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8. Con Kant oltre Kant: perché l’esportazione della democrazia non si può fondare sull’idea della pace perpetua

 

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Chiudiamo questo articolo con un breve paragrafo sull’esportazione della democrazia, una ragione recente per muovere guerra e dare una parvenza di legittimità ad un atto che, nel diritto internazionale, a quanto ci risulta non è previsto. Considereremo solamente quanto Kant ha da dirci in proposito.

Definiamo con ʽesportazione della democraziaʼ un’attività militare di uno stato a contro uno stato b perpetrata al solo fine da parte di a di cambiare la forma di governo di b in una forma di governo democratica: il termine dell’azione militare dovrebbe avvenire una volta che lo stato b ha mutato la sua forma di governo in una democratica che rispetti le condizioni dettate da a. Fornita questa definizione preliminare, senza scendere nei dettagli delle modalità militari e istituzionali mediante cui questa ʽesportazioneʼ dovrebbe avvenire, possiamo procedere senza ulteriore ambiguità.

L’esportazione della democrazia, come movente, non è un espediente accettabile dalla prospettiva della pace perpetua: Kant lo direbbe chiaramente e lo si può dedurre. Innanzi tutto, perché la democrazia è una forma di governo che Kant non riconosce come migliore di altre: essa consente di costituire uno stato di interesse interno alla popolazione dello stato in modo che i singoli individui siano continuamente in competizione l’uno verso l’altro per il controllo del potere. Inoltre, il prerequisito intrastatale per la formazione di uno stato che posa garantire la pace perpetua è che la costituzione dello stato sia repubblicana (cioè divida il potere esecutivo da quello legislativo). La democrazia non è un prerequisito fondamentale perché si può avere anche una forma di governo democratica e dispotica allo stesso tempo.[1] Pur meritando menzione, questa ragione è la più debole: la forma di governo può essere buona o cattiva ma lasciare aperta la questione del funzionamento delle istituzioni, per tanto, anche nella migliore delle ipotesi, la democrazia non è ipso facto garanzia della miglior istituzione di governo:

Mallut du Plan, nel suo linguaggio ispirato ma vuoto e privo di sostanza, si vana di essere giunto dopo molti anni di esperienza alla convinzione della verità del celebre detto di Pope: “Lascia discutere i pazzi sul governo migliore; il governo meglio governato è il migliore”. Se ciò significa che il governo meglio governato è governato meglio, allora egli, secondo l’espressione di Swift, ha schiacciato tra i denti una noce che lo ha compensato con un verme; ma se ciò significa che il governo meglio governato sia anche la migliore forma di governo, cioè la migliore costituzione politica, allora è essenzialmente sbagliato; perché l’esempio di buoni governi non prova nulla in favore della forma di governo. Chi ha governato meglio di un Tito e di un Marco Aurelio? Con tutto ciò l’uno si lasciò dietro Domiziano, l’altro Commodo; cosa questa che non sarebbe potuta avvenire in una buona costituzione politica, poiché la loro incapacità, in tale carica, si sarebbe presto rivelata, e la potenza del corpo sovrano sarebbe stata sufficiente a escluderli.[2]

Nel migliore dei casi, dunque, l’esportazione della democrazia non significa di per sé aiutare un popolo a governarsi meglio, quando non lo si sia fornito di una buona costituzione. E’ la regola alla quale il governo deve fondarsi a garantire una prassi di governo passabile anche nel caso peggiore.

Ma anche ammesso, e per Kant non lo farebbe alla leggera (infatti non si può presumere che lo accetterebbe), che la forma di governo democratica sia quella che consente la maggiore rappresentatività della popolazione in sede di governo e consenta la sua migliore forma, ancora non sarebbe una buona ragione per l’utilizzo della forza contro uno stato per imporgli la forma di governo democratica. Innanzi tutto, perché ciò prevede l’ingerenza della politica di uno stato contro quella di un altro. Questo viola addirittura le condizioni preliminari per l’instaurazione della pace perpetua, come si ricorderà, l’art. 5, che vale la pena di riportare: “5. Nessuno stato si deve intromettere con la forza nella costituzione e nel governo di un altro”.[3]Non si può essere più espliciti di così, laddove il termine ʽforzaʼ va chiaramente inteso nei termini della ʽattività militareʼ. Inoltre, Kant esclude anche la possibilità che uno stato sia annesso ad un altro con la motivazione di pacificarlo (art. 2). Quindi non si vede in che modo la democrazia potrebbe essere materiale da esportazione mediante l’uso delle armi.

In secondo luogo, la dignità umana e dei singoli cittadini viene lesa, un punto che, per Kant, è fondamentale, nella prospettiva propriamente morale, che una politica per la pace non può permettersi di ignorare. La ragione morale fa capo al riconoscimento dell’assoluta dignità dell’individuo, che non può essere violata in nome di nessuno scopo, in specie quello della guerra: “A ciò si aggiunga che assoldare uomini per uccidere o per essere uccisi corrisponde a voler usare degli uomini come semplici macchine e strumenti in mano di un altro (lo stato): il che non si concilia con l’umanità presente dentro ognuno di noi”[4]. Inoltre devono essere i cittadini a riconoscere la legittimità di un’azione militare, che ben difficilmente la riconoscono:

Se (…) si richiede il consenso dei cittadini per decidere se la guerra debba o non debba essere fatta, niente di più naturale del pensare che, dovendo far ricadere su di sé tutte le calamità della guerra (combattere di persona, sostenere di propria tasca le spese della guerra, riparare le rovine che essa lascia dietro e, infine, per colmo di sventura, assumersi il carico di debiti mai estinti – a causa e di sempre nuove guerre -, amareggiando così la stessa pace), essi ci penseranno sopra a lungo prima di iniziare un gioco così malvagio.[5]

Nel riconoscere l’assoluta dignità dell’individuo, Kant sta assumendo una posizione di ʽpacifismo finaleʼ, decisiva in questo senso perché nega la possibilità agli uomini di essere organizzati come strumenti (di morte). Questa condizione esclude l’esportazione della democrazia mediante l’uso della violenza che è, inutile dirlo, attuata attraverso la privazione della dignità di chi agisce e di chi subisce.

In terzo luogo, Kant nega chiaramente la possibilità di istituire una lega per la pace mediante gli strumenti della guerra. Ciò per una ragione interna e per una esterna alla natura della lega. I membri della lega della pace si dovranno essere uniformati agli articoli preliminari, per tanto saranno sprovvisti di eserciti mediante i quali operare militarmente per imporre una certa forma di governo (art. 3). Per tanto, gli vengono sottratti i mezzi. Ma anche nello scenario in cui questi stati stiano smobilitando i loro arsenali, non potrebbero condurre un’azione militare senza violare anche gli altri articoli preliminari (art. 5 ed eventualmente art. 6, in base al tipo di mezzi della guerra che si è deciso di adoperare). In questo consiste nell’essenza il ʽpacifismo strumentaleʼ kantiano.

In quarto luogo, il secondo articolo definitivo stabilisce che il diritto internazionale deve fondarsi su una federazione di stati liberi. Uno stato che venisse ricondotto all’interno di una lega per la pace mediante lo strumento della guerra non sarebbe ipso facto libero né nella determinazione interna della sovranità (forma di governo e costituzione), né nella determinazione esterna del governo (scelte nello scenario internazionale). Sicché vi è una violazione anche del secondo articolo definitivo e non preliminare.

In quinto e ultimo luogo, l’esportazione armata della democrazia viola anche il diritto cosmopolita, che è quello che regolamenta l’entrata di un nuovo stato all’interno della lega per la pace: si ricorderà che questo diritto si limita ad un diritto all’ospitalità per il nuovo membro. Ma anche in questo caso, non si realizza la condizione prevista laddove non c’è ospitalità nell’attuazione della forza su un altro membro: nessun ospite è tale se è costretto ad entrare in casa nostra per mezzo della costrizione forzata. Gli arresti domiciliari sono qualcosa di più di un invito, quale che sia il domicilio.

In definitiva, sembra che il solo concetto dell’esportazione della democrazia nella potenza e nella prassi (che non abbiamo considerato, ma se lo è già nel concetto allora a fortiori lo sarà nella prassi) viola quasi tutti gli articoli preliminari e tutti gli articoli definitivi della via pacifista kantiana. Non soltanto questo viene negato sul piano della lettera ma soprattutto sul piano degli ideali morali e politici sottostanti e sovrastanti al progetto esplicito: nessuno che abbia in mente di voler fondare la pace universale mediante il rispetto di leggi morali razionali potrà poi avvallare l’esportazione di un bene mediante il peggiore dei mali.

 


[1]  E data quella che è la prassi di molti governi democratici, bisognerebbe riflettere accuratamente su questa considerazione.

[2] Ivi., Cit., p. 61.

[3] Ivi., Cit., p. 52.

[4] Ivi., Cit., p. 51.

[5] Ivi., Cit., p. 58.


Giangiuseppe Pili

Giangiuseppe Pili è Ph.D. in filosofia e scienze della mente (2017). E' stato assistant professor ed è il fondatore di Scuola Filosofica, coordinatore dell'associazione Azione Filosofica ed è il responsabile della collana dei libri di Scuola Filosofica. Egli è autore di numerosi saggi e di diversi articoli in riviste internazionali. In lingua italiana ha pubblicato numerosi lavori e libri. Scacchista per passione. ---- ENGLISH PRESENTATION ------------------------------------------------- Giangiuseppe Pili - PhD philosophy and sciences of the mind (2017). He is a former assistant professor in intelligence studies and he is the founder of Scuola Filosofica (Philosophical School) and the Co-Founder of the philosophical association Azione Filosofica (Philosophical Action). He is the editor in chief of the collective series of books based on the blog (Le Due Torri - Publisher). He is a prolific author nationally and internationally. He is a passionate chess player and (back in the days!) movie maker.

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