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Considerazioni diverse sulla presenza di Dio

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Prendendo spunto da una prova ontologica dell’esistenza (e unicità) di Dio ideata dal monaco e teologo Anselmo d’Aosta (1033 ca. – 1109), e dopo altri tentativi effettuati nel corso dei secoli per dimostrare razionalmente l’esistenza di Dio, il logico matematico e filosofo della Matematica Kurt Gödel (1906-1978) ha elaborato un teorema dell’esistenza (e unicità) di Dio [cfr. il libro La prova matematica dell’esistenza di Dio (Kurt Gödel), a cura dei matematici e logici matematici Gabriele Lolli e Piergiorgio Odifreddi, edizione Bollati Boringhieri 2006]. Il teorema fu pubblicato dopo la morte di Gödel, il quale (battista luterano quantunque non appartenente ad alcuna congregazione, teista non panteista, nel solco di Leibniz, come dichiarò lui stesso nel 1975) aveva precisato di nutrire esclusivamente interessi di carattere logico verso la prova elaborata.

Il brano che segue è tratto dalla Premessa dello scritto Logica e teofilia. Osservazioni su una dimostrazione attribuita a Kurt Gödel di Roberto Magari (1934-1994, matematico e logico matematico, cultore di giochi matematici e non, scacchista), pubblicato sulla rivista Notizie di Logica nel 1988: tale scritto «fu concepito come un commento a un lavoro di Jordan Howard Sobel del 1987 basato a sua volta su una esposizione di Dana Scott al quale Gödel aveva fatto vedere la sua prova», e contiene «una semplificazione e diverse acute critiche della dimostrazione» [dalla presentazione di Gabriele Lolli dello scritto di Roberto Magari, il tutto incluso come Appendice B nel libro citato all’inizio (p. 95-120)].

«Molti uomini, anche fra i più “grandi”, hanno una notevole volontà di credere nelle cose più svariate, ma soprattutto, come risulta almeno nella nostra cultura da circa venti secoli, nell’esistenza di un (e in genere di un solo) ente “supremo” compiutamente dotato di certe proprietà dette “positive”. Questi, diciamo, teofili hanno spesso fornito ingegnosi argomenti a sostegno delle loro credenze o di quelle che desideravano si confermassero come loro credenze. Preso uno qualunque di questi argomenti la probabilità che esso sia corretto o che comunque sia in grado di aumentare sensibilmente la probabilità da attribuirsi alle credenze dette è, penso, notevolmente abbassata dal desiderio di credere. Esistono naturalmente anche teofobi (io lo sono di tutto cuore) e anche nel loro caso è opportuna una certa vigilanza su quanto costruiscono o asseriscono».

Magari

Roberto Magari si è occupato, inoltre, del problema della sofferenza umana. In una lettera all’amico Roberto G. Salvadori (storico e filosofo, anch’egli giocatore di scacchi), Magari scriveva: «Una religione, forse, ce l’ho (non-sofferenza) ma non è consolante […]. Il valore “non-sofferenza” non è a-storico, al contrario avrebbe bisogno di una storia scientifica (e soprattutto di metodi scientifici per l’esame dei futuri possibili, metodo che purtroppo, per quanto ne so, gli storici non hanno saputo procurare). Il problema, direi, è di passare da fini lontani (mi sembra appunto di avere fini lontani piuttosto che ideali) a fini vicini» (6 giugno 1968). In un’altra lettera all’amico scriveva – “usando anche, contrariamente alle sue abitudini, toni aspri”, come osserva lo stesso Salvadori –: «L’assolutizzazione della sofferenza è (…) senza dubbio una delle colpe più gravi del cristianesimo» (17 aprile 1978) [dal libro Roberto Magari. Una mente algebrica, a cura di Paolo Pagli (allievo e assistente di Magari) con un intervento di Roberto G. Salvadori, pubblicazione a cura del Dipartimento di Matematica con un contributo dell’Università di Siena, edizione QuattroVenti 2000, pp. 65 e 89; la fotografia riportata sopra si trova a p. 256, e ritrae Magari al Dipartimento di Matematica dell’Università di Siena nel 1983]. Ho conosciuto personalmente Roberto Magari: partecipammo alla V Edizione del Festival Scacchistico Internazionale di Bagni di Lucca (giugno 1982) e c’incontrammo al secondo turno (la partita, nella quale io avevo il Bianco, terminò patta).

Il matematico John Allen Paulos ha scritto un libro intitolato La prova matematica dell’inesistenza di Dio (2008, io faccio riferimento all’edizione Rizzoli 2008, con Prefazione di Piergiorgio Odifreddi), nel quale opera una disamina critica della maggior parte degli argomenti avanzati, nel corso dei secoli, per tentare di dimostrare l’esistenza di Dio. Sono esaminati: gli argomenti classici (la causa prima non causata, quindi la prova cosmologica; la diversità, l’armonia, la finalità osservabili nell’universo, quindi il disegno intelligente; il principio antropico, che costituisce una versione scientificamente perfezionata del disegno intelligente; gli argomenti puramente logici, la prova ontologica); gli argomenti soggettivi (le coincidenze significative; le profezie presenti nei libri sacri, i codici biblici; sensazioni, bisogni emotivi, quindi l’anelito all’Assoluto; i miracoli attestati da testimonianze, suscitati o meno da preghiere); gli argomenti psicomatematici (le ridefinizioni di Dio, ad esempio l’identificazione di Dio con l’Universo e le sue leggi naturali, o con l’Amore, o con un Ente straordinariamente complesso che non si può spiegare; alcune tendenze cognitive o inclinazioni psicologiche, ad esempio quelle che inducono l’idea dell’esistenza di un Agente onnipotente; l’universalità dei valori morali fondamentali; la scommessa di Blaise Pascal, o semplicemente il desiderio che la morte non costituisca la fine di tutto). Odifreddi, nella Prefazione, sostiene che «gli argomenti a favore o contro l’esistenza di Dio sono controvertibili e controversi» (p. VI), e l’autore stesso osserva: «Gli argomenti e le confutazioni riportate in questo libro dimostrano definitivamente che Dio non esiste? Effettivamente no. Però abbiamo visto che non c’è neanche un argomento per dimostrare una volta per tutte che non esiste un cane che parla inglese dal suo didietro. E neanche per escludere con assoluta certezza che esista Babbo Natale» (p. 53).

Nel libro la variabile DIO (In cosa credono gli scienziati?), scritto dal giornalista Riccardo Chiaberge (2008, Un affascinante viaggio di Riccardo Chiaberge in compagnia di due grandi scienziati: il cattolico George Coyne, gesuita e astronomo di papa Wojtyla, e il laico Arno Penzias, ebreo tedesco scampato ai Lager e premio Nobel per la Fisica [dalla retrocopertina dell’edizione TEA 2010, alla quale faccio riferimento]), si legge la seguente considerazione di George Coyne: «La mia scienza mi dice molte cose riguardo a Dio. Davvero. Ma la scienza non mi ha mai condotto a credere in Dio. Assolutamente mai. Nessun processo razionale ha questo esito. Perché Dio non è la conclusione di un processo razionale» (p. 38).

La constatazione della presenza di Dio – mi riferisco al Dio del Cristianesimo – non può essere ridotta a una questione puramente intellettuale e/o sentimentale. Per la sua realizzazione completa è necessario l’incontro fiducioso con la Persona di Gesù, il Cristo: incontro che una persona, a motivo della propria libertà, può anche rifiutare.


Giorgio Della Rocca

Sono nato il 10 agosto 1964 a Pontinia (comune dell’Agro Pontino, in provincia di Latina), e vi risiedo. Mi sono diplomato al Liceo Scientifico G.B. Grassi di Latina, e laureato in matematica all’Università degli Studi La Sapienza di Roma. Negli anni Novanta, oltre a insegnare matematica in Istituti di Scuola Secondaria Superiore, ho svolto attività di collaborazione, in ambito matematico e didattico matematico, con l’Università La Sapienza; attualmente, insegno matematica in un Istituto di Istruzione Superiore del Comune di Latina. M’interesso in modo particolare anche di altre scienze, di certa filosofia, di certa teologia, di certa musica, di certa pittura, di certa narrativa.

One Comment

  1. Giorgio Della Rocca Giorgio Della Rocca 11 Maggio, 2020

    POST SCRIPTUM

    Nel corso del 1° Festival della Matematica, svoltosi all’Auditorium Parco della Musica di Roma dal 15 al 18 marzo 2007 e il cui motto (chiastico) era La bellezza dei numeri e i numeri della bellezza, Zhores Alferov (1930-2019, nato nell’attuale Bielorussia, Premio Nobel per la Fisica nel 2000) e Boris Spassky (nato nel 1937 nell’attuale Russia, Campione Mondiale di Scacchi negli anni 1969-1972) furono intervistati, insieme, da Piergiorgio Odifreddi, conduttore del Festival. Io ero fra il pubblico.
    Alla domanda se, a volte, vedesse la dea degli scacchi, Caissa, o riuscisse a parlarci, Spassky rispose: «No, purtroppo. Ma dà al gioco una specie di spiritualità, se così vogliamo dire. Succede lo stesso con la religiosità canonica: sappiamo che Dio esiste, ma non lo incontriamo mai. A parte nei sogni, forse». Alla domanda successiva, se fosse religioso, Spassky rispose: «Sì, ortodosso, ma non strettamente: so solo che Dio esiste, altrimenti non potremmo esistere nemmeno noi. Invece sento molto la spiritualità degli scacchi, che li rende diversi dalla maggior parte degli altri giochi. In questo sono vicini alla matematica, credo».
    [L’intervista completa è riportata nel libro Il club dei matematici solitari del Prof. Odifreddi, a cura dello stesso Piergiorgio Odifreddi, ed. Mondadori 2009 (p. 63-76), e ne costituisce un Intermezzo alla scacchiera.]

    Com’è noto, Piergiorgio Odifreddi sostiene che «Dio non c’è», ovvero che l’idea dell’esistenza di un Dio rientra nella superstizione.
    Secondo Boris Spassky, l’esistenza degli esseri umani rappresenta la prova suprema dell’esistenza di Dio.
    Tuttavia, non tutti gli esseri umani sono disposti a inferire l’esistenza di un Dio dall’esistenza degli esseri umani stessi.
    Inoltre, non tutti gli esseri umani che credono all’esistenza di un Dio sono disposti a identificarlo con il Dio del Cristianesimo…

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