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Marco Tullio Cicerone – Vita e opere

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Consigliamo – Storia Romana Parte II – a cura di Francesco W. Pili e dello stesso autore, Giulio Cesare


Marco Tullio Cicerone nacque nel 106 a.C. ad Arpino in un’agiata famiglia equestre. Compì ottimi studi di filosofia e retorica a Roma, dove frequentò Lucio Licinio Crasso, il grande oratore e impresario edile, e i due fratelli Scevola. Strinse una fraterna amicizia con Tito Pomponio Attico, amicizia attestata nelle numerose corrispondenze. Nel 81 a.C. ebbe inizio la sua grande carriera da oratore e divenne presto avvocato. Il 79 a.C. un momento importante per Cicerone: la partenza per due anni in Grecia e in Asia, durante la quale ebbe modo di approfondire notevolmente i suoi studi filosofici e gli studi di retorica da Molone di Rodi. Al suo ritorno si sposò con Terenzia e in questi anni inizia la carriera politica che lo porterà a rivestire le più alte cariche dello stato romano:

 75 a.C. ricopre la carica di questore in Sicilia.

69 a.C. ricopre la carica di edile.

66 a.C. ricopre la carica di pretore.

63 a.C. ricopre la carica di console.

Proprio nel 63 a.C., durante il suo consolato, fu protagonista della repressione della congiura di Catilina. Nel 58 a.C. fu costretto all’esilio con l’accusa di aver condannato a morte i catilinari senza un regolare processo, con un’esecuzione sommaria, cosa bandita dalla lex. È in questa occasione che scrisse le quattro Catilinarie con cui tentava di spiegare le trame sovversive che Catilina aveva ordito dopo la sconfitta elettorale, per giustificare il suo operato sbrigativo. Già l’anno dopo venne richiamato a gran voce a Roma, dove riprese l’attività forense. È proprio in questi anni che Cicerone scriverà la maggior parte delle sue orazioni:

63 a.C. Pro Murena: in questa orazione Cicerone si trovò a difendere da una grave accusa di corruzione elettorale Lucio Licinio Murena, colui che sarebbe subentrare nella carica consolare allo stesso Cicerone. Per questo cercò di difendere Murena come continuatore delle proposte politiche di Cicerone stesso.

56 a.C. Pro Sestio: Cicerone dovette difendere un tribuno della plebe, Sestio, accusato da Clodio di aver compiuto atti di violenza.

56 a.C. Pro Balbo.

56 a.C. Pro Caelio: in questa orazione Cicerone difese Celio Rufo, un giovane di rare qualità, suo amico. Egli era stato anche l’amante di Clodia, la Lesbia di Catullo. Celio era stato accusato di aver provato ad avvelenare Clodia. Cicerone dipinge Clodia come una meretrice (donna di tutti) e la accusa persino di avere rapporti incestuosi con il fratello, Clodio. Questa orazione è una delle più riuscite e celebri di Cicerone (ci viene il dubbio che la sua indiscussa fortuna nei periodi successivi sia dovuta al fatto che sotto accusa era una donna, dai costumi poco assimilabili con le teorie morali successive), in cui espone i temi a lui cari come il bisogno di educare le nuove generazioni, a partire dal vecchio e glorioso mos maiorum che ha fatto grande la città di Roma, secondo l’idea di Cicerone.

54 a.C. Pro Rabirio Postumo. Nello stesso anno compose molte altre orazioni minori.

52 a.C. Pro Milone: il console Clodio viene ucciso e Milone viene accusato dell’omicidio. Cicerone si assume la difesa di Milone. Quest’orazione è considerata una dei suoi capolavori. Le argomentazioni sono perfette così come l’equilibrio delle parti. Qui, Cicerone espone i temi della legittima difesa e del tirannicidio sotto precise condizioni. Clodio si era dimostrato un despota e, per tanto, Milone poteva essere giustificato socialmente nel suo agire. Tuttavia Cicerone di fronte ai giudici andò in débâcle e Milone fuggì in esilio.

46 e 45 a.C.: Pro Marcello, Pro Ligario, Pro rege Deiotaro. Queste sono le orazione dette “cesariane” e abbondano di elogi verso Giulio Cesare di cui Cicerone fu strenuo sostenitore.

44 a.C.: A partire da questo anno Cicerone fu impegnato alla stesura delle Filippiche, una serie di orazioni (circa diciotto, di cui però ce ne sono giunte solo quattordici), note per la veemenza dell’attacco e i toni di indignata denuncia nei confronti di Marco Antonio, uno degli uccisori di Cesare. Il titolo Filippiche è un omaggio alle Filippiche di Demostene scritte contro Filippo di Macedonia.

Le opere retoriche

Quasi tutte le opere retoriche di Cicerone furono scritte a partire dal 55 a.C.; queste nascono dal bisogno di Cicerone di dare una risposta alla crisi generale della politica e della cultura: Catullo e Lucrezio sono considerati blasfemi, filosoficamente, socialmente e moralmente parlando. Ma le qualità letterarie di Cicerone gli consentono di apprezzare Lucrezio dal punto di vista stilistico e poetico.

Il De inventione era un trattatello di retorica che Cicerone iniziò a scrivere in gioventù e per questo è incerta la data di stesura, nel quale si attarda nell’analisi di una cultura filosofica ritenuta fondamentale per la formazione della coscienza morale di un buon oratore.

Il De oratore venne composto dal 55 a.C. e riprende i temi dell’opera precedentemente descritta, solo in maniera più matura e consapevole. In forma di dialogo, il trattato è ambientato al tempo dell’adolescenza di Cicerone, nel 91 a.C., e vi prendono parte alcuni fra i più insigni oratori dell’epoca, fra cui Marco Antonio (il nonno del futuro triumviro) e Crasso. Quest’ultimo enuncia la formazione culturale che deve avere un buon oratore. Antonio, invece, gli contrappone un modello più autodidatta e irriflesso, in cui la sua arte e perizia dev’essere basata sulle proprie doti naturali. L’opera è suddivisa in tre libri. La scelta dell’anno non è casuale, infatti è lo stesso anno della morte di Crasso e precede di poco la guerra sociale e gli aspri conflitti fra Mario e Silla. Cercando di conservare la verosimiglianza dei personaggi Cicerone si è sforzato, in quest’opera, di rendere la scrittura serena malgrado i successivi rivolgimenti culturali e politici. Cicerone ha creato un’opera di retorica rifacendosi dai modelli platonici. L’oratore, ci viene spiegato, dev’essere un vir bonus, già nominato nel De inventione, e deve essere capace di sostenere sia i pro che i contro di una difesa o di una accusa: e qui la versatilità dell’oratore è fondamentale per poter persuadere i giudici e la massa. E Crasso, nel dialogo, mostra come le virtù dell’oratore e dell’uomo politico siano le stesse: un buon politico dev’essere un buon oratore e viceversa. Entrambi devono essere intrisi della probitas e della prudentia. Entrambi devono imbonire il popolo non con proposte demagogiche e populiste, ma con delle argomentazioni che portino le persone ad appoggiare i boni.

Con Orator nel 54 a.C. Cicerone riprese tutti questi temi in un trattato molto più snello, in cui aggiunse il concetto di prosa ritmica oratoria: probare, esporre la tesi con valide argomentazioni; delectare, estetizzare il tutto; flectere, patetizzare l’orazione. Questi tre elementi non possono mancare in un oratore di successo.

Il Brutus è un opera retorica scritta nel 46 a.C. in cui Cicerone, dopo le critiche al suo stile oratorio definito ridondante e troppo appesantito da figure retoriche e da facezie. Fu accusato di allontanarsi dagli schemi “giusti” quelli dell’asianesimo e dell’atticismo. Per questo si propose nel Brutus di scrivere una storia dell’eloquenza greca e latina, dimostrando ancora una volta il suo valore di scrittore eclettico. La rottura fra asianesimo e atticismo, Cicerone la spiega dicendo che le varie esigenze e le diverse situazioni richiedono il ricorso all’alternanza di registri diversi all’interno di stesse orazioni.

Contemporaneamente al Brutus, scrisse il De optimo genere oratorum, che doveva essere un proemio a due orazioni greche scritte da Demostene, Sulla Corona, e il Contro Ctesifonte scritto da Eschine. Nell’opera Cicerone sostiene la grandezza di questi due grandi oratori greci.

Nel 44 a.C. scrisse i Topica, ispirati all’omonima opera di Aristotele: si trattano i luoghi comuni da cui l’oratore può attingere per sviluppare i discorsi secondari all’interno del discorso principale. Questi τόποι ovviamente non erano utilizzabili solo dagli oratori, ma erano fruibili da filosofi, storici e giuristi.

Cicerone anche quando iniziò la sua opera da oratore, non dimenticò mai le sue origini, ovvero quelle dell’uomo politico ed è per questo che, pur impegnandosi fino all’anno della morte all’interno del mondo politico, scrisse dei trattati che esponevano il suo progetto di stato.

Il De re publica, trattato al quale Cicerone lavorò per tre anni, dal 54 a.C. al 51 a.C., non spiegava come formare uno stato ideale, come nella Repubblica di Platone. Piuttosto espone un progetto politico vero e proprio, partendo dalle radici del popolo romano, per identificare la migliore forma di stato avuta nel tempo degli Scipioni. Questo trattato, scritto sotto forma di dialogo, non ci è arrivato integro e qualche parte rimane assai frammentata. L’opera è suddivisa in sei libri dove vengono esposti i vari caratteri fondamentali per uno stato ideale. Viene delineata la figura del princeps e Cicerone trova la figura ideale in Scipione Emiliano. Era un profondo sostenitore della repubblica e della sua ideologia, mai avrebbe potuto pensare a un imperator e, in questo trattato di filosofia politica, Cicerone lo mostra chiaramente. Perché la figura del princeps non trascenda nella figura di un tiranno, come Silla, deve essere un princeps asceta che deve rinunciare a tutte le passioni egoistiche e non deve bramare potere e ricchezza: il suo unico pensiero doveva essere quello di amministrare le civites senza ingiustizie. L’ideale ciceroniano era tuttavia difficile da realizzare. Resta il fatto che il De re publica sia uno dei primi trattati filosofici propriamente intesi della letteratura latina.

Nel 52 a.C. Cicerone completò l’opera precedente con il De legibus: Platone dopo il Repubblica scrisse le Leggi, è dunque forte l’influenza del filosofo greco. Anche di questa opera ne sono conservati parecchi frammenti e il contenuto non traspare per via delle mancanze.

Numerose furono le lezioni di filosofia che Cicerone seguì nella sua gioventù fino al culmine del suo viaggio in Asia e in Grecia della durata biennale: quegli anni furono fondamentali per tutta l’esistenza avvenire di Cicerone. Fu nel 45 a.C. quando, alla morte della figlia maggiore, Tullia, Cicerone intensificò la scrittura delle opere filosofiche. Abbiamo una lunga lista di titoli: L’Hortensius è un’opera completamente perduta sul modello aristotelico del Protrettico. Gli Academica trattavano problemi di gnoseologia, suddivisi in quattro libri. Il De finibus bonorum et malorum, era dedicato a Bruto, e viene considerato fra le opere meglio scritte da Cicerone. Trattava questioni etiche, tra cui il problema di ciò che è bene e ciò che è male. Le Tuscolanae disputationes furono dedicate anch’esse a Bruto ed erano ambientate nella villa di Cicerone a Tuscolo. L’opera suddivisa in cinque libri esalta bene quelli che sono tutti i valori della filosofia stoica di Cicerone: i temi della morte, del dolore e della tristezza sono quelli più trattati dal filosofo oratore, ma anche la virtù del bono intesa come garanzia della felicità. Ci furono poi il De natura deorum, De divinatione, De fato, Cato maior de senectute, Laelius de amicitia, questi ultimi due trattati erano dedicati al mos maiorum. Entrambi scritti nel 44 a.C. erano dedicati all’amico fraterno Attico. Furono scritti appunto poco dopo la morte di Cesare, momento molto doloroso per Cicerone, periodo in cui comincia a decadere fisicamente e moralmente: sente sempre più vicina la morte e le sue opere di questo periodo rappresentano il suo pessimismo e la visione stoica del mondo è sempre più elogiata, e Cicerone polemizza fortemente contro l’epicureismo. Infatti la filosofia epicurea non prevedeva l’interessamento alla vita pubblica; secondo, l’epicureismo non nega, ma comunque esclude la funzione provvidenziale del logos immanente, così come la pensavano gli Stoici. Questo tema antiepicureo è trattato nell’opera De finibusbonorum et malorum. Nel Laelius Cicerone espone i suoi pensieri sul tema dell’amicizia: amicitia era per i romani soprattutto intesa come favoreggiamento a livello politico; volendo Cicerone andare oltre questo concetto di amicizia clientelare e cerca di ripensare all’amicizia, concepita virtus et probitas. Egli auspica, così “La fiducia in un rinnovato sistema di valori, in cui l’amicizia occupi un ruolo centrale, deve servire a cementare la coesione dei boni”, come scrive Conte. La novità di questo testo sta nel fatto che Cicerone non ha trattato del valore dell’amicizia solo all’interno della stretta cerchia dei nobili, ma ha esteso questo valore a tutti.

Il De officis è un trattato scritto nell’autunno del 44 a.C., che chiarisce i doveri della classe dirigente. È inoltre un trattato divulgativo sulla filosofia stoica, nello specifico della filosofia di Panezio ed è espressamente indirizzato verso i giovani, fatto che ci consente di rimarcare l’attenzione di Cicerone per la propedeutica pedagogica delle opere di Cicerone stesso. Il compito di Cicerone in quest’opera fu quello di spiegare come tutti i membri della classe dirigente dovessero studiare e conoscere la filosofia dei greci. Le tradizionali virtù dell’uomo stoico vengono, qui, ripensate secondo il pensiero di Panezio: giustizia, sapienza, fortezza e temperanza dovevano essere reinterpretate non come delle virtù esterne all’uomo da assimilare, ma sono riconsiderate come degli istinti fondamentali della natura stessa dell’essere umano. La virtù fondamentale descritta da Panezio era quindi la socialità dell’uomo, a cui si affiancava la beneficenza dell’essere. Dare a ciascuno il proprio, collaborare positivamente al benessere della comunità: questo tipo di beneficenza teorizzata da Panezio corrispondeva perfettamente allo stile di vita degli aristocratici romani che, però, la sfruttavano per realizzare i propri interessi costituiti, per procurarsi un seguito politico capace di porli al centro della scena politica romana e del potere. Era dunque una beneficenza fasulla e clientelare. Troppe volte nella storia, fa notare Cicerone, questo tipo di elargizioni aveva messo il potere nelle mani di un singolo despota che in cambio del beneficio pretendeva rispetto e ossequio da parte dei corrotti. La beneficenza non dev’essere posta al servizio delle ambizioni personali. La grandezza dell’animo dev’essere primaria fra tutte le virtù dell’uomo politico. Il De officis pone un disprezzo ascetico per quasi tutti i beni terreni come la ricchezza e il potere. La res publica non può essere gestita da individui dalle spinte epicuree. L’ultima delle virtù poste al centro di questo trattato è la temperanza o il decorum che è il “regolatore generale” di tutte le virtù. Possiamo parlare, come definisce correttamente il Conte, di un galateo ante litteram, visto che in certi passi dell’opera troviamo dettagli su come ci si deve comportare nella vita quotidiana e nell’abituale rapportarsi con gli altri. Cicerone arriva a descrivere il metodo di toelettatura, l’abbigliamento e come deve essere la casa di un buon aristocratico, come deve essere arredata ecc.

La lingua e lo stile

Cicerone, come Lucrezio, si trovò di fronte al problema di dover rendere molti termini usati del lessico greco in latino, per cui molte delle parole che troviamo negli scritti ciceroniani, sono neologismi. Cicerone ha dovuto elaborare una terminologia letteraria adeguata per restituire i concetti già propri della cultura greca. La prosa di Cicerone è diventata un modello nella prosa occidentale per il suo perfetto equilibro e la sua armoniosità: il periodo ciceroniano è spesso composto da una costruzione rigorosa e permeata da una profonda logica. Ciò non toglie che Cicerone abbia scritto periodi lunghi e complessi, pur sempre nella perfezione di tale diversità stilistica. Traducendo Cicerone notiamo infatti che malgrado possa aver scritto periodi piuttosto lunghi, non viene mai a mancare la lucidità e la coerenza sintattica. Il punto più importante della prosa ciceroniana è la fine del periodo: è in quel punto che Cicerone stabilisce la clausola (la parte del periodo in cui l’orecchio dell’ascoltatore deve impressionarsi dagli effetti suggeriti). Qui Cicerone offre varie possibilità ritmiche, dando prova delle sue capacità oratorie e anche poetiche.

La produzione poetica di Cicerone è passata alla storia solo perché scritta da Cicerone, come dice Plutarco nel La vita di Cicerone. Già i suoi contemporanei gli destinarono poco spazio. Compose vari poemetti di stampo alessandrino come il Limon e gli Aratea, questi ultimi i più famosi e degni di nota di tutti i componimenti poetici ciceroniani. Inoltre il Marius, cantava le gesta di un suo conterraneo: il Marius fu senz’altro l’opera più contestata e sbeffeggiata dai contemporanei di Cicerone per via delle stucchevoli lodi che l’autore vi si autoelargiva. Per il resto abbiamo altri frammenti sia della produzione giovanile che di quella senatoria. La prove migliori di Cicerone poeta sono quelle da traduttore.

Un’altra parte importante dell’opera di Cicerone è l’epistolario con Marco Pomponio Attico di cui si è conservata una cospicua quantità di lettere. Esso si suddivide di sedici libri Ad familiares, sedici libri Ad Atticum, tre Ad Quintum fratrem e due libri Ad Marcum Brutum. Da tutte queste epistole riusciamo a estrapolare tantissimi dettagli della vita di Cicerone: infatti sono state raccolte lettere che vanno dal 68 al 43: un vasto periodo di tempo, se si pensa che stiamo parlando di quasi 2100 anni fa. L’epistolario è ricco e vario: ci sono inviti ad appuntamenti, appunti buttati giù di fretta, resoconti politici ma anche lettere elaborate e studiate. È giusto ricordare che si tratta di lettere realmente pensate con lo scopo di essere spedite e scritte de manu da Cicerone.

La fortuna posteriore che ci è giunta di Cicerone, come abbiamo visto in queste pagine, è incommensurabile con quasi ogni altro autore della cultura classica. Di lui abbiamo numerosissime attestazioni e fra tutti probabilmente è stato uno dei letterati latini più eclettici e più importanti di tutta la letteratura latina: egli non solo fu personaggio di spicco letterario ma anche un eminente uomo politico. Per esempio, per il Medioevo cristiano, Cicerone fu uno dei massimi mediatori delle idee e dei valori della civiltà antica: un autentico maestro, una di quelle autorità a cui fare sempre riferimento per difendere i propri lavori e i propri frutti del pensiero. Egli è l’immagine stessa dell’auctoritas classica sul mondo medioevale. I pensieri di Cicerone non furono dimenticati neanche in età moderna e furono di ispirazione per gli oppositori ai regimi tirannici o imperialisti. In epoca contemporanea, Theodor Mommsen eminente giurista, filologo, storico ed epigrafista, celebrò Cicerone e lo considerò il campione di un’eloquenza ricca di parole ma povera di pensiero e vide un lui un’opportunista. Quest’ultimo giudizio non era del tutto privo di ragioni, per quanto risulta in gran parte eccessivo. Oggi Cicerone viene ristudiato per capirne la sua vera grandezza e coerenza politica.

 

Bibliografia essenziale

Conte G.B., Profilo storico della letteratura latina, Le Monnier università, Firenze, 2004

Pili W., Storia romana parte I, dalla fondazione alle guerre sociali, www.scuolafilosofica.com, 2012,

www.treccani.it

http://www.dirittoestoria.it/9/Monografie/De-Filippi-Dignitas-retorica-diritto.htm


Wolfgang Francesco Pili

Sono nato a Cagliari nell’aprile del 1991. Ho da sempre avuto nelle mie passioni, la vita all'aria aperta, al mare o in montagna. Non disdegno fare bei trekking e belle pagaiate in kayak. Nel 2010 mi diplomo in un liceo classico di Cagliari, per poi laurearmi in Lettere Moderne con indirizzo storico sardo all'Università degli studi di Cagliari con un'avvincente tesi sulle colonie penali in Sardegna. Nel bimestre Ottobre-Dicembre 2014 ho svolto un Master in TourismQuality Management presso la Uninform di Milano, che mi ha aperto le porte del lavoro nel mondo del turismo e dell'accoglienza. Ho lavorato in hotel di città, come Genova e Cagliari, e in villaggi turistici di montagna e di mare. Oggi la mia vita è decisamente cambiata: sono un piccolo imprenditore che cerca di portare lavoro in questo paese. Sono proprietario, fondatore e titolare della pizzeria l'Ancora di Carloforte. Spero di poter sviluppare un brand, con filiali in tutto il mondo, in stile Subway. Sono stato scout, giocatore di rugby, teatrante e sono sopratutto collaboratore e social media manager di questo blog dal 2009... non poca roba! Buona lettura

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