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Mese: Gennaio 2013

La forma. Il quarto capitolo de L’arte della guerra

L’arte della guerra si basa sull’inganno e sulla capacità di sfruttare gli errori del nemico, perché l’errore implica la presenza della debolezza da sfruttare. La possibilità di non perdere dipende dalle nostre sole forze, mentre la vittoria dipendente congiuntamente dalla nostra capacità e dalla debolezza dell’avversario. La difesa è in vantaggio sull’attacco perché può essere inattaccabile mentre l’attacco è costretto a prendersi dei rischi per attaccare. Prendersi dei rischi significa concedere debolezze e avere debolezze significa esser caduti in fallo, così che l’attacco ha molte più probabilità di sbagliare che non la difesa, per questo “Se ti difendi sei più forte, se attacchi sei più debole”. La vera abilità consiste nel vincere chi si può battere facilmente e la vera abilità non è vincere cento battaglie: la suprema arte sta nell’abbattere un nemico già sconfitto. Il metodo della forma consiste di cinque condizioni: calcolare la lunghezza,  calcolare il volume, calcolare il numero degli elementi coinvolti, confrontare le parti e raggiungere la vittoria. Il territorio genera la lunghezza, la lunghezza il calcolo, il calcolo il confronto, il confronto la vittoria. Così si può concludere che “l’operazione militare vittoriosa è come cento grammi contrapposte a una piuma”.

Da Livio Andronico a Plauto, passando per Nevio e Cecilio Stazio: gli albori della letteratura latina

LIVIO ANDRONICO

 FONTI

Quello che noi conosciamo di Livio Andronico è basato sulle informazioni che ci ha tramandato Cicerone nel Brutus e Tito Livio. La biografia di Livio Andronico rimane comunque oscura per buona parte, oscurità dovuta ala fatto che Accio in disputa con Cicerone, scriveva che Andronico era giunto a Roma nel 209 a.C. e non ben prima come si tramanda in altre fonti. Ciò infatti sposterebbe il culmine dell’attività letteraria di Livio, ma pare strano che potesse essere contemporaneo di Ennio e Plauto: proprio per questo ci affidiamo alle fonti di Cicerone e Tito Livio che appaiono più attendibili.

Commento su: “Un mistero in bianco e nero. La filosofia degli scacchi”

E’ uscito recentemente il libro del filosofo Giangiuseppe Pili: “Un mistero in bianco e in nero. La filosofia degli Scacchi”, Le Due Torri, Bologna, 2012.

Un libro originale e interessante, ma anche difficile. Da una rapida scorsa all’Indice e alla Bibliografia il lettore è subito confrontato con la ricchezza e complessità dell’argomento trattato dall’autore (Pili è filosofo e scacchista), dove oltre all’aspetto più propriamente filosofico chi legge è sollecitato a verificare la propria conoscenza in altri ambiti che vanno dalla logica simbolica, alla teoria del linguaggio, alla matematica, intelligenza artificiale ed anche un po’ di psicologia. Questi argomenti sono in parte accennati, ma vengono approfonditi in alcuni capitoli centrali del libro (Capitoli 5-9), e sono trattati dall’autore con sicurezza e perfino con un’audacia che stupiscono il lettore e che presuppongono in lui un’ampia cultura non dissimile da quella di chi scrive. Questo potrebbe essere un limite del libro oppure una sua virtù in relazione all’approccio del lettore.

Lord Jim- Joseph Conrad

E tuttavia l’umanità stessa, procedendo nel suo cieco cammino, non è forse spinta da un sogno della propria grandezza e del proprio potere sui bui sentieri dell’eccessiva crudeltà e della dedizione eccessiva? Che altro è, dopo tutto, il perseguimento della verità?[1]

Joseph Conrad

Jim è un ragazzo dotato di caratteristiche fuori dall’ordinario. Tutti glielo riconoscono. In particolare, egli è una di quelle persone a cui si ripone volentieri fiducia. Eppure c’è qualcosa nel suo passato che costituisce un precedente inquietante, macchia sufficiente a costituire il dubbio permanente sulla sua reputazione. Jim era un sognatore, un romantico, convinto di poter vincere ogni avversità, di non aver paura di nessuna possibilità perché già prevista, già vagliata dalla sua mente. In se stesso costruiva mondi, avventure concrete nelle quali egli era il protagonista e grazie alle quali avrebbe dimostrato al mondo il suo valore:

In momenti del genere i suoi pensieri erano colmi di imprese valorose: amava quei sogni e il successo delle sue gesta immaginarie. Erano la parte migliore della vita; ne erano la verità segreta, la realtà nascosta. Avevano una splendida virilità e il fascino delle cose vaghe; gli passavano davanti con passo eroico; si portavano via la sua anima e la ubriacavano con il filtro divino di una fiducia illimitata in se stessa. Non c’era niente che lui non potesse affrontare. Era così soddisfatto dell’idea che sorrideva, pur continuando meccanicamente a guardare davanti a sé; e quando gli accadeva di girarsi indietro vedeva la striscia bianca della scia che la chiglia della nave disegnava in linea retta sul mare, come la matita aveva tracciato quella riga nera sulla carta.[2]

Il giocatore invisibile – Giuseppe Pontiggia

“Credimi, è infantile” continuò la ragazza. “Convincere sempre gli altri, tutti, che tu vali, che hai ragione. Prova a immaginare per una volta l’ipotesi contraria, che tu sia dalla parte del torto. Che cosa succede? Crolla qualcosa? Io non capisco poi, alla tua età, come fai a essere così schiavo degli altri.”

Giuseppe Pontiggia

Il giocatore invisibile è un romanzo di Giuseppe Pontiggia, edito nel 1978 e grande bestseller di allora, uno dei pochi che può dire di aver superato la prova del tempo a medio-termine e che vincerà anche la prova superiore. La storia è assai semplice e abbastanza piana, senza arditi risvolti: un importante professore di filologia classica legge inaspettatamente una lettera anonima su una rivista di settore La voce degli antichi nella quale viene attaccato personalmente sia sul piano tecnico che sul personale. La lettera, breve e concisa, riesce nell’intento di sconvolgere la vita del professore. Costui ne viene in breve conquistato, giacché le parole sono il suo regno e con le parole sole si poteva far breccia nelle sue più intime convinzioni e divellere i suoi più intimi sentimenti. E’ il crollo, lucido e violento. Chi può essere stato? Perché? Bisogna rispondergli? Inizia, così, una discesa nell’angoscia, che avvinghierà il professore sino a stritolarlo e imporgli nella mente la necessità di scoprire a qualunque costo il nome dell’autore. Dopo vari tentennamenti, decide di rispondere alla lettera anonima, ma non si sa se questa scelta abbia comportato più danni che guadagni. Intanto la sua vita si complica. All’università perde sempre più spesso la calma. I colleghi incalzano, non gli par vero. Nella vita privata la moglie tentenna: lo tradirà? Ma lui è lontano, non trasmette amore, e non comprende più neppure quanto la sua relazione con una studentessa sia un tradimento deplorevole in sé e lo costringa a seguire il discutibile talento poetico della ragazza. I personaggi che lo circondano non sono da meno. E tutti potrebbero essere il suo peggior nemico.

Capitolo 14. Jnana – canto alla saggezza ispirata

La pubblicazione intende chiarire, attraverso l’analisi del contenuto d’un passo del Rg-veda (X,71), la relazione che, secondo la concezione vedica, sussiste tra la Parola e gli uomini saggi che ne fanno uso, ma, più in generale, tra la Parola e la comunità umana.

La Parola (Vac) per i Veda è della massima importanza. I Veda stessi sono Parola, ovvero la rivelazione vedica, contenuta nei quattro testi che compongono la Samitha, è Parola. Ma cosa significa essere Parola? Non è subito chiaro. Solo una volta conclusa l’analisi dei testi credo si possa avere una risposta in grado di fare chiarezza sul punto. Per ora possiamo dare solo qualche utile indizio. Innanzitutto la Parola, nel senso inteso dai Veda, è Parola eterna e primordiale. È dunque una Parola precedente alla divinità stessa: non è di Dio e nemmeno da esso ispirata. Sembrerebbe dunque che ci troviamo di fronte ad un altro principio primo.

Recensione del film “Nel cuore di una tenebra immensa” di Giangiuseppe Pili

Se Blasetti ebbe a dire, agli albori del cinema italiano moderno, e non per gioco, che il suo tema era unico ed era l’imbecillità della violenza e della guerra, qui abbiamo, in Pili regista ed ideatore – nel contesto del nostro cinema contemporaneo il quale, a differenza di quello dei tempi di Blasetti che seppur non completamente nazionalizzato lo era certo almeno in parte, in una nazione diretta secondo precise ideologie (e sappiamo quali), comunque sottoposto a più o meno sapienti poteri di veto, ebbene, in un contesto nuovo ma non meno privo di elementi disapprovabili, dove abbiamo una produzione frastagliata e nauseante perché troppo libera (?), continuamente emancipata da un’infinità innegabile ma negata (e costantemente) di soggetti … che è, in sostanza, un cinema disapprovabile perché non funzionante, funzionale solo nell’imperativo d’accomodare i gusti più triviali dello spettatore, disattento alla sua (vera) ricchezza, occultata con parsimonia sotto a tutta la sabbia di tutti i deserti e le spiagge del mondo, trasandato e, per larghi strati (ovvero quelli emersi), trascurabile, e ancora (lo ripeto) trascurante, poiché schiavo di logiche mercantili padrone relative a mercati al contempo vicini e lontani, ormai quasi senza identità propria, ecco, qui, abbiamo invero una voce – abbiamo la concreta ed esplicita espressione di una voce, nuova anche se non nuovissima (Pili non è alla prima prova), la quale (voce) affronta con piglio deciso ma attento il vecchio tema caro, almeno a parole e qui da noi, a Blasetti.

Strategia di attacco – Il terzo capitolo de L’arte della guerra


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Lo scopo di un combattimento non è quello di distruggere un nemico ma è quello di ridurlo all’impotenza per conquistarlo intatto. Un nemico distrutto non è più niente, un nemico impotente è costretto a eseguire gli ordini del vincitore. Attività di suprema importanza per vincere il conflitto: sconvolgere la strategia del nemico, spezzare le alleanze, attaccare il suo esercito, non assediare le sue città fortificate. La presa di una città fortificata ha un costo dispendioso in termini di tempo ed energie, per tanto, l’attacco ad una fortezza è quasi sempre privo di grande utilità. Il comandante abile è colui che assume come fine la vittoria suprema e non si discosta da tale direttiva, sicché la massima abilità è nella conquista senza combattere. Le condizioni della vittoria sono le seguenti: il sovrano non deve interferire con le decisioni del generale e il generale deve essere capace; tutti gli uomini dell’esercito sono animati dal medesimo scopo; bisogna sapere quando è il momento di attaccare e quando non lo è; bisogna saper comandare un esercito, piccolo o grande che sia; bisogna essere preparati ad ogni imprevisto. Conosci te stesso, e il nemico non potrà mai batterti: conosci te stesso e il nemico, e sarai invincibile.

Origini della letteratura latina: il teatro romano arcaico e la figura di Livio Andronico

Il momento della nascita “ufficiale” della letteratura latina è stato un elemento molto discusso dagli studiosi del campo che però arrivarono a una conclusione: convenzionalmente è stata fissata nelll’anno 240 a.C. quando Livio Andronico mandò in scena una tragedia sua originale. La storia della letteratura latina ha una storia ben diversa da quella greca: i greci giovarono della figura di Omero, precursore e maestro nel medesimo tempo.

Le primissime forme di scrittura, sono precedenti al 240 a.C. e sono rintracciabili negli inviti a bere ritrovate come iscrizioni in olle e tazze di vino, oppure firme di artigiani nei loro manufatti o ancora proibizioni religiose. A partire dalla Roma medio repubblicana il quadro dell’alfabetizzazione si presenta assai ampio e articolato.

Capitolo 13. La Parola – Vac

La sezione dedicata al tema, centralissimo e fondamentale per la concezione vedica dell’essere e delle sue manifestazioni, della Parola, è composta da sette parti, che esporremo ognuna in una pubblicazione differente. A guisa introduttiva vediamo una strofa tratta dal Taittiriya-brahmana (II,8,8,5):

La Parola, imperitura, è la primogenita / della Verità, madre dei Veda e fulcro / di immortalità. Possa venire a noi / in felicità nel sacrificio. Possa ella, / nostra Dea protettrice, essere / sensibile alla supplica.