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Riflessioni sulla felicità – La passione, i vizi umani e le virtù umane secondo Aristotele, Tommaso d’Aquino e Spinoza

Abstact: Lo scopo di questo articolo è focalizzare in poche pagine alcune concezioni tradizionali sulla felicità portandone all’evidenza gli aspetti essenziali emergenti dal complesso, articolato e millenario sistema concettuale che le caratterizza. Un’interpretazione dell’etica svolta sulla base delle riflessioni di Aristotele, Tommaso d’Aquino e Baruch Spinoza, con il fine di rendere chiara e fruibile la ratio che definisce il concetto tradizionale di felicità, per mostrarne la concretezza e l’attualità anche tramite esempi. Il punto di partenza è l’Etica Nicomachea di Aristotele, scelta per la sua caratteristica di proporre un concetto di felicità concreto e alla portata della vita reale, rispettoso nei confronti del gioco delle passioni, dell’amicizia, della misura delle capacità personali e della disposizione di ogni singolo nell’orientamento etico. Ho voluto accompagnare i punti salienti dell’etica aristotelica con le spiegazioni del più grande interprete medievale del filosofo di Stagira: Tommaso d’Aquino. Il santo ci offre un quadro estremamente sintetico, che ha introdotto con una lucidità senza precedenti nel cuore della Chiesa Cattolica e nella storia medievale la filosofia dello Stagirita e la suddivisione delle virtù proposta da Platone, fornendo anche una descrizione altrettanto chiara e sintetica del loro contrario, i vizi. Nonostante le differenze essenziali rispetto ai filosofi citati, ho voluto mettere in relazione ad essi Spinoza, un filosofo moderno, perchè ha sottolineato l’importanza di comprendere profondamente le passioni nel perseguire la felicità e ne ha mostrato quindi la logica.

L’essenza dell’uomo e la sua opera

Gli antichi filosofi e in particolare Aristotele, che seguirò in questa prima parte, osservavano che la medesima materia è condivisa da differenti enti, diversi per la diversa organizzazione. Distinguevano tra l’organizzazione della materia, detta forma, e la materia stessa (Metafisica Libro VII).

Lo Stagirita ci invita ad osservare come il cerchio geometrico sia forma del cerchio di bronzo, notiamo così che le caratteristiche del cerchio geometrico sono indipendenti dalle caratteristiche del bronzo.

Ugualmente la forma e la materia sono note nell’uomo con il nome di “anima” e “corpo” secondo la famosa definizione aristotelica del De anima (Libro B): “l’anima è la forma di un corpo naturale che ha la vita in potenza”.

L’uomo non è per il filosofo un mero mucchio di ossa e carne e possiede un moto autonomo che lo distingue dal cadavere in virtù della sua organizzazione interna distinta da quella di altri enti che condividono la stessa materia (per esempio altri animali).

Un’altra differenza essenziale tra gli enti che Aristotele ci fa notare nell’Etica Nicomachea (I,6) è l’opera che compiono. Gli esseri, diversi tra loro, agiscono secondo la loro natura distinta e non secondo una natura qualsiasi. Ogni specie si esprime in un comportamento ad essa corrispondente che lo Stagirita chiama “azione propria” per realizzare un’ “opera propria”.1

L’opera propria dell’ente non è mai il risultato di un’azione qualsiasi, ma è ciò che l’ente può compiere in quanto è quell’ente. Potremmo dire oggi che l’operazione propria è specie specifica sebbene sia soltanto potenziale per alcuni di essi.

L’uomo per realizzarsi in quanto uomo deve infatti essere educato da altri, in caso contrario il suo comportamento si produrrebbe al di sotto del livello della sua specie rimanendo sul piano indeterminato del suo genere. In sintesi quando l’uomo non realizza la sua opera propria, non differenziandosi dalle altre specie, rimane allo stadio dell’animale. In questo caso è mancante come uomo, ma un ente privo di qualcosa che gli compete in quanto alla sua specie è menomato, l’animale è sofferente, l’uomo desidera, è turbato interiormente ed è perciò infelice.

Le facoltà che l’uomo possiede in potenza devono essere quindi portate all’atto, venire alla luce, realizzarsi, svilupparsi secondo differenti misure. Lo sviluppo umano invero è la continuazione del processo di generazione pertanto sono realizzabili differenti livelli di esistenza più o meno elevati qualitativamente. In altre parole lo sviluppo muta la qualità dell’esperienza.

Abbiamo visto infatti che ogni ente esiste o vive entro i confini e in forza del suo distinguersi, ovvero della sua essenza o forma e della sua operazione propria. Nell’uomo la piena realizzazione consiste nell’attualizzare le sue facoltà specifiche che sono di natura razionale perciò di natura etica, epistemica ed estetica e godere di esse e dei loro oggetti.

La condizione di piena realizzazione personale viene detta da Aristotele “felicità” ed è il bene per l’uomo. La felicità e il bene consistono quindi per lo Stagirita nella pienezza della realizzazione della propria natura, principalmente in quanto uomo e secondariamente in quanto individuo e cittadino.

La felicità però non può essere vissuta isolatamente perchè l’uomo è anche un animale politico, deve avvenire con il corollario dell’amicizia intesa come philia, sentimento positivo verso altri uomini, tema su cui l’antichità ha speso molte parole intessendone le lodi più elevate.

La piena realizzazione di sè implica essere eccellenti nel pensare e nell’agire, conseguentemente nel creare opere eccellenti. L’eccellenza è chiamata dai greci “aretè” che i latini hanno tradotto con virtus, ma per noi questo termine ha assunto connotazioni che non possedeva in passato. L’etica classica infatti viene riproposta dal cristianesimo in un significato che la lega alla teologia e perciò le disposizioni umane, le virtù o i vizi, assumono la connotazione di azioni volute da Dio o contro il volere di Dio, significato che era assente in Aristotele.

Continuerò quindi per lo più ad usare la parola “eccellenza” per indicare la perfezione dell’azione e dell’opera.

L’opera propria sarà invece il “bene” che per la metafisica classica era da intendersi come qualcosa di compiuto, come risultato di un’azione efficace e come condizione di esistenza dell’agente, cioè di positività, generatività e produttività rispetto al nulla. Infatti dato che il fine dell’azione propria concorre a rendere l’ente distinto dagli altri e a conservarlo in essere, l’opera propria che è appunto quel fine, può essere considerata il bene dell’ente il quale viene perciò definito da Aristotele come “ciò in vista di cui ogni cosa tende”.

Bene quindi è l’opera propria dell’ente che lo realizza nel suo essere.

Bene quindi è ciò che è compiuto (relativamente alla sua potenzialità specifica).

Bene, in un altro senso ancora è ciò che è ottenuto per il fine della propria conservazione.

E’ male invece tutto ciò che, considerando le potenzialità comuni nella specie, manca di qualcosa.

E’ male inoltre tutto ciò che è una potenza che per qualche motivo esterno non giunge all’atto.

La felicità come scopo della vita

Secondo Aristotele la felicità è quel bene ottenuto il quale, nessun altro bene è necessario. Infatti, se si è felici l’aggiunta di un bene alla felicità comporta ancora la stessa felicità, sottrarre un bene differente dalla felicità comporta ancora la felicità.

La felicità non dipende dunque direttamente dall’ottenere qualcosa. Ogni bene materiale lascia infatti qualcosa da desiderare. Essa invece è di per sè il massimo bene, un bene distinto dagli altri perchè per definizione non lascia da desiderare alcunché.

La felicità non è la gioia, questa consegue dall’ottenimento di un oggetto desiderato, ma qualsiasi oggetto lascia qualcosa da desiderare, quindi qualsiasi gioia lascia spazio ad un dolore.

Gioia e dolore sono passioni che dipendono dall’ottenimento o dalla perdita di qualcosa, la felicità non è una passione o un sentimento ma è il godimento delle proprie opere eccellenti, delle opere eccellenti della natura e delle opere eccellenti degli uomini. Da essa deriva gioia perchè è il bene sperato.

La felicità non è un mezzo, essa ha infatti la natura di fine. Data la felicità nessun bene è necessario, ma è necessaria dato qualsiasi altro bene. Ora, ciò che è desiderabile per sé è un fine, ma essa è per definizione ciò che è desiderabile per sé, quindi è un fine.

La felicità non serve a nulla, perchè appunto non ha la natura di mezzo in nessun modo. Abbiamo infatti detto che, data la felicità, null’altro è necessario all’uomo. Quindi qualsiasi altro fine dovrà essere anche un mezzo, ma la felicità abbiamo visto che non lo è. Essa può quindi ben essere considerata fine ultimo. E’ quindi il fine ultimo dell’uomo.

La felicità non è un bene materiale perchè appunto, l’ottenimento di un bene lascia altri beni da desiderare. Non è nemmeno l’ottenimento di tutti i beni contemporaneamente. Questi sono infatti soggetti a corruzione e perdita e non possono essere ottenuti insieme e per tutta la vita.

Ancora, nessun bene materiale è compiuto pienamente, essi infatti sono composti e corruttibili, sono potenzialità delle loro qualità. Quindi l’insieme dei beni materiali è solo in potenza il massimo possibile. Ma ciò che non è il massimo allora è mancante, quindi non è la felicità. La felicità non manca infatti di nulla.

Ora, se non è materiale, appartiene all’ordine del pensiero. Non è un’immagine, altrimenti sarebbe anche materiale, perciò è un concetto e uno stato dell’anima.

La felicità possiede due significati:

Il significato empirico che è la tranquillità dell’anima, l’assenza di tormenti spirituali, la serenità, la soddisfazione di sè e della propria azione che ha come oggetto l’azione adeguata al fine, all’oggetto e alle circostanze.

Il significato metafisico e intellettuale invece ha come oggetto l’essere o l’esistere in astratto. L’essere è infatti ciò che non manca di nulla. Esso coincide con la verità e con la perfezione. La felicità è la contemplazione intellettuale della verità intesa come positività che è in tutte le cose in quanto esistono. Le cose sono concepite, sotto questo aspetto, nel concetto del vero, del bello, del bene, ma anche dell’assoluto e del sacro dal punto di vista religioso. La sapienza è la contemplazione del positivo, cioè la conoscenza delle cose dal punto di vista della forma, ovvero del concetto entro cui sono inscritte e generate, quindi dell’ordine, della misura e della finalità conferita dalla forma, cioè della loro eccellenza nella misura in cui sono beni.

Le passioni

La felicità non è un sentimento ma è una questione di sentimenti, è inimmaginabile la felicità intesa come paura o come angoscia, è più facile concepirla come gioia o piacere. Infatti essere felici sembra voler dire saper trasformare in gioie gli eventi. Ma anche questo è inimmaginabile, la morte, l’umiliazione, la mancanza e tutti i sentimenti di tristezza non possono essere facilmente modificati nei contrari. La felicità sarà dunque la soddisfazione di aver fatto ciò che era in nostro potere riconoscendo che esiste un fato che non possiamo comandare. La felicità sarà quindi soddisfazione di sè, onore meritato, dignità, rispetto di se stessi, autostima, comprensione degli eventi della vita.

Le passioni sono molteplici e sono stati dell’anima agiti dall’esterno e quindi subiti dal soggetto. L’anima lasciata in balia degli eventi incalzanti viene da essi sopraffatta.

Come si sa alcune passioni sono positive e piacevoli altre sono negative e si tende ad evitarle, tuttavia anche la gioia esagerata può diventare esaltazione, l’amore può essere una passione incontrollabile e portare a conseguenze indesiderate, l’ambizione può sfociare in eccessi e così via.

Sia le passioni piacevoli sia quelle spiacevoli sono vincolate all’esperienza sensibile e come i sensi possiedono una gamma limitata di intensità accettabili oltre le quali o sotto le quali si cade nell’eccesso o nel difetto. Il comportamento dei sensi infatti e tale per cui se esponiamo un arto al calore, esiste un limite oltre il quale non possiamo andare senza bruciarci e se lo esponiamo al freddo, esiste un limite oltre il quale non possiamo andare senza congelare. La piacevolezza del cibo viene meno rispetto alla sovrabbondanza, e ciò è evidente anche rispetto al bere. Gli esempi possono essere moltiplicati all’infinito.

Deriva che la scelta eccellente è una via di mezzo rispetto a noi, al modo in cui siamo, al nostro modo di sentire e alle nostre possibilità di gestire le situazioni.

La virtù è una disposizione (habitus) che orienta la scelta deliberata, consistente in una via di mezzo rispetto a noi, determinata dalla regola, vale a dire nel modo in cui la determinerebbe l’uomo saggio”. (Eth. Nich, II, 6, 1107 a)

Per saggio Aristotele intende intelligente, la regola infatti deve essere determinata volta per volta rispetto alla conoscenza delle proprie caratteristiche personali e rispetto ad un’acuta penetrazione delle circostanze presenti. Inoltre l’eccellenza è un habitus, si acquisisce con l’esercizio e diventa come una “seconda natura”, la medesima cosa vale per il vizio.

Per ora diciamo solo che le passioni sensibili indifferentemente dal loro segno possono minare gravemente la ricerca della felicità. E’ evidente a tutti che una sofferenza grave dell’anima impedisce di essere felici, ma ciò che non è evidente è perchè anche le gioie e i piaceri possono essere d’impedimento alla serenità.

Il problema è la volubilità dell’animo umano, l’intensità del desiderio e la mutevolezza degli oggetti del desiderio che espongono alla delusione e alla paura. La felicità dipende cioè dalla libertà personale e quindi dalla capacità di apprezzare i beni mantenendo intatta la propria indipendenza da essi e dalle vicissitudini della fortuna. Tale indipendenza è finalizzata a mantenere lo stato di serenità anche qualora gli eventi diventino contrari. Solo i beni intesi dall’intelletto sono infatti stabili, la bellezza artistica, il senso della scoperta e della conoscenza, l’azione magnanima, i prodotti della creatività e dell’intelligenza. I beni sensibili sono soggetti alla fortuna.

L’identificazione nelle situazioni, la lotta per lo status, il desiderio di riconoscimento, la brama di denaro e di successo, sono tutti stati dell’anima che portano con sè turbamenti e che possono indurre ad accettare situazioni indesiderabili, turbamenti che dipendono dalla dipendenza che si crea tra noi e gli oggetti esterni, tra noi e la società, e radicano nella convinzione che i nostri desideri debbano essere sempre soddisfatti per poter essere felici.

La commedia della vita, ciò che vediamo di fronte a noi ogni giorno, dipende da un sotterraneo sentimento di mancanza che deriva dall’asservimento della ragione alla sensibilità. Masse di persone che si agitano e che si esibiscono rapite dalle mode, dalle proposte di mercato e dalle aspirazioni contingenti. Il fenomeno della libertà è raro ed è connesso alla competenza nell’agire, nel desiderare e nel conoscere ciò di cui effettivamente si ha bisogno in quanto uomini.

Come funzionano le passioni

Sebbene esistano molti modi per classificare le passioni, possiamo suddividerle secondo la semplice tassonomia di Tommaso d’Aquino: Ci sono passioni relative alla tendenza ai beni e alla fuga dai mali e passioni relative alla rimozione degli ostacoli, relative all’arduo.

Le prime, quelle relative alla tendenza ai beni sono:

  • l’amore e l’odio intese come concordanza con l’oggetto o discordanza

  • desiderio o ripugnanza quando l’oggetto non è ancora raggiunto

  • piacere/gioia o dolore/tristezza quando l’oggetto è raggiunto o non è raggiunto

Le seconde, quelle relative alla rimozione dell’arduo sono:

  • speranza o disperazione quando si ama un bene arduo

  • audacia o timore nel raggiungimento o nella fuga

  • ira quando il male è giunto

Secondo Spinoza derivano dal corpo e sono attività involontarie, sono causate dalla presenza fisica o mentale di oggetti i quali hanno la capacità di accrescere o diminuire la potenza di agire del corpo (autoconservazione). Si manifestano secondo delle precise logiche.

La suddetta tassonomia le presenta secondo differenti generi, per contrari. E’ da ritenere che la presenza di una passione appartenente ad uno dei generi detti comporti necessariamente la contraria relativamente ad oggetti contrari (chi ama mangiare odia digiunare). La simultanea presenza di passioni contrarie è causata invece dal fatto che gli oggetti a cui si riferiscono sono composti. Bisogna ricordare che un male è sempre e solo un’affezione di un bene. Consegue che è sempre possibile amare e odiare, desiderare e provare repulsione, provare piacere e dolore. Ogni contraria, inoltre, può lenire la contraria.

Ognuna di esse sussume tutta una serie delle specie di sentimenti conosciuti.

Per comprendere il funzionamento del rapporto tra ragione e passioni come era inteso dagli antichi filosofi possiamo prendere come esempio il comportamento eccellente del pompiere che spegne le fiamme.

Il pompiere è allenato, ha studiato le caratteristiche degli incendi quindi spegne le fiamme e mentre lo fa segue il metodo che ha predisposto su cui si è esercitato. L’emozione di ripugnanza a bruciarsi e di fuga è così vinta, il pompiere non fugge. Lo schema produce altre emozioni: speranza, timore, desiderio, audacia e a seconda della situazione, tutta la gamma. Ma anche così il pompiere sa cosa deve fare e lo fa, nessuna di esse lo spinge ad un’azione differente dall’habitus, cioè nessuna di esse prevale e sfocia in azione. La sensazione di controllo prevale perchè agisce secondo ragioni ed è esercitato a farlo fino all’automatismo, guida se stesso sicuro, contempla la sua azione, la valuta, la corregge, ha ruolo attivo rispetto agli eventi. Egli contempla se stesso come causa e mira all’eccellenza dell’azione. L’opera è essa stessa eccellente e nonostante la situazione difficile il pompiere mantiene la calma, è soddisfatto dell’opera e contempla positivamente se stesso.

L’equilibrio interiore, che è il sostrato della felicità, consiste in uno stato emotivo simile, ma come ritiene Tommaso d’Aquino, esteso ad ogni ambito dell’esistenza e non soltanto a situazioni specifiche, dipende infatti da una più generale competenza nell’affrontare le situazioni che è la virtù umana. Nel caso del pompiere si comprende come il divenire caotico dell’incendio e i suoi portati sensibili non sono l’oggetto principale della sua attenzione, è concentrato su quei concetti entro i quali l’incendio acquista un senso preciso, si focalizza sulla conoscenza della situazione e di se stesso nella circostanza che viene così filtrata tramite concetti. Non che le passioni siano negate nell’azione, ma vengono orientate verso passioni positive, il senso di competenza, la fiducia, l’onore, l’audacia e la gioia mantenute in equilibrio con quelle negative.

Se il metodo dovesse fallire, il pompiere potrebbe “perdere la testa” e non riuscire a salvare nemmeno se stesso. Potrebbe essere sopraffatto da un desiderio di fuga incontrollata, che una volta dentro l’incendio, in una situazione labirintica, gli impedirebbe di evitare gli ostacoli. La situazione sarebbe cioè troppo complessa per essere affrontata con il mero bagaglio emotivo che è invece troppo semplice.

Secondo Tommaso d’Aquino la passione mira direttamente al fine ed è mossa dalla mutevolezza delle situazioni, quindi quando l’ambiente è complesso, muta direzione, affronta l’inaffrontabile, fugge l’affrontabile ecc. La passione non considera cioè un processo ma solo un risultato. E’ la mera attrazione del fine. Ciò verso cui si tende è per l’Aquinate il massimo bene possibile ed il più semplice da raggiungere. Quindi la mozione passionale è data dalla distanza (intesa anche come difficoltà o facilità) e dalla dimensione del bene desiderato. Il desiderio è dato cioè dall’accessibilità e dalla misura dell’utilità o piacevolezza dell’oggetto, insieme alla concordanza dell’oggetto con il soggetto (una quantità di fieno attrae un cavallo ma non un uomo).

I sentimenti quindi sono attrazione o fuga, ma dal modo specifico in cui l’azione è condotta vengono modificati e placati. Il modo specifico in cui l’azione viene condotta è la sregolatezza emotiva oppure la regola della ragione che tempera gli eccessi riequilibrandoli.

I principi delle passioni

Spinoza nell’Etica (Parte IV) suggerisce che l’agire umano è sempre passionale. Ci sono passioni di letizia e passioni di tristezza, la felicità è l’orientamento verso le prime e deriva dalla nostra capacità di comprendere la logica degli stati emotivi e da come ci costruiamo il concetto della situazione. Chiaro è quel concetto che si rappresenta il modo in cui la passione viene elaborata, confuso invece il concetto che considera la situazione come causa necessaria del sentimento.

La causa necessaria dei sentimenti infatti è il nostro modo di pensarli ed elaborarli, mentre le situazioni e gli oggetti sono cause sufficienti. Le passioni dipendono cioè in maggior misura dal nostro modo di concepire le situazioni che dalle situazioni stesse.

L’idea che ci facciamo delle situazioni, secondo Spinoza è chiara quando è conosciuta come causa prima del sentimento, astratta dal contingente e dalla privazione e quindi dalla sensibilità per offrire la forma del reale, il positivo, l’essere in universale. Secondo il filosofo olandese, così come per gli stoici, le situazioni devono essere concepite nel loro aspetto di necessità causale, cioè per la loro imprescindibilità e indipendenza da noi, mentre le emozioni devono essere concepite come dipendenti da noi perchè sono appunto, nostre.

I moti che regolano gli affetti possono essere ridotti ai seguenti principi:

  1. Perseveranza/accrescimento (La mente tende verso tutto ciò che aumenta la potenza/capacità di agire del corpo)

  2. corrispondenza/intenzionalità (Il corpo è affetto in molti modi, dunque la mente è affetta in molti modi)(ciò da cui è affetta la mente genera passioni se è un’idea confusa)

  3. simultaneità (se due oggetti si presentano contemporaneamente, la presenza di uno è sufficiente al ricordo dell’altro)

  4. somiglianza/uguaglianza (ciò che affetta qualcuno che consideriamo simile a noi affetta anche noi)

1.1. Ogni cosa tende a perseverare nel suo essere indefinitamente, i filosofi sono sempre stati d’accordo sul fatto che le nostre emozioni dipendono da un principio di autoconservazione, si tende verso ciò che si ritiene bene e si fugge da ciò che si ritiene essere male. Quindi ciò verso cui la mente tende è ciò che ama, odia invece ciò da cui rifugge.

2.1. In quanto gli oggetti e le situazioni sono percepiti, producono idee e quindi sentimenti, soprattutto se intesi come unica causa, cioè se intesi in maniera confusa.

3.1. La connessione delle idee delle affezioni del corpo dipende dall’ordine di presentazione degli oggetti ad esse corrispondenti.

Quindi se due oggetti si presentano contemporaneamente, la presenza di uno è sufficiente al ricordo dell’altro.

Il nostro sentimento transita da un oggetto all’altro in forza di tale simultaneità.

Possiamo quindi provare qualsiasi sentimento per caso. Infatti se si presentasse un oggetto neutrale che in passato è stato percepito insieme ad un altro che provoca tristezza, noi avremmo il ricordo dell’altro e della tristezza ad esso associata.

4.1. Il nostro sentimento transita da un oggetto all’altro e dall’oggetto al soggetto in forza della similitudine concepita.

Se sono affetto da un sentimento per un oggetto, sarò affetto dallo stesso sentimento anche per un oggetto simile. Se un individuo è affetto da un sentimento e considero che l’individuo sia simile a me, allora sarò affetto dal medesimo sentimento.

Da tutto ciò che si è detto deriva quindi per esempio che se qualcuno distrugge ciò che un altro ama, sarà odiato.

Infatti amare significa desiderare qualcosa che si ritiene concorde e conveniente per noi e che pensiamo ci procuri un accrescimento del nostro essere e del nostro agire. La mente tende infatti verso tutto ciò che aumenta la capacità di agire. La distruzione di un oggetto amato comporta un’affezione del corpo e quindi anche della mente (per l’intenzionalità del pensiero) da parte di qualcosa che non concorda, non conviene rispetto a noi e nega ciò che procura un accrescimento del nostro essere. Chi distrugge l’oggetto amato sarà dunque odiato.

Oppure, se si ama qualcuno ma se l’amato è affetto da tristezza, allora deriva in forza del “principio di corrispondenza” che anche chi ama è affetto da tristezza.

Un esempio più complesso comprensivo di tutta la teoria potrebbe essere il seguente:

Per ipotesi y ama eccessivamente l’onore e x riceve onori per la sua capacità mentre y non riceve alcuna lode.

Y desidera ricevere onori perchè accrescono la sua potenza d’agire, y è affetto da x e dal sapere che riceve onori, ma se per ipotesi gli onori non possono essere condivisi ed è arduo procurarseli, l’arduo frustra la potenza di agire di y che dispera di avere gli stessi onori ed è triste.

X è associato agli onori che non possono essere ottenuti da y quindi x frustra la potenza di agire di y, perciò y odia x.

Se invece per ipotesi y amasse l’onore ordinatamente, cioè avesse l’habitus di fruire dell’onore solo in base al merito e alla correttezza delle sue azioni, quindi secondo giustizia, troverebbe negli onori di x il merito (avrebbe un concetto chiaro di x). Ovvero y amando l’onore meritato, non desidererebbe il medesimo onore di x, ma y amando la giustizia e sapendo di poterla ottenere apprezzando x, apprezzerebbe x e quindi gioirebbe, la gioia accrescerebbe la potenza d’agire di y e annullerebbe la tristezza.

Al contrario l’amore smisurato per l’onore che prescinde dal merito, lo spingerebbe a volere l’onore di x e si sentirebbe defraudato. Continuerebbe ad odiare x e per rimuovere l’ostacolo insito nella sua anima, giudicherebbe l’onore di x come se fosse immeritato, lo disonorerebbe con l’ingiuria, la contumelia, la diffamazione. L’habitus di y sarebbe l’invidia.

Assumendo allora che l’habitus di y è l’invidia, x è disonorato da y e associa il disonore al suo successo, ciò lo rattrista. Se per ipotesi egli è saggio e determinato ad essere felice sa che il disprezzo di y mira a distruggere l’oggetto da lui amato, e sa che questo lo porta all’odio verso y, e da ciò all’ira, ma sa anche che l’odio diminuisce la sua capacità di agire e mina la sua felicità.

Può decidere quindi di essere magnanimo e di non considerare la situazione come causa di tristezza, bensì di considerare il proprio concetto della situazione come causa di tristezza.

Dovrà quindi persuadere se stesso che l’azione di y non diminuisce veramente il suo onore, che il riconoscimento di y è superfluo così come lo è la fama, e che le cause dell’atteggiamento di y sono un’eventualità esterna riguardante y stesso.

Continuerà quindi a godere del suo merito focalizzandosi su di esso senza pensare a y.

Il rapporto con le situazioni e i beni

Abbiamo visto che la felicità consegue dal rapporto che si instaura con i beni sensibili desiderati, con le situazioni, con le persone. I beni e le situazioni non devono quindi essere la guida dell’azione, ma devono essere fruiti in modo intelligente, secondo la via media aristotelica.

Possiamo quindi stilare un elenco delle virtù tratto dall’Etica Eudemia (II, 3, 1221a) per esemplificare il modo in cui l’aretè è un medio tra due estremi.

Difetto

Aretè

Eccesso

viltà

coraggio

temerarietà

insensibilità

moderazione

incontinenza

meschineria

magnificenza

ostentazione

avarizia

liberalità

prodigalità

pusillanimità

magnanimità

vanità

disinteresse per gli onori

magnanimità

amore eccessivo per gli onori

flemma

mitezza

collericità

dissimulazione

veracità

millanteria

rozzezza

facezia

buffoneria

scontrosità

amabilità

adulazione

impudenza

pudore

timidezza

malevolenza

giusto sdegno

invidia


Concepire l’eccellenza nell’azione in senso letterale fa sembrare possibile essere eccellenti nel furto, nell’omicidio, nella truffa, ma tali azioni esprimerebbero degli eccessi o dei difetti. Nello schema si vede come ad esempio il furto debba derivare da incontinenza, l’omicidio da collericità, la truffa ancora da incontinenza e così via. Tale è il legame tra il segno che le azioni possiedono, se negative o positive e la felicità. I difetti o gli eccessi sono cagione di timori, brame, invidie, scontri, litigi ecc.

L’azione distruttiva infatti è guidata dalla passione e dall’istinto. Se la brama è tale da poter spingere ad escogitare un omicidio, un furto, una truffa, ciò avviene per la cupidigia e per ripugnanza verso ciò che impedisce il possesso di un bene. In questo caso non c’è tranquillità dell’anima e i sentimenti negativi prendono il sopravvento. E’ vero che più l’atto riesce e maggiore è il piacere, ma ciò che qui conta non è il piacere bensì la serenità che prepara il terreno alla fruizione razionale del vero e del bello nella natura e di ciò che è nobile nelle opere degli uomini.

Ognuno dei beni comporta una difficoltà nell’ottenerlo che l’atto illecito mira ad evitare. L’arduo garantisce ed obbliga ad un perfezionamento della natura dell’agente ed è tale perfezionamento che conta per la felicità. Solo in base ad esso è possibile liberarsi dal vincolo della difficoltà e mantenere l’equilibrio tra gli eccessi impedendo alle emozioni negative di prendere il sopravvento.

Mancando l’arduo, l’agente non sviluppa se stesso, cade nella noia, diventa un incapace, e soffre della minima difficoltà, noia o bramosia lo attanagliano.

I vizi umani secondo Tommaso d’Aquino

Seguendo Tommaso d’Aquino nella sua teorizzazione sul male possiamo infatti ottenere una semplice e celebre classificazione dei vizi che aiuta a comprendere le sofferenze che accompagnano le azioni squilibrate rispetto ai beni. Secondo l’Aquinate (Il Male Quest. 8, Art 1.) “Il bene dell’uomo è triplice: il bene dell’anima, del corpo e delle cose esteriori”, ad ognuno di questi generi competono degli atteggiamenti disordinati, i vizi con conseguenze nefaste sulla felicità.

  • Beni dell’anima: eccellenza dell’onore e della fama ai quali spettano la superbia e la vanagloria

  • Beni del corpo: conservazione dell’individuo e della specie ai quali spettano la gola e la lussuria.

  • Beni esteriori: a cui spetta l’avarizia

  • Ci sono beni che impediscono di conseguire un bene disordinatamente desiderato e da essi si rifugge o con tristezza o si insorge contro di essi. Abbiamo quindi l’invidia, l’accidia, e l’ira.

La superbia è di tre specie:

  1. Credere di avere ciò che non si ha

  2. Attribuire a meriti propri quello che non lo è

  3. Pensare di avere qualcosa al di sopra degli altri quando si è come gli altri

Alla superbia l’Aquinate attribuisce una certa importanza perchè da essa sembrano discendere facilmente anche gli altri vizi.

Molto schematicamente il Doctor Angelicus descrive nel De Malo (Quest. 9-15) anche le conseguenze di tali attitudini offrendoci una facile linea interpretativa e un’occasione per poter riflettere su come si debba considerare la felicità comprendendo la natura dei suoi contrari. E’ inoltre evidente dallo schema come l’azione quando è negligente porti con sè come conseguenza l’infelicità nonostante sia in grado di favorire il raggiungimento di scopi e di interessi personali. La felicità e l’infelicità non dipendono quindi dall’ottenimento di un bene ma dal modo in cui lo si ottiene.

Le conseguenze della vanagloria

  1. Iattanza: manifestare la propria eccellenza con parole

  2. Presunzione d’originalità

  3. Ipocrisia (fingere di possedere qualità, capacità…)

  4. Disubbidienza (essere superiori all’autorità, alle regole, alle gerarchie…)

  5. Ostinazione (in forza del proprio presunto valore non ci si corregge)

  6. Discordia

  7. Contesa

Le conseguenze dell’invidia

  1. Maldicenza

  2. Diffamazione

  3. Odio

  4. Esultanza per le avversità altrui

  5. Afflizione per le prosperità altrui

Le conseguenze dell’accidia

  1. Disperazione (allontanamento dal bene dello spirito sperato)

  2. Svogliatezza (verso gli stessi beni)

  3. Pusillanimità (verso le cose ardue relative ai beni dello spirito)

  4. Rancore (verso le persone che tengono legato ai beni dello spirito)

  5. Odio (verso quei beni)= malizia

Le conseguenze dell’ira

  1. Indignazione

  2. Tracotanza (andare oltre nel cercare modi per vendicarsi)

  3. Bestemmia

  4. Clamore

  5. Insulti

  6. Risse

Le conseguenze dell’avarizia

  1. Durezza del cuore (insensibilità per i bisogni degli altri)

  2. Inquietudine

  3. Violenza o astuzia

  4. Fallacia

  5. Spergiuro

  6. Frode

  7. Tradimento

Le conseguenze della gola

  1. Impurità della polluzione

  2. Ottundimento dell’intelletto

  3. Sciocca allegria

  4. Chiacchiera

  5. Scurrilità (buffoneria nei gesti esteriori)

Le conseguenze della lussuria

  1. Cecità della mente (non si giudica rettamente intorno al fine)

  2. precipitazione

  3. incostanza

  4. Amore di sè

  5. Odio a Dio

  6. Attaccamento al mondo 

  7. Disperazione verso il mondo futuro

I vizi sono sentimenti causati da desideri, credenze, paure, scelte in eccesso o in difetto e caratterizzano l’abitudine a rapportarsi negativamente con il mondo in forza di modi distorti di rappresentarlo, di fallace che offuscano il ragionamento andando a minare il godimento del positivo. Se li consideriamo dal punto di vista dei sentimenti che li costituiscono allora possiamo ritenere che essi possano essere descritti nella maniera seguente:

La superbia/vanagloria è un sentimento di disprezzo frequente e dominante in chi ama eccessivamente le proprie qualità accidentali e quindi ha ripugnanza per gli altri negli accidenti e nella sostanza. Ha come causa efficiente le proprie qualità o i propri beni. Offusca la coscienza di sé, in quanto si gode dell’errore di giudizio e quindi ci si sforza di errare. E’ una forma di clemenza con se stessi, si scelgono modi per ottenere facilmente la lode e lodarsi tramite criteri di giudizio arbitrari e iper-semplificati applicati su di sé e o nei confronti degli altri. Sfrutta l’ignoranza degli altri e la loro superficialità di giudizio per ottenere lodi immeritate.

E’ la gioia eccessiva ed effimera che dipende dal giudizio positivo degli altri su di sè o dal proprio giudizio fallace su una propria azione.

E’ la tristezza eccessiva che dipende dal giudizio negativo degli altri o dal proprio giudizio fallace su una propria azione errata.

L’invidia è un sentimento di odio frequente e dominante in chi ama eccessivamente le proprie qualità accidentali come nella superbia ma è un odio diretto verso chi ha qualità personali o beni materiali. Ha come causa efficiente le qualità personali o i beni di altri.  E’ la scelta del godimento immeritato di se stessi e dei propri beni, perchè paragonati questi con i beni degli altri. Il criterio è scorretto in quanto il merito non dipende dal paragone.

E’ la gioia eccessiva ed effimera che dipende dall’altrui perdita di un bene.

E’ la tristezza che dipende dall’altrui guadagno di un bene.

L’avarizia è un sentimento manifesto nel timore di non possedere abbastanza, frequente e dominante in chi ama eccessivamente i beni materiali. E’ la scelta del godimento immeritato della propria capacità di ottenere il bene e mantenerlo. Il bene infatti viene scelto, ottenuto e tenuto nella misura e nel modo errato. A qualsiasi costo e senza considerazione per gli altri e per se stessi.

Si sceglie il massimo quando invece esiste una misura. La misura è l’utile.

E’ la gioia eccessiva ed effimera che dipende dal guadagno di un bene materiale.

E’ la tristezza eccessiva che dipende dalla perdita o dalla mancanza di un bene materiale.

L’accidia è un sentimento, frequente e dominante in chi odia operare, manifesto nel timore di dover fare e nello sdegno per i doveri. Produce rancore verso le persone che li propongono.

E’ la gioia eccessiva ed effimera causata dall’evitare di eseguire un’azione dovuta.

E’ la tristezza eccessiva causata dall’esecuzione di un’azione dovuta.

La gola è il sentimento, frequente e dominante, di non mangiare e bere abbastanza, cioè di non divertirsi con cibi, bevande, feste e tutto ciò che fa da contorno ad essi.

La scelta del godimento immeritato di un cibo, in quanto fruito oltre il dovuto. E’ dovuto il cibo nella misura in cui sazia. Si sceglie il massimo quando invece esiste una misura.

E’ la gioia eccessiva ed effimera causata dall’acquisizione del cibo o del divertimento relativo.

E’ la tristezza eccessiva dovuta alla mancanza del cibo o del divertimento ad esso associato.

L’ira è spietatezza, frequente e dominante, in chi ama eccessivamente il suo onore. E’ un sentimento eccessivo rispetto all’ingiustizia subita. La scelta del godimento immeritato della giustizia in quanto esercitata oltre il dovuto. Il dovuto è proporzionale al torto. Si sceglie il massimo, quando invece esiste una misura: la legge, la ragionevolezza.

E’ la gioia eccessiva ed effimera causata dalla vendetta.

E’ la tristezza eccessiva causata dal torto

La lussuria è il sentimento frequente e dominante di non avere abbastanza piaceri sessuali, cioè di non divertirsi con la sessualità, la sensualità, e tutto ciò che ad essa fa da contorno. Si sceglie il massimo possibile quando invece esiste una misura: la cura, l’affetto.

E’ la gioia eccessiva ed effimera causata dalla sessualità.

E’ la tristezza eccessiva causata dalla mancanza di rapporti sessuali.

L’eccellenza nell’azione: le virtù umane

La prima scelta libera che l’uomo esercita e che lo rende responsabile delle sue azioni avviene quando non c’è la necessità di agire. La pace non è il momento del riposo e dello svago, ma è il momento della preparazione per la guerra. Il militare che si esercita avrà onore in battaglia e rischierà poco, l’altro che si svaga, che è rammollito e che è abituato agli agi, in battaglia soccomberà, oppure diserterà compiendo male l’azione.

Magari sarà costretto ad imbrogliare o a mentire, metterà a repentaglio la vita di altri o sarà semplicemente inutile alla guerra. I suoi sentimenti saranno di timore o di impotenza e le sue azioni gli sembreranno obbligate, necessarie, ma lo saranno solo in forza della sua incapacità. La verità è che in quanto militare ha fatto una scelta prima della guerra. Ha voluto agi invece di addestramenti e non ha fatto nulla per essere all’altezza della situazione futura. L’eccellenza si fonda sulla preparazione, sull’allenamento e sull’impegno che si esercita quando la situazione è favorevole.

La scelta della felicità è una scelta di vita che comporta migliorare se stessi nella costruzione di un habitus eccellente, sarà così che nei momenti avversi si sarà pronti e si riuscirà agilmente e con soddisfazione a vincere la difficoltà e ad ottenere o a rinunciare senza danno.

Sarà produttore di infelicità quindi dilettarsi finché si può, più che si può, e poi tentare di avere qualcosa ed essere qualcuno quando ormai le difficoltà incalzano o i beni che apparivano inutili e a cui ci si è ribellati diventano utili. Alcuni mali derivano quindi da imprudenza, tentare la fortuna, giocare d’azzardo, altri dallo spreco e dalla brama eccessiva, altri ancora dal desiderio di prevaricazione e di potere, dalla slealtà e infine altri dall’impazienza, o dalla negligenza. La preparazione garantisce la competenza nella situazione di difficoltà e quindi la tranquillità dell’anima.

Si è ritenuto fin dall’antichità che un’educazione eccellente debba essere utile in tutte le situazioni e sia garantita dallo sviluppo di quelle qualità umane che Platone definisce nella Repubblica. Le “Virtù Cardinali”  che nella Somma teologica (II-II-47-170) Tommaso d’Aquino discute con chiarezza esemplare.

La fortezza o coraggio, la temperanza, la giustizia e la prudenza o saggezza entrano in gioco in tutte le azioni umane. Sarebbe impossibile infatti affrontare qualsiasi difficoltà senza coraggio, senza pensare seriamente a come fare, senza dover rinunciare a qualcosa e senza prendere in considerazione gli altri nell’azione.

La fortezza è la capacità di perseverare facendo fronte all’arduo con fermezza d’animo. Sotto questa classe ricadono anche la pazienza, il coraggio, la fiducia, la perseveranza ecc.

La fortezza quindi è la capacità di comprendere dalle circostanze se, per quanto tempo, e in che modo, è possibile resistere ad una situazione difficile. Si tratta di imparare in itinere il modo per portare a termine l’azione superandone le difficoltà. Il limite massimo della virtù della fortezza sta nell’affrontare la morte, il limite minimo è la rinuncia immotivata.

La fortezza è allora la capacità di comprendere il reale alla luce del concetto di difficoltà (arduo) ed è la scoperta delle caratteristiche utili soggettivamente e oggettivamente a fronteggiarla. E’, in particolare, la facoltà di comprendere il modo per accettare quelle difficoltà che non possono o non è il caso siano eliminate. Ogni ragionamento atto alla stima e al superamento o alla sopportazione delle difficoltà è fortezza.

La temperanza consiste nel desiderare ciò che è necessario. E’ un cardine della tranquillità dell’anima su cui molto è stato scritto in epoca ellenistica.

La brama per i beni comporta preoccupazione, angoscia, paura, eccessi di gioia, speranze e disperazioni. La fruizione misurata di piaceri, l’aspettativa di avere il giusto, l’indipendenza dai beni, è già per se stessa una forma di tranquillità.

La serenità nella perdita deriva dalla sensazione che ciò che si possiede è abbondante e supera l’utile ed è la virtù di chi evita di lasciar correre a briglia sciolta l’immaginazione del possesso.

Anche questa capacità dipende dal discorso interiore, dalla profondità della riflessione sui beni e sulle reali necessità.

La temperanza è un’accurata riflessione sul piacere, sul divertimento e sulla curiosità, volta a determinare la misura e il modo in cui fruire di beni e piaceri al fine di non cadere nell’infelicità che deriva dal perderli, da non riuscire ad ottenerli oppure dalla brama di piaceri sempre maggiori o differenti.

La giustizia è un’azione conseguente dalla capacità di astrarre dai soggetti dell’azione considerando il bene collettivo. La giustizia è cioè la considerazione razionale dell’atto, giudicato in se stesso a prescindere da chi lo attua. Inoltre, secondo Tommaso d’Aquino “è l’abito mediante il quale si dà a ciascuno il suo con volere costante e perenne” Essa quindi è l’unica virtù che riguarda il rapporto tra gli individui che solo la ragione può comprendere. I sensi infatti non conoscono i rapporti, perchè non producono concetti bensì rappresentazioni sensibili individuali.

L’atto giusto è quello che può essere ritenuto un vantaggio per tutti.

Agire con giustizia è cagione di un sentimento di soddisfazione derivante dal proprio agire nei confronti degli altri, quindi, in quanto l’atto della coscienza ha per oggetto il concetto astratto, produce una certa indipendenza dal giudizio altrui e dagli eventi conseguenti dalla propria azione. E’ il senso di aver fatto il massimo possibile e di non aver trascurato nulla relativamente al bene comune indifferentemente dal risultato che, come oggetto del mondo, dipende poi dall’accidente, dalla comprensione degli altri e dalle condizioni in cui si realizza.

Prudenza o saggezza è l’intelligenza applicata all’azione, in questa virtù si trova, in base a ciò che hanno scritto gli antichi filosofi, più che nelle altre, il principio della serenità. La concezione stessa della filosofia si innesta in modo precipuo sull’affinamento della prudenza. E’ la ricerca individuale e collettiva intorno ai migliori ragionamenti implicanti una retta azione, intesa questa come l’azione che lascia minor spazio alla fortuna.

La prudenza, è il concetto che indica la capacità umana, espressa tramite la ricerca e il ragionamento, di condursi nella vita con la massima soddisfazione e il minimo rischio.

Si manifesta nel sentimento di libertà nel condurre la propria azione, e nel sentimento di sicurezza e competenza in ogni occasione, anche nelle situazioni sconosciute. Si esplica in ragionamenti sull’affinamento dell’azione, dei tempi, dei modi, delle ragioni delle scelte, relativamente alle circostanze ad alle conseguenze.

Come già visto, tutto ciò che riguarda la felicità si innesta sul ragionamento e sull’astrazione che guidano l’azione. La prudenza è l’insieme dei ragionamenti e pensieri che preparano l’agire, che lo migliorano e lo affinano. E’ l’uso di tutte le facoltà intellettuali e razionali atte allo scopo. Possiamo così, in base alle definizioni degli antichi pensatori, sapere come pensava l’uomo saggio. Di seguito le parti componenti la saggezza così come sono state enucleate da Tommaso d’Aquino.

La memoria, il ricordo di eventi situazioni e argomentazioni è il materiale su cui è possibile fare le giuste scelte. L’uomo saggio, ricorda assegnando a concetti immagini, ponendo i concetti in luoghi immaginati (Metodo dei loci), lo fa con sollecitudine e con assiduità. Ogni esperienza viene valorizzata e vagliata. Lo studio, inizia quindi con la riflessione sull’esperienza, anche singola.

L’intelligenza è l’intellezione dei principi stessi dell’attività razionale, garantisce la correttezza del ragionamento. Comprendere quali nozioni universali vanno applicate alla situazione è proprio dell’intelligenza. E’ intuizione degli universali relativa ai principi logici e ai principi morali (Sinderesi).

Compito della ragione invece, è partire da certe nozioni per giungere a conoscerne altre come conclusione. La correttezza del processo dipende dall’intelligenza dei principi e appartiene alla conoscenza della logica e della semantica affinare questa facoltà.

La docilità consiste nel non fidarsi solo della propria opinione ma anche dell’opinione di chi ha esperienza, di chi è anziano. Vanno messe al vaglio tutte le opinioni sia quelle dimostrate ma anche quelle non dimostrate perchè sarà poi l’esperienza a lasciar scorgere i principi generali dell’azione. E’ infatti impossibile considerare tutti i casi da soli e per conoscere la vita nel particolare è necessario viverla o apprendere da altri.

La solerzia è sollecitudine, motivazione ad apprendere da sé o da altri, a ragionare e ad affrontare i problemi dell’agire scoprendone la giusta valutazione.

Tutti quei pensieri che ordinano correttamente il presente ad un fine futuro sono previdenza.

Un’azione può essere ben pensata ma può non andare a buon fine causa gli elementi che vi concorrono. Pensare a questi elementi, cioè alle circostanze dell’azione è circospezione.

Ad essa si associano ragionamenti di cautela, atti cioè a predisporre ad evitare il male. Le situazioni sono infatti una commistione di bene e di male e il male può avere l’aspetto di bene.

Secondo Aristotele la prudenza è il coronamento di tutte le virtù, l’Aquinate invece ci dice come il discernimento della prudenza rientri in tutte le virtù, così da potersi applicare a tutte il termine studiosità, il quale riguarda appunto la conoscenza.

Conclusione

La felicità risulta dunque dalla riflessione sulle azioni da compiere relativamente alla richiesta delle situazioni al fine di non essere trascinati nel turbine dell’instabilità emotiva dagli eventi. Restando concentrati sulla ricerca del vero valore dei beni e delle situazioni, riflettendo sulla loro utilità o superfluità, sull’arduo, sul giusto o sull’ingiusto, su ciò che è prevedibile che segua dall’azione da intraprendere, sulla comprensione dei propri sentimenti e di quelli degli altri, si modulano le passioni negative rovesciandole nell’autostima e nell’autoefficacia.

La felicità è inoltre una disposizione ad interpretare le situazioni positivamente e secondo misura, accompagnata dal corollario dell’amicizia scelta bene e secondo Aristotele, anche dal possesso di beni economici sufficienti ad evitare preoccupazioni.

E’ l’habitus dell’eccellenza mantenuto per tutta la vita, il risultato dell’esercizio costante delle più pregevoli disposizioni umane che consiste nell’uso della ragione volto ad esercitare e a fruire nel migliore dei modi di ciò che è sublime, nobile e di valore.

L’azione più soddisfacente è quella adeguata alla natura del suo oggetto e al fine, relativamente alle circostanze in cui avviene. Azione sulla quale l’agente sa bene verso chi è agita, che cosa comporta, perchè viene compiuta, quando viene compiuta, in che luogo, come, con quali aiuti viene esercitata. Agire infatti senza conoscere l’oggetto dell’azione e lo scopo e senza aver compreso le circostanze, è negligenza.

Un’etica quindi della consapevolezza e della responsabilità che ha in se stessa il proprio premio nella stima di sé e nella tranquillità di avere se stessi in proprio potere, nel godimento di ogni bene e delle proprie capacità, nella contemplazione del vero, del bello e del buono esistente negli uomini e nel mondo e della perfezione della natura.

Un’etica le cui istanze opposte portano con sé l’asservimento alle passioni e ai turbamenti, conflitti interiori ed esteriori e instabilità emotiva a prescindere dall’ottenimento di qualsiasi bene sensibile e al raggiungimento di qualsiasi scopo.

La vita, il rapporto con la natura e le interazioni sociali sono considerate quindi dall’etica classica una cosa seria che merita una riflessione approfondita e vasta da cui dipende lo stato interiore dell’anima, riflessione che forse ai nostri tempi è venuta a mancare, si dà per scontata come nota o si affronta superficialmente affidandosi al caso.

Bibliografia:

Alberto Magno, Il bene, Milano, 1987.

Aristotele, Metafisica, Milano, 1994.

Aristotele, L’anima, Milano, 2003.

Aristotele, Etica Nicomachea, Bergamo, 2000.

Aristotele, Etica Eudemia, Roma-Bari, 1999.

Spinoza, Etica, Torino, 2005.

Tommaso d’Aquino, Il male, Milano, 2001.

Tommaso d’Aquino, Somma Teologica, http://www.carimo.it/somma-teologica/somma.htm

1 Nella logica classica il “proprio” è una caratteristica non essenziale ma che permette tuttavia di distinguere una specie dalle altre, per esempio il sorriso nell’uomo è un proprium. Il proprium si distingue dalla differenza specifica che definisce la specie o essenza, si distingue anche dal genere, dalla specie stessa e dagli accidenti. Tutti questi sono detti Predicabili, cioè modi di attribuzione di una proprietà ad una cosa.


Massimo Fabi

Nato a Trieste nel 1968, mi sono laureato nel 1999 presso l'Università degli Studi di Trieste in Scienze dell'Educazione seguendo l'indirizzo per Esperti nei Processi Formativi. Ho scritto una tesi in Storia della Filosofia dal titolo Bontadini e il Dialogo con L'Idealismo incentrata sugli studi bontadiniani del gnoseologismo moderno e sull'intenzionalità del pensiero. Negli anni successivi, dopo aver seguito un master in Formazione dei Formatori e un corso di perfezionamento in Terapia della Famiglia, mi sono iscritto all'albo dell'Associazione Nazionale dei Pedagogisti (ANPE). Tuttavia, gli interessi per la logica e la filosofia della scienza, sviluppati all'università durante un tirocinio del prof. Alessandro Cortese, allievo di Bontadini, in Scrittura Filosofica, mi hanno seguito portandomi tutt'oggi a concentrarmi sulle problematiche relative all'analisi del linguaggio, alla coscienza critica, all'epistemologia, alla metafisica e agli aspetti fondazionali e metodologici delle scienze umane. Ho collaborato inoltre come Mentor dell'Università di Duke per il corso Think Again: Inductive Reasoning della piattaforma on line Coursera dell'Università di Stanford.

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