Press "Enter" to skip to content

Epicuro – Vita e opere

Scopri i libri della collana o i servizi editoriali di Scuola Filosofica!

Iscriviti alla Newsletter!

Consigliamo – Eraclito – a cura di Giangiuseppe Pili e l’intervista al Professor Tagliagambe


Vita

Epicuro nasce il 20 gennaio del 341 a. C. a Samo. I genitori erano originari di Atene, città alla quale, in seguito, Epicuro si legherà profondamente. Il padre era un pedagogo e la madre era una “brusca”, di estrazione non particolarmente ricca, come si desume dalla sua pseudoattività. Epicuro inizia a studiare filosofia con Panfilo ma è nella scuola di Mensifane nel 327-324, che egli apprende gli elementi di fisica democritea che poi egli rielaborò e farà propri riproponendoli nelle sue dottrine.

Nel 310 a Mitilene fonda il primo “giardino” e nel 306 ne apre uno ad Atene dopo essersi li trasferito. Vi troverà la morte nel 270 dopo atroci sofferenze per un male alla vescica. Pare che, coerentemente con la sua filosofia, rimase imperturbabile fino alla fine.

Opere

L’opera di Epicuro più importante è certamente il trattato in 37 volumi, intitolato “Sulla natura”, del quale non abbiamo che pochi frammenti. Dalle poche opere pervenuteci intere avviamo tre lettere: a Erodono, a Meneceo, a Pitocle. Inoltre abbiamo una raccolta di frasi importanti raggruppate nella raccolta dal titolo “Massime capitali”.

L’opera di Epicuro ci è sostanzialmente giunta attraverso la “traduzione” latina del grande poeta Lucrezio nel “De rerum natura” e da altre testimonianze indirette del suo pensiero.

Schema di ragionamento

Ipotesi E(picuro) 1: tutto ciò che esiste sono gli atomi e il vuoto.

Specifica a: gli atomi sono entità materiali semplici, non ulteriormente divisibili. L’essenza dell’atomo prevede prima di tutto che essi siano la componente ultima della materia e che essi non siano ulteriormente scomponibili: questo limite previene il “regresso all’infinito” criticato da Aristotele ad Anassagora.

Possiamo così riassumere le caratteristiche di un atomo:

(i)                  un atomo è un’entità materiale.

(ii)                Non è ulteriormente scomponibile.

(iii)               L’atomo è impenetrabile.

Specifica b: il vuoto è pura assenza di materia.

Ipotesi E2: gli atomi si muovono.

Spiegazione I: gli atomi hanno come caratteristica fondamentale quella di essere della particelle di materia capaci di movimento. In questo senso, il loro moto non è di per sé causato da altro che dal loro stesso peso. Gli atomi, per Epicuro, sono pesanti.

Ipotesi E3: gli atomi si muovono in linea retta o in deviazione dalla linea retta o si urtano.

Specifica a: il peso degli atomi li fa costantemente decadere da una posizione più alta verso una più bassa. Il moto lineare è caratteristica propria anche degli atomi di Democrito.

Specifica b: il moto degli atomi sarebbe puramente e semplicemente determinato dal loro movimento lineare da un “presunto” punto più alto ad uno più basso, se non fosse che alcuni atomi deviano rispetto alla traiettoria. Questa “deviazione” determina una indeterminazione rispetto ad ogni nostra possibile conoscenza della traiettoria atomica: non c’è alcuna ragione specifica per cui gli atomi debbano o meno deviare dalla loro retta, ma ciò accade, per ciò, tale moto di “deviazione” è un presupposto della teoria epicurea del moto.

Specifica c: l’urto degli atomi non sarebbe sostanzialmente possibile se non ci fosse la deviazione. Gli urti degli atomi sono causa 1) del fatto che gli atomi possano deviare dalla loro linearità, 2) del fatto che sono corpuscoli materiali indivisibili, dunque impenetrabili.

Inferenza. Se tutto ciò che esiste sono gli atomi e il vuoto, se gli atomi sono particelle materiali non ulteriormente divisibili, se il vuoto è pura assenza di materia allora il moto esiste se e solo se esistono gli atomi ed esiste il vuoto.

Tesi E(picuro) A: dunque il moto esiste se e solo se esistono gli atomi e se esiste il vuoto.

Specifica a: se non esistessero gli atomi non esisterebbe materia. Ciò che si muove è materia e non il vuoto ( perché il nulla non si sposta ) dunque per esistere il moto ( quindi il mutamento in generale ) devono esistere gli atomi.

Specifica b: se non esistesse il vuoto, se gli atomi sono impenetrabili, allora non ci sarebbe alcuno spazio per il passaggio degli atomi. Epicuro concepisce gli atomi come “punti di materia” non scomponibili, non divisibili. Dunque, un atomo ostruisce un altro atomo, se si trova nella traiettoria di quello. Dunque, il vuoto è essenziale per l’esistenza del moto.

Spiegazione I: per tale ragione, possiamo anche dire che gli atomi, la componente materiale, è la condizione sufficiente, ma non necessaria, per l’esistenza del mutamento. L’esistenza del vuoto è condizione necessaria e, di conseguenza, solo vuoto e atomi insieme possono rendere possibile il mutamento.

Inferenza. Se tutto ciò che esiste è atomi e vuoto, se gli atomi e il vuoto sono condizione sufficiente e necessaria per l’esistenza del moto allora lo spazio non ha limiti.

Tesi EB: dunque lo spazio non ha limiti.

Specifica a: se li avesse ostacolerebbe il movimento degli atomi e da un punto di vista atomistico, uno spazio limitato o lo è in base agli atomi ( che costituiscono lo spazio materiale ) o lo è in base al vuoto. Ma non c’è nulla che ci può far supporre che gli atomi sono finiti, anzi, tutto ci fa supporre che siano infiniti. D’altra parte, se gli atomi sono infiniti, per il loro movimento, sarà necessario anche un vuoto altrettanto estremo, dunque sia gli atomi che il vuoto sono infiniti. Se atomi e vuoto sono tutto ciò che esiste e tutto ciò che esiste è infinito allora anche lo spazio descritto da ciò che esiste deve essere infinito ( infinito più infinito uguale infinito ).

Specifica b: in accordo con l’interpretazione di Marx, per Epicuro lo spazio ( e non il tempo ) è una proprietà fondamentale tanto degli atomi quanto del vuoto. Ciò che esiste è interamente descritto dalla sola dimensione spaziale.

Spiegazione I: infatti, il tempo è relativo, per gli atomi. Gli atomi infatti non sono mutevoli, dunque, non cambiano nel tempo. Essi sono eterni e non ammettono alcuna variazione temporale al loro interno. I composti di atomi sono costituiti nel tempo e ammettono il mutamento, ma tali composti non sono entità eterne, né semplici: essi sono definiti dagli atomi stessi e dal loro movimento. Per tale ragione solo i composti esistono nel tempo, non gli atomi. Se i composti sono realtà passeggere, e ciò che è eterno sono solo gli atomi, allora, in una certa misura, il tempo dei composti è solo apparente.

Inferenza. Se tutto ciò che esiste sono atomi e vuoto, se gli atomi sono particelle semplici di materia allora i composti ( corpi di più atomi ) saranno costituiti da atomi.

Tesi EC: dunque i composti sono costituiti da atomi.

Specifica a: conseguenza diretta di questa tesi è che i corpi complessi esistono solo nel tempo, cioè, in una certa misura, solo apparentemente. L’idea, infatti, è che tutto ciò che esista siano corpi essenzialmente irriducibili, semplici, e impercettibili ( gli atomi ). In questo modo, tutto ciò che sta sopra il livello infinitesimale degli atomi risulta essere il risultato di una configurazione passeggera, dunque, inessenziale ai fini della definizione reale della natura.

Specifica b: I composti della natura sono una realtà intermedia tra la pura apparenza ( il non-essere ) e la realtà. Essi sono apparenti perché sono scomponibili e non sono sempre allo stesso modo, cioè mutano al loro interno: per definire un composto non bastano le sole proprietà essenziali degli atomi, ma anche alcune, individuali, del composto. Le proprietà del composto, quelle non riducibili a quelle degli atomi ( il tempo, per esempio ) non sono proprietà durature, essenziali, ma sono solo parziali e mutevoli.

Tuttavia il composto ha chiaramente una sua realtà definita: quella che è fondata sugli elementi atomici. Per tale ragione, i composti della natura sono una via di mezzo tra la realtà fondamentale e l’apparenza.

Inferenza. Se i composti saranno costituiti da atomi allora i composti di composti saranno composti da atomi.

Tesi ED: dunque i composti di composti sono costituiti da atomi.

Inferenza. Se tutti i composti saranno costituiti da atomi, se i composti hanno proprietà riducibili a quelle degli atomi, se i composti avranno proprietà irriducibili a quelle degli atomi allora per la descrizione completa dei composti bisognerà rifarsi tanto agli atomi quanto ad alcune proprietà dei composti.

Tesi EF: dunque per la descrizione completa dei composti bisognerà rifarsi tanto agli atomi quanto ad alcune proprietà dei composti.

Specifica a: tali proprietà sono quelle definite dalla mutevolezza, per esempio il tempo, la possibilità di mutare di forma, peso ecc.. Tutti mutamenti che gli atomi in se stessi non ammettono, essendo determinati una volta per tutte.

Inferenza. Se i composti sono determinati dagli atomi, se gli atomi si muovono incessantemente, se gli atomi sono eterni ( quindi immutabili ) se i composti sono mutevoli allora il tempo è proprietà esclusiva dei composti e non degli atomi.

Tesi EG: dunque il tempo è proprietà esclusiva dei composti e non degli atomi.

Specifica a: questo è importante perché per conoscere un composto, o definirlo, è necessario collocarlo non solo nello spazio ( proprietà essenziale ) ma anche nel tempo ( proprietà inessenziale ).

Spiegazione I: è interessante questa natura del composto epicureo: esso infatti è definito solo se sono definite sia le proprietà reali di esso, sia, in qualche modo, delle proprietà inessenziali alla definizione delle cose realmente esistenti. Il punto è questo: che in una filosofia atomista esiste sempre ( come testimonia la scienza ipermoderna, la fisica quantistica e la teoria della relatività ) una certa difficoltà nella definizione del passaggio tra livello atomico e livello macroscopico. Ad un certo punto le sole proprietà dell’atomo non bastano più, in quanto i composti sono chiaramente definiti in modo diverso, se vogliamo, più complesso, che dal semplice livello descrittivo più semplice. In questo senso, la filosofia atomista incontra il problema opposto a quella della filosofia monista: il monista deve ammettere un certo regresso all’infinito ( perché non può ammettere più termini ultimi della realtà ), l’atomista invece avrà molte difficoltà a dedurre il livello più alto dal livello più basso.

Inferenza. Se tutto ciò che esiste sono gli atomi e il vuoto, se gli atomi possono disporsi in composti, se il corpo umano è un composto ( ciò è di per sé evidente ) allora anche il corpo umano è composto di atomi.

Tesi EH: dunque anche il corpo umano è composto di atomi.

Inferenza. Se il corpo umano è un composto di atomi, se un composto esiste nel tempo allora anche il corpo umano esiste nel tempo.

Tesi EI: dunque anche il corpo umano esiste nel tempo.

Inferenza. Se il corpo umano è composto di atomi, se un composto è continuamente sottoposto al moto degli atomi, allora il corpo umano è continuamente sollecitato dal moto degli atomi.

Tesi EJ: dunque il corpo umano è continuamente sollecitato dal moto degli atomi.

Specifica a: la fisica atomista è comunque una teoria fisica, dunque ammette il principio di causalità, seppure depotenziato rispetto a quello della causalità fisica di stampo determinista. Dunque, ogni mutamento atomico causa un certo mutamento, dunque, al variare della costituzione di un corpo a livello atomico, ci sarà una certa mutazione a livello del composto. Tale mutazione, naturalmente, è “percepibile” solo dal punto di vista del composto, non dal punto di vista dei singoli atomi.

Ipotesi E4: la sollecitazione atomica sul nostro corpo produce delle sensazioni.

Specifica a: le varie sollecitazioni ai diversi organi di senso producono percezioni diverse.

Specifica b: questa “ipotesi” è una premessa dell’analisi empirista della conoscenza di Epicuro. Infatti, essa non è deducibile dalla dottrina materialista precedente giacché, oltretutto, gli atomi sono impercettibili e indivisibili, in altre parole, non li possiamo scoprire attraverso una conoscenza empirica ma diventano manifesti esclusivamente utilizzando la ragione.

Specifica c: il passaggio da “costituzione materiale” a “apparenza fenomenica” ( oggi normalmente è denominata “coscienza fenomenica” ) non è un passaggio logico: non c’è una deduzione possibile da principi perché non ci può essere deduzione chiara dalla materia ad una cosa che non è materia ( il fenomeno o il fantasma, a seconda di come lo si intenda ) non è una questione che riguardi “il duro”, ma riguarda il nostro modo di ri-costruirci il mondo. In questo senso, esiste un “gap” tra livello materiale e livello atomico.

Inferenza. Se la sollecitazione atomica sul nostro corpo produce delle sensazioni, se il nostro corpo è modificato dagli atomi, se la sollecitazione atomica sul nostro corpo è costante allora il corpo umano si figurerà continue percezioni.

Tesi EK: dunque il corpo umano si figurerà continue percezioni.

Inferenza. Se il corpo umano si figurerà continue percezioni, se a livello atomico i composti mutano mentre altri rimarranno conservati, allora alcune percezioni verranno conservate, altre no.

Tesi EL: dunque alcune percezioni verranno conservate, altre no.

Specifica a: le percezioni conservate sono i ricordi.

Inferenza. Se le percezioni sono causate dal movimento degli atomi, se il corpo umano si figurerà le cose a partire da certe percezioni allora le sensazioni conserveranno qualcosa delle cose esterne.

Tesi EM: dunque le sensazioni conserveranno qualcosa delle cose esterne.

Specifica a: per esempio, le sensazioni conserveranno la forma, ovvero le dimensioni spaziali delle cose. Ancora una volta, lo spazio è mostrato come caratteristica primaria ed essenziale per la definizione degli oggetti.

Specifica b: in questo Epicuro è molto coerente con la sua dottrina perché egli ribadisce che bisogna attenersi a solo ciò che è oggetto di conoscenza diretta dei fenomeni senza aggiungere ulteriori dettagli che, generalmente, sono accostati alla conoscenza vera dall’ignoranza. Esisterà poi sempre un certo grado di imperfezione nella conoscenza ( nella misura in cui l’apparenza è comunque determinata dal moto degli atomi che ammette

Specifica c: la causa dell’errore è dunque non astenersi dal giudicare su cose su cui non si sa abbastanza.

Inferenza. Se i corpi umani sono sottoposti a continui mutamenti, se il corpo umano o viene danneggiato o viene agevolato dai cambiamenti delle cose allora il corpo umano ricercherà alcune cose e ne fuggirà di altre.

Tesi EN: dunque il corpo umano ricercherà alcune cose e ne fuggirà di altre.

Specifica a: per tale ragione, il corpo umano prova piacere o dolore. Proverà piacere quando sarà agevolato nell’esistenza, come quando mangiamo, mentre proverà dolore quando sarà privata di forza, come quando ci tagliamo un dito.

Specifica b: piacere e dolore sono gli indicatori della salute fisica per Epicuro ed è il motivo per cui si ricerca sempre il piacere e non il dolore.

Inferenza. Se il corpo umano ricercherà alcune cose e ne fuggirà di altre, se il corpo umano soffre se danneggiato, se il corpo umano gode se aiutato allora il corpo umano ricercherà ciò che gli procura piacere e fugge ciò che procura dolore.

Tesi EO: dunque il corpo umano ricercherà ciò che gli procura piacere e fugge ciò che gli procura dolore.

Inferenza. Se il corpo umano ricercherà ciò che gli procura piacere e fugge ciò che gli procura dolore, se la ricerca del piacere implica la fuga dal dolore allora la ricerca del piacere e del dolore implica la conoscenza del piacere e del dolore.

Tesi EP: dunque la ricerca del piacere e del dolore implica la conoscenza del piacere e del dolore.

!Specifica a: in altri termini, piacere e dolore, in quanto percezioni immediate del proprio corpo, sono conosciute di per sé dal soggetto. In questo modo, piacere e dolore sono le categorie essenziali per la concezione etica epicurea.

!!Specifica b: è bene notare che piacere e dolore implicano necessariamente la conoscenza del piacere e del dolore. Ovvero, ciò che noi ricerchiamo è mediatamente per piacere, in realtà ciò che dobbiamo ricercare è ciò che sottende il piacere: il benessere.

Specifica c: ciò che Epicuro vuole sostenere non è affatto quell’idea libertina ( ammesso che si possa parlare di libertinaggio mille e passa anni prima dell’illuminismo ) che vuole che la vita va solo “goduta” attraverso i più sfrenati piaceri del sesso o della tavola. Epicuro sostiene una visione molto più sobria di quanto possa apparire dal sentito dire, mediato, tristemente, da millenni di cultura dominante cattolica ( in Italia ) in particolare.

Specifica d: l’idea chiave dell’etica epicurea è il benessere del corpo, in quanto tutto il resto è superfluo. Infatti, il tempo non esiste nelle cose e non ha senso pensare ad un’eventuale vita futura giacché il tempo è una condizione illusoria. Inoltre, se tutto ciò che esiste è atomo e vuoto, non si vede come l’anima degli uomini possa sopravvivere alla morte.

Inferenza. Se la ricerca del piacere e del dolore implica la conoscenza del piacere e del dolore, se il corpo è fatto di composti di atomi, se la conoscenza porta alla conoscenza degli atomi e dei composti, se il corpo umano è capace di provare piacere o dolore in base alle sue modificazioni, allora la conoscenza è capace di discernere ciò che ci danneggia e ciò che ci aiuta.

!Tesi EQ: dunque la conoscenza è capace di discernere ciò che ci danneggia e ciò che ci aiuta.

Specifica a: in questa visione, ciò che la ragione può conoscere è la realtà ultima del mondo, cioè gli atomi. Ma quindi può conoscere anche i suoi composti. In questo modo, la conoscenza della ragione può implicare anche la conoscenza stessa del corpo. In questo senso, la ragione sarà in grado di discernere ciò che aumenta il nostro benessere e ciò che lo sfavorisce.

Specifica b: in questo modo, la ragione sa anche operare dei “sobri calcoli”. Ciò significa che lo scopo della ragione non è ricercare il piacere di per sé ma in quanto esso è connesso col benessere del corpo. Ciò giustifica la capacità della ragione di discernere un male presente per un bene maggiore futuro e rifuggire un bene apparente per la salute futura.

Inferenza. Se la conoscenza è capace di discernere ciò che ci danneggia e ciò che ci favorisce allora la conoscenza è discerne il male e il bene.

Tesi ER: dunque la conoscenza discerne il male e il bene.

Specifica a: male e bene sono categorie coincidenti con “benessere e malessere”.

Specifica b: male e bene non sono categorie primitive, in Epicuro, ma sono il risultato di un calcolo della ragione tra le cose che ci conducono ad uno stato di maggiore benessere e quelle che invece ci danneggiano. In questo senso, il benessere ( e il malessere ) sono sempre il risultato di un “calcolo” ben preciso. Il bene è il risultato di un calcolo, mentre un male è spesso una sua assenza. Tuttavia, per capire le categorie bene e male è necessario avere una conoscenza precisa delle cose. Per tale ragione Epicuro consiglia di filosofare sempre anche quando si è vecchi o giovani: la filosofia consente sempre di discernere il bene dal male.

!!Specifica c: la ragione per cui Epicuro è sempre stato malvisto è questa: prima di tutto che il piacere è una categoria positiva, sebbene non di per sé, ma è positiva. In secondo luogo è una teoria che fa a meno di qualsiasi descrizione divina o ultraterrena e non consente di “sindacare sulle anime”. In questo senso, la filosofia di Epicuro rompe con la tradizione visione religiosa ( di qualsiasi religione ) e sostituisce a categorie astratte categorie concrete: da tutta la filosofia di Epicuro emerge chiaramente che il bene e il male sono categorie immanenti ai corpi umani, attengono alla materia pura e semplice che non ha nulla a che fare con le anime. Il fatto stesso che la sua filosofia non concepisca né una verità unica  ( esiste sempre una molteplicità di descrizioni nella fisica ) né un possibile sostituto di un’anima implica che non ci sia alcuna necessità né di caste sacerdotali né di dei per la spiegazione del mondo. Gli uomini, come suggerisce lo scarso pensatore Plutarco, non vogliono accettare le premesse dei loro discorsi: gli uomini sono per natura materialisti quando si tratta di sopravvivere al presente, ma diventano straordinariamente religiosi quando si misurano con la morte. Non è affatto un caso che i periodi di benessere nella storia ( si pensi, per esempio al rinascimento italiano ) sono coincisi con l’abbandono di pratiche religiose che si sono subito riprese il loro posto di “pacificatori dell’animo” quando le cose andavano male ( si pensi solamente alla piaga della peste e alle spiegazioni poco naturalistiche dell’evento ). In tutto questo Epicuro sconsiglia sempre gli eccessi e ribadisce sempre che la moderazione nei piaceri è ciò che riesce ad amplificare la gioia. Il fatto è questo: la filosofia atomista di Epicuro non è conciliabile in alcun modo con idee religiose di alcun tipo, a differenza delle filosofie di Platone, Aristotele o degli stoici, motivo per il quale è sempre stata avversata in ogni caso. Si presti attenzione al fatto che l’epicureismo è una dottrina che non è stata mai “adattata” dalle teologie dominanti, a differenza dei copiosi “sacri furti” alle dottrine di Platone e Aristotele che consentono accomodamenti maggiori con la religione cristiana, così come si è venuta a costruire agli inizi. Epicureismo implica assenza di religione e questa è stata la grande forza e la grande difficoltà di una filosofia che più di ogni altra ha rivendicato la vita e nient’altro, come punto di paragone delle cose.


Filosofia

Come per tutta la filosofia antica, almeno fino alla prima filosofia medioevale[1], anche Epicuro imposta prima di tutto un discorso preliminare sulla natura, sui suoi meccanismi e principi: la fisica. La physis è formata da atomi che sono entità indivisibili e a se stanti, i quali sono liberi di muoversi nello spazio infinito. Se questa ripresa democritea sembra suggerire che l’epicureismo, come filosofia, preveda il meccanicismo, non è un altro che un’impressione erronea.

Epicuro prevede l’esistenza di un tipo di movimento ulteriore, il clinamen, una deviazione degli atomi dalla loro usuale traiettoria. L’indetterminismo fisico lascia aperta la possibilità della libertà della volontà umana, ossia che possa autodeterminarsi.

Ogni ente è un aggregato di atomi, descritti in base alla grandezza, quantità e qualità del movimento. Gli oggetti sono aggregati di atomi in continuo movimento e la natura è tutta un movimento di atomi e, in questo sento, è tutta un mutamento. Il problema del divenire è facilmente risolto dalla filosofia epicurea, di matrice chiaramente atomista.

La necessità di una spiegazione naturale ai fenomeni dell’esperienza è dettata dalla necessità, da parte di tutti i filosofi dell’antichità, per dare una spiegazione sia del problema fisico in senso stretto, ma pure del problema “morale”. Natura è ordine e capire l’ordine della natura è capire in quale contesto si situa l’uomo e in che modo l’uomo deve agevolare, vivere gli eventi naturali.

In questo troviamo una grande differenza con la filosofia e la fisica attuali, considerato il fatto che si tende a non vedere più una connessione tra l’ordine cosmologico e quello umano. Ma il bisogno dell’uomo di proiettare nelle cose se stesso, sino a dargli una spiegazione “antropologica”, è talmente radicato che anche oggi si sente la necessità di vedere una connessione tra cose e uomini: gli oroscopi sono chiaramente una visione “antropologica” della natura.

Questo bisogno si ritrova anche nella filosofia epicurea, una filosofia sostanzialmente incentrata nell’analisi etica e poco incline ad un’analisi rigorosa della fisica: non è chiaro, per esempio, come un principio indeterministica a livello fisico (che potrebbe essere semplicemente dettato dalla nostra ignoranza) possa essere una spiegazione dell’indeterminazione della volontà, quindi del libero arbitrio.

La sensibilità umana è continuamente sollecitata dagli atomi ed capace di costruirsi sensazioni. Le percezioni sono differenti e unificate all’interno della mente, nella memoria. Ma l’uomo, oltre a conservare sensazioni nella memoria, è anche un essere capace di comunicare, questo perché ha in sé dei preconcetti secondo i quali si possono determinare i nomi. Il processo è reso possibile dalla sola attività della coscienza umana, dalla sua anima che non va intesa “cristianamente/platonicamente” come spirito scisso dal corpo e nemmeno come impulso vitale, è semplicemente un aggregato di atomi presente nell’uomo.

Su questo si fonda la dottrina etica di Epicuro. L’uomo è nato per essere felice e tende alla felicità necessariamente. Nel momento in cui lo è già, tenderà a cercare di mantenerla, visto che la felicità significa assenza di qualsiasi privazione.

La felicità è assenza di dolore, una condizione di piacere continuo ed è la coscienza dell’appagamento completo. Ma la ricerca del piacere come assenza di dolore non è fraintendibile con un continuo tentativo di eliminare ogni dolore, né coincide con la ricerca smodata di ogni piacere. Al principio, bisogna prender atto dell’esistenza dei piaceri necessari, da cui si prende avvio per la soddisfazione della propria vita.

Ma non è solo con la ricerca del piacere che l’uomo realizza la sua esistenza, ma anche attraverso l’esercizio continuo della propria ragione. Bisogna prima di tutto capire che la ricerca del piacere è decidibile a partire dalla propria volontà la quale non deve temere alcuna divinità: se questa esistesse, sarebbe in una condizione di beatitudine perenne, per questa ragione, non necessiterebbe di prendere parte nelle vicende umane.

L’uomo non deve temere gli dei o delle superstizioni più o meno ingiustificabili. L’ideale epicureo è il vivere secondo una condizione di felicità continua la quale, essendo sospensione del dolore, non è propriamente positiva, ma è una semplice “sospensione del desiderio”, concetto derivato dall’idea di apatia (aphasia) dagli scettici.

L’essere umano deve prendere coscienza anche di un altro fatto: non deve avere paura neanche della morte in quanto annullamento della coscienza. La morte infatti non è causa di dolore, ma solo di cessazione di sensazioni e desiderio. Considerato che il desiderio produce frustrazione e che il dolore è una sensazione di spiacere, la morte non implica né la frustrazione del desiderio né una sensazione di dolore e, dunque, non va temuta in alcun modo. Inoltre, quando ci siamo noi, non c’è la morte e quando c’è la morte non ci siamo noi. La morte non si vive e, per tanto, non può essere causa di alcuna sofferenza e poco senso ha avere paura di essa.

La filosofia epicurea si configura come “medicina dell’animo” e come “filosofia dell’uomo per l’uomo”: una filosofia “umanistica”. L’epicureismo tocca più o meno tutti i livelli della conoscenza, ma, certamente, l’idea più conturbante e coinvolgente è proprio l’idea che la vita felice consista sostanzialmente nel piacere, un piacere intelligente, frutto di conoscenza e di esperienza.

Riferimenti

Sintesi dell’atomo per Epicuro.

« Nella repulsione è quindi realizzato il concetto dell’atomo, secondo cui esso è l’astratta forma e, parimenti, il contrario, l’astratta materia; dal momento che ciò con cui l’atomo è in rapporto sono, certamente, atomi, però altri atomi. Ma se io mi comporto con me stesso come con un altro in senso immediato, il mio è un comportamento materiale. Dunque nella repulsione degli atomi la materialità dei medesimi, espressa nella caduta in linea retta, e la loro determinazione formale, espressa nella declinazione, sono unite in una sintesi ».

P, 149.

Le proprietà dell’atomo.

« Il possesso di qualità contrasta con la nozione di atomo: infatti, ogni qualità, come dice Epicuro, è mutevole, mentre gli atomi non cambiano. Ugualmente, l’attribuire ad essi delle qualità è una conseguenza inevitabile del suddetto concetto. Infatti, i molteplici atomi della repulsione, i quali sono distinti dallo spazio sensibile, devono necessariamente differenziarsi immediatamente l’uno dall’altro e dalla loro pura essenza, ossia devono possedere delle qualità (…)

In primo luogo gli atomi hanno grandezza. (…)

La forma costituisce la seconda prerogativa degli atomi epicurei (…)

E’, in fine, di estremo rilievo il fatto che Epicuro addita come terza qualità il peso; infatti, nel centro di gravità la materia possiede l’individualità ideale, la quale costituisce una determinazione essenziale dell’atomo. Dunque se gli atomi sono trasferiti nella sfera della rappresentazione, essi devono essere anche pesanti ».

P, 154-161.

La conoscenza secondo Epicuro.

« Come l’atomo è il suo principio, così anche la maniera del suo sapere è atomistica. Ogni momento dello sviluppo gli si trasforma immediatamente fra le mani in una realtà fissa, separata, si potrebbe dire, dal contesto grazie allo spazio vuoto; ogni determinazione prende la forma della individualità isolata ».

P, 169.

Il problema dell’infinito e i suoi significati.

« Ora, stando alle determinazioni proprie di Epicuro, l’infinito non è né una sostanza particolare né un qualcosa di esterno agli atomi e al vuoto, bensì è una determinazione accidentale di essi. L’infinito ci si presenta insomma in tre significati.

In primo luogo l’infinito è, secondo Epicuro, portavoce di una qualità comune agli atomi e al vuoto: ossia, vuol significare l’infinità del tutto, che è infinito per la infinita molteplicità deglia tomi, per la grandezza infinita del vuoto

Apeiria è inoltre la pluralità degli atomi, cosicché non l’atomo ma l’infinita molteplicità degli atomi viene contrapposta al vuoto.

Infine, se è legittimo dedurre Epicuro da Democrito, infinito designa, per la precisione, il contrario, il vuoto, l’illimitato, contrapposto all’atomo in sé determinato e da se stesso limitato.

In tutti questi significati –ed essi sono gli unici, anzi gli unici possibili per l’atomistica- l’infinito risulta essere una mera determinazione degli atomi e del vuoto ».

P, 169-171.

Una differenza tra Epicuro e Democrito.

« L’atomo ha, per Democrito, solamente il significato di elemento, di substrato materiale. La distinzione tra l’atomo come principio e l’atomo come elemento, ovvero tra principio e fondamento, è di Epicuro ».

P, 171.

Conseguenze della posizione atomista.

« Dunque, poiché è pensato secondo il suo concetto puro, la sua esistenza è lo spazio vuoto, come natura annullata; poiché penetra nella realtà, si cala al livello di base materiale che, latrice di un mondo di molteplici relazioni, non esiste mai in altro modo se non in forme indifferenti ed esteriori. Il che è una conseguenza necessaria, poiché l’atomo, immaginato come l’astrattamente individuale e compiuto, non è possibile che si realizzi come potenza che idealizza e comprende quella molteplicità ».

P, 173.

La doppia natura dell’atomo di Epicuro.

« Tuttavia, il fatto che Epicuro coglie e oggettivizza l’antitesi in questa sua estremità, e pertanto distingue l’atomo che si riduce a base dell’apparenza, quale elemento, dall’atomo come esiste nel vuoto, quale principio, contrassegna la sua differenza filosofica da Democrito, il quale oggettivizza solamente il primo dei due momenti ».

P, 175.

Il tempo non è una proprietà essenziale degli atomi.

« Dal momento che nell’atomo la materia, considerata solo in relazione a se stessa, è strappata ad ogni forma di cambiamento e di relatività, si ha come immediata conseguenza che bisogna escludere il tempo dalla nozione di atomo, dal mondo dell’essenza ».

P, 175.

Il tempo per Democrito.

« Secondo Democrtio il tempo, ai fini del sistema, non ha importanza né necessità. Egli lo illustra per toglierlo di mezzo. Esso è determinato come eterno, perché, come riferiscono Aristotele e Simplicio, restino fuori dagli atomi il nascere e il perire e, pertanto, l’elemento temporale. Proprio esso, il tempo, procurerebbe la testimonianza che non tutto deve avere un’origine, un momento iniziale ».

P, 175.

Il tempo per Epicuro.

« Diversamente Epicuro: bandito dal mondo dell’essenza, il tempo diventa per lui la forma assoluta dell’apparenza. Vale a dire che esso è determinato come accidente dell’accidente. L’accidente è il cambiamento della sostanza in quanto tale; l’accidente dell’accidente è il cambiamento come si riflette in sé, il cambiamento in quanto cambiamento. Questa forma pura del mondo apparente è, per l’appunto, il tempo ».

P, 177.

Il tempo e il composto.

« Il composto è la forma meramente passiva della natura concreta, il tempo è la sua forma attuosa. Se esamino il composto dal punto di vista della sua esistenza, noto che l’atomo gli sta dietro, nel vuoto, nell’immaginazione; se esamino l’atomo dal punto di vista della sua esistenza, noto che l’atomo gli sta dietro, nel vuoto, nell’immaginazione; se esamino l’atomo dal punto di vista del suo concetto, mi accorgo che il composto o non esiste affatto o esiste solo nella rappresentazione soggettiva; mi accorgo che esso è un rapporto nel quale gli atomi, chiusi in sé, che per così dire si disinteressano gli uni degli altri, non sono neanche in relazione reciproca. Invece, il tempo, il cambiamento del finito, poiché è collocato come cambiamento è similmente la forma reale che separa il fenomeno dall’essenza, lo pone come fenomeno nell’atto in cui esso rimanda all’essenza Il composto è esclusivamente espressione della materialità sia degli atomi sia della natura, che da essi deriva. Il tempo invece è nel mondo dei fenomeni o quello che è la nozione di atomo nel mondo dell’essenza, ossia l’astrazione, l’annullamento e il rimandare di ogni esistenza determinata dall’esser-per-sé ».

P, 177.

Conseguenze visione del tempo.

« Da queste considerazioni scaturiscono le conseguenze che seguono. In primo luogo, Epicuro fa della contraddizione di materia e forma la caratteristica della natura apparente, che diventa così l’antitesi della natura essenziale, dell’atomo. Questo si verifica perché allo spazio + contrapposto il tempo, alla forma passiva dell’apparenza la forma attiva. In secondo luogo, è soltanto in Epicuro che l’apparenza, ossia come un estraniamento dell’essenza, fenomeno che si realizza nella sua realtà appunto come estraniamento. Invece, in Democrito, per il quale l’unica forma della natura apparente è il composto, l’apparenza non rivela in se stessa che è apparenza, un qualcosa di differente dall’essenza. (…) In fine, poiché il tempo per Epicuro è il cambiamento come cambiamento, la riflessione dell’apparenza in se stessa, in modo corretto la natura apparente è posta come oggettiva, in modo corretto la percezione sensibile diventa il criterio reale della natura concreta, anche se l’atomo suo fondamento, è osservato soltanto dalla ragione ».

P, 179.

Conclusione discussione del tempo.

« Dunque così come l’atomo non è se non la forma naturale dell’astratta autocoscienza individuale, la natura sensibile è solo l’empirica, individuale autocoscienza oggettiva, ossia l’autocoscienza sensibile. Perciò i sensi sono i soli criteri validi nella natura concreta, come l’astratta ragione è l’unico criterio valido nel mondo degli atomi ».

P, 183.

Le meteore di Epicuro.

« Oltre a ciò, occorre anche pensare che il maggio turbamento dell’anima umana trae origine dal fatto che gli uomini reputano beati e indistruttibili i corpi celesti, e hanno desideri e compiono azioni in contrasto con essi e sospettano dei miti. Per quel che riguarda le meteore, bisogna ritenere che in esse non vi siano movimento, posizione, eclissi, principio, fine e cose di tal genere, poiché Uno solo, fornito di ogni beatitudine, oltreché dell’indistruttibilità, governa e ordina, o ha ordinato. Questo perché le azioni non si conformano con la beatitudine, ma presentano la massima affinità con la debolezza, con la paura e con l’esigenza. Occorre anche credere che alcuni corpi ignei, dotati di beatitudine, si sottopongano spontaneamente a tali movimenti: ma se non si è d’accordo su questo punto, questo stesso contrasto crea il più grande turbamento dell’anima ».

P, 187.

La presunta contraddizione di Epicuro.

« …la materia autonoma, indistruttibile nei corpi celesti, la cui eternità e immutabilità sono attestate dalla fede del volgo, dal giudizio filosofico e da quanto testimoniano i sensi, allora non aspira ad altro se non a farla scendere nella mutevolezza terrena, allora si rivolge sdegnato contro gli adoratori della natura autonoma, che ha in sé il principio della individualità. Questa è la sua contraddizione maggiore ».

P, 197.

Ancora contraddizioni di Epicuro.

« Abbiamo osservato come tutta quanta la filosofia naturale di Epicuro sia permeata dalla contraddizione tra essenza ed esistenza, tra forma e materia. Tuttavia, nei corpi celesti questa contraddizione è disciolta e i due momenti contrastanti trovano una conciliazione. Nel sistema celeste la materia ha concepito in sé la forma, si è fatta individuale, e ha in tal modo conseguito la propria autonomia ».

P, 197.

Conclusioni.

« Dunque, in Epicuro l’atomista, pur con tutte le sue contraddizioni è svolta e compiuta come scienza naturale dell’autocoscienza, la quale è un principio assoluto nella forma dell’individualità astratta, fino all’estrema conseguenza ossia fino alla sua dissoluzione ed alla sua consapevole opposizione all’universale. Invece, per Democrito l’atomo è solamente l’espressione generale oggettiva della stessa indagine empirica della natura: come conseguenza, l’atomo è il risultato dell’esperienza, non il principio energetico, e che perciò rimane inattuata, così come l’indagine naturalistica positiva non è più determinata da se stessa ».

P, 203.

Critica della polemica di Plutarco contro la teologia di Epicuro»[2].

« La considerazione viene ancora suddivisa in quella del rapporto “degli ingiusti e malvagi”, quindi “dei molti e ingiusti”, infine “dei giusti e assennati” (p. 1104 [A.c. 25 ]. L.c. ) con la dottrina dell’immortalità dell’anima. Questa medesima suddivisione secondo radicali differenze qualitative mette in luce quanto poco Plutarco capisca Epicuro, il quale, da filosofo, considera in modo generico la condizione essenziale dell’anima umana.

Per gli ingiusti, dunque, viene ancora una volta indicata la paura quale strumento per migliorare, ed è giustificato l’errore degli inferi per la coscienza sensibile. Abbiamo già preso in considerazione tale obiezione. Poiché l’uomo è immerso nella paura, e propriamente in una paura intima, ineliminabile, considerato come animale, è del tutto indifferente in un animale la maniera in cui viene tenuto a freno. Prenderemo ora in esame la veduta dei “molti”, anche se alla fine risulta che poche sono le eccezioni in proposito, anzi, a dire il vero, che tutti, “devo dire tutti”, giurano su questa bandiera.

“Per i più, anche senza la paura delle cose dell’Ade la speranza dell’eternità conforme alle credenze mitiche e il desiderio di esistere, che di tutti i desideri è il più antico e il più vivo, vincono quel terrore infantile grazie al piacere ed alla dolcezza che portano. P. 1104. [ B-C. c. 26 ] l.c.. E così, quando perdono i figli, mogli e amici, vogliono che siano in qualche luogo e continuino ad esistere in mezzo alle sofferenze piuttosto che supporli completamente distrutti e periti e annientati; volentieri, tra le espressioni, danno ascolto a quella che il morente trapassa e muta e a quante dimostrano che la morte è trasferimento dell’anima, non distruzione…. P. 1104 [C c. 26 ]. L.c […] E all’espressione “è morto, è stato distrutto, non esiste…” si agitano. Perciò aggiungono anche morte a morte quelli che dicono quanto segue: “una volta sola siamo nati uomini, due volte non è possibile nascere…” [P. 1104 E. c. 26, 27,. L.c. ] E infatti, disprezzando il presente come cosa di poco conto, anzi di nessun valore in confronto all’universo, senza goderselo se lo lasciano sfuggire, e trascurano la virtù e l’azione, perché presi da scoraggiamento, e disprezzano se stessi, come esseri effimeri e instabili e nati per nulla di importante. In verità l’affermazione che “ciò che è dissolto è insensibile e ciò che non ha sensibilità + nlla per noi” non elimina il timore della morte, ma è come se ne desse la prova; giacché è proprio questo che la natura teme… la dissoluzione dell’anima in ciò che non pensa e non sente: considerando tale dissoluzione come dispersione in vuoto e atomi, Epicuro tronca ancora di più la speranza nell’immortalità; speranza per la quale oserei quasi dire che tutti, uomini e donne, non esiterebbero a mordersi reciprocamente con Cerbero ed a portare acqua ai vasi senza fondo delle Manaidi pur di poter continuare ad esistere e pur di non essere annientati”. P. [ 1104 E- ] 1105 [ A. c. 27 ]. L.c.

In realtà, non esiste una differenza quantitativa rispetto al grado precedente, ma ciò che prima è apparso sotto forma di paura animale appare ora in forma di paura umana, di sentimento. Il contenuto rimane lo stesso.

Ci si dice che il desiderio di essere è l’amore più antico; ed in realtà l’amore più astratto e per ciò più antico è l’egoismo, l’amore della propria esistenza individuale. Ma questa era la cosa espressa con eccessiva schiettezza; essa viene ripresa e vive circonfusa di uno splendore nobilitante grazie all’aureola del sentimento.

Così, chi perde moglie e figli desidera che essi siano in qualche luogo, anche se si trovano male, piuttosto che abbiano del tutto cessato di essere. Se si trattasse semplicemente di amore, la moglie e il figlio di quest’individuo sarebbero conservati nella maniera più pura nel suo cuore, e la loro sarebbe un’esistenza molto superiore a quella empirica. Ma la cosa sta in altri termini: moglie e figli, come tali, sono solo in un’esistenza empirica, in quanto l’individuo al quale appartengono esiste esso stesso empiricamente. Dunque, il fatto che esso preferisca saperli in qualche luogo, in uno spazio sensibile, anche se si trovano male, anziché in nessun posto ancora una colta altro non significa che l’individuo buole avere la coscienza della sua propria esistenza empirica. Il manto dell’amore non era che un’ombra; il nudo io empirico, l’egoismo, l’amore più antico è il nocciolo, e non ringiovanisce in nessuna forma più concreta, più ideale.

Più gradito, pensa Plutarco, suona il nome di mutamento anziché quello di fine completa. Ma il mutamento non deve essere qualitativo; l’io singolo deve continuare ad esistere. Quel nome non è altro dunque che la rappresentazione sensibile di ciò che esso è, e deve significare il contrario. La cosa non deve esser mutata, ma solo posta in un luogo oscuro; l’interposizione di una lontananza fantastica deve nascondere il salto qualitativo ( e ogni differenza qualitativa è un salto, e senza questo salto non v’è idealità alcuna )».

Pp, 205-209.

Tutte le citazioni sono dall’opera di Marx: vedi più sotto per precisi riferimenti.

Lettera di Epicuro a Meneceo.

« L’uomo cominci da giovane a far filosofia e da vecchio non sia mai stanco di filosofare. Per la buona salute dell’animo, infatti, nessun uomo è mai troppo giovane o troppo vecchio. Chi dive che il giovane non ha ancora l’età per far filosofia, e che il vecchio l’ha ormai passata, è come se dicesse che non è ancora giunta, o è già passata, l’età per esser felici. Quindi sia l’uomo giovane che il vecchio devono far filosofia: il vecchio perché invecchiando rimanga giovane per i bei ricordi del passato; il giovane perché, pur restando giovane d’età, sia maturo per affrontare con coraggio l’avvenire. E’ bene riflettere sulle cose che possono farci felici: infatti, se siamo felici abbiamo tutto ciò che occorre; se non lo siamo, facciamo di tutto per esserlo.

Metti in pratica le cose che ti ho sempre raccomandato e rifletti su di esse, perché sono i principi necessari fondamentali per una vita flice.

Per prima cosa tu devi considerare la divinità come un essere indistruttibile e felice, così come comunemente gli uomini pensano gli dei; non attribuire quindi nulla alla divinità che contrasti con la sua immortalità e la sua beatitudine, e ritieni vero invece tutto ciò che ben si accorda con la sua felice immortalità.

Gli dei infatti esistono, ed è del tutto evidente la conoscenza che ne abbiamo; ma gli uomini attribuiscono agli dei caratteristiche contrarie alla stessa idea che se ne fanno. Negare gli dei in cui credono gli uomini, non è quindi empietà. Empietà è piuttosto attribuire agli dei le idee che gli uomini comunemente se ne fanno, perché non sono idee corrette, ma gravi errori. Dall’idea che si fa degli dei l’uomo tra i più gravi danni e vantaggi. Infatti dei, che di continuo sono dediti alle loro virtù, accolgono i loro simili, mentre considerano estraneo tutto ciò che non è simile ad essi.

Abituati a pensare che per noi uoomni la morte è nulla, perché ogni bene e ogni male consiste nella sensazione e la morte è assenza di sensazioni. Quindi il capir bene che la morte è niente per noi rende felice la vita mortale, non perché toglie il desiderio dell’immortalità. Infatti non c’è nulla da temere nella vita se si è veramente convinti che non c’è niente da temere nel non vivere più. Ed è sciocco anche temere la morte perché è doloroso attenderla, anche se poi non porta dolore. La morte infatti quando sarà presente non ci darà dolore, ed è quindi sciocco lasciare che la morte ci porti dolore mentre l’attendiamo. Quindi il più temibile dei mali, la morte, non è nulla per noi, perché quando ci siamo noi non c’è la morte, quando c’è la morte, non ci siamo più noi. La morte quindi è nulla, per i vivi come per i morti: perché per i vivi essa non c’è ancora, mentre per i morti, son essi stessi a non esserci.

La maggior parte delle persone, però, fuggono la morte considerandola come il più grande dei mali, oppure la cercano come una liberazione dai mali della vita. Il saggio invece non rifiuta la vita e non ha paura della morte, perché non è contro la vita ed allo stesso tempo non considera un mali il non vivere più. Il saggio, così come non cerca i cibi più abbondanti, ma i migliori, così non cerca il tempo più lungo, ma cerca di godere del tempo che ha. E’ da stolti esortare i giovani a vivere bene ed i vecchi a morire bene, perché nella vita stessa c’è del piacere, ed è la stessa cosa l’arte di vivere bene e di morire bene.

Certo, è peggio chi dice: è bello non esser mai nati “ma se si è nati, è bello passare al più presto le soglie dell’Ade”. Se chi dice queste cose ne è convinto, perché non abbandona la vita? E’ in suo potere farlo, se questa è la sua opinione e parla seriamente. Se invece scherza, parla da stolto su cose su cui non c’è proprio da scherzare.

Dobbiamo inoltre ricordarci che il futuro non è interamente nelle nostre mani, ma in qualche modo lo è, anche se in parte. Quindi non dobbiamo aspettarci che sia avveri del tutto, ma non dobbiamo neppure disperare che esso non si avveri affatto.

Dobbiamo poi pensare che alcuni dei nostri desideri sono naturali, altri vani. E di quelli naturali alcuni sono necessari, altri non lo sono. E di quelli naturali e necessari, alcuni sono necessari per essere felici, altri per la buona salute del corpo, altri per la vita stessa. Una sicura conoscenza dei desideri naturali necessari guida le scelte della nostra vita al fine della buona salute del corpo e della tranquillità dell’animo, perché queste cose sono necessarie per vivere una vita felice. Infatti noi compiamo tutte le notre azioni al fine di non soffrire e di non avere l’animo turbato. Ottenuto questo, ogni tempesta interiore si placherà, perché il nostro animo non desidera nulla che gli manchi, Né ha altro da cercare perché sia completo il bene dell’anima e del corpo. Abbiamo infatti bisogno del piacere quando soffriamo perché esso non c’è. Quando non soffriamo, non abbiamo neppure bisogno del piacere.

Per questo motivo noi diciamo che il piacere è il principio ed il fine di una vita felice. Noi sappiamo che esso è il bene primo, connaturato con noi stessi, e da esso prende l’avvio ogni nostra scelta e in base ad esso giudichiamo ogni bene, ponendo come norma le nostre affezioni. Ma proprio perché esso è il bene primo ed è a noi connaturato, noi non ci lasciamo attrarre da tutti i piaceri; al contrario, ne allontaniamo molti dan noi quando da essi seguano dei fastidi più grandi del piacere contrario, ne allontaniamo molti da noi quando da essi seguano dei fastidi più grandi del piacere stesso. Allo stesso modo consideriamo molti dolori preferibili ai piaceri quando la scelta di sopportare il dolore porta con sé come conseguenza dei piaceri maggiori. Tutti i piaceri quindi per loro natura sono a noi congeniali sono certamente un bene; tuttavia non dobbiamo accettarli tutti. Allo stesso modo tutti i dlolori sono un male, ma non dobbiamo cercare di sfuggire a tutti loro. Queste scelte vanno fatte in base al calcolo e alla valutazione degli utili. Per esperienza sappiamo infatti che a volte il bene è per noi un male e al contrario il male è un bene. Consideriamo un grande bene l’indipendenza dai desideri, non perché sia necessario avere sempre soltanto poco, ma perché se non abbiamo molto sappiamo accontentarci del poco. Siamo profondamente convinti che gode dell’abbondanza con maggiore dolcezza chi meno ne ha bisogno e che tutto ciò che la natura richiede lo si può ottenere facilmente, mentre ciò che è vano è difficile da ottenere. Infatti, in quanto entrambi eliminano il dolore della fame, un cibo frugale o un pasto sontuoso danno un piacere eguale, e pane e acqua danno il piacere più pieno quando saziano chi ha fame. L’abituarsi ai cibili semplici ed ai pasti frugali da un lato è un bene per la salute, dall’altro rende l’uomo attento alle autentiche esigenze della vita; e così quando di tanto in tanto ci capita di trovarci nell’abbondanza, sappiamo valutarla nel suo giusto valore e sappiamo essere forti nei confronti della sorte.

Quando dunque diciamo che il piacere è il bene completo e perfetto, non ci riferiamo affatto ai piaceri dei dissoluti, come credono alcuni che non conoscono o non condividono o interpretano male la nostra dottrina; il piacere per noi è invece non avere dolore nel corpo né turbamento nell’anima.

Infatti non danno una vita felice né i banchetti né le feste continue, né il godersi fanciulli e donne, né il godere di una lauta mensa. La vita felice è invece il frutto del sobrio calcolo che indica le cause di ogni atto di scelta o di rifiuto, e che allontana quelle false opinioni dalle quali nascono grandissimi turbamenti dell’animo.

La prudenza è il massimo bene e il principio di tutte queste cose. Per questo motivo la prudenza è anche più apprezzabile della filosofia stessa, e da essa bengono tutte le altre virtù. Essa insegna che non ci può essere vita felice se non è anche saggia, bella e giusta; e non v’è vita saggia, bella e giusta che non sia anche felice. Le virtù sono infatti connaturate ad una vita felice, e questa è inseparabile dalle virtù.

E adesso dimmi: pensi davvero che ci sia qualcuno migliore dell’uomo che ha opinioni corrette sugli dei, che è pienamente padrone di sé riguardo alla morte, che sa sino in fondo cosa sia il bene per l’uomo secondo la sua natura e sa con chiarezza che i beni che ci sono necessari sono pochi e possiamo ottenerli con facilità, e che i mali non sono senza limiti, ma brevi nel tempo oppure poco intensi?

Un uomo così ha imparato a sorridere di quel potere –il fato- che per alcuni è il sovrano assoluto di tutto: di fatto ciò che accade può essere spiegato non soltanto attraverso la necessità, ma anche attraverso il caso o in quanto il frutto di nostre decisioni per le quali possiamo essere criticati o lodati.

Quanto al destino, di cui parlano i fisici, era meglio credere ai miti sugli dei che essere schiavi di esso: i miti infatti permettevano agli uomini di sperare di placare gli dei per mezzo degli onori, il fato invece ha un’implacabile necessità. E riguardo alla fortuna non bisogna credere né che ci sia una divinità, come fanno molti –gli dei infatti non fanno nulla che sia privo di ordine ed armonia- né che sia un principio causale; non bisogna neppure credere che essa dia gli uomini beni e mali che determinano una vita felice; da essa infatti provengono solo i principi di grandi beni e di grandi mali. E’ meglio quindi essere saggiamente sfortunati che stoltamente fortunati, perché è preferibile che nelle nostre azioni una saggia decisione non sia premiata dalla fortuna, piuttosto che una decisione poco saggia sia coronata dalla fortuna.

Medita giorno e notte su tutte queste cose, e ciò che è connesso con esse, sia in te stesso che con chi ti è simile: così mai, sia da sveglio che nel sonno, avrai l’animo turbato, ma vivrai invece come un dio fra gli uomini. L’uomo infatti che vive tra i beni immortali non è in niente simile ad un mortale ».

Lettera a Erodono[3].

« Primamente […] convien renderci conto del significato fondamentale delle parole, per poterci ad esso riferire come criterio nei giudizi, o nelle indagini o nei casi dubbi: se no senza criterio procederemo all’infinito nelle dichiarazioni, o useremo parole vuote di senso. Infatti, per avere un criterio di giudizio a cui riferirci nei casi dubbi o nelle indagini o nei giudizi, è necessario badare sempre al significato primitivo per ogni vocabolo, senza aver bisogno ancora di particolare dichiarazione. Così pure bisogna scrutare sempre le sensazioni che riceviamo d’ogni cosa ed in generale le intuizioni presenti, sia dell’intelletto, sia di qualsivoglia dei criteri, come pure la testimonianza effettiva dei sensi interni, per aver modo di determinare ciò che deve aver conferma e ciò che non cade sotto i sensi.

Ed ora, secondo queste norme, dobbiamo procedere a considerare le verità che non cadono sotto i sensi. Ed anzitutto che nulla s’origina dal nulla; perché ogni cosa nascerebbe da qualsiasi cosa, senza bisogno di alcun seme generatore. E se ciò che dispare si dissolvesse nel nulla, tutte le cose sarebbero ormai perite, perché, nelle singole dissoluzioni, si sarebbe ridotta al nulla la materia che le costituiva. Ed altresì non è dubbio che l’universo fu sempre quale è ora, e sarà sempre tale perché non vi è nulla in cui possa mutarsi; infatti oltre il tutto non vi è nulla in cui possa mutarsi; infatti oltre il tutto non vi è nulla, che possa penetrandovi produrvi mutazione. Ed è certo ancora che l’universo consiste ( dei corpi e del vuoto ). Infatti che i corpi esistano attesta universalmente di per sé, la sensazione, che deve esserci fondamento, come già ho detto, per procedere ragionando all’induzione delle verità che non cadono sotto i sensi. Ed è pur necessario che esista lo spazio, che noi chiamiamo vuoto e luogo e natura intattile, altrimenti i corpi non avrebbero dove stare né per dove muoversi, come di fatto vediamo si muovono.

Però oltre ai corpi ed al vuoto, non v’è nulla che si possa neppur pensare. […] S’aggiunga che dei corpi gli uni sono complessi, gli altri elementi di cui quelli risultano: e questi sono indivisibili [ atomi ] ed immutabili, – se è vero che le cose universe non debbano ridursi di mano in mano al nulla, ma debbano essi [ atomi ] permanere indistrutti nella dissoluzione dei complessi – di natura compatta, perché infatti non possono essere divisi in nessun modo ed in nessuna parte del loro corpo. Perciò i primi elementi debbono di necessità essere sostanze corporee indivisibili. Ed ancora: l’universo è infinito. Infatti ciò che è finito ha un’estremità, e questa estremità è tale rispetto a qualcos’altro; perciò non avendo alcun limite estremo non ha fine; non avendo fine deve essere infinito, e non limitato. Per di più, il tutto è infinito per la moltitudine dei corpi e l’estensione del vuoto. Infatti se infinito fosse il vuoto e limitati i corpi, questi non potrebbero persistere in nessun luogo, ma sarebbero tratti quale e là, dispersi per l’infinito vuoto, perché non sostenuti da altri, né rimbalzati indietro dagli urti. E se invece fosse finito il vuoto, i corpi infiniti non potrebbero esservi contenuti. Per di più: quei corpi che sono indivisibili [ atomi ] e compatti, e che costituiscono i complessi, ed in cui questi si dissolvono, hanno inconcepibile numero di forme: perché non sarebbe possibile che tante differenze [ quante sono dei complessi ] risultassero dalle medesime forme [ di atomi ] delimitate di numero. [… ]

Gli atomi poi, sono in continuo moto sempre ( e gli uni cadono perpendicolarmente, gli altri declinano spontaneamente dal moto retto, gli altri rimbalzano per l’urto: di questi poi gli uni nel loro moto ) divergono lontani fra loro, gli altri trattengono questo stesso rimbalzo, quando siano respinti dagli atomi che ad essi si intrecciano, o quando sono contenuti da altri atomi fra loro intrecciati. E questo avviene, perché il vuoto che separa gli atomi gli uni dagli altri, non può, per la sua propria natura, opporre ostacolo alla loro caduta; e d’altra parte, la loro insita solidità e durezza ha che urtati rimbalzino, finché l’intreccio atomico non li respinge indietro dal rimbalzo. Questi moti poi avvengono ab aeterno, perché eterni sono gli atomi ed il vuoto. […]

Vi sono poi delle immagini che hanno la medesima figura dei corpi solidi; ma che per loro sottigliezza superano di gran lunga le cose che vediamo. Infatti non è punto impossibile che si formino, nell’ambiente a noi esterno, tali emanazioni e complessi opportuni a riprodurre le parti cave o piane, e similmente efflussi che conservino la disposizione e la successione che gli atomi avevano nei corpi solidi. Queste immagini chiamiamo fantasmi. […].

Ciò posto, […] nulla s’oppone nei fenomeni che cadono sotto i sensi a che i fantasmi si formino con velocità pari a quella del pensiero. Infatti dalla superficie dei corpi si dipartono continui efflussi, che però non si manifestano con la diminuzione del corpo stesso, perché questo riceve continuo risarcimento di materia; e tale efflusso conserva durante lungo tempo la disposizione e l’ordine che gli atomi avevano nel corpo solido, sebbene qualche volta avviene che si scomponga. Per di più nell’ambiente esterno a noi, si formano concrezioni che avvengono rapidamente, perché per esse è sufficiente un accozzamento superficiale: ed infine vi sono molti altri modi in cui tali fenomeni possono prodursi. Infatti nulla di quanto si è detto p in contrasto con la testimonianza dei sensi, purché si ponga mente, in certo modo, alla evidenza effettiva dei fenomeni, a cui si dovrà riferire anche la costante continuità delle proprietà sensibili dagli oggetti esterni sino a noi. […] L’inganno e l’errore sono invece sempre in ciò che la nostra opinione aggiunge ( a quello che attende ) conferma, o nessuna attestazione contraria, ed invece non sia confermato, ( o riceva attestazione contraria ).

Ed infatti se non vi fossero queste emanazioni della natura da noi determinata, non sarebbe possibile quella somiglianza che hanno le cose reali e che si dicono vere, con le percezioni che ci recano quasi una riproduzione plastica di esse, ricevute, sia nei sogni, sia per certe altre intuizioni dell’intelletto o dei rimanenti criteri. Per di più non si avrebbe errore se non si producesse in noi stessi anche un altro speciale moto psichico, congiunto bensì ( alla percezione intuitiva ), ma che da essa si può distinguere. Per tale moto psichico, se non riceve conferma, ovvero se ha attestazione contraria, nasce l’errore; se invece riceve conferma o nessuna attestazione contraria si ha il vero. E questa dottrina bisogna tenere bene a mente, perché non sia distrutta la fede nei criteri di verità che riguardano l’evidenza effettiva dei fenomeni, e perché non si cada nel dubbio e nella confusione, attribuendosi ugual valore a ciò che è vero e ciò che è falso ».

Da Antologia filosofica di Severino.

Bibliografia

Marx, K., Differenze tra le filosofie della natura di Democrito e di Epicuro. Bompiani, Milano, 2004.

Adorno, Verra, Gregory. Manuale di storia della filosofia. Mondolibri editore su licenza Laterza. Roma-Bari. 1993.

Aristotele, Fisica. A cura di Luigi Ruggiu. Mimesis editore. Milano. 2007.

Aristotele, Il libro primo della metafisica.  Laterza. Bari-Roma. 1973-2005.

Severino E., Antologia filosofica, edizione Mondo Libri, Milano, 1990.

Trombino M., La filosofia greca arcaica e classica ( Manuale I.I ). A cura di Panaccione E., Trombino M., Villani M.. Poseidonia editore.

 


[1] Per la concezione della fisica, la filosofia medioevale si fonda sostanzialmente sulle dottrine aristoteliche.

[2] Titolo della nota dello stesso Marx.

[3] Chiedo scusa della traduzione terribile ma non essendo mia, non posso farci nulla.


Giangiuseppe Pili

Giangiuseppe Pili è Ph.D. in filosofia e scienze della mente (2017). E' stato assistant professor ed è il fondatore di Scuola Filosofica, coordinatore dell'associazione Azione Filosofica ed è il responsabile della collana dei libri di Scuola Filosofica. Egli è autore di numerosi saggi e di diversi articoli in riviste internazionali. In lingua italiana ha pubblicato numerosi lavori e libri. Scacchista per passione. ---- ENGLISH PRESENTATION ------------------------------------------------- Giangiuseppe Pili - PhD philosophy and sciences of the mind (2017). He is a former assistant professor in intelligence studies and he is the founder of Scuola Filosofica (Philosophical School) and the Co-Founder of the philosophical association Azione Filosofica (Philosophical Action). He is the editor in chief of the collective series of books based on the blog (Le Due Torri - Publisher). He is a prolific author nationally and internationally. He is a passionate chess player and (back in the days!) movie maker.

Be First to Comment

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *