa produzione minore è molto più facilmente godibile di altri tipi di ricerche musicali e può aiutare anche il fruitore meno disposto ad accettare il linguaggio della musica colta. Riportiamo, dunque, la riduzione per due pianoforti delle variazioni di Brahms su un tema di Haydn. Assolutamente eccezionali le due pianiste.

Nel periodo romantico un eccellente compositore, nonché un eccezionale pianista, fu senza dubbio Liszt, la cui cospicua opera è incentrata anche sulla riduzione per pianoforte di opere sinfoniche. Anche questo sottogenere, dunque, è interessante per i nostri scopi perché, di fatto, le cosidette “riduzioni” sono una via di mezzo tra la rivisitazione (in questo caso assai colta) di un’opera di rilievo della musica, e una variazione sul tema della stessa. Infatti, la percezione finale dell’opera rivista (specialmente nel caso di Liszt) è di una nuova composizione che ha qualcosa in comune con quella originale, ma non tutto. Il risultato è, dunque, interessante almeno per mostrare, ancora una volta, il dialogo intergenerazionale continuo e costante all’interno della musica classica, con la produzione di sottogeneri, capaci di restituire aspetti altrimenti sorprendenti.

A questo punto non sembra essere fuori luogo fare un salto temporale per giungere alle celeberrime variazioni di Rachmaninov su un tema per Paganini. Senza avere alcuna pretesa, sembra che queste variazioni contengano il meglio ed il peggio del compositore russo enfatico e solenne, quanto a volte capace di restituire lampi di genialità.

La relazione tra musica classica e musica jazz, da cui siamo partiti per riconsiderare la creatività interpretativa della musica classica, è complessa e non può essere qui riassunta con poco. Grandi autori della musica jazz hanno guardato al loro passato, quando hanno esaurito la loro inclinazione puramente popolare e rivolta alla produzione di musica esclusivamente di intrattenimento. I risultati dell’interazione tra musica classica e musica jazz non sono assolutamente trascurabili e rimane aperta la questione di che tipo di musica si tratti, cioè se questa forma di musica jazz possa essere inquadrata in un’ennesima rivisitazione della musica classica sotto altri mezzi (come visto, una forma musicale ampiamente frequentata sin da subito) o piuttosto qualcosa di totalmente nuovo. Grandi jazzisti si sono anche cimentati nell’interpretazione dei testi “classici” in modo canonico (ad esempio Keith Jarrett). Ma qui vorrei chiudere con una rivisitazione de “Lo schiaccianoci” di Duke Ellington ancora una volta per mostrare il fatto che la musica classica sia qualcosa che potrà variare, ma non sparire, dal nostro panorama culturale. A differenza di tutta quella produzione mediocre di suoni che abbisogna di immagini aggiunte per riuscire interessante per quei cinque minuti di fruizione.


Giangiuseppe Pili

Giangiuseppe Pili è Ph.D. in filosofia e scienze della mente (2017). E' stato assistant professor ed è il fondatore di Scuola Filosofica, coordinatore dell'associazione Azione Filosofica ed è il responsabile della collana dei libri di Scuola Filosofica. Egli è autore di numerosi saggi e di diversi articoli in riviste internazionali. In lingua italiana ha pubblicato numerosi lavori e libri. Scacchista per passione. ---- ENGLISH PRESENTATION ------------------------------------------------- Giangiuseppe Pili - PhD philosophy and sciences of the mind (2017). He is a former assistant professor in intelligence studies and he is the founder of Scuola Filosofica (Philosophical School) and the Co-Founder of the philosophical association Azione Filosofica (Philosophical Action). He is the editor in chief of the collective series of books based on the blog (Le Due Torri - Publisher). He is a prolific author nationally and internationally. He is a passionate chess player and (back in the days!) movie maker.

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