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Capire la “Risposta alla domanda – Che cos’è l’illuminismo” di Immanuel Kant

L’illuminismo è l’uscita dell’uomo dallo stato di minorità di cui egli stesso è colpevole. Minorità è l’incapacità di servirsi della propria intelligenza senza la guida di un altro. Colpevole è questa minorità, se la sua causa non dipende da un difetto di intelligenza, ma dalla mancanza di decisione e del coraggio di servirsi di essa senza essere guidati da un altro. Sapere aude! Abbi il coraggio di servirti della tua propria intelligenza! Questo dunque è il motto dell’illuminismo.

Immanuel Kant


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  1. Introduzione

Risposta alla domanda – Che cos’è l’illuminismo è un testo di Immanuel Kant, pubblicato nel 1783, ovvero tra la pubblicazione della prima edizione della prima critica (1781) e la pubblicazione della seconda edizione della stessa (1787) di poco precedente rispetto al capolavoro della filosofia morale Fondazione della metafisica dei costumi (1788). Che cos’è l’illuminismo è un testo piuttosto agile, la cui lettura richiede meno di un’ora di studio. Tuttavia, essa non è priva di una sua peculiare densità, interessanti spunti filosofici e sottigliezze. Si tratta di un piccolo capolavoro della filosofia kantiana la quale, come poche, esprime i valori dell’illuminismo europeo. Per questo Risposta alla domanda – Che cos’è l’illuminismo è un testo particolare all’interno della riflessione di Kant ma anche della storia della filosofia Occidentale. Invito il lettore ad andare a leggere il testo personalmente, prima di procedere. La versione utilizzata in questo breve saggio di accompagnamento è la traduzione dall’originale tedesco di Francesca Di Donato che si trova liberamente (http://btfp.sp.unipi.it/dida/kant_7/ar01s04.xhtml)

  1. Che cosa è l’illuminismo?

L’illuminismo è l’uscita dell’uomo dallo stato di minorità di cui egli stesso è colpevole. Minorità è l’incapacità di servirsi della propria intelligenza senza la guida di un altro. Colpevole è questa minorità, se la sua causa non dipende da un difetto di intelligenza, ma dalla mancanza di decisione e del coraggio di servirsi di essa senza essere guidati da un altro. Sapere aude! Abbi il coraggio di servirti della tua propria intelligenza! Questo dunque è il motto dell’illuminismo”. (Kant (1783)). Questo incipit è denso di concetti e, per essere compreso, va dipanato un poco. Esso contiene in nuce tutta la risposta successivamente declinata.

Innanzi tutto il testo si rivolge all’umanità (europea) ma in realtà con “uomo” sarebbe più proprio intendere “essere razionale”, così come Kant declinerà il concetto nella sua filosofia morale e, in particolare, nella Fondazione della metafisica dei costumi. Data la natura del testo, che è davvero un pamphlet, un “manifesto” della cultura dell’epoca, non sorprende che Kant si rivolga più esplicitamente al suo pubblico. Tuttavia, il suo riferimento è appunto l’uomo in quanto essere razionale e, dunque, non una porzione di umanità ma la sua totalità.

L’illuminismo non è un’epoca storica, secondo Kant. Non c’è alcun passaggio nel testo in cui Kant si autodefinisca parte dell’illuminismo in quanto vivente in un particolare momento storico definito “illuminismo”. Il filosofo tedesco è chiaro riguardo a questo punto: l’illuminismo segna il momento di uscita dallo stato di minorità, definita come “incapacità di servirsi della propria intelligenza senza la guida di un altro”. Ovvero, l’illuminismo è una condizione di libertà del soggetto razionale (l’uomo) che è il frutto di una “emancipazione” dalla tirannia (dipendenza) degli altri. Questi altri sono le varie forme di coercizione poste dall’esterno all’interno del pensiero: morali non razionali (quindi la religione), costumi sociali irrazionali e consuetudinari, l’educazione fondata su precetti e non sullo sviluppo del proprio talento, il potere coercitivo dello stato. Per tutte queste ragioni, dunque, l’illuminismo è una condizione non necessaria, mai definitiva e sempre incerta dell’umanità.

Kant imputa la minorità alla stessa umanità perché essa non dipende da condizioni esterne alla mente umana stessa. Questa, infatti, è concepita come sufficientemente potente da poter seguire le sue sole regole. Il principio di autonomia del soggetto è uno dei cardini concettuali dell’intera concezione morale kantiana. Infatti, il soggetto razionale può formulare leggi di condotta prive di riferimento al proprio egoismo e alla propria disposizione sensibile. In questo modo egli può raggiungere una formulazione dell’imperativo morale fondata esclusivamente sull’uso delle categorie dell’intelletto. In parole povere, il soggetto razionale, l’uomo, può essere e deve essere autonomo nel giudizio. Il problema è, appunto, che sebbene si possa e si debba essere autonomi, nella maggior parte dei casi i singoli esseri umani non lo sono. Kant infatti sostiene che le persone sono di volta in volta dominate da “altri padroni”, ovvero da regole formulate in funzione di altri punti di vista che sono il suo principale bersaglio polemico, ovvero principalmente la religione e la cultura dell’obbedienza imposta dallo stato dispotico.

“Abbi il coraggio di servirti della tua propria intelligenza! Questo dunque è il motto dell’illuminismo” è l’espressione che Kant conia per indicare un preciso dovere, il quale è razionale, a suo giudizio, in quanto fondato esclusivamente sul proprio intelletto. In questa analisi, l’illuminismo non è proposto come una condizione temporale dell’umanità tutta ma dei singoli individui. Tuttavia, il filosofo tedesco, soprattutto nelle fasi intermedie e finali del saggio, in cui si addentra nella critica delle forze resistenti, parla dell’illuminismo anche come “momento storico”. Infatti, egli lascia intendere che l’illuminismo sia un momento di passaggio collettivo in cui alcuni riescono effettivamente ad emanciparsi e, così, partecipano appieno della propria ragione all’interno di una libertà civile indispensabile. La libertà, quindi, è prerequisito ma anche conseguenza dell’illuminismo: è conseguenza in quanto la massima libertà umana, secondo Kant, dipende dall’uso della ragione, ma è anche prerequisito perché senza libertà (civile e morale) la ragione è troppo vincolata dall’esterno per emergere. Per questo il filosofo si batte per un uso pubblico della ragione, ovvero sostiene che il potere politico ha il dovere di lasciar liberi gli individui di impiegare pubblicamente la propria ragione. Infatti, l’uso privato della ragione non è liberatorio, cioè non consegue ad un progresso universale. Per Kant, infatti, il soggetto razionale gode della piena libertà solo nella duplice possibilità di esercitarla (libertà da – pensata in termini di libertà civili) e di generarla (libertà di – pensata in termini di attività della ragione). L’uso pubblico della ragione consente così il pieno sviluppo non solo dell’individuo razionale ma anche di tutti gli altri, i quali sono così invitati a liberarsi a loro volta dalle iniquità delle spinte egoiste sensibili e dalle tirannie delle consuetudini malvagie.

All’epoca dell’illuminismo, così ormai concepita nella teca dei nostri passati, Kant dedica assai poco spazio perché, come si è visto, l’illuminismo è una condizione relativa ai singoli, in quanto esseri razionali, e all’umanità, in quanto insieme di esseri razionali (a sua volta non concepita da Kant, per altro, come soggetto razionale). Quindi, l’illuminismo in quanto epoca è qualcosa di alieno alla concezione kantiana, la quale lascia aperta la porta a questa interpretazione storica solamente in quanto sembra che gli intelletti si siano rischiarati solamente in tempi relativamente recenti a Kant. In realtà, appunto, in quanto condizione generale atemporale, rispetto alla storia, l’interpretazione kantiana dell’illuminismo non segna un’epoca storica quanto ad una generale disposizione degli esseri razionali. In questo senso, Kant non limita l’illuminismo al futuro, ma concede che il progresso dell’umanità (di cui per altro non indica né una fine né un fine) è pensabile al futuro molto più che al passato. Ma anche questo orizzonte escatologico è povero. Kant è molto più interessato agli individui che alla storia dell’umanità in quanto gruppo e totalità. Per tale ragione, ancora una volta, l’illuminismo è una conquista dell’umanità che deve andare a progredire pur nella dimensione di uno sviluppo pensato in termini di libertà individuale e coltivazione dei propri talenti e non, piuttosto, una strana forma di autoliberazione assoluta dal regno terreno dei mali. Niente di così grandioso, insomma.

  1. Cosa rimane dell’illuminismo oggi

A distanza di oltre duecento anni dell’illuminismo rimane ben poco. Il romanticismo fu, paradossalmente, in gran parte in linea di continuità con il movimento di rischiaramento della ragione individuale. Ma dalla metà del XIX secolo si assiste ad una curiosa scissione tra la ragione pubblica e privata in cui la seconda è diventata molto più condiscendente con gli “spiriti animali” che l’illuminismo aveva tentato di razionalizzare. E la ragione pubblica è sempre più un vuoto chiacchiericcio per pochi eletti, la cui elezione dipende da tutto tranne che dalla loro partecipazione al progresso generale il quale è, purtroppo, difficile da condividere con poco sforzo ed è difficile da sposare senza un’opportuna dedizione. Perché l’illuminismo non fu una negazione dei valori umani, intesi nella loro inevitabile relazione con i sentimenti e con le emozioni primordiali. Al contrario. Tuttavia, è pur vero che l’illuminismo e, in particolare Kant, riteneva un preciso dovere quello di essere liberi dalle passioni nella misura del possibile, così da essere sempre al comando di quella fragile nave che è il proprio corpo, in quella difficile rotta che è la via della vita. E tuttavia, specialmente con l’imposizione della società di massa, in cui l’individuo non può più contare soltanto sulle sue forze e su quelle dei vicini (pochi e fragili), scopre una nuova potenza e, allo stesso tempo, una straordinaria insignificanza.

La potenza della società di massa in termini produttivi e organizzativi è imparagonabile con tutto quel che c’era di precedente. Ma allo stesso tempo, la singola entità razionale ha allentato i legami con le regole rigide che lo legavano agli altri e, così, nel bene o nel male, non può più vivere in piccole comunità in cui si sanno i nomi degli altri, ma in vasti agglomerati in cui la potenza e l’insignificanza si uniscono coerentemente. E il risultato della relativa debolezza dell’isolamento nel pieno di umanità diventa una ambivalenza che si mostra nella necessità ideologica e aggregativa e, allo stesso tempo, ad una inevitabile superficialità tanto nei contenuti quanto nelle relazioni, inevitabilmente moltiplicate per ragioni indipendenti dalle specifiche volontà.

Il risultato è stato il XX secolo, in cui si è vista la capacità umana di produrre un’arma nucleare ma la sua impotenza nel concepire una immagine comune della pace. Il XX secolo è stata una lotta all’illuminismo i cui morti sono stati ora insigniti del ricordo degli altari di quelle Patrie che volentieri hanno sposato le cause degli avversari. Da destra e da sinistra il motto di Kant “Abbi il coraggio di servirti della tua propria intelligenza!” è stato il vero e proprio bersaglio ideologico. Tutta la politica Occidentale è stata antilluminista, con la sola eccezione del liberalismo che, infatti, è sempre stato ostracizzato in quell’Europa la cui pace fu fondata da due potenze esterne. Infatti, i partiti fondati su religioni non possono sposare la visione kantiana dello sviluppo umano generale, già concepito come salvabile solamente dall’esterno. Le ideologie di destra rivendicano l’imperioso uso della volontà arbitraria come ultimo baluardo e ragione per non finire rinchiusi nelle leggi eterne della storia, che era infatti il punto di vista della sinistra di stampo marxista. Quest’ultima, più vicina ad alcuni principi dell’illuminismo, rivendicava comunque una preminenza di alcuni eletti (il partito comunista e gli scienziati della rivoluzione a seconda dei casi). Il risultato è stato appunto semplice: relegare l’illuminismo nel cimitero delle idee estinte da onorare come i caduti di una grande guerra la quale, per mezzo dell’arbitrio della forza, ha stabilito il vinto e il vincitore.

Kant ci ha mostrato che l’illuminismo è un’aspirazione alla libertà, alla conquista della propria dignità per mezzo del nostro intelletto. L’illuminismo non è morto, ma non dobbiamo noi esserlo. Noi, e solo noi, abbiamo il dovere di essere cittadini attivi, fiduciosi nel futuro e laboriosi nella coltivazione dei nostri talenti. Viviamo in tempo che si vanno rapidamente oscurando perché quelle poche luci che rimanevano dall’epoca del rischiaramento si stanno lentamente disperdendo e spegnendo. E come anche all’epoca di Federico il grande, la responsabilità è solamente di ognuno di noi. E allora, Sapere aude! Abbi il coraggio di usare appieno la tua intelligenza!

 

 

Bibliografia

Cosio, Sonia; (2016), Il rispetto in Kant, AlboVersorio.

Kant, Immanuel; (1783), Risposta alla domanda – Che cosa è l’illuminismo?, http://btfp.sp.unipi.it/dida/kant_7/ar01s04.xhtml

Kant, Immanuel; (1785), La fondazione della metafisica dei costumi, Milano: Rusconi.

Kant, Immanuel; (1787), Critica della ragion pura, Torino: Utet.

Kant, Immanuel; (1788), Critica della ragion pratica, Roma-Bari: Laterza.

Kuehn Manfred, (2001), Kant – Una biografia, Il Mulino, Bologna.

Pili, Giangiuseppe; (2016); “Libertà, volontà e legge morale: una posizione causale neo-kantiana della moralità”, www.scuolafilosofica.com.

Pili, Giangiuseppe; (2017); “La dignità come proprietà morale formale e sostanziale del soggetto morale”, www.scuolafilosofica.com

Pili, Giangiuseppe, (2018), “Capire la Fondazione della metafisica dei costumi di Immanuel Kant”, www.scuolafilosofica.com

 


Giangiuseppe Pili

Giangiuseppe Pili è Ph.D. in filosofia e scienze della mente (2017). E' stato assistant professor ed è il fondatore di Scuola Filosofica, coordinatore dell'associazione Azione Filosofica ed è il responsabile della collana dei libri di Scuola Filosofica. Egli è autore di numerosi saggi e di diversi articoli in riviste internazionali. In lingua italiana ha pubblicato numerosi lavori e libri. Scacchista per passione. ---- ENGLISH PRESENTATION ------------------------------------------------- Giangiuseppe Pili - PhD philosophy and sciences of the mind (2017). He is a former assistant professor in intelligence studies and he is the founder of Scuola Filosofica (Philosophical School) and the Co-Founder of the philosophical association Azione Filosofica (Philosophical Action). He is the editor in chief of the collective series of books based on the blog (Le Due Torri - Publisher). He is a prolific author nationally and internationally. He is a passionate chess player and (back in the days!) movie maker.

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