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L’amicizia dell’acqua verso la “clessidra” della luce

A Venezia, presso la Galleria “Alberta Pane”, si può visitare fino al 23 Dicembre la mostra collettiva d’arte contemporanea che si chiama Be water, my friend. Essa è stata curata da Chiara Vecchiarelli. Vi partecipano gli artisti internazionali Eva L’Hoest, David Horvitz, Jojo Gronostay, Nicola Pecoraro, Enrique Ramirez e Luciana Lamothe. Esteticamente, si percepisce il tentativo di maneggiare la liquidità. Dalla fenomenologia, possiamo immaginare che l’uomo viva “in un limbo” fra la materialità vissuta e l’astrazione del concettualismo. Gli orizzonti sono sempre fluidi da percepire. Il linguaggio della mente ha le sue pre-comprensioni, che “balzano” in accordo con le sinapsi cerebrali. Un inquadramento concettualistico può solo stazionare, fra i “tiranti” degli orizzonti prospettici. Citando il titolo della mostra, l’acqua è un elemento indispensabile alla vita, e ci diventa amica poiché, dialetticamente, noi non la percepiamo né troppo nostra, né “sulle sue”. A Venezia, in generale le installazioni hanno cercato il minimalismo estetico.

A noi piace immaginare che l’acqua funga un po’ da “clessidra” per la luce. Se l’origine universale permea, allora la sua consumazione nel tempo si dà all’immersione. Il vissuto è sempre stringente. Diversamente, all’estasi d’una trasfigurazione noi avremmo il corpo a librare, per compartecipare d’una sospensione permeante. L’acqua ci esibisce virtualmente le “ampolle” delle onde. Ma quelle richiederanno l’alternanza d’una consumazione. La temporalità è resa fluida, in accordo con l’esistenzialismo, ad esempio mediante le anticipazioni (dal passato) o le previsioni (per il futuro). L’acqua deve raccogliere la propria trasparenza, in una pozza finale. Simbolicamente, è come se la “spinta” della luce c’invitasse a “stringere la mano” con la materialità. Uno specchio d’acqua si percepisce tranquillamente materno, al “grembo” della vitalità. L’evaporazione avverrà lentamente, per l’uomo, fra i “ritardi calcolati” a causa dei ricordi, o delle attese, laddove le decisioni da prendere gli appaiono sommerse (dalle varie criticità).

L’installazione di Luciana Lamothe s’intitola Plan. Un’impalcatura alquanto grezza, avendo i tubi non del tutto allacciati fra di loro, “cede” paradossalmente ad un rinforzo, grazie ad una pedana superiore, dalle fibre di legno. Simbolicamente, bisogna chiedersi quanto si può diventare flessibili, rispetto ad una pianificazione iniziale. Anzi, di fronte ai “misteri” dell’Universo, il caso fortuito d’una semplice decifrazione costituirebbe già un successo! La pedana favorisce il “salto” della pre-comprensione socioculturale. Bisogna “smontare le gabbie” del concettualismo, e per “librarsi” in una “lettura” degli eventi. Senza la naturalezza indeterminata d’una curiosità, lo stesso scienziato non può scoprire nulla… Serve un “occhio” allenato a percepire il “flusso” degli eventi. Le leggi della fisica trasformano costantemente l’immediatezza della realtà. Potenzialmente la nostra vita è un libro aperto. Per esperire il mondo, ne “leggeremo” gli accadimenti. La pedana permette di “sfogliare” il salto. Dal canto suo, col tuffo si vorrebbe una “leggiadria” per l’immersione, dialetticamente. La forza di gravità sarà derivata da un orizzonte “scandito”. All’estremità del “trampolino”, prima del “tuffo” verso l’ignoto, appare un libro. Per via delle pagine sfogliate, percepiremo un binocolo. Ovviamente “ci si immerge” nella rilassatezza d’una lettura. Il rinforzo della pedana è prospettico. Si proverà a decifrare il “mare” di frammenti cartacei sui quali Enrique Ramirez ha imbastito la sua contemplazione dello Spazio, e da una videoinstallazione. Questa si chiama La gravedad.

Tuttavia non c’è solo la “tranquillità” della cometa, che sbuca rapidamente per suggestionare nel merito d’un ultimo desiderio da “cogliere al balzo”, speranzosamente. Enrique Ramirez cita anche la storia brutale in Sudamerica dei desaparecidos: gli oppositori politici uccisi nell’oceano, dai voli della morte. Forse noi dovremo sperare che almeno gli ideali si salvino sempre? Il volantino in aria si percepirà in chiave politica. Ci piace immaginare che il “tuffo” nella lettura d’un libro abbia addirittura mandato al macero la carta delle pagine. Il segreto è sempre sommerso, contro la verità che risale a galla. Allora il “binocolo” di Luciana Lamothe tenterebbe lo spionaggio, pedinando i frammenti? Il testamento spirituale lasciato da qualcuno che muore va reinterpretato, mentre mutano le condizioni socioculturali, nel corso del tempo. Pare che Enrique Ramirez esteticamente avalli una decantazione, complice il tono esoterico ma candido dei suoi “foglietti”.

A Venezia, Eva L’Hoest ha esposto il film che s’intitola Pareidolia. Da una barca, l’artista gira intorno ad un’isola deserta, dove predomina la costa con la falesia, da percepire dialetticamente all’espansione contratta. La roccia è d’origine vulcanica, e assume anche il tono rosa. La stessa isola ispirò il regista Michelangelo Antonioni, per il film Deserto rosso. Una mano letteralmente circuisce, volendo qualcosa per sé. La pareidolia diventa esistenzialistica per il tentativo di “smascherare l’irrigidimento” nella propria solitudine. Forse si può citare il timore e tremore di Soren Kierkegaard. Quanto l’isola si proteggerà dal mare, nonostante la lenta erosione delle rocce, operata dalle onde? L’ambientazione notturna suggerisce il simbolismo della rammemorazione, laddove la chiarezza è appena “corrugata”.

A Nicola Pecoraro interessa la percezione estetica come residuo della creatività. Possiamo anche considerare la dialettica che s’instaura fra il campionamento (iniziale) e la serialità (finale). Torna il tema generico d’una fluidità per il minimalismo. Un campione richiede di “starci costantemente attorno” con lo sguardo, ma paradossalmente fino al suo “snaturarsi”, nella “noia” d’una serialità. Pertanto Nicola Pecoraro installa una sorta di “sondino” per una pozza. E’ l’installazione che si chiama Senza titolo, con le canne di bambù in mezzo alla plastica riciclata. La percezione distopica deriva dalla vegetazione scarna. L’eventuale fogliame sarebbe ormai marcito, nel suolo del sottobosco, che ha i colori cupi dell’inverno. Lo stesso riciclo della plastica appare virtuale, per il disordine d’una colatura. Nell’installazione progettata per Venezia, lo spettatore si muove in mezzo a sculture grossomodo simili. Un uomo non può vivere senza mettere i piedi per terra. Ma se sondassimo questa, vi accumuleremmo tutta una serie di meri residui, anche dall’organismo. L’acqua è indispensabile per vivere. Nicola Pecoraro ce ne esibisce il ristagno: come il plasma alla decomposizione. La creatività prestabilisce d’evitare la maniera. Immaginiamo che “si scarti” la ripetitività. Però il campione ha una sua dignità. Nella “macchina perfetta” dell’organismo umano, noi “trivelleremmo” principalmente il plasma, forse un po’ “bistrattato” (in quanto “fiacco” a livello percettivo) dalle varie culture.

David Horvitz appende al soffitto alcune ampolle di vetro, di duchampiana memoria. Immediatamente, si percepirà la tensione della goccia d’acqua, la quale deve cadere a terra. L’installazione s’intitola Air de Los Angeles. Esteticamente, c’è una concessione alle tematiche ambientalistiche. David Horvitz ha racchiuso nella sua “lampadina” un po’ d’aria da Los Angeles, dove immaginiamo che “volteggino” pure le particelle nere per lo smog. Virtualmente una goccia può far “traboccare il vaso” della luce, ad esempio con la temperatura afosa. Gli ambientalisti insistono molto sul conto alla rovescia dell’impellenza, se già sappiamo che in futuro alcuni arcipelaghi dell’oceano verranno sommersi. La “lampadina” dell’allerta rappresenterebbe la miniatura del globo terrestre, con l’asse tramite la cintura del filo, dal soffitto. A qualcuno parrà una fluidità perfino placentare, per “provocarlo” al Nuovo Rinascimento d’una coscienza ecologista. Nel complesso, le ampolle di David Horvitz appaiono più “magiche” per influenzabilità che “luminosamente” realistiche. L’inquinamento è un “addobbo” del progresso moderno? Quello rischia di diventare pericolosamente virale.

Per Maria Grazia Maiorino, il rametto dell’orchidea è abbastanza tenace da ritardare, nella sua “lancetta”, il languore immediato per la “clessidra” dei petali. Forse il ricordo sorreggerà la sensualità? Certo funziona tutta l’eleganza d’un ringraziamento; pure questo consente la rifiorita.

A Venezia, Jojo Gronostay ha esposto una serie di sculture, a ridotte dimensioni, dal titolo Kreaturen: V Forest. In particolare egli rivisita la bottiglietta d’un profumo, col ready-made che acquisisce un simbolismo temporale, al di là dell’utilizzo commerciale. Immaginiamo la miniatura d’una statuetta africana, complice il tono del nero. Ma percepiamo anche tutta l’eleganza dell’ingranaggio avvitante, per una corporeità che può essere affusolata in riferimento al realismo della bellezza femminile. Lo spruzzo del profumo deve sempre inebriare. Il design a stella marina consentirà alla luce di “tuffarsi”, finalmente, dall’irraggiungibile Spazio. Al di là della nostra prospettiva, camminando nella stanza espositiva, le sculture poggiano sulla mensola. La pesantezza della testa a martello riuscirà ad “ancheggiare”, e dalla “poltrona” del busto. La lucentezza del nero sarà stata “tirata”, sensualmente, dalla leggerezza d’un “archetto sul groppone”. La sinestesia fra la vista e la musica funziona, se le mensole hanno i fori a tasti. La corporeità femminilmente “a vitino di vespa” è anche quella d’una clessidra. I prodotti in serie del mercato devono consumarsi; tuttavia l’artista può riciclarli, ben oltre la banalità d’uno scambio.


Paolo Meneghetti

Paolo Meneghetti, critico d’estetica contemporanea, nasce nel 1979 a Bassano del Grappa (VI), città dove vive da sempre. Laureato in filosofia all’Università di Padova (nel 2004), egli ha scritto una tesi sull’ estetica contemporanea, in specie allacciando l’ ermeneutica di Vattimo alla fenomenologia francese (da Bachelard, Bataille, Deleuze, Derrida). Oggi Paolo Meneghetti scrive recensioni per artisti, registi, modelle, fotografi e scrittori, curando eventi (mostre o conferenze) per loro, presso musei pubblici, fondazioni culturali, galleristi privati ecc... Egli in aggiunta lavora come docente di Storia e Filosofia, presso i licei del vicentino.

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