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Eutanasia – Dal punto di vista del paziente richiedente

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Premessa

Nell’Uomo la vita è concepita, affrontata, considerata sia per il suo aspetto biologico sia per il suo aspetto interiore, psicologico. Per tale motivo le fasi della vita e il suo vissuto hanno sollevato e sollevano interrogativi di varia natura sul rapporto con gli altri esseri e con se stessi. Tali interrogativi hanno avuto nel corso della storia varie risposte come la Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo e del Cittadino (1789) o la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani (1948) o ancora si è alla ricerca di una tale risposta, se non unanime almeno ampiamente condivisa.

Un importante interrogativo è il tema dell’eutanasia che rientra nella vita di ogni persona visto il collegamento a quell’evento della stessa che è la morte ossia il suo termine biologico. Il collegamento, però, è solo parziale poiché nell’accezione comune la morte corporea di un individuo risulta una caratteristica imprescindibile dello stesso, è un evento naturale, a meno di un’azione violenta esterna, mentre nell’eutanasia viene a essere gestita dall’Uomo stesso nella sua coordinata temporale ossia il quando e in quella motivazionale ossia il perché[1]. Quindi, risulta preponderante l’atto di volontà che variando il naturale evolversi della vita richiede una riflessione di ciascuno sia come possibili protagonisti sia come possibili spettatori. Per queste considerazioni e per quanto si dirà l’eutanasia si rivela un importante e interessante argomento di educazione civica per poterla non solo comprendere ma anche normarla, per quanto possibile.

Per provare a dare una risposta a un tema non solo delicato ma anche complesso, ci si focalizzerà, rispetto a quanto in genere si legge sui quotidiani o si ascolta dai mass-media, su chi è nella condizione critica considerandolo un soggetto, sia donna che uomo, con diritti e doveri. Una persona non solo con i suoi dolori fisici ma anche con quelli interiori, senza adombrare collegamenti religiosi intesi nel significato più ampio possibile ma solo come facenti parte di una sfera immateriale sentita autocoscientemente col corpo. Prenderemo in considerazione un paziente terminale ossia soggetto malato di una patologia incurabile che comunque ha la facoltà ancora di interagire col mondo esterno e con gli altri in grado di richiedere l’eutanasia. Il suo essere paziente vede la figura del medico come un importante protagonista. Proprio questa situazione di necessaria presenza delle due istanze, patologia e richiesta, pone in risalto che il paziente è protagonista, in pratica, solo nell’atto della richiesta, perché tutta la parte medica lo vede solo come soggetto passivo, ovvero ricevente dell’azione. Tra le due istanze, però, solo nella prima la società riesce a muoversi poiché la medicina la informa con dati ritenuti obiettivi. La parte del dolore interiore o percepito, invece, rimane in secondo piano per il suo, diciamo, basso livello di oggettivazione per i non richiedenti.

Il considerare il punto di vista del paziente che si trova nella condizione di “gestire la sua eutanasia” vuole essere anche una critica a quel modo di pensare che ritiene in tutte le sue questioni prioritario il motivo dell’ordine naturale, talvolta sovrannaturale. La contrapposizione tra i due atteggiamenti, pro o contro, è riconosciuta essere presente nella storia dell’Uomo ma viene risolta cercando le soluzioni in ambiti etici diversi che non hanno punti in comune o ne hanno di insufficienti per dare fondamento a una visione comune. Questa inesistente o insufficiente sovrapposizione è il motivo all’origine delle difficoltà. Per questo essendo le scelte dettate da convinzioni fondamentali la soluzione può essere o quella di assumere il punto di vista del richiedente senza imposizioni e/o restrizioni esterne o definire un ambito normativo nel quale questo punto di vista possa essere tutelato e assecondato.

Un’ultima considerazione alla quale il presente scritto vorrebbe approdare è considerare l’eutanasia altro dal suicidio comunemente inteso e, quindi, eliminare il sinonimo spesso usato di “suicidio assistito”.

Il grido d’aiuto

Per poter iniziare a ragionare sulla problematica sollevata è necessario dare almeno una definizione di eutanasia ma non essendocene una generale se ne riportano alcune che si ritengono rappresentative:

Il termine eutanasia indica qualsiasi atto che sia finalizzato a provocare intenzionalmente la morte di qualcuno in accordo alla sua esplicita volontà.[2]

Azione od omissione che, per sua natura e nelle intenzioni di chi agisce (eutanasia attiva) o si astiene dall’agire (eutanasia passiva), procura anticipatamente la morte di un malato allo scopo di alleviarne le sofferenze. In particolare, l’eutanasia va definita come l’uccisione di un soggetto consenziente, in grado di esprimere la volontà di morire, o nella forma del suicidio assistito (con l’aiuto del medico al quale si rivolge per la prescrizione di farmaci letali per l’autosomministrazione) o nella forma dell’eutanasia volontaria in senso stretto, con la richiesta al medico di essere soppresso nel presente o nel futuro.[3]

L’eutanasia può essere definita in senso lato come qualsiasi atto compiuto da medici o da altri, avente come fine quello di accelerare o di causare la morte di una persona. Questo atto si propone di porre termine a una situazione di sofferenza tanto fisica quanto psichica che il malato, o coloro ai quali viene riconosciuto il diritto di rappresentarne gli interessi, ritengono non più tollerabile, senza possibilità che un atto medico possa, anche temporaneamente, offrire sollievo.[4]

Le necessità di una definizione di cosa sia l’eutanasia e di come descrivere il momento dello spegnimento del corpo di una persona hanno comportato una visione esteriore del problema etico ponendo in secondo piano il punto di vista del richiedente. Inoltre, da tale approccio esterno si è generata una burocratica casistita e una serie di definizioni tipologiche (attiva, passiva, assistita, ecc.) che in molti casi hanno reso la questione “altra” dal soggetto sofferente. In questa ottica, le domande che ci possono aiutare sono:

Che importanza hanno per il richiedente la normativa e la catalogazione tipologica dell’eutanasia?

Questa normativa e catalogazione sono di aiuto nella sua richiesta?

Nel provare a dare delle risposte alle suddette domande prendiamo spunto anche dall’aspetto sociale che casi come quello di Eluana Englaro (1970-2009) o di Piergiorgio Welby (1945-2006) hanno sollevato. Pertanto, ci poniamo per quanto umanamente possibile dal punto di vista di una/un paziente che prima di decidere di decedere sente sul corpo e nello spirito, inteso nell’accezione più ampia possibile, questa necessità o unica via di sollievo a una situazione patologica senza speranza.

In riferimento al “senza speranza” è opportuno e importante considerare la situazione delle potenzialità terapeutiche della medicina in un preciso momento storico poiché tali potenzialità potrebbero in futuro spostare il limite al quale riferirsi per definire “accanimento terapeutico”, “incurabilità”. Tale considerazione potrebbe far sembrare le definizioni di eutanasia vaghe ma in realtà è il loro punto di forza poiché ribadiscono sia lo scopo benefico della medicina sia la presa d’atto dei suoi limiti oltre i quali l’approccio scientifico diventa impotente facendo così primeggiare la volontà umana come “medicina” di sé. Su questo potrebbe esserci chi sostenga di aspettare il progresso scientifico ma bisogna considerare che mentre la società, la comunità scientifica ha il suo tempo per attendere, lo stesso non è altrettanto a disposizione del richiedente, oltre al fatto che il supposto progresso scientifico potrebbe non esserci e/o non interessarlo[5]. Bisogna prendere una decisione con le informazioni a disposizione al momento nella scala temporale della vita umana.

Un’altra riflessione si deve fare sull’uso della parola suicidio in questo contesto come nel caso della fuorviante parafrasi di “suicidio assisito” visto anche che il tema sul quale si sta scrivendo ha un suo nome proprio. Riprendendo il significato etimologico della parola eutanasia (εὔ-, bene, e θάνατος, morte), l’accento deve essere posto sul prefisso eu che denotando un aspetto positivo evidenzia la caratteristica emotiva dello scopo del richiesto trapasso. Al contrario, il suicidio tout court pur avendo la stessa conclusione pratica dell’eutanasia ed etimologicamente non contenente positività (sui caedere), ha una componente di dolore su quello già presente. Chi pensa all’eutanasia vuole, invece, esperire una condizione di benessere duraturo sul dolore che vive, fisico e/o psichico, senza un’ulteriore sofferenza. Prendendo atto che la richiesta eutanasica si palesa al di là del limite della medicina, quella zona dell’ignoto che non offre certezze ed è il campo della ricerca, allora l’unico rimedio che si ritiene utile verso se stessi può consistere nel decidere responsabilmente della propria vita.

Al di là della medicina l’Essere Umano può appellarsi alle proprie convinzioni religiose o ideologiche, o assumersi l’onere di decidere su se stesso. Tutto questo perché la medicina può solo certificare con misurazioni strumentali la situazione risultando passiva e non più in grado di essere attiva se non per mantenere lo status quo. Se tale dicotomia del significato, anche sociale, delle parole “eutanasia” e “suicidio” non avesse una connotazione reale ci si dovrebbe allora interrogare su come mai chi richiede la prima non semplifichi l’attuazione del proprio volere con un’esplicita azione violenta usando i vari metodi autolesionistici generalmente considerati. Infatti, ci si deve porre davanti alla differenza tra dolore e sofferenza poiché il primo potrebbe essere sopportato con una pratica, diciamo, di tipo stoico; la seconda, intaccando l’intimo sentire, non permetterebbe tale approccio. Al contrario il suicidio ha in sé una base di ribellione o avversione alla società o verso alcuni gruppi di propri simili (familiari, amici, colleghi) per lasciare in loro un segno (il famoso biglietto) e che viene messo in atto da soli ma anche davanti a tutti[6]. Bisogna anche considerare situazioni di suicidi conseguenti, per esempio, a depressione patologica o dal non riconoscimento o cessazione di ogni interesse nell’esistenza[7]. Anche in questo caso, però, si può intravedere almeno la non accettazione di quel corpo-comunità che è la società alla quale chiedere aiuto o che si suppone fonte del proprio malessere, ciò che non accade nel richiedente eutanasico. Un’ulteriore motivazione che fa propendere il paziente sofferente a un percorso eutanasico rispetto al suicidio è sicuramente la visione negativa di questo ultimo dal punto di vista personale e/o sociale, ceteris paribus.

Il percorso eutanasico comprende la partecipazione di altre persone, in particolare di un medico visto probabilmente come un sacerdote laico che oltre al corpo può tentare di alleviare quella sofferenza psicologica incipit di tutto pur certificando che la medicina non ha più strumenti per migliorare la situazione. La richiesta di partecipazione del paziente eutanasico pone in risalto la condivisione empatica al dolore da parte della società intesa come un corpo-comunità di cui si fa parte. Si ritiene che proprio questa richiesta empatica di condivisione connaturi la sostanziale differenza con il suicidio.

Il paziente eutanasico desidera una partecipazione sociale discreta per condividere non tanto la malattia incurabile del fisico documentata in maniera obiettiva ma la parte immateriale rappresentata dalla sofferenza, sintomo di profondo disagio che viene a essere esternato da quella capacità che l’Uomo ha di sentire se stesso, di sentire il proprio corpo rispetto a una situazione di benessere. Da quanto detto potrebbe sorgere la questione che mentre la situazione fisica ha la possibilità di essere descritta obiettivamente, la sofferenza risulta di difficile refertazione. E proprio qui che risulta ancora evidente la partecipazione di altri poiché il paziente eutanasico è cosciente e vuole esprimere il proprio sentire.

Dalle suddette considerazioni sembra intravedersi come i protocolli che il corpo-comunità ha redatto per mettere in atto o meno un processo eutanasico dal punto di vista burocratico non influenzano minimamente né lo scopo né il fine del richiedente. Questa “burocrazia” diventa un contenitore nel quale giustificare o meno un atto che non può avere ripensamenti, definitivo per cui la si può considerare come un atto di pacificazione “interiore” che renda comunque sensata, in questo caso, la morte di un suo membro.

Cui prodest?

Da quanto detto risulta importante che il medico si ponga al servizio del richiedente in primis nell’informarlo della situazione patologica (consenso informato oppure la dichiarazione non del fallimento della medicina ma la constatazione del suo raggiunto limite oltre il quale diventa impotente) ma ancora di più offrendo la sua professionalità per dare concretezza al già citato prefisso εὔ. Da questo punto di vista una lettura di alcuni punti del Giuramento d’Ippocrate può evocare alcune riflessioni:

> di perseguire la difesa della vita, la tutela della salute fisica e psichica dell’uomo e il sollievo della sofferenza, cui ispirerò con responsabilità e costante impegno scientifico, culturale e sociale, ogni mio atto professionale; […]

> di non compiere mai atti idonei a provocare deliberatamente la morte di una persona;

> di astenermi da ogni accanimento diagnostico e terapeutico; […][8]

Da quanto si legge è pacifico che il compito del medico sia finalizzato per la vita con quel non “provocare deliberatamente la morte” ma allora, per quanto detto, questa dovrebbe essere svincolata dalla mera attenzione al corpo visti i riferimenti alla salute psichica, al sollievo della sofferenza tutti ambiti sui quali aleggia un senso di imponderabilità. Su questo si è convinti che anche qualunque richiedente dovrebbe essere concorde. Se la concezione, poi, della vita da parte del richiedente è tale da giustificare il dolore, la sofferenza per motivi religiosi, ideologici, culturali, il problema non sussiste poiché il richiedente non è più tale ma rimane un semplice paziente con la viva volontà di sopportare la situazione. La questione eutanasica, quindi, nasce quando il Giuramento non è più applicabile ossia quando la medicina non ha più gli strumenti per adempiere a quanto vi si prescrive[9]. La situazione è assimilabile a una teoria scientifica che funziona in certi ambiti mentre in quelli non considerati, almeno, si astiene dal fornire risposte. Da ciò il ragionare sull’eutanasia dovrebbe avere anche lo scopo di redigere un altro Giuramento quando l’antico non è applicabile oppure aggiornarlo con principi che mettano in evidenza che la medicina ha dei limiti di applicabilità. Ovviamente questo non deve portare all’abbandono del richiedente. Infatti, ci si dovrebbe interrogare tra il principio della difesa della vita a oltranza e l’altrettanto importante obiettivo del sollievo della sofferenza specie se la prima istanza risulta oggettivamente impraticabile dal punto di vista del ristabilimento funzionale a livello normale del fisico e dello spirito. Il “deliberatamente” deve essere inteso, giustamente, nel caso di uno scopo negativo verso il paziente oppure ci si riferisce al solo atto indipendentemente dallo scopo (e in questo secondo caso il paziente si sposta in secondo piano)? Il medico è comunque legato all’εὔ.

Se la presenza del medico che certifica la situazione secondo le sue conoscenze può, invece, far sorgere una questione di obiezione di coscienza il ritenere di sua competenza la predisposizione del percorso eutanasico. Un simile atteggiamento può essere anche l’opposizione della società attuata attraverso un certo tipo di normativa. In questo ambito e per quanto scritto tutte le discipline che concorrono alla bioetica dovrebbero allora porsi il giuridico[10] Cui prodest? il non assecondare la responsabile e informata richiesta di risolvere, non solo alleviare, il dolore e la sofferenza del paziente richiedente. Il suddetto monito evidenzia la necessaria propensione nello scegliere la parte richiedente per la sua posizione di estrema debolezza. Da ciò si evince come in definitiva la coscienza del medico è funzionale se non per la sua rettitudine nell’adempiere il suo dovere che lui stesso ha scelto praticando una professione al servizio della società e dei suoi membri (nel Giuramento vi è la locuzione “ogni mio atto professionale”). Se si è nell’ambito della medicina che può svolgere un ruolo migliorativo della situazione, nulla da eccepire, ma se ci si trova in quella zona oltre il “limite” la figura del medico dovrebbe avere il compito professionale, almeno, di dare concretezza al prefisso εὔ. Per questo motivo che il richiedente rimane ancora paziente. L’obiezione del medico può essere assimilata a quella di un giudice che commina una pena definita per legge: se la sua coscienza la ritiene ingiusta non la applica? vi è un problema di obiezione di coscienza nei giudici? Da quello che si vede la risposta è negativa nel modo più assoluto; caso mai discrezionalità che comunque è normata. Allora qui sorge un dubbio o un sospetto sollevato dalla suddetta locuzione giuridica: il medico ha una coscienza perché la società / corpo-comunità non sa o non vuole decidere? Questa domanda dovrà avere una risposta ma si torna a evidenziare che il paziente richiedente si trova suo malgrado sullo sfondo della scena principale del dibattito pubblico mentre dovrebbe esserne il protagonista.

Conclusione non definitiva

A un ragionamento svolto in maniera il più possibile distaccata ma nello stesso tempo conscio di essere all’interno di un ambito sociale e culturale, intesi nei significati più ampi, e su un argomento ancora complesso e divisivo, la conclusione non può essere che non definitiva. Infatti, il nostro scopo qui non era risolvere (proposito augurabile quanto prima!) ma di riflettere e far riflettere da cittadini sperando che la condivisione possa essere la più ampia possibile non tanto per il bene del filosofare ma per il bene del vivere dell’Uomo, che in definitiva è la stessa cosa! Si voleva dare un’idea, una linea d’azione da considerare per chi deve decidere. Per questo motivo il dibattito non deve solo sollevarsi a fronte di una situazione comunque dolorosa per attirare l’attenzione coll’insito pericolo di forzare la situazione ma nella normalità come un’indifferibile necessità civica.

Per quanto detto si può evidenziare nella questione dell’eutanasia il ruolo principale della sofferenza rispetto al dolore fisico, intesa come un grido d’aiuto (modulato nelle varie culture) a quel corpo-comunità al quale si appartiene e che rappresenta un indice della qualità della vita che si sta vivendo e percependo da parte del paziente richiedente. A questo grido la medicina e la società devono assolutamente rispondere e queste risposte, per il momento, sono ancora discordanti (a favore il Manifesto sull’eutanasia (1974) scritto dai tre premi Nobel Jacques Monod, Linus Pauling e George Thompson e sottoscritto da altre 37 personalità; contraria l’enciclica Evangelium vitae (1995) di Giovanni Paolo II, n. 64). La risposta è dovuta poiché è una richiesta d’aiuto, non di sfida alla società. Comunque, tale grido non dovrebbe essere utilizzato in via prioritaria dalla società solo per la propria maturazione e/o riflessione facendo così diventare il paziente richiedente un laboratorio etico (in senso negativo). Essendo il richiedente la parte più debole, è il suo punto di vista che deve essere assunto pur nella necessità di normare la situazione per il bene di tutti. Quel Cui prodest? dovrebbe essere il criterio per definire le priorità dell’agire nell’iter eutanasico.


[1] Le due coordinate possono far pensare anche all’applicazione della pena capitale ma come si vedrà la differenza è che nella situazione eutanasica le due sono gestite dalla persona stessa, mentre nella punizione penale è un terzo che decide.

[2] https://www.fondazioneveronesi.it/magazine/tools-della-salute/glossario/eutanasia

[3] https://www.treccani.it/enciclopedia/eutanasia/

[4] https://www.istitutobioetica.it/documenti-di-riferimento/documenti-di-riferimentoo/187-documenti/603-l-eutanasia-e-il-suicidio-assistito

[5] Nel caso di un significativo progresso scientifico utile a spostare il concetto di “terminale”, si dovrebbe nuovamente riempire di significato il prefisso εὔ.

[6] Émile Durkheim (1858-1917) elenca le tipologie di suicidio in egoistico, altruistico, anomico e fatalista evidenziando la grande importanza della situazione sociale in genere e del rapporto col suicida.

[7] Risulta non solo interessante ma istruttivo ritrovare il togliersi la vita per quel “malessere del vivere” anche in tempi passati, tra gli altri, nel dialogo tra Plotino e Porfirio scritto da Giacomo Leopardi (1798-1837) ne Le operette morali (1824-1832) e uscito solo nel 1845 per la censura che ne vietò la pubblicazione nel 1835 proprio a causa del suo contenuto ritenuto compromettente (https://it.wikisource.org/wiki/Operette_morali_(Leopardi_-_Donati)/Dialogo_di_Plotino_e_di_Porfirio).

[8] Ordine dei medici Chirurghi e Odontoiatrici di Napoli e provincia, 2021.

[9] Da osservare come il Giuramento abbia avuto negli anni degli aggiornamenti a dimostrazione che lo stesso non può essere inteso come inciso nella pietra ma segue il progresso scientifico della medicina, e non solo, nello scorrere del tempo.

[10] Giuridico solo perché usato in quell’ambito ma qui inteso come un monito rivolto a tutti noi.

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