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Strategia di attacco – Il terzo capitolo de L’arte della guerra


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Lo scopo di un combattimento non è quello di distruggere un nemico ma è quello di ridurlo all’impotenza per conquistarlo intatto. Un nemico distrutto non è più niente, un nemico impotente è costretto a eseguire gli ordini del vincitore. Attività di suprema importanza per vincere il conflitto: sconvolgere la strategia del nemico, spezzare le alleanze, attaccare il suo esercito, non assediare le sue città fortificate. La presa di una città fortificata ha un costo dispendioso in termini di tempo ed energie, per tanto, l’attacco ad una fortezza è quasi sempre privo di grande utilità. Il comandante abile è colui che assume come fine la vittoria suprema e non si discosta da tale direttiva, sicché la massima abilità è nella conquista senza combattere. Le condizioni della vittoria sono le seguenti: il sovrano non deve interferire con le decisioni del generale e il generale deve essere capace; tutti gli uomini dell’esercito sono animati dal medesimo scopo; bisogna sapere quando è il momento di attaccare e quando non lo è; bisogna saper comandare un esercito, piccolo o grande che sia; bisogna essere preparati ad ogni imprevisto. Conosci te stesso, e il nemico non potrà mai batterti: conosci te stesso e il nemico, e sarai invincibile.

Sun Tzu è un testo prezioso perché conduce e stimola la conoscenza di tre elementi centrali del conflitto: se stessi, il nemico e la contingenza. L’arte della guerra mostra come esista una radice comune all’intera logica dello scontro, in qualunque sua forma, come abbiamo più volte mostrato in queste pagine. Questa logica, tuttavia, non si presta ad una riduzione totale ma solo ad una scomposizione per principi generali che devono trovare piena realizzazione solo all’interno della dimensione contingente. L’elemento contingente è il contesto in cui si situa materialmente il conflitto ed è solo in questa cornice materiale, che, come diceva Aristotele, non si lascia mai ricondurre ai soli principi della forma, che va dominata attraverso la conoscenza dei singoli dettagli che la compongono.

Gli elementi cruciali sono (1) il generale o “la mente”, (2) l’avversario, scisso in “generale” e “esercito”, e (3) il contesto dello scontro (quello che Lasker chiama “spazio della battaglia”).[1] L’abilità suprema nel conflitto non consiste nella distruzione del nemico dalle fondamenta, come fece Roma con la città di Cartagine (ma non con l’impero di Cartagine), ma quello di renderlo impotente senza combattere: “Un risultato superiore consiste nel conquistare intero e intatto il paese nemico. Distruggerlo costituisce un risultato inferiore”.[2] Questo è lo scopo supremo dell’arte della guerra, vale a dire la conquista del nemico intatto senza spargimento di sangue. L’idea è da focalizzare perché essa costituisce una delle chiavi interpretative di tutto il pensiero di Sun Tzu.

Innanzi tutto, lo scopo di ogni conflitto, se è sensato, è quello di ottenere vantaggi. Una guerra, abbiamo già avuto modo di osservarlo nel capitolo precedente, è un’attività che determina potenziali circoli viziosi estremamente pericolosi e indesiderabili: vanno a perderci tutti e noi per primi. Così, un conflitto ha senso solo se è in grado di portare l’ago della bilancia in modo che i vantaggi siano superiori ai vantaggi. Ma se conquistassimo il nemico dopo la sua totale distruzione, che vantaggio ne avremmo tratto? Saremmo, sì, vincitori, ma avremmo solo le spoglie vuote di un territorio totalmente impoverito e noi non avremmo i fondi per rimpinguarlo, sicché saremmo più poveri noi senza compensi. Questo errore è una costante delle guerre combattute da sovrani e generali idioti.

Quando gli alleati bombardarono la Germania Nazista non considerarono che gli unici risultati erano quelli impoverire un paese già in rovina (e ormai sull’orlo della sconfitta) e il risultato fu che nel dopoguerra gran parte dei soldi del famoso piano Marshall furono utilizzati per ricostruire la Germania perché, come insegnò la prima guerra mondiale, un paese potente ma frustrato trova facili rimedi nel nazionalismo estremo, militarista e xenofobo. Così che la distruzione della Germania comportò spese immani per la sua ricostruzione. Ma prendiamo il caso delle guerre italiane combattute nella prima metà del cinquecento tra Francesco I e Carlo V. In esse le spese erano principalmente a carico dei comuni italiani, i quali furono il teatro di battaglia e fonte di energia per i due eserciti, così che sono stati gli italici a pagare il prezzo della guerra, guerra che ha incrementato la potenza di Carlo V (infatti, Machiavelli propose di adottare un sistema di leva obbligatoria e un esercito nazionale permanente per contrastare i mercenari sovvenzionati dai sovrani esteri). Altri esempi di guerre virtuose si hanno da Giulio Cesare e Alessandro Magno: rapide, efficienti. In particolare, è noto come Giulio Cesare amasse farsi stimare come “misericordioso” perché non distruggeva i paesi conquistati, anche se rendeva schiava quasi la metà della popolazione; così come Alessandro Magno inglobava sistematicamente i soldati degli eserciti vinti (come testimonia L’anabasi di Arriano) allo stesso modo di Gengis Khan (come vien detto da Bianchi nel suo Gengis Kahn). Gustavo Adolfo, invece, è l’esempio di un grande generale senza essere un grande sovrano: egli sapeva vincere le battaglie, ma il suo scopo non era vincere, ma combattere, sicché egli impoverì la Svezia che dovette attendere i lucrosi guadagni dai commerci con i Nazisti nella seconda guerra mondiale per trasformarsi in quello “stato modello di welfare” che è tanto osannato e ammirato oggi. Gustavo Adolfo, come Christian IV di Danimarca, sono due sovrani che, per cercare facili guadagni, appresero l’arte della sconfitta.[3]

Per focalizzare ancora meglio il punto, sarà bene riportare l’intero passo con le parole di Sun Tzu:

Un risultato superiore consiste nel conquistare intero e intatto un esercito.

Distruggerlo costituisce un risultato inferiore.

Un risultato superiore consiste nel catturare intero e intatto un esercito.

Distruggerlo costituisce un risultato inferiore.

Un risultato superiore consiste nel catturare intero e intatto un battaglione.

Distruggerlo costituisce un risultato inferiore.

Un risultato superiore consiste nel catturare intera e intatta una compagnia.

Distruggerla costituisce un risultato inferiore.

Un risultato superiore consiste nel catturare intera e intatta una squadra.

Distruggerla costituisce un risultato inferiore.

Perciò, ottenere cento vittorie in cento battaglie non è prova di suprema abilità.

Sottomettere l’esercito nemico senza combattere è prova di suprema abilità.[4]

Questo è un passo centrale del Maestro. Egli insiste nel fornire una scala quantizzata di vantaggi, per dedurre una norma di valutazione. In altri termini, egli descrive i vantaggi in termini di quantità (un risultato superiore consiste nel conquistare intero e intatto un esercito, un battaglione, una compagnia, una squadra/un risultato inferiore consiste nel distruggere) per concludere una norma di valutazione delle azioni militari: un’azione è virtuosa, se consente di aumentare i vantaggi tali che essi implicano l’assimilazione del nemico, viceversa l’azione militare sarà viziosa. Puntualizzata la norma di valutazione, scatta la prescrizione: compi solo le azioni che rispettano la norma di valutazione e scarta tutte le altre. Per tanto, lo scopo supremo consiste nel conquistare intero e intatto il nemico, non per fargli un piacere, ma per massimizzare la nostra utilità. Di fatti, un generale virtuoso è colui che conquista senza combattere, non colui che vince in cento battaglie. Questo è l’esempio di Gustavo Adolfo: quando arriva quasi alle soglie di Vienna, preferisce deviare dal suo percorso perché il suo scopo era di vincere cento battaglie ma non la guerra. Questo è un esempio emblematico di quello che Sun Tzu condanna senza appello.

La vittoria sul campo è pur sempre una battaglia difficile e dispendiosa e, già solo per questo, va evitata, se possibile. Questo non significa che non bisogna combattere, semplicemente che esistono sistemi migliori per vincere un conflitto. Inoltre, anche nel momento in cui bisogna scendere in campo, bisogna rispettare alcuni principi aurei: non perdere mai la calma, calibrare la forza necessaria per vincere in base alle energie del nemico e colpire solo dove si può ottenere il massimo vantaggio con il minimo del dispendio delle risorse. Questo principio economico, ben noto a Lasker (che tratta per un intero capitolo del suo La lotta) non dice che bisogna combattere frettolosamente, ma prescrive di agire in virtù di quel che è necessario per vincere e non di più. Tutto il resto va evitato:

Il metodo per attaccare le città fortificate –

Preparando torri d’assedio e carri protetti da scudi,

Ci vogliono infatti almeno tre mesi.

Anche erigere terrapieni

Richiede tre mesi.

Se il generale cede alla propria rabbia e dà ordine ai suoi uomini di lanciarsi all’assalto delle mura come formiche brulicanti,

Un terzo degli ufficiali e dei soldati cadrà senza che la città fortificata sia espugnata-

Tali sono gli effetti disastrosi di simili attacchi.[5]

Il punto nodale è: non attaccare dove il nemico è forte, non attaccare con risorse ingenti laddove sarai facilmente sconfitto perché anche nel caso di una fortuita vittoria, non avrai ottenuto tutto il vantaggio che altrimenti avresti potuto guadagnare. Il grande generale sa scegliere altre strade, che la propria dissipazione di forze, anche se sono vie meno dirette e più tortuose, ma sono quelle che conseguono il massimo vantaggio:

E così, il comandante abile nelle operazioni militari

Soggioga l’esercito nemico senza combattere,

Espugna la città nemica senza assediarla,

Distrugge il paese nemico senza operazioni militari prolungate.

Adoperando una strategia che punti alla vittoria completa,

Il morale degli uomini non si abbatterà e i vantaggi saranno massimi.

Questo è il metodo della strategia di attacco.[6]

Sebbene si tratti di una strategia di attacco, è sorprendente il sistema di ragionare di Sun Tzu: per conquistare una città bisogna piuttosto renderla inaccessibile ai soccorsi e alle vettovaglie, bisogna piuttosto far uscire il nemico con l’inganno e colpire nel momento di massima disorganizzazione, bisogna piuttosto distruggere le campagne. Questo è quello che avrebbero dovuto fare gli achei contro i troiani, invece di perdere inutile tempo per un totale di dieci anni di guerra, mandando i loro uomini contro le mura come “formiche brulicanti”. Combattere aggirando il nemico per coglierlo nel punto di massima debolezza, così come fece Ulisse, è l’obbiettivo, non quello di ottenere la vittoria su mille battaglie, come avrebbe preferito Agamennone o un Achille. Anzi, volendo trovare un archetipo ideale, Achille ha tutte le virtù di un pessimo generale, per quanto possa essere facilmente ammirato per la sua giovinezza, salubrità, ambizione e voglia di menare le mani (tutte caratteristiche associate ai grandi eroi della guerra, in particolare in periodo romantico): costui non sarebbe che in grado di vincere cento battaglie (forse) perdendo la guerra, perché non sarebbe in grado di trarre il massimo vantaggio dalle situazioni contingenti, confidando esclusivamente nella forza bruta. Per questo si dà un preciso metodo per organizzare le operazioni militari in modo da massimizzare il proprio vantaggio:

Se sei in proporzione di dieci a uno, circonda il nemico.

Se sei in proporzione di cinque a uno, attaccalo.

Se sei in proporzione di due a uno, dai battaglia.

Se le vostre forze sono in parità, cerca di dividerlo.

Se la tua forza è inferiore, difenditi.

Se è impari, ritirati.

Se chi è in minoranza persevera,

Determina la vittoria di un nemico più numeroso.[7]

La vittoria è ottenuta da precisi rapporti numerici i quali sono solo l’indice numerico dal quale deve seguire la corretta strategia. In particolare, contare e organizzare richiede freddezza e capacità di calcolo sufficienti da scongiurare la perdita di autocontrollo che si fonda sulle emozioni e che discosta dalla realtà dei fatti. Se sei in vantaggio, non devi necessariamente dare sfogo alla tua ira perché lasci una debolezza importante che può essere sfruttata. Ma se conti e controlli, la tua abilità fuoriesce e il nemico, già in difficoltà, non potrà danneggiarti. Per tanto, Sun Tzu può indicare le condizioni della vittoria nel modo seguente:

Bisogna sapere quando è il momento di combattere e quando non lo è.

Bisogna saper guidare tanto un grande esercito quanto uno piccolo

La vittoria si ottiene quando i superiori e gli inferiori sono animati dallo stesso spirito.

La vittoria si ottiene quando si è preparati ad ogni imprevisto.

La vittoria si ottiene quando ci sono un generale capace e un sovrano che non interferisce.

Questi cinque requisiti costituiscono il tao che porta alla vittoria.[8]

Così, è fondamentale sconvolgere continuamente i piani dell’avversario e non lasciargli leggere i propri: renditi invisibile al suo occhio della mente, così che non possa mai capirti. In guerra vale la massima che meno lasci intendere e più non lasci al nemico alcuna opportunità di scoprire nuove informazioni: “E così, è di suprema importanza sconvolgere la strategia del nemico”.[9]

Quando il nemico entra in confusione è il momento opportuno per dividergli le forze e, se è scisso nella mente, non riuscirà a prendere decisioni e finirà facilmente per commettere errori: l’attività di separazione deve essere concomitante a quella di renderlo sempre più isolato da ciò che può dargli forza, in modo tale da colpirlo, nel punto di minima resistenza senza esitazione. Era quello che compivano con grande abilità Alessandro Magno e Napoleone.

Una domanda può sorgere spontanea: se abbiamo già avuto più volte modo di asserire che non esiste un sistema per conoscere ogni possibilità a priori, perché nel presente si danno condizioni contingenti, allora perché Sun Tzu indica come condizione necessaria alla vittoria quella di “essere preparati ad ogni imprevisto”? La guerra è composta da noi e il nostro schieramento, dal nemico e dal suo schieramento e dal resto della realtà che compone lo spazio e il tempo della contesa. Conoscere noi stessi e il nemico e la realtà sono le condizioni grazie alle quali è possibile assicurarsi nei confronti delle avversità. Così, Sun Tzu termina con queste immortali parole:

E così, nelle operazioni militari:

Se conosci il nemico e conosci te stesso,

Nemmeno in cento battaglie ti troverai in pericolo,

Se non conosci il nemico ma conosci te stesso,

Le tue possibilità di vittoria sono pari a quelle di sconfitta.

Se non conosci né il nemico né te stesso,

Ogni battaglia significherà per te la sconfitta.[10]

Da un punto di vista individuale, possiamo trarre le seguenti considerazioni. Per vincere bisogna contare solo sulle proprie forze e sulla propria mente, per tanto, per prima cosa bisogna che la nostra razionalità (il generale) sia assistita da una volontà non vacillante (il sovrano), così che non ci siano intromissioni delle emozioni nella nostra attività, emozioni che rischierebbero di lasciarci andare a considerazioni sentimentali che non massimizzano la nostra utilità. Una volta salda la mente, unificato lo spirito, bisogna analizzare le condizioni alle quali noi possiamo muovere contro un avversario, in modo economico, efficiente ed efficace. Ogni azione dissipa energia, ogni pensiero costa fatica, così che è necessario cercare un armonia tra lo sforzo e l’obbiettivo, in modo da ordinare i mezzi nel modo migliore. Per fare questo, occorre conoscere bene se stessi e il nemico, perché solo a queste condizioni potremo operare nell’ottica di capitalizzare ogni nostro vantaggio. Il che significa saper valutare le nostre risorse e le nostre forze, non imbarcandoci in progetti irrealizzabili per determinare la vittoria di un nemico a noi superiore. Realismo costruttivo, questa è l’ottica, l’unica, verso la quale la nostra mente deve tendere per giungere al massimo vantaggio, il solo scopo per cui valga la pena imbarcarsi in uno scontro, quale che sia.


[1] Lasker E., La lotta, Scacchi e Scienza applicata, Venezia, 2006.

[2] Sun Tzu, L’arte della guerra, Mondadori, Milano, 2003, p. 12.

[3] Per quanto attiene a Gustavo Adolfo e a Christian IV, rimandiamo ai libri di Valzania e Hansen riportati in bibliografia.

[4] Ivi., Cit., p. 13.

[5] Ivi., Cit., p. 13.

[6] Ivi., Cit., p. 12.

[7] Ivi., Cit., p. 14.

[8] Ivi., Cit., p. 15.

[9] Ivi., Cit., p. 13.

[10] Ivi., Cit., p. 15.


Giangiuseppe Pili

Giangiuseppe Pili è Ph.D. in filosofia e scienze della mente (2017). E' stato assistant professor ed è il fondatore di Scuola Filosofica, coordinatore dell'associazione Azione Filosofica ed è il responsabile della collana dei libri di Scuola Filosofica. Egli è autore di numerosi saggi e di diversi articoli in riviste internazionali. In lingua italiana ha pubblicato numerosi lavori e libri. Scacchista per passione. ---- ENGLISH PRESENTATION ------------------------------------------------- Giangiuseppe Pili - PhD philosophy and sciences of the mind (2017). He is a former assistant professor in intelligence studies and he is the founder of Scuola Filosofica (Philosophical School) and the Co-Founder of the philosophical association Azione Filosofica (Philosophical Action). He is the editor in chief of the collective series of books based on the blog (Le Due Torri - Publisher). He is a prolific author nationally and internationally. He is a passionate chess player and (back in the days!) movie maker.

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