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Mese: Ottobre 2015

Matematica e fede religiosa: il pensiero di Ennio De Giorgi (con una riflessione sul nostro tempo)

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All’inizio e alla fine abbiamo il mistero. Potremmo dire che abbiamo il disegno di Dio. A questo mistero la matematica ci avvicina, senza penetrarlo. (Ennio De Giorgi)

Ennio De Giorgi

Il 25 ottobre 1996 moriva, a Pisa, Ennio De Giorgi (era nato a Lecce l’8 febbraio 1928). Egli è stato uno dei grandi matematici del XX secolo.

In questa sede, prendo in considerazione alcune sue idee inerenti al rapporto fra matematica e fede religiosa espresse in Riflessioni su Matematica e Sapienza (a cura di Antonio Marino e Carlo Sbordone, Quaderni dell’Accademia Pontaniana, vol. 18, Napoli, 1996) [faccio riferimento a ENNIO DE GIORGI (Hanno detto di lui …), a cura di Giuseppe De Cecco e Maria Letizia Rosato, Quaderno 5/2004, Università degli Studi di Lecce, Dipartimento di Matematica “Ennio De Giorgi”, Edizioni del Grifo (i tre brani riportati subito dopo si trovano nell’Appendice A: Valore Sapienziale della Matematica)].

L’importanza delle variazioni nella musica classica

Nelle discussioni sulla musica classica e recente è sorto un luogo comune: l’idea che la musica classica sinfonica sia qualcosa di simile ad un trattato di logica matematica, cioè qualcosa di sostanzialmente immutabile, definitivo, scritto e pensato per essere immutabile e definitivo. Nonostante l’inevitabile continua possibilità di reinterpretare continuamente il significato della musica classica, motivo per il quale essa mantiene tutto il suo senso ancora oggi, rimane il fatto che la gran parte della musica classica, cioè quella che termina agli inizi del XX secolo, per trasformarsi in musica “colta”, viene per lo più intesa come qualcosa di monolitico e unilaterale. Vale a dire un testo rigido e privo di sfumature, intrinsecamente legato ad un’interpretazione che può variare, ma solo in minima parte. L’idea comune è, dunque, che la musica classica sia un monolito. La realtà è ovviamente molto diversa, va da sé, ma vale la pena mostrare quanto questo luogo comune sia falso. Cercheremo di mostrare l’infondatezza del luogo comune utilizzando una produzione pervasiva, sebbene minore, della musica classica: le variazioni su un tema.

E’ ben noto che Johan Sebastian Bach e Ludwig Van Beethoven fossero degli eccezionali improvvisatori. L’arte dell’improvvisare musica a comando, sulla base di una variazione su un tema, non è certo figlia del jazz, che l’ha istituzionalizzata a forma principale di composizione. La musica jazz semplicemente ha potuto conservarsi principalmente grazie alle incisioni su supporti materiali esterni ai fogli di carta con pentagrammi. Per tale ragione, essa ha potuto continuare ad evolversi molto più sulla base delle variazioni che sulla selezione dei temi. La musica classica, per come la conosciamo oggi, è sostanzialmente il risultato di ciò che siamo stati in grado di conservare nella cultura della musica scritta e trascritta, perché quello era sostanzialmente l’unico strumento a disposizione per poter conservare la musica. Questo non significa che Bach, Mozart o Beethoven fossero semplicemente dei filosofi trasposti in musica, capaci di dedicarsi esclusivamente alle composizioni scritte sulla carta perché quanto più vicino ai massimi sistemi, già propri della cultura classica tedesca. Quello che vorrei mostrarvi qui è una selezione di opere di grandi della musica, i quali hanno conservato una serie di variazioni su un tema. Le variazioni su un tema non sono certamente il frutto di un’improvvisazione. Al contrario, quello che proporrò sono per lo più tra le opere più ragionate che conosca in termini musicali, ma il concetto dell’arte dell’improvvisazione è quello che fonda le variazioni e le dà un senso. Sicché sarebbe ora di rivedere le opinioni comuni su quello che è “il monolito uniforme” della musica classica. 

3. La colonizzazione interna della Sardegna per mezzo delle colonie penali agricole

Anche in Italia, a partire dalla seconda metà dell’Ottocento, si scelsero soluzioni alternative per quanto riguarda i tipi di pena da scontare: “Triste spettacolo quello dei forzati che fanno risuonar la catena sulle pietre dei moli, nei porti di mare, sotto la minaccia continua della sferza degli aguzzini e di quello dei condannati, immerse le gambe sanguinolenti nelle corrosive acque marine, esausti per arsura e per stanchezza sotto il rovente morso del sole.”[1]

Dai dibattiti sui nuovi sistemi di pena da adottare, quello della colonia penale agricola sembrava essere il più fattibile: non dobbiamo però confondere questo progetto con la “modesta attività svolta nelle aree agricole interne ai penitenziari o nelle loro succursali”.[2] Se inizialmente a questo progetto di riforma il governo italiano non riservò particolari attenzioni, come conferma il parere negativo dato dalla commissione per la riforma del sistema penale istituita nel 1862 da Bettino Ricasoli[3], tuttavia all’iniziale diffidenza sul progetto, si sostituì un progressivo interesse, alimentato dal bisogno di un’opera di bonifica nazionale delle paludi e delle terre malariche, comunque di difficile attuazione poiché la malaria e la resistenza dei grandi proprietari terrieri ostacolava l’operazione.

L’età degli imperi. Eric J. Hobsbawm

L'età degli imperi

L’età degli imperi dello storico inglese Eric J. Hobsbawm è un trattato di storia che considera il periodo 1875-1914, cioè il momento di ascesa prima della caduta degli imperi. Questo è il periodo storico che vede l’ascesa degli Stati Uniti come potenza regionale ma già proiettata verso il Pacifico e l’Europa simultaneamente, ma anche del Giappone imperiale e delle altre potenze europee, in particolare dell’Inghilterra e della Germania ma anche dell’Italia giolittiana. E’ invece il periodo infausto per altre superpotenze come la Russia zarista e la Cina dei Qing ed è infatti il prologo della loro caduta e resurrezione su altre basi. Questo è il periodo di suprema ascesa della borghesia e del capitalismo di stampo ottocentesco e la proiezione del dominio della tecnologia e del capitale europeo sul resto del mondo colonizzato, sempre più organizzato in funzione del fabbisogno di materie prime delle potenze europee. Come si evince, dunque, a volo di uccello, si tratta di uno dei periodi di massimo splendore e decadenza della potenza europea, laddove Eric J. Hobsbawm mostra in modo esemplare le luci e le ombre di un periodo storico che ha nella sua stessa brillantezza le basi dell’autodistruzione avvenuta compiutamente nella prima guerra mondiale (1914-1918), scelta come momento di cesura dell’età considerata.

Variazioni sul tema di Handel

Le “variazioni sul tema di Handel” sono un insieme di 25 variazioni di Johannes Brahms (1833-1897) su un tema di George Friederic Handel. Handel (1685-1759) fu un compositore di quella che oggi chiamiamo “musica barocca” ed è considerato uno dei fondatori della musica moderna insieme a Antonio Vivaldi e Johan Sebastian Bach. Ognuno ha il suo personale maestro di riferimento, l’esempio umano a quale si spera sempre di tendere, pur nella piena consapevolezza di non poterlo mai raggiungere. Ludwig Van Beethoven (1770-1827) era un conoscitore approfondito del suo personale maestro, Handel, di cui pare avesse anche un busto posato sopra il pianoforte. Handel, infatti, come poi anche Beethoven, era particolarmente abile a sfruttare una sorta di accumulazione di intensità mediante momenti di adagio seguiti a grandi esplosioni musicali. Di questo si ritrova ampiamente traccia nelle “Variazioni sul tema di Handel”. Dunque, è lecito iniziare dall’ascolto della suite n. 1 in Si-bemolle maggiore, HWV 434. Senza anticipare molto al lettore, la Suite risulterà abbastanza distante da quella che sarà la fruizione dell’opera di Brahms, che è il nostro oggetto principale. Tuttavia, merita la pena perché tra la composizione di Brahms (1861) e quella di Handel passa più di un centinaio di anni di musica e tra i due compositori sono state intraprese delle profonde ricerche musicali, a partire dai grandi che hanno cambiato non soltanto la musica in senso lato (Haydn, Mozart e Beethoven) ma anche nel senso più stretto delle composizioni per tastiera (Scarlatti, Mozart, Clementi, Beethoven).

Inside out, un bel cartone animato della Disney-Pixar

È da poco uscito nelle sale cinematografiche un nuovo cartone, o “plasticone digitale”, l’ennesimo in questi tempi in cui i cartoni sono, in proporzione, preferiti ai film. Il titolo del cartone è Inside Out.

Mi sono recato alla sala cinematografica più vicina a casa con una certa diffidenza: ultimamente non sono stati molti i cartoni che mi hanno stupito e hanno lasciato il segno all’interno della mia “isola cinematografica” del cervello (vedi dopo). Fra questi voglio senz’altro ricordare WALL-E e Up, cartoni che vedo e rivedo sempre con estremo piacere e che riescono ad emozionarmi. Inside Out, dal canto suo, mi ha attirato per la grande pubblicità mediatica che c’era stata precedentemente l’uscita nelle sale e la grande aspettativa che c’era su di esso. Tuttavia la diffidenza e le aspettative erano entrambe molto alte.

La trama del film è molto semplice, ma ben strutturata: Riley è una bambina di undici anni che fino al momento del suo trasferimento a San Francisco, viveva una vita felice tranquilla, dove ha avuto modo di sviluppare ciò che ha di più caro. La famiglia, l’hockey, i giochi d’infanzia “le stupidere”, sono dunque le sue isole del cervello più sviluppate e più felici che la rendono la persona che è. Il momento del trasferimento è vissuto da Riley con enorme diffidenza e scetticismo, elementi inizialmente confermati, che la porteranno a star male e cadere in una grave depressione. Chi la aiuterà a uscire da questa crisi pre-adolescenziale?

[Segnalazione] Le magliette di Scuola Filosofica 2.1!

FRT1Dopo diverse discussioni, vicissitudini e tentennamenti, aspettando di poter terminare il lavoro di restyling iniziato nel gennaio 2015, per il momento ci godiamo la produzione delle magliette di Scuola Filosofica! Per quanto si tratti di una cosa piuttosto semplice, in realtà è la prima volta che viene proposto qualcosa che non viva soltanto nel mondo dell’etere! Proprio questo è stato uno dei motivi principali per cui abbiamo pensato di lavorare al progetto della magliette: si tratta di un articolo di simpatico ma utile, in piena sintonia con quell’idea di semplicità e chiarezza che abbiamo difeso e portato avanti. E’ vero, non siamo abituati a simili iniziative, ma appunto questo fatto ci fa credere di aver proceduto per il meglio!

PC4Il design delle magliette è stato tratteggiato da Paolo Scattone, che già tante volte ci ha fornito il suo contributo prezioso. Mentre per quanto riguarda la fase operativa del progetto è stata portata avanti dall’infaticabile Wolfgang F. Pili, nostro preziosissimo primo gestore della pagina facebook che vi allieta da un anno e mezzo. Il contributo di Wolfgang è stato sicuramente decisivo sia per la costanza, sia per la capacità di terminare il lavoro nei tempi che si erano stimati. Come sempre, il risultato finale è stato concertato dalla nostra organizzazione, ma il responsabile di questo prezioso progetto è stato sicuramente il nostro gestore della pagina facebook! Finalmente Scuola Filosofica esce anche dal web.

[Segnalazione] Uscita del libro “Filosofia pura della guerra” di Giangiuseppe Pili

FiloGuerraSono lieto di annunciarvi l’uscita del mio ultimo libro, Filosofia pura della guerra. Si tratta di un’opera di ampio respiro, che tratta i problemi della guerra e della pace, per un inquadramento filosofico che mira alla totalità, pur nella piena consapevolezza di non poterla raggiungere. Quest’opera è particolarmente importante per il mio percorso di ricerca e ha richiesto tre anni di lavoro, se si considera soltanto il momento in cui ho iniziato la stesura dell’opera in senso stretto. C’è chi ricorderà le discussioni intrattenute durante l’arco dello sviluppo del libro sin dai primi momenti, come ben sanno Giacomo Carrus e Andrea Corona. Se nel 2014 avevo scritto e pubblicato L’eterna battaglia della mente Scacchi e filosofia della guerra, nel 2015 ho portato finalmente a compimento un progetto di più ampio respiro e che, spero, possa beneficiare il lettore in tanti modi.

2.2 La colonizzazione interna della Sardegna

La Sardegna ha vissuto nella sua storia diversi periodi di colonizzazioni e diversi colonizzatori. Fenici, romani, bizantini, ecc., sono stati i primi. Ma poi in epoca moderna si susseguirono spagnoli e sabaudi. Il trattato di Londra del 1720 stabilì che la Sardegna passasse sotto l’influenza del governo piemontese, seppur mantenendo le antiche istituzione spagnole, all’ora governato dalla secolare casata dei Savoia. Furono proprio questi ultimi ad avere il predominio politico sulle scelte dell’isola dalla metà del 1720 fino all’unità d’Italia del 1861. Questo secolo e mezzo fu segnato da un lato da “grandi silenzi” e grande indifferenze da parte dell’amministrazione coloniale, dall’altro canto il potere sabaudo cercò in un certo periodo, specie nel campo agrario, di rifondare un sistema: l’evento più significato in questo senso lo si visse nel 1823 con quello che venne chiamato ‘editto delle chiudende’, il quale andava innestandosi direttamente nel sistema tradizionale degli ademprivi (per ademprivio si intendeva in Sardegna, e tuttora in diritto, un bene di uso comune, generalmente un fondo rustico di variabile estensione, su cui la popolazione poteva comunitariamente esercitare diritto di sfruttamento, ad esempio per legnatico, macchiatico, ghiandatico o pascolo.), rendendo la situazione giuridica dei terreni altamente complessa. L’uso degli ademprivi, inoltre, prevedeva la rotazione degli impieghi della terra, che un anno era destinata a pascolo e l’anno successivo a seminagione secondo determinazioni comunitarie locali.