Press "Enter" to skip to content

Da Livio Andronico a Plauto, passando per Nevio e Cecilio Stazio: gli albori della letteratura latina

Iscriviti alla Newsletter!

Consigliamo Percorso di letteratura latina e Sallustio


LIVIO ANDRONICO

 FONTI

Quello che noi conosciamo di Livio Andronico è basato sulle informazioni che ci ha tramandato Cicerone nel Brutus e Tito Livio. La biografia di Livio Andronico rimane comunque oscura per buona parte, oscurità dovuta ala fatto che Accio in disputa con Cicerone, scriveva che Andronico era giunto a Roma nel 209 a.C. e non ben prima come si tramanda in altre fonti. Ciò infatti sposterebbe il culmine dell’attività letteraria di Livio, ma pare strano che potesse essere contemporaneo di Ennio e Plauto: proprio per questo ci affidiamo alle fonti di Cicerone e Tito Livio che appaiono più attendibili.

VITA

La data di nascita così come quella di morte sono a noi ignote. La storia più accreditata è quella del suo arrivo a Roma da Taranto, al seguito di Livio Salinatore, alla conclusione della guerra di Taranto contro Pirro nel 272 a.C.  Andronico era a tutti gli effetti un nome di origine greca, mentre Livio lo deve al fatto di essere stato libero (prima ancora schiavo) di Livio Salinatore. Sappiamo che fra i due c’era molta sintonia e che Andronico era molto intelligente nonché colto e divenne presto grammaticus, cioè professore di latino e di greco, la sua prima lingua. Si dedicò alla scrittura di testi scenici e anche a volte come delle stesse opere. Nel 240 (è giusto rimarcare questa data più volte nel percorso) sappiamo che andò in scena la sua prima tragedia mentre nel 207 compose un partenio in onore di Giunone. Dopo questi successi Livio ebbe grandi onori in tutta Roma e il collegium scribarom histriorumque venne insediato in un edificio pubblico nel tempio di Minerva sull’Avventino.

OPERE

Quello che è arrivato a noi è limitato a una sessantina di frammenti. Titoli veri e propri ce ne rimangono otto: Achilles, Aegistus, Aiax mastigòphotus(Aiace con la frusta), EquosTroianus, Hermiòna, Andromeda, Dànae e il Terèus. È facile vedere come Livio Andronico si ispirò all’epica greca. L’opera per noi più significativa è la versione in saturni dell’Odissea di cui ce ne sono giunti una quarantina di versi, pochi ma importantissimi per capire la diffusione culturale dell’epoca.

CONSIDERAZIONI CONCLUSIVE

Ciò che non bisogna dimenticare di Livio Andronico è che esso ebbe insieme finalità letterarie e culturali. Esso rese disponibile ai cittadini romani, la traduzione di un testo fondamentale della cultura greca: l’Odusiaebbe una gran fortuna come testo scolastico fin nei secoli successivi. Questa traduzione ebbe una concezione artistica; Livio costruì un testo che era di pari passi all’originale e i problemi che affrontò durante questo lavoro dovettero essere enormi se ci soffermiamo a pensarci; per esempio Omero parlava di un eroe che era “pari agli dei”. Questo concetto ai nella mentalità romana era inaccettabile. Livio tradusse quindi “sum us ad primus” ovvero grandissimo e di primo rango. Esso drammatizzò parecchio nella sua traduzione l’opera di Omero, facendone aumentare il pathos. Ecco quindi che possiamo immaginarci come le tragedie di Livio avessero dei precisi modelli greci: la ricerca del pathos fu una costante della poetica in quasi tutta la poesia arcaica.


NEVIO

VITA

Gaio Nevio era un cittadino romano di origini campane e pare che abbia combattuto nella prima guerra punica, che si svolse dal 286 a.C. al 241 a.C.. Fu un letterato di probabile estrazione plebea, un’eccezione per i letterati della Roma arcaica. Nelle sue opere spesso troviamo infatti strali polemici contro la stirpe nobiliare, in particolar modo contro la potente e influente famiglia dei Metelli, dalla quale venne ripetutamente minacciato di morte e di esilio. Morì infatti a Utica, nella provincia africana, dopo essere stato mandato in esilio per le sue opere derisorie e scomode verso la nobilitas. Le notizie pervenuteci su Nevio ci sono giunte grazie a Cicerone e a San Girolamo: nell’In Verrem di Cicerone si racconta dell’incarcerazione di Nevio per volere dei Metelli.

OPERE

Nevio scrisse molte tragedie, di cui sicuramente due praetexte intitolate Romolus e Clastidium, ma compose anche commedie. Un suo testo venne rappresentato già nel 235 a.C., appena cinque anni dopo la prima rappresentazione a Roma di Livio Andronico. Delle tragedie di argomento greco, le praetexte che si differenziavano dalle cothurnatae, ci restano sette titoli e una cinquantina di frammenti. Nevio è ricordato in particolare per la stesura del Bellum Poenicum, scritto in saturni. L’opera originale doveva comprendere dai 4000 ai 5000 versi scritti in un unico tomo: poi fu ripartita in sette libri dal grammatico Lampadione.

CONSIDERAZIONI

Se Livio Andronico fu in assoluto la prima figura di letterato latino, Nevio invece fu il primo di origine romana e sappiamo per certo che pur essendo di famiglia plebea, partecipava attivamente alle vicende politiche del suo periodo. Il forte impegno nell’attività politica di Nevio è testimoniata dal Bellum Poenicum, il primo testo epico romano. Nevio infatti non si limitò a trattare in poesia i temi della guerra punica, ma il suo racconto andava a toccare i temi della fondazione: il mito di fondazione e la storia contemporanea venivano trattate distintamente.

Si può legittimamente supporre che Nevio fosse un profondo conoscitore della cultura greca, da cui trasse esempio e ispirazione: è necessario ricordare che la Campania, la sua terra d’origine, (come Taranto per Livio Andronico) era popolata da gente di lingua greca. Nel complesso il Bellum Poenicum appare come un’opera fortemente sperimentale, considerata la varietà di stili, ritrovabili nei poemi omerici e in Apollonio Rodio. Proprio da questi due grandi dell’epica greca troviamo i precedenti delle figure retoriche utilizzate da Nevio e si intravede anche un confronto costante in Nevio tra i termini dei suoi poemi e quelli delle opere greche.

Nevio fu un grande innovatore del linguaggio: il linguaggio storiografico nacque con Nevio e da lui si rifarà la tradizione storiografica successiva.

Ancora più importante risulta la produzione di commedie, che fa di lui il più illustre predecessore di Plauto. Tra i testi comici neviani più importanti  ricordiamo il Colax, il Gumnasticus, il Dolus, la Corollaria e la Tarentilla di cui ci è giunto un frammento molto vivace riguardo una ragazza un po’ civetta. Dai frammenti di Nevio si induce che avesse una colorita inventiva verbale. A Nevio si attribuisce la nascita della togata.


PLAUTO

VITA

Il nome del poeta latino Plauto, almeno nella sua forma completa, è ancora oggetto di discussione. Gli antichi lo chiamavano generalmente Plautus, cognome che derivava dall’umbro Plotus, il cui significato potrebbe essere “dalle grandi orecchie” o ancora “dai piedi piatti”. Il nome completo riportato dal Palinsesto Ambrosiano, un importante documento rinvenuto ai primi dell’800 dal cardinale Angelo Mai, è quello di Titus Maccius Plautus: Maccius potrebbe essere un nomignolo affibbiatogli per via del fatto che scriveva commedie, ricordiamoci infatti che il Maccus, ovvero il balordo, era una delle maschere principali delle commedie latine arcaiche.

Varie fonti antiche narrano che Plauto fosse nato nella cittadina umbra di Sarsina: non era dunque di cittadinanza latina ma, a differenza di Nevio e Livio Andronico, non apparteneva alle regioni sotto l’influenza della magna Grecia. Per certo sappiamo che era un uomo libero e non servo come ci potrebbero trarre in inganno false biografie. Sappiamo anche quale fu la data di morte ovvero il 184 a.C. data ricavata da una notizia di Cicerone (Cato Maior 14,50). In questa stessa fonte ci viene detto che Plauto scrisse la sua commedia Pseudolus nel 191 a.C., ormai senex (si diveniva senex dal momento in cui si compivano sessant’anni). Si trova accordo sul momento della suo massimo momento produttivo letterario, che sembra attestarsi attorno al 200 a.C..

OPERE

Plauto è stato un autore di commedie di grande successo e molto prolifico. Riscosse successo non solo quando fu in vita, ma anche e soprattutto postumo. La sua fortuna fu grande e si diffuse molto velocemente nel mondo latino. Oggi giorno non mancano nelle librerie di tutti gli italiani commedie di Plauto, conservatesi nel lungo periodo grazie alla loro grande modernità e incisività e, per questo, ancora oggi apprezzabili e oggetto di ammirazione.

Sembra che nel II secolo circolassero a suo nome circa duecento titoli. Ovviamente questo sembra essere improbabile: era uso degli antichi scrittori quello di firmarsi con il nome del più illustre nel campo, come i vari pseudo-… della letteratura filosofica. Però, pur mantenendo una certa vigile attenzione, si può ritenere che Plauto fosse un autore di grande prolificità. Questo è testimoniato dal grande numero di opere che ci sono pervenute, il che lascia pensare che siano, come nei casi di tanti altri letterati antichi (basti pensare al caso sfortunato del pur prolifico Epicuro), la parte minoritaria della sua produzione. Amphitruo, Aulularia, Captivi, Curculio, Canina, Cistellaria, Epìdicus, Bacchìdes, Mastellaria, Trimunus, Persa, questi alcuni dei tanti titoli che ci sono giunti con l’opera per lo più integra, grazie anche al De comoedis Plautinus di Varrone, a cui dobbiamo molto per quel che riguarda il lavoro storiografico e di raccolta dell’opera plautina. Sono venti le opere a noi giunti integre nella totalità.

Un’osservazione d’insieme alle trame delle venti commedie plautine, facilmente reperibili sul web, fa emergere la prevedibilità degli intrecci e dei prototipi incarnati dai personaggi. Plauto, al contrario di Terenzio, non ha particolare interesse per la psicologia dei suoi personaggi né per il loro atteggiamento morale o per i dilemmi etici.

In tutte le sue commedie Plauto compone dei prologhi che anticipano interamente la trama e l’intreccio della commedia, sacrificando ogni possibile colpo di scena. Praticamente tutte le commedie possono ridursi ad una continua lotta fra due antagonisti per il possesso di un bene che, in genere, consiste in una donna o in una forte somma di denaro, “oggetti” accomunati dal concetto globale di “bene materiale di valore” che, in Plauto, doveva essere equivalente tanto per gli oggetti che per le donne: d’altra parte, un pacato inquadramento storico ci sconsiglia di trarre un atteggiamento troppo severo riguardo a questo aspetto dell’opera plautina e dell’autore stesso, giacché all’epoca i diritti delle donne erano quasi del tutto assenti, per quanto nella sostanza della vita romana le donne abbiano sempre avuto una importanza rilevante (come testimoniano i primi due libri di Tito Livio in più di una circostanza resa celebre dalla loro immensa fortuna).

Si possono distinguere più “tipi” di commedie. Le commedie del servo sono quelle in cui un uomo che vuole un ingente somma di denaro, delega la ricerca di questo ad un servo ingegnoso, che, appunto, grazie alla sua astuzia  riesce a raggiungere l’obbiettivo. La coppia giovane desiderante/servo raggiratore è quindi la più solita delle costanti tematiche plautine. La commedia della fortuna e la commedia del riconoscimento sono gli altri due archetipi costanti della commedia plautina: la prima è una commedia dove l’onnipresente Fortuna ha un grande valore stabilizzante e in cui aiuta sistematicamente il servo bisognoso di un alleato; la seconda è una commedia che ruota attorno al tema del riconoscimento, su un’identità prima sconosciuta o nascosta o mentita, e poi fortunosamente rilevata a tutti. Questo tipo di commedia può anche essere denominata commedia degli equivoci.

Che cosa sappiamo realmente del rapporto tra la commedia plautina e i modelli di commedie greche? Di certo, a differenza del teatro terenziano, il teatro plautino non presuppone la presenza di un pubblico fortemente ellenizzato. L’uso dei nomi degli schiavi nei titoli non è assolutamente un elemento in comunque col teatro greco. Possiamo dire che Plauto si distaccherà fortemente dai modelli greci, dal momento in cui fece largo impiego di uno stile ritmico e lessicale dei numeri innumeri, ovvero “gli infiniti metri” secondo la definizione di Varrone e Gellio. Plauto non dipese dagli stili di alcun modello greco precedente come Demofilo, Defilo e Menandro, e da ciò deriva il suo stile vario e polifonico che, tuttavia, movimento stilistico che fa da contrasto alle tematiche piuttosto uniformi. L’originalità di Plauto è dovuta ad uno stile ben poco attico: i giochi di parole, i bisticci semantici, le metafore e le similitudini, i bizzarri paragoni mitologici, le allusioni e i doppi sensi sono senz’altro “un’iniziativa originale di Plauto”, come scrive il Conte.

Fra tutti i personaggi della commedia plautina, abbiamo visto come emerge nettamente sugli altri il servo, il favorito della scena. Il servo è un personaggio ribaldo, amorale, creatore di inganni e risolutore di situazioni. Infatti come abbiamo già accennato è quasi sempre il servo furbo ad essere il perno narrativo della commedia. Il servo è, inoltre, il personaggio che senza dubbio più si impegna a “parlare” e dialogare con lo spettatore in una sottile linea di metateatro, ed è il personaggio che più di tutti crea metafore, doppi sensi, allusioni e battutacce.

Le venti commedie di Plauto, ventuno se si considera quella recuperata nel Palinsesto Ambrosiano, ci sono state tramandate secondo una saggia e accurata scelta, basata su veridicità e chiarezza, fatta principalmente da Varrone. La manualità e l’attenzione degli amanuensi medievali ha fatto sì che siano arrivate ad oggi intatte e integre.

La lettura di Plauto in età medievale rimase tuttavia rara: lo stesso Dante e i suoi contemporanei ignoravano la sua figura, al contrario di quella di Terenzio. A partire da Petrarca le opere plautine cominciarono a riavere una certa fortuna dopo quasi quindici secoli: rinasce in questi anni il gusto per le opere teatrali latine, sceneggiate in latino. La commedia umanistica prende nettamente spunto da quella plautina così come il teatro italiano del cinquecento prende forte ispirazione dalla palliata romana. Tra cinquecento e settecento, grazie ai capostipiti italiani, Ariosto e Goldoni, la fortuna di Plauto rimane viva anche nella commedia dell’arte. In ambito europeo tutti fra i più grandi nomi di letterati sono collegati e simbiotici nei confronti della tradizione plautina: i vari Shakespeare, Calderòn, Moliere, Da ponte, ecc., presero spunto da Plauto. Anche nell’età illuministica/moderna/contemporanea le rappresentazioni di Plauto continuarono/continuano a essere una presenza scenica costante.


CECILIO STAZIO

Come Livio Andronico e Terenzio, anche Cecilio Stazio era un uomo libero di origine straniere. Pare fosse originario di Mediolanum, l’attuale Milano, e questo faceva di Stazio un Gallo Insubre. L’apice della sua carriera letteraria è da porsi (con le dovute cautele) al 180 a.C. circa. È verosimile infatti che fosse arrivato a Roma dopo la battaglia di Clastidium nel 222 a.C.. Cecilio Stazio fu fortemente legato, come tra l’altro Terenzio, all’impresario teatrale Ambivio Turpione. Ci rimangono di Cecilio Stazio circa quaranta titoli e frammenti per circa trecento versi. La commedia più nota è il Plocium (la collana). I titoli hanno anche forme greche come il Gamos, l’Epicheros ed altre, invece, latine come l’Epistula o il Pugil. Grandi intellettuali come Varrone, Cicerone e Orazio valutavano Cecilio Stazio come un ottimo autore, non di secondo piano rispetto a Plauto e Terenzio e l’unico motivo per cui oggi è abbastanza ignorato è solamente per la perdita delle sue opere. Egli visse in un periodo di mediazione tra Plauto e Terenzio e, a differenza del primo, Cecilio Stazio pare fosse più rispettoso dei modelli greci e della Commedia nuova ateniese: è un elemento questo che, come vedremo, ebbe in comune col collega Terenzio.

«Isdemummiser est, qui aerumnamsuamnesciat occulte
ferre: Ita me uxor forma et factisfacit, si taceam, tamenindicium,
Quaenisidotem omnia quaenolishabet: qui sapiet de me discet,
Qui quasi ad hostiscaptusliberservio salva urbe atque arce.
Dum eiusmorteminhio, egomet inter vivos vivo mortuus.
Quaenmihiquidquid placet eoprivatumit me servatam<velim>?
Ea me clam se cum mea ancillaaitconsuetum. id me arguit:
Ita plorando orando instando atque obiurgando me optudit,
Eamutivenderem. nunc credo inter suas
Aequalis, cognatassermonemserit:
‘Quisvostrarumfuit integra aetatula
Quae hoc idem a viro
Impetrarit suo, quod ego anus modo
Effeci, paelice ut meumprivaremvirum?’
Haecerunt concilia hocedie: differar sermone misere. »
(IT)
« È proprio misero colui che non può nascondere e sopportare la sua pena: così mi rende mia moglie con la sua bruttezza e la sua condotta; se anche taccio lascio tuttavia trasparire la mia pena. Lei che, tranne la dote, ha tutto quello che non vorresti: chi avrà senno, imparerà da me, che, quale un prigioniero presso i nemici, sebbene io sia un uomo libero, sono in schiavitù, pur essendo in salvo la città e la rocca. Lei che mi priva di tutto ciò che mi piace. Vuoi che io sia salvo? Mentre io sto con la bocca aperta ad aspettare la sua morte, come morto fra i vivi io vivo. Quella dice che io me la intendevo con la mia ancella di nascosto a lei, di questo mi accusa, e mi ha stordito piangendo, pregando, insistendo e rimproverando, che io l’ho venduta; ora, credo, fa queste chiacchiere tra le sue coetanee e le parenti: «chi vi fu tra di voi, ancora nel fiore dell’età giovanile, che ottenne questa stessa cosa da suo marito, che io ora da vecchia ho ottenuto, cioè di privare mio marito dell’amante?» Questi saranno oggi i loro pettegolezzi, ed io, infelice, vengo straziato dalle chiacchiere. »

(Plocium, vv. 143-157 Ribbeck; trad. di F. Cavazza in Aulo Gellio, Le Notti Attiche, Zanichelli.)

Bibliografia essenziale

Conte G.B., Profilo storico della letteratura latina, Le Monnier università, Firenze, 2004

Pili W., Storia romana parte I, dalla fondazione alle guerre sociali, www.scuolafilosofica.com, 2012

Plocium, vv. 143-157 Ribbeck; trad. it. a cura di F. Cavazza, in Aulo Gellio, Le Notti Attiche, Zanichelli.

Pili G., L’illuminismo, www.scuolafilosofica.com, 2012

Pili G., Carlo Goldoni, www.scuolafilosofica.com, 2012

Pili G., Commedia dell’arte, www.scuolafilosofica.com, 2012


Wolfgang Francesco Pili

Sono nato a Cagliari nell’aprile del 1991. Ho da sempre avuto nelle mie passioni, la vita all'aria aperta, al mare o in montagna. Non disdegno fare bei trekking e belle pagaiate in kayak. Nel 2010 mi diplomo in un liceo classico di Cagliari, per poi laurearmi in Lettere Moderne con indirizzo storico sardo all'Università degli studi di Cagliari con un'avvincente tesi sulle colonie penali in Sardegna. Nel bimestre Ottobre-Dicembre 2014 ho svolto un Master in TourismQuality Management presso la Uninform di Milano, che mi ha aperto le porte del lavoro nel mondo del turismo e dell'accoglienza. Ho lavorato in hotel di città, come Genova e Cagliari, e in villaggi turistici di montagna e di mare. Oggi la mia vita è decisamente cambiata: sono un piccolo imprenditore che cerca di portare lavoro in questo paese. Sono proprietario, fondatore e titolare della pizzeria l'Ancora di Carloforte. Spero di poter sviluppare un brand, con filiali in tutto il mondo, in stile Subway. Sono stato scout, giocatore di rugby, teatrante e sono sopratutto collaboratore e social media manager di questo blog dal 2009... non poca roba! Buona lettura

Be First to Comment

    Lascia un commento

    Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *