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Il liberalismo di John Rawls

John_RawlsAbstract

In questo articolo consideriamo la posizione filosofica politica del liberalismo di John Rawls, almeno nella sua versione declinata nel libro di Robert B. Talisse (2009)[1]. Rawls è senza dubbio uno dei più influenti filosofi del XX secolo e la sua posizione in filosofia politica è, giustamente, ritenuta tra le più influenti nel dibattito. Non si tratta di un testo specialistico, sicché il lettore è invitato a continuare la ricerca autonomamente.


John Rawls (1921-2002) è stato uno dei massimi filosofi americani del XX secolo. I suoi interessi si sono focalizzati soprattutto nella filosofia politica e nella filosofia morale. In questo breve articolo cercheremo di enucleare alcuni punti della sua posizione politica, tra quelle ormai considerate canoniche nell’ambito della filosofia politica recente. Questa analisi riprende la posizione rawlsiana soprattutto per come viene declinata da Talisse (2009).

La posizione liberale si fonda sull’idea che esistano alcuni diritti ascrivibili agli individui parte di uno stato, tali per cui l’azione stessa dello stato non può essere assoluta. In altre parole, se Giuseppe fa parte dello stato x, allora Giuseppe possiede un insieme Y di diritti y, tali che x non può esercitare ogni forma di coercizione su Giuseppe per via di Y.  Tra i diritti dei cittadini ci sono alcuni diritti economici e sociali accreditati all’individuo dallo stato. Inoltre, la difesa politica del liberalismo richiederebbe una ragione, non intesa parte delle ragioni di stato, ma si tratta di una vera e propria ragione morale: la difesa dei diritti del cittadino si fonda, dunque, su un insieme di principi morali accreditati al cittadino in quanto parte della razza umana, a prescindere dal fatto che sia o meno parte dello stato in questione, posizione questa parte della linea classica del liberalismo avviato dalla riflessione di John Locke (1632-1704). In altre parole, secondo questa visione del liberalismo, il cittadino di uno stato dispone di alcuni diritti, non tutti, in base al fatto che egli è un uomo e per questo solo fatto, egli può esercitarli e gli devono venire accreditati.

Lo stato, d’altra parte, richiede l’uso della forza e prevede forme di coercizione sui suoi stessi cittadini, come già presupposto dalla teoria di Thomas Hobbes (1588-1679). Lo stato, dunque, ha la legittimità dell’uso oculato del potere attraverso la coercizione, ma tale legittimità deve poter essere motivata e giustificata per ogni cittadino che fa parte di esso: si supponga che lo stato non disponga di tale giustificazione, il cittadino potrebbe rifiutarsi di far parte dello stato, qualora lo stato imponga un certo stato di cose contrario alla volontà del cittadino. La mancanza di legittimità dello stato comporterebbe, ipso facto, una sua arbitrarietà e, conseguentemente, l’arbitrarietà dell’uso della coercizione, con il risultato che ogni cittadino potrebbe sentirsi legittimamente parte lesa e, dunque, potrebbe rendere l’esistenza dello stato semplicemente un nonsenso. Lo stato, dunque, deve avere una sua legittimità proprio in quanto richiede l’uso della forza non arbitrario: la legittimità dell’uso della forza non può venire direttamente dalla forza, giacché l’uso della forza non è di per sé una ragione (come già notato da Locke nei suoi due trattati sul governo). Quindi non soltanto lo stato deve garantire alcuni diritti al cittadino, tra i quali quelli direttamente inerenti alla sua natura, ma deve essere legittimato ad usare la forza. E tale legittimità deve essere trasparente, almeno nel senso che un cittadino ragionevole dovrebbe riconoscerla come tale sulla base di ragioni manifeste o comunque manifestabili.

La giustificazione dello stato da parte di Rawls ricalca, dunque, la posizione liberale classica. Secondo Rawls, all’interno di un gruppo di individui sufficientemente vasto sussiste un pluralismo di idee, ideologie, dottrine e opinioni che sono determinate dal solo esercizio della mente umana, qualora questa si ritrovi ad operare all’interno di libere istituzioni, cioè istituzioni permissive circa la capacità umana di generare teorie più o meno razionali. Su questa base, all’interno di uno stato democratico, i cittadini hanno una stringente ragione morale per assumere la politica democratica, anche qualora la forma di tale ragione morale possa variare. In altre parole, il fatto stesso che si è parte di uno stato con libere istituzioni determina una varietà di alternative nel dibattito pubblico, le quali sono fondate sul soggetto che vive in tali condizioni. Ogni soggetto parte del contesto democratico dispone di una ragione morale per far parte dello stato, a prescindere dal fatto che le sue opinioni possano essere uguali o differenti rispetto ad un altro cittadino, anch’egli vincolato alla democrazia e alle libere istituzioni dalla ragione morale.

Secondo Rawls, infatti, i cittadini condividono alcuni principi politici di fondo tali per cui essi stessi dovrebbero essere pronti a spiegare le loro azioni ad un cittadino terzo, il quale può a sua volta valutare ragionevolmente la posizione dell’altro. Questi principi politici si fondano, sostanzialmente, sulla libertà e sull’eguaglianza dei cittadini (rispetto ai diritti naturali garantiti dallo stato), mentre la ragione consente di effettuare calcoli sia sui diritti che sulla legittimità delle azioni dei cittadini.

Sulla base di quanto appena detto, Rawls difende l’idea che la democrazia preveda una “ragione pubblica” (public reason), ovvero un discorso pubblico (libero e ragionevole) tra i cittadini. La ragione pubblica proibisce ai cittadini anteporre ai fondamenti stessi del dibattito (eguaglianza e libertà) qualsivoglia altro principio morale, ideologico o religioso, che possa in qualche modo minare le basi stesse della ragione pubblica così intesa. Sicché, ne conclude Rawls, le condizioni di ragionevolezza della ragione pubblica, fondamento del contesto democratico, non possono essere violate, senza violare i principi stessi che rendono possibile la ragione pubblica: egli conclude che ogni violazione di tali condizioni di ragionevolezza da parte di cittadini ancorati al loro punto di vista morale (in questo senso diverso da quello rawlsiano) sono ipso facto irragionevoli e non possono essere considerati seriamente all’interno della ragione pubblica.

La strategia di filosofia politica di Rawls, dunque, può essere intesa in questo modo (fino a qui): prima di tutto, si definisce il cittadino come un individuo portatore di diritti dovuti alla sua natura (condizione prestatale), il quale appartiene ad uno stato, legittimato all’uso della forza. Per questa ragione, dunque, lo stato, che non è semplicemente la somma bruta degli individui, va vincolato ad alcune norme, condizioni di legittimità. Questo perché Rawls vuole, da un lato, limitare l’intervento dello stato e vincolarlo alla sua stessa base, cioè l’insieme dei cittadini-uomini, dotati di alcuni diritti inalienabili.

Assumendo la presenza di libere istituzioni, gli esseri umani non si riconoscono in principi di fondo omogenei. Tuttavia, la presenza di libere istituzioni può essere garantita solamente dalla presenza della libertà politica e dell’eguaglianza. Quindi, libertà ed eguaglianza vanno assunte come condizioni inerenti ad uno stato in quanto democratico. L’idea, allora, non è quella di fornire una legittimità statuale tout court, ma a quello con libere istituzioni, quindi democratiche.

Il fondamento di ciò risiede nella ragione morale (morale perché fondata sul diritto inalienabile dei cittadini che non è, come già detto, una condizione statuale ma naturale e prestatuale e pre-diritto positivo), intesa qui come condizione di minimo riconoscimento delle condizioni fondamentali di esistenza delle istituzioni libere. Sicché, a questo punto, Rawls può compiere il passo successivo: fornire i vincoli di ragionevolezza della partecipazione allo spazio pubblico, il quale non è privo di vincoli. E i vincoli individuati sono tutti e i soli che garantiscono la presenza delle libere istituzioni: tutte le idee contrarie a tale condizione generale sono, così, da considerare irragionevoli. Non irrazionali, perché qua è sufficiente stabilire le condizioni di partecipazione del cittadino al dibattito pubblico, non se le sue opinioni morali siano razionali in senso più forte di così o diverso da questo senso “politico” della morale. In questo senso, dunque, la morale considerata da Rawls è sostanzialmente debole, cioè quella minima richiesta per fondare lo stato con libere istituzioni. Non si tratta, dunque, di una morale forte, cioè costituita da un insieme di valori enucleati in principi e oltre i quali tutto è escluso. Va da sé che, comunque, essendo la posizione di Rawls una posizione morale, anche se debole, le critiche sono agevoli su questo punto.

In conclusione, dunque, lo stato è legittimato ad esistere nella sua veste democratica dalla regolazione del dibattito pubblico e dalla difesa delle libere istituzioni. Rimane, però, il fatto che lo stato è limitato, non è legittimato ad intervenire in ogni contesto e lo stesso dibattito pubblico (politico) è vincolato al rispetto della ragionevolezza. Per tale ragione, dunque, i cittadini sono diffidati, almeno all’interno del contesto della vita pubblica politica, dall’adeguarsi a principi che violino le condizioni di ragionevolezza, anche qualora ciò sia determinato dalla loro credenza in una morale o ideologia che dovrebbe ispirarne il comportamento.

[1] Talisse R., (2009), Democracy and Moral Conflicts, Cambridge University Press, Cambridge, cap. 2.


Giangiuseppe Pili

Giangiuseppe Pili è Ph.D. in filosofia e scienze della mente (2017). E' stato assistant professor ed è il fondatore di Scuola Filosofica, coordinatore dell'associazione Azione Filosofica ed è il responsabile della collana dei libri di Scuola Filosofica. Egli è autore di numerosi saggi e di diversi articoli in riviste internazionali. In lingua italiana ha pubblicato numerosi lavori e libri. Scacchista per passione. ---- ENGLISH PRESENTATION ------------------------------------------------- Giangiuseppe Pili - PhD philosophy and sciences of the mind (2017). He is a former assistant professor in intelligence studies and he is the founder of Scuola Filosofica (Philosophical School) and the Co-Founder of the philosophical association Azione Filosofica (Philosophical Action). He is the editor in chief of the collective series of books based on the blog (Le Due Torri - Publisher). He is a prolific author nationally and internationally. He is a passionate chess player and (back in the days!) movie maker.

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