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Ordine internazionale per i diritti umani: un progetto possibile?

Struttura dell’articolo

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1. L’idea della Dichiarazione Universale

2. Il progetto di Kant e la teoria liberale nelle relazioni internazionali

3. ‘Guerra giusta’ e difesa dei diritti umani

4. Critiche alla teoria liberale della ‘guerra giusta’ 

5. Una possibile diversa proposta

6. Conclusioni

Bibliografia


Un problema riguardante i diritti umani e il loro rispetto è quello della loro internazionalizzazione, ossia della diffusione ed estensione di politiche coerenti con i principi dei diritti umani nello scenario internazionale. Negli ultimi decenni diverse organizzazioni non governative (ONG) e istituzioni internazionali come l’ONU si sono impegnate affinché più stati possibili adottassero una legislazione e un atteggiamento rispettoso dei diritti dell’uomo come affermati nella Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo del 1948. Ma questa volontà di creare una sorta di ordine internazionale in cui gli stati accettino uguali legislazioni interne ed esterne che fondamenti teorici ha? E cosa determina nella pratica politica?

Nel dibattito corrente la teoria liberale delle relazioni internazionali viene identificata come la principale promotrice di questo progetto. Tuttavia vi sono critiche sostanziali che si possono muovere alla teoria e alle sue implicazioni pratiche. Partendo dagli articoli 22 e 28 della Dichiarazione, si andranno ad enucleare gli assunti fondamentali della teoria kantiana per la pace perpetua e si vedrà come questa sia stata applicata alla disciplina delle relazioni internazionali dalla teoria liberale. Saranno poi sottolineati alcuni suoi problemi. Una particolare attenzione verrà dedicata alla questione della ‘guerra giusta’ e della giustificazione dell’intervento militare in paesi che non si adeguano all’ordine e non rispettano i diritti umani. A partire da queste tesi si sottolineeranno alcune difficoltà della teoria liberale a tal proposito e si proverà a proporre una soluzione teorica meno impegnativa sotto le assunzioni teoriche ma comunque in grado di lavorare per la creazione di una condizione politica globale in cui si rispettino i diritti dell’uomo, senza dover ricorrere a interventi armati.

1. L’idea della Dichiarazione Universale

Nel 1948, con la stesura e l’adozione della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo da parte delle Nazioni Unite gli stati firmatari accettano e promuovo il rispetto dei diritti elencati nella stessa e s’impegnano a difenderne il valore anche in situazioni storico-politiche avverse. Tra i concetti legali elencati nella Dichiarazione vi è quello della creazione di un ordine internazionale in cui questi diritti siano rispettati e i seguenti articoli ne delineano bene l’idea fondamentale:

Art. 22: “Ogni individuo, in quanto membro della società, ha diritto alla sicurezza sociale, nonché alla realizzazione attraverso lo sforzo nazionale e la cooperazione internazionale ed in rapporto con l’organizzazione e le risorse di ogni Stato, dei diritti economici, sociali e culturali indispensabili alla sua dignità ed al libero sviluppo della sua personalità.”

Art. 28: “Ogni individuo ha diritto ad un ordine sociale e internazionale nel quale i diritti e le libertà enunciati in questa Dichiarazione possano essere pienamente realizzati.”[1]

Gli articoli sottolineano l’importanza della cooperazione internazionale per realizzare quell’ordine internazionale che sia in grado di garantire i diritti e le libertà enunciati nella Dichiarazione. Di conseguenza gli articoli della Dichiarazione richiedono a ogni stato uno sforzo per garantire all’interno e all’esterno dei propri confini chequesti diritti siano promossi e rispettati. Solo in questo modo si potrà tomahawksrealizzare pienamente l’intento della Dichiarazione, che deve prevedere la protezione degli individui di tutto il mondo e quindi un’estensione dei diritti dell’uomo a tutti gli individui a prescindere da dove essi contingentemente si trovino.

2. Il progetto di Kant e la teoria liberale nelle relazioni internazionali

Kant elabora la propria proposta teorica per la prassi teorica e pratica della politica interstatale e quindi internazionale sulla base di una morale razionale e universale che considera primaria la dignità umana, condizione irriducibile e irrinunciabile di ogni individuo. Il soggetto umano è per sua natura libero di agire come gli comanda la propria razionalità pratica e tutti gli individui sono uguali, ossia hanno pari valore. Di conseguenza emerge un dovere di garantire le condizioni per un libero sviluppo e il rispetto di ogni persona sulla Terra, un dovere che si esprime nella proposta politica della pace perpetua. Kant elenca tre condizioni fondamentali perché si possa creare una situazione di pacificazione e pace tra gli stati nello scenario interstatale:

  • La costituzione civile di ogni stato deve essere repubblicana.
  • Il diritto internazionale deve fondarsi su una federazione di stati liberi.
  • Il diritto cosmopolitico deve esser limitato alle condizioni di ospitalità universale.

Questi articoli che fondano e strutturano il saggio di Kant[2] suggeriscono l’importanza del diritto per l’istituzionalizzazione della cooperazione tra gli stati. Infatti questi prevedono la presenza di un diritto interno agli stati, che deve garantire le libertà e i diritti dei cittadini, e l’esistenza di un diritto internazionale e cosmopolitico, che regoli i rapporti tra gli stati e tra gli individui di stati diversi sulla base di una federazione interstatale, promuovendo anche a questo livello esterno diritti e libertà umane.

La teoria liberaleriprende gli assuntidel progetto politico kantiano e ne sviluppa un paradigma vincente per la disciplina delle relazioni internazionali, come si è andata adelineare dal secondo dopo guerra.Il liberalismo di cui si parla è la teoria liberale nell’ambito specificodelle relazioni internazionali, distinta quindi dal liberalismo filosofico di John Rawls e quello politico di schieramento moderato. È il paradigma enucleato da Robert Keohane e Joseph Nye e successivamente dalle tesi sulla pace democratica di Michael Doyle.[3] Tale teoria propone come progetto per la politica internazionale la creazione di sistema istituzionale di stati democratici e liberali. All’interno di questo nascerebbe una ‘pace democratica’, ovvero un insieme di rapporti pacifici tra gli stati parte del sistema e quindi istituzionalmente simili perché democratici. L’ordine così costituito rispetterebbe e promuoverebbe i diritti umani fondamentali, in quanto le democrazie liberali che ne fanno parte incorporano all’interno della propria costituzione quei diritti per loro stessa natura. Il loro atteggiamento sarebbe sia negativo, ovvero di non violazione dei diritti, sia positivo, ossia di reale promozione ed estensione degli stessi diritti. Si creerebbe di conseguenza quell’“ordine internazionale” citato e auspicato dall’Art. 28 della Dichiarazione Universale del 1948.

Ora però vi è un aspetto decisivo dello scenario internazionale che pone alla teoria un quesito non irrilevante: l’esistenza di stati non democrati né liberali, che quindi non fanno parte della federazione interstatale kantiana. Come si devono dunque comportare gli stati liberali nei loro confronti? Ci si interroga se la teoria liberale, restando coerente con il suo proposito di estendere il rispetto dei diritti umani nel mondo attraverso l’allargamento del foedus kantiano, cioè rendendo più stati possibili democratici, debba intervenire in questi stati esterni all’ordine. Infatti secondo la teoria tutti gli stati (liberali) hanno la responsabilità collettiva di proteggere i diritti delle persone in ogni luogo[4] e rispettare questa potrebbe anche portare all’intervento militare sul territorio di stati illiberali che violano i diritti umani.

3. ‘Guerra giusta’ e difesa dei diritti umani

Trattando il problema dell’esistenza di stati esterni all’ordine democratico e della possibilità di un intervento al loro interno, è necessario introdurre la questione della ‘guerra giusta’ e di come la teoria a riguardo possa esser riformulata in termini di diritti umani. David Luban[5] ha infatti adattato la nozione di ‘guerra giusta’ a quella di diritti umani, spinto dalle esigenze morali e politiche contemporanee. Negli ultimi decenni si è assistito a guerre rivoluzionarie, conflitti etnici, lotte sociali, genocidi e guerre civili: tutti fenomeni che non hanno avuto a che fare con gli stati (nella accezione moderna dello stato nazionale post pace di Westfalia, 1648), ma con le persone e i loro diritti. Di fronte a tali eventi Luban riformula la definizione di ‘aggressione’ come un atto contro i diritti umani, e non più contro la sovranità di uno stato nella sua accezione moderna vestfaliana: in questo modo porta in primo piano l’importanza della difesa degli uomini, ponendo in secondo quella dei sistemi statali e delle loro prerogative tradizionali.

Per rivoluzionare la nozione di ‘aggressione’ Luban si basa su quella di ‘legittimità’. Partendo da un presupposto contrattualista, secondo cui gli individui concedono autorità allo stato in cambio di protezione e diritti, si definisce una stato come legittimo nel caso in cui abbia ricevuto il consenso dei suoi cittadini, e non legittimo nel caso contrario. Da questa definizione emerge nuovamente l’importanza degli individui sullo stato: dipende da loro e dal loro consenso la legittimità di tutto l’apparato statale e centrale diviene il dovere dello stato di proteggere i loro diritti. La ‘legittimità’ dello stato perde così la connotazione moderna incentrata sulla sovranità territoriale e politica e si concentra sui diritti e le libertà degli individui che sono parte dello stesso in quanto cittadini.

Di conseguenza, se le prerogative e i diritti di uno stato derivano da quelli degli individui che lo costituiscono, ciò che è in gioco in questa posizione sono i diritti dell’uomo. Luban caratterizza i diritti umani come quelli di cui deve beneficiare tutta l’umanità e che devono esser garantiti da tutta l’umanità. Vi è un doppio aspetto nella questione di questi diritti: (1) si deve agire affinché tutta l’umanità possa goderne e (2) tutta l’umanità deve impegnarsi per realizzare (1). Si giunge quindi a determinare un dovere per cui i diritti fondamentali debbano esser fatti rispettare nel mondo. Si deve anche combattere affinché tutti gli individui possano vivere sicuri e liberi, a prescindere da dove questi si trovino geograficamente. Luban è in grado di ridefinire la nozione di ‘guerra giusta’ come quella guerra combattuta in difesa dei diritti umani e contro un governo illegittimo (che per natura non può rispettare i diritti e le libertà dell’uomo); al contrario la ‘guerra ingiusta’ viene ad esser quella guerra condotta contro, o comunque non in difesa, dei diritti umani,[6] quella cioè che non viene intrapresa con un fine morale (ossia in linea con il progetto di un’ordine/federazione internazionale volta alla difesa dei diritti dell’uomo).

4. Critiche alla teoria liberale della ‘guerra giusta’ 

Dopo aver considerato la posizione sulla ‘guerra giusta’ dagli assunti teorici della teoria liberale delle relazioni internazionali, si può notare come questa teoria sembra giustificare l’intervento anche armato contro uno stato illegittimo e violatore dei diritti umani al fine di instaurare un sistema internazionale di stati democratici e rispettosi di quei diritti. Tuttavia le nostre intuizioni non sembrano supportare queste conclusioni, le quali porterebbero a intraprendere diverse ‘guerre giuste’ al fine di imporre quell’ordine internazionale auspicato ancora dall’Art. 28 della Dichiarazione.

Infatti ci sembra che la teoria liberale in questo senso ci chieda troppo: ci chiede cioè di intervenire ogni qualvolta esista un governo illegittimo contro quel governo, ovunque questo si trovi, e di iniziare guerre e conflitti al fine di instaurare una federazione internazionale per la difesa dei diritti dell’uomo. La teoria liberale diviene così una teoria con un fine assai impegnativo cheaccetta qualsiasi tipo di mezzo per realizzare tal fine, anche il sacrificio di alcuni diritti umani localmente e temporaneamente per un futuro e più ampio rispetto degli stessi.

È possibile rilevare gli aspetti controversi di queste tesi sulla ‘guerra giusta’derivate dalla teoria liberale con una serie di argomenti volti a criticarle:

  • Prima di tutto è evidente come la stessa guerra sia un fenomeno che non rispetta per natura un’etica dei diritti umani; soprattutto ‘in bellum’ (cioè nello svolgimento del conflitto) questi saranno necessariamente violati.[7]
  • Il concetto politico di sovranità e di autodeterminazione è caro a ogni stato così come a ogni membro di esso: risulta dunque difficile che gli stati vi possano rinunciare del tutto a favore di una assoluta difesa dei diritti umani. La perdita della garanzia del rispetto per la propria sovranità porterebbe ad una minore fiducia reciproca tra gli stati, in quanto non più aventi la loro prerogativa tradizionale di potere sovrano (a testimonianza del fatto che lo stato vestfaliano, seppur in decadenza come sistema, mantiene ancora un certo rilievo e potere nella storia, nella prassi politica e nello scenario internazionale).
  • Inoltre recentemente sempre più diversi eventi storici hanno confermato come simili pratiche belliche (‘guerra giuste’ condotte per difendere e diffondere i diritti umani) abbiano avuto conseguenze controverse[8]. Per esempio vi è l’urgente e drammatica questione della ricostruzione di un paese in cui si è intervenuti militarmente per abbattere un regime liberticida, ma in cui si deve ora agire in una situazione destabilizzata a livello sociale e politico, mentre alla popolazione non riescono a esser garantiti neppure i diritti fondamentali.
  • Un problema fondamentale è quello della legittimazione dell’intervento da parte della comunità internazionale negli affari e nel territorio di un singolo stato. La Carta dell’Onu[9] stabilisce che l’approvazione di un intervento militare debba avvenire in modo multilaterale, ossia con il consenso degli altri stati membri della comunità internazionale. Si presuppone quindi che tale comunità abbia il compito di proteggere i popoli e i loro diritti, a prescindere dagli interessi singoli degli stati membri della stessa. Tuttavia permangono aspetti politici inevitabili nello scenario internazionale che spingono gli stati ad agire in base ai propri interessi e per i propri scopi. Queste dinamiche all’interno di un contesto dove vengono legittimate guerre contro uno stato considerato illegittimo potrebbero portare a una proliferazione dei conflitti, i quali sarebbero retoricamente presentati e giustificaticon intenzioni umanitarie quando in realtà sarebbero condotti per ragioni meramente politiche (per esempio, per espandere la propria sfera di influenza)[10]. Oltre all’uso retorico della giustificazione bellica per i diritti umani, vi è anche il problema degli attriti presenti all’interno di organi come il Consiglio di sicurezza dell’Onu[11], che stati-superpotenze potrebbero usare a proprio vantaggio e a svantaggio di altri, creando una situazione di tensione e di potenziale conflitto globale a causa di conflitti minori permessi per la difesa dei diritti umani.
  • Si può anche considerare il problema della definizione non triviale della ‘legittimità’ di uno stato. Se la connotazione di David Luban sembra coerente e corretta, tuttavia non è sempre chiaro e semplice individuare la mancanza di consenso reale e di conseguenza di legittimità di un sistema politico: per esempio, si può considerare un governo del terzo mondo come illegittimo per gli standard occidentali, ma questo si giustificherà evidenziando il suo mandato elettorale conquistato alle urne democraticamente.

Avendo considerato questi aspetti controversi della teoria della ‘guerra giusta’ fondata sulla difesa e promozione dei diritti umani, è ora evidente come la teoria liberale, seppur ben formulata filosoficamente, non consideri gli aspetti concreti ed effettuali della politica internazionale e quindi si scontri con difficoltà pratiche politiche inevitabili ed insormontabili per come essa stessa è stata teorizzata.

L’argomento principale che mostra l’errore in cui la teoria liberale e le sue posizioni sulla ‘guerra giusta’ incorrono è di natura prettamente filosofica. Infatti, questa teoria ha un intento fondamentalmente morale nel proporre un progetto di ordine internazionale in cui si rispettino i diritti e le libertà umane. Questo intento politico fondato su una tesi morale (ancora derivata da Kant) è rispettabile e pure auspicabile nella pratica, poiché costituisce un fine ideale a lungo termine cui la politica lentamente si può approssimare. Ciononostante la guerra è un fenomeno intrinsecamente distaccato dalla morale, è amorale[12] e molte volte ricalca un conflitto d’interessi estraneo alla natura politica e alle lotte per il potere e la sicurezza nelle relazioni internazionali (per esempio, una guerra economica combattuta per profitti solo finanziari o per l’apertura di nuovi mercati o l’imposizione di un certo regime[13]).  Di conseguenza la congiunzione forzata di due livelli concettuali e giustificativi distinti costituisce un errore logico nell’elaborazione della teoria perché non è possibile giustificare un’impresa bellica (che, se mai potesse esser giustificata, avrebbe giustificazioni appartenenti al proprio livello teorico) su un intento morale, il quale può costituire una giustificazione per un progetto o una teoria interna alla morale, anche se con ripercussioni politiche nel lungo termine (come è il progetto kantiano), ma non può esserlo per una pratica assolutamente esente da ogni aspetto morale o moralistico come è la guerra. La deduzione logica che la teoria liberale compie da premesse morali a conclusioni belliche, ossia di giustificazione di alcune guerre come ‘giuste’ su quelle premesse, è illegittima e fallace e la teoria della ‘guerra giusta’ come presentata da Luban non può quindi essere accettata.

5. Una possibile diversa proposta

Il progetto finale e ideale della teoria liberale, come elaborato a partire daPer la Pace Perpetua di Kant[14], mantiene la propria validità teorica di scopo morale a lungo termine, mentre va epurato dalle conclusioni riguardo alla ‘guerra giusta’le quali vengono erroneamente dedotte come si è precedentemente visto. Tuttavia è desiderabile avere una teoria che ci permetta anche di elaborare azioni politiche a corto e medio termine nello scenario internazionale contemporaneo, che ci permetta di agire quotidianamente di fronte alle violazioni dei diritti umani nel mondo e al contempo di farci costruire quell’ordine progettato dalla teoria liberale e auspicato dalla Dichiarazione universale.

Una proposta teorica di questo tipo deve tener conto dei conflitti e delle diversità culturali presenti geograficamente nelle più diverse aree del mondo; questo può implicare anche le diverse interpretazioni filosofiche e giuridiche dei diritti umani,[15] in linea con un approccio costruttivista che considera come i valori e i principi della vita politica siano costruiti storicamente e socialmente dai popoli che li vivono e di conseguenza è inevitabile che in gruppi e società differenti nascano e si sviluppino idee diverse. Una simile teoria escluderebbe la necessità d’interventi militari e guerre per instaurare regimi liberali e democratici in stati che potrebbe non essere tali, ma preferirebbe entrare in contatto e interagire con le diverse culture, rispettandole e comprendendole a fondo. Si verrebbe così a creare un sistema internazionale più tollerante e multipolare rispetto a quello presupposto dalla teoria liberale della ‘guerra giusta’, in cui si lavorerebbe gradualmente con le culture e i popoli al fine di instaurare un rispetto civile e legale dei diritti dell’uomo. Tale sistema sarebbe anche più pacifico, visto che non porterebbe ad intervenire militarmente o a condurre guerre contro altri stati, e infine più efficace. Rispettando la sovranità statale e non destabilizzando le situazioni sociali dei diversi paesi,questa considera gli aspetti realistici ed effettuali ignorati dalla teoria della ‘guerra giusta’ e riesce dunque ad agire nel mondo politico con maggior successo e persino con maggiori possibilità di instaurare realmente quell’ordine internazionale per i diritti umani, senza incorrere in tutte le conseguenze controverse che son state evidenziate in precedenza per la teoria criticata.

6. Conclusione

È stata considerata la questione del rispetto e della diffusione dei diritti umani nel mondo, cioè nello scenario politico internazionale, e partendo dagli Art. 22 e 28 della Dichiarazione Universale del 1948 è stata esposta l’idea fondamentale delle Nazioni Unite a proposito. Si sono delineati gli assunti fondanti della teoria liberale delle relazioni internazionali, ispirata dal lavoro di Kant, e si è notato come questa avesse il problema degli stati esterni al foedus, ossia gli stati illiberali. È stato approfondito questo punto vedendo come la teoria della ‘guerra giusta’ sia stata riadattata alle esigenze di difesa dei diritti umani e quindi come ‘guerra giusta’ fosse quella contro chi li violasse, definizione fornita sulle basi della teoria liberale. Tuttavia son state evidenziate diverse difficoltà di questa teoria di fronte agli aspetti realistici del mondo politico internazionale, i quali la rendo inefficace ad un’azione reale in questo. Si è trovato poi l’errore filosofico che la teoria della ‘guerra giusta’ fa nel derivare dagli assunti morali della teoria politica le conclusioni di giustificazione bellica e quindi si è terminato rifiutandola teoria sulla ‘guerra giusta’ perché fallace. Cionondimeno si è considerata valida la teoria liberale nel suo promuovere un progetto internazionale di pace per i diritti umani, ma si è provato a proporre (seppur nei minimi termini) una teoriapiù efficace per la pratica politica che potesse agire nella storia allo scopo indicato dalla teoria liberale.

Si può terminare rispondendo positivamente alla domanda del titolo, cioè un ordine internazionale per i diritti umani è possibile e costituisce il nostro fine politico di lungo termine, nelle accezioni fissate dalla teoria liberale delle relazioni internazionali. Tuttavia per poterlo realizzare concretamente è necessario adottare un’altra teoria, meno esigente e più tollerante e aperta a un sistema multipolare, una teoria che sappia tener conto degli aspetti realistici della politica e della complessità imgres-2dello scenario internazionale in cui dover difendere i diritti umani e che quindi escluda l’intervento militare come forma efficace di espansione e diffusione dell’ordine in cui tali diritti siano rispettati.

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[1]Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, 1948, pp. 7-8.

[2]I. Kant, Per la pace perpetua, 2010, Rcs libri, Milano.

[3] E. Diodato, (ed.), Relazioni internazionali, 2013, Carocci editore, Roma.

[4] L’Assemblea generale dell’ONU ha infatti promosso nel World Summit del 2005 il principio di ‘Responsability to Protect’ (R2P), che propone a tutti gli stati adottanti di agire nel mondo con lo scopo di proteggere e far proteggere gli individui e i loro diritti. Quindi si prevede la possibilità di intervento in paesi in cui non vengano protetti i diritti umani, possibilità che deriva dalla responsabilità degli altri stati e che non costituisce un loro diritto acquisito.

[5]D. Luban, ‘Just War and Human Rights’, in Philosophy and Public Affairs, Vol.9 (1980), No.2, pp.160-181.

[6]Cfr. Ivi, p. 175.

[7]L. Calhoun, ‘Human Rights or Just War?’, in Peace Review: A Journal of Social Justice, Vol.24 (2012), No.2, pp. 163-170.

[8] Per esempio, i casi di Iraq o Afghanistan. J. Davenport, ‘Just War Theory, Humanitarian Intervention and the Need for a Democratic Federation’, in Journal of Religious Ethics, vol.39 (2011), No.3, p. 525.

[9]Carta delle Nazioni Unite, 1945, Chapter VII.

[10]Si cita il caso storico più recente della Libia nel 2011. ‘Libya: US, UK and France Attack Gaddafi Forces.’ BBC News Africa, March 30, 2011.

[11] L’esempio più classico e recente è quello del Kosovo nel 1999, in cui vi fu scontro e impossibilità d’accordo tra gli stati all’interno dell’ONU per risolvere la questione balcanica, portando poi la NATO ad agire autonomamente. C. Collins and T. G. Weiss, Humanitarian Challenges and Intervention,2000, Westview Press, Colorado, p.95.

[12]Si segnala la definizione classica di guerra come “la continuazione della politica con altri mezzi” da C. von Clausewitz, Della Guerra, 1970, Mondadori Arnoldo, Milano. Tale definizione pertanto esclude aspetti morali dalla pratica bellica, condotta invece per ragioni politiche disincantate. Per una critica alla nozione di Clausewitz della guerra come strumento della politica, si veda G. Pili, La filosofia pura della guerra, in via di pubblicazione. L’autore critica la definizione classica per proporne una più ampia che tenga conto di tutti gli aspetti reali di uno stato di conflitto e per fare questo si basa sulla propria teoria analitica degli stati di interesse.

[13]G. Gagliano, Stato, potenza e guerra economica, 2014, SISM, Roma.

[14] I. Kant, cit.

[15]C. Mouffe, ‘Which world order: cosmopolitan or multipolar?’, in Ethical Perspectives, vol.15 (2008), No.4, pp. 453-467.


Matteo Bucalossi

Matteo Bucalossi è nato nel 1994 e vive a Brescia. Ha conseguito la laurea in filosofia all’Università San Raffaele. Attualmente è iscritto alla Georgetown University di Washington (US) in data analysis e sempre alla stessa università a conseguito un MA in Security Studies. E' autore di un pezzo nel volume La guerra fredda - Una guida al più grande confronto del XX secolo.

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