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Il problema della definizione del “essere bello”

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Il predicato “essere bello” si usa in continuazione, soprattutto in una società che ha istituzionalizzato il suo uso per etichettare e distinguere dei fatti morali. L’estetica è sempre stato un risvolto della morale dominante, la cui chiarificazione e concretizzazione attraverso immagini serve a rendere materiale un particolare aspetto morale. L’arte, attività propria della realizzazione del bello, si è sempre trovata a suo agio tra finanziatori interessati da un certo punto di vista morale e, di fatto, nella gran parte dei casi, l’intenzione dell’artista è sempre guidata da un interesse profondamente etico. Tuttavia, esiste un campo puro in cui è lecito pensare ed analizzare i fatti da un punto di vista puramente estetico e “puramente disinteressato”, con ciò bisogna intendere: indipendentemente da tutto ciò che non riguarda puramente l’estetica. In altri termini, il predicato “essere bello” deve essere utilizzato nell’esclusivo senso estetico, indipendentemente dagli usi ibridi, parzialmente impropri, che legano il predicato ad altre proprietà, prime tra tutte, la categoria di “piacere” e di “realtà”.

Il predicato “essere piacevole” è diverso dal predicato “essere bello”, infatti, non esiste nessun terzo predicato che sia identico sia ad “essere piacevole” che ad “essere bello”. Da un punto di vista semantico, i due predicati non sono sovrapponibili giacché è pensabile un’entità che sia piacevole e, al contempo, non sia bella. Nulla è così soggettivo da non poter essere reso a parole, se non altro, l’uso di un termine, se appropriato, renderà ciò che è dentro di noi, accessibile in modo indiretto agli altri. Ciò che è detto “piacevole” non si riferisce a fatti propriamente soggettivi, sebbene si riferisca a sensazioni interiori di un soggetto. Ciò che conta è che più soggetti possono accordarsi sull’uso corretto della stessa parola in merito allo stesso genere di fatti e, generalmente, dopo qualche discussione, si trova qualche ragione di concordanza su ciò che si può definire “piacevole” o “spiacevole”. Piacevole è un termine elementare, il cui significato è indefinibile proprio perché semplice. E’ possibile fornire qualche esempio di ciò che può essere, in generale, qualcosa di piacevole: un film, una melodia, un quadro, un cibo, un’attività sessuale, un analgesico. Il termine opposto a “piacevole” è “doloroso” o “ciò che induce dolore”. “Piacevole” e “doloroso” sono termini che si riferiscono a sensazioni e non a fatti. Tuttavia, le proposizioni, in cui compaiono, mostrano che non esiste un concetto di “piacevolezza” che non sia anche “piacevolezza-di qualcosa”. Ad esempio: “2001. Odissea nello spazio è piacevole” è un’affermazione che asserisce che un determinato soggetto associa una particolare valutazione sensitiva ad un particolare fatto (oggetto, soggetto etc.). Che la frase “x è piacevole”, dove x sta per un oggetto, non esprima un fatto è reso evidente dalla negazione: “non- x è piacevole” ovvero “x non è piacevole” non ci dice che la proposizione “x è piacevole” è falsa, ma che essa è valutata in modo diverso dal soggetto. In altre parole, le proposizioni in cui fanno la comparsa termini di valutazione sensitiva non sono né vere né false perché non esprimono fatti ma valutazioni. A questo genere di frasi, prive di valori di verità, si può solo concedere l’assenso o il dissenso. Ad esempio, dopo la visione di un film al cinema, possiamo voler dire: “il film Red era piacevole” e il nostro compagno ci risponde “no”. Con “no”, il nostro compagno non vuole tanto dirci che abbiamo detto il falso, che abbiamo mentito, quanto che egli non è d’accordo sull’uso del predicato “piacevole” alla parola “Red” che è il nome di un film. La discussione verterà sul fatto che la sensazione di piacevolezza sia condivisa da tutti, cioè associata da tutti al medesimo oggetto. Infatti, le discussioni linguistiche, se non vuote, celano sempre il problema dell’adeguare il proprio intelletto al proprio oggetto.

Molti oggetti, molti fatti, molti soggetti piacevoli possono essere belli. Ma possono anche non esserlo. Ci sono alcune ragioni che lo suggeriscono. Possiamo immaginare un mondo possibile che renda tutti gli oggetti brutti piacevoli e tutti gli oggetti belli spiacevoli. Si può immaginare, ad esempio, che la vista di una modella ci induca della sofferenza, per quanto il suo corpo possa essere armonioso. In tale mondo è plausibile ipotizzare che un uomo possa rendersi conto che un quadro magnifico sia esteticamente bello, formalmente ben costruito e materialmente ben realizzato, ma può anche provare dei forti impulsi di dolore fisico. D’altra parte, alcune persone soffrono realmente a vedere le bellissime donne dello schermo: lo scrittore di fantascienza Philip Dick, ad esempio, propone spesso nei suoi romanzi, come protagonista femminile, una donna bellissima ma totalmente incapace di esser piacevole e, proprio per questo, l’effetto finale induce a spiazzare e disorientare il lettore.

D’altra parte, dal punto di vista sessuale, gli organismi complessi sono indotti dalla selezione naturale ad assumere determinati schemi di piacere: le deformità sono escluse in natura ed è per questo che vedere un obeso o vedere un essere umano letteralmente pelle e ossa scatena nella mente un sentimento di disgusto. La cultura ci insegna a non maltrattare i nani o gli storpi, ma l’estetica ci suggerisce che essi non sono esseri gradevoli e, certamente, sessualmente non appetibili. Nei paeselli in cui la gente incolta, il cui carattere chiuso e i cui sentimenti sono ben più simili a quelli di animali poco evoluti, ancora oggi si compiono dei maltrattamenti ai danni di questi individui la cui unica sfortuna è quella di essere brutti, deformi. Dal punto di vista della specie è un bene che le persone siano indotte ad avere delle preferenze pre-impostate in modo tale da scartare i deformi: essi, spesso, sono sterili o hanno un corredo genetico non vantaggioso. Avere delle preferenze pre-definite ha anche l’ulteriore vantaggio di far risparmiare tempo nella selezione del partner: avere delle informazioni già acquisite su ciò che “ci piace perché sano” è un grande vantaggio su chi, invece, non ha pregiudizi in materia e deve scoprire quale sia il soggetto sano e che cosa sia piacevole. La sensazione di piacevolezza è fortemente organica ed è condivisa dai mammiferi e da tanti altri animali (come le piovre e altri animali acquatici).

“Esser bello” e “esser piacevole” possono essere due proprietà associabili al medesimo oggetto, ma possono anche non esserlo. Da un punto di vista semantico, i due predicati sono distinti, vale a dire che “esser bello (x)” e “esser piacevole (x)” non sono sinonimi e non è mai lecito scambiare i due termini.

Impegnarsi ad affermare che una cosa  sia “bella” piuttosto che “piacevole” implica due atti linguistici diversi le cui conseguenze possono essere diverse. Se un critico letterario ci parla di un libro in termini di “bellezza” ha un peso diverso che se ce ne parlasse in termini di “piacevolezza”. Se dico “2001. Odissea nello spazio è bellissimo” voglio dire qualcosa di diverso da “2001. Odissea nello spazio è piacevolissimo”, infatti, non c’è contraddizione nel dire che il film in questione è bellissimo ma spiacevole o, al contrario, che è piacevole ma bruttissimo.

Da ciò, si può concludere che esistono quattro possibilità: un oggetto può essere bello e piacevole, bello e spiacevole, brutto e piacevole e brutto e spiacevole. L’ultima categoria e la prima categoria sono quelle più chiare: i quadri di Van Gogh sono bellissimi e piacevoli giacché essi sono artisticamente rilevanti e sensibilmente gradevoli. Una canzone molto triste, che ci ricorda un nostro caro appena defunto perché l’associamo al suo ricordo, ché, dunque, ci fa soffrire, può essere, allo stesso momento, molto bella. Da questo esempio, possiamo osservare come esista una certa differenza tra un oggetto-bello e un oggetto-piacevole: se qualcosa è bella non cessa di esserlo nel tempo o in base alle nostre inclinazioni, viceversa, qualcosa di piacevole potrebbe non esserlo più. Infatti, esiste un certo apprendimento estetico e si impara a distinguere un grande romanzo da uno mediocre e, quand’ancora eravamo inesperti, potevamo ritenere un certo libro molto piacevole ma poi riconsiderarlo per quello che era. Nel caso della bellezza, invece, possiamo rivedere i nostri pareri ma è molto forte, in noi, l’idea che sia il nostro modo di concepire l’oggetto ad essere cambiato ma non le sue proprietà estetiche. D’altra parte, la gran parte delle opere dette “classiche” sono un patrimonio di bellezza tale da giustificare il nostro sforzo di volerle conservare e tramandare alle generazioni successive. Non tutto ciò che viene prodotto nel presente verrà conservato nel tempo e di ciò non ci possiamo rendere conto nell’immediato, ma siamo certi di aver ereditato una grande quantità di opere degne e, proprio per questo, cercheremo di fare in modo che i nostri successori le riconoscano come tali. D’altra parte, tale assenso sarà quasi incondizionato, non appena si sarà in grado di riconoscere da sé il bello dal brutto in senso estetico: la musica jazz, una sua parte, così come la musica classica, una sua parte, continuano ad essere ascoltate nonostante siano suonate da un centinaio di anni (per i più antichi pezzi jazz) e più di duecento anni (per la musica classica).

D’altra parte, esistono anche degli oggetti brutti che ci piacciono e, questi, sono anche la maggioranza: i film commerciali, così come la gran parte della musica pop rientra in questa grandissima categoria. Infatti, il loro scopo è quello di intrattenere lo spettatore che ha la funzione passiva di “visore”, “percettore”, il quale deve valutare il lavoro solo ed esclusivamente nei termini della non-noiosità del prodotto, della sua capacità di attrarlo a sé in modo tale che non si renda conto del tempo che passa. Questa passività rende lo spettatore totalmente schiavo dell’immagine e rende futile il suo ruolo attivo, cioè quello di interprete: tutte le opere d’arte di valore si distinguono dalle altre dal fatto che ciascuno può essere interprete, lettore partecipe e in prima persona, dell’oggetto artistico. La grande opera d’arte deve poter rendere lo spettatore simile all’autore e farlo sentire creatore, suscitando la sua ragione immaginativa, facendogli credere di essere egli stesso l’autore del lavoro. E’ così che ci si sente quando ci si mette a cantare felici la propria canzone preferita o si mima il pianista più stimato o ci si sente soddisfatti dalla vista del proprio film preferito. Questa soddisfazione è diversa dalla sensazione piacevole della non-noia e non c’è bisogno di proseguire in questa analisi puramente fenomenologica giacché tutti hanno chiare le idee in merito.

In fine, esistono anche delle opere indiscutibilmente brutte e spiacevoli: un filmato sui campi di concentramento è brutto e spiacevole. Ben inteso: anche un fatto brutto e spiacevole può avere diritto di esistere, nella misura in cui esso assolve ad altri scopi. Il filmato dei campi di concentramento può essere una testimonianza inestimabile di ciò che è accaduto, qualcosa che proprio in virtù delle sue spiacevoli e brutte immagini, acquista un valore d’importanza storica e didattica capitale.

D’altra parte, le categorie estetiche si apprendono giacché rappresentano un momento dello spirito, come avrebbe detto Hegel; sebbene si muovano su uno sfondo stabile, come aveva puntualmente rilevato Kant. Così, nessun uomo nasce senza la possibilità di rivedere la propria conoscenza estetica.

Di recente vengono prodotte, soprattutto, due generi di opere d’arte che sono, per così dire, agli antipodi e pretendono per sé il monopolio della bellezza: da un lato ci sono gli oggetti propriamente commerciali, ché assolvono alla funzione di produrre materiale culturale da poter essere diffuso tra le masse per poterle sollevare di qualche millimetro dalla loro tetra esistenza; da un altro lato ci sono i lavori di nicchia, difesi, per lo più, da pochi. Una parte cospicua di questi ultimi rivendicano, come unico giudizio di valutazione delle opere d’arte, il principio del  realismo secondo cui una finzione è tanto più bella quanto più è reale. Siccome, poi, la realtà è generalmente brutale, essi sono quasi sempre spinti alla realizzazione di opere che propongono questa visione del mondo.

Entrambe le due posizioni, sebbene molto diverse nei fatti, sono simili nel principio: esse confondono il predicato “essere bello” con altri predicati. Nel caso dei produttori di opere commerciali nel loro senso più puro, il bello è scambiato con il piacevole. Mentre, nel caso degli altri, il bello è scambiato per reale.

Bello e reale non sono due termini sinonimi e questo è mostrato dal fatto che ciò che è reale non è necessariamente bello. Viceversa, qualcosa di bello non è necessariamente reale. Il problema, qui, è la chiarificazione del termine “reale”. Con esso ci interessa qualificare tutte quelle rappresentazioni che siano una ricostruzione del mondo in cui viviamo. Un esempio potrebbe essere un film che racconta in modo assolutamente fedele la storia di una ragazza madre di Barcellona che vive all’interno di un ospedale. Come si vede, il grado di realtà può essere più o meno elevato ma ciò che conta è la finezza della verosimiglianza. Tanto più un’opera d’arte è mimetica, tale che, nel migliore dei casi, è impossibile distinguerla dalla realtà, e tanto più è bella.

Una rappresentazione della realtà, per quanto mimetica possa essere, è pur sempre una rappresentazione, un simbolo, cioè qualcosa che sta per qualcos’altro. L’arte è rappresentativa ma è sempre una finzione, anche quando si fonda sulla realtà. Tuttavia, non appena un pittore afferra un pennello, non appena un cineasta prende in mano la cinepresa, non appena uno scrittore impugna la penna o scrive a macchina, ecco che ogni loro risultato sarà un simbolo. La potenza del simbolo è il suo unico valore, la possibilità di poter essere inteso da tutti perché tutti in esso possono ritrovarsi attraverso una trasfigurazione di se stessi: si può rintracciare un aspetto del proprio pensiero anche nella storia di una principessa. L’arte è rappresentativa, però, in modo diverso da un articolo di giornale, ché, di fatti, non è bello (al più può essere un buon articolo, un valido prodotto). Ed in ciò sta la critica nella sostanza all’arte mimetico-veristica là dove essa voglia proporsi come ri-costruzione della realtà per quello che è: l’arte è pur sempre un finzione e si valuta in base alla sua rappresentatività universale che, in generale, sfugge al criterio realistico. Un film, per quanto realistico, rimane una finzione non più reale di un altro, dal punto di vista estetico. Un’opera d’arte può essere orrenda ma anche utile per altri versi: Platoon non è un grande film, non è molto rappresentativo, ma è illuminante rispetto alla vita di un plotone di soldati americani nella guerra del Vietnam. D’altra parte, seguendo il criterio realistico, si giungerebbe al paradosso di eguagliare la realtà con la bellezza estetica fino al punto di riconoscere che le opere di Bach o di Beethoven non sono poi così più belle di un motopicco in azione.

In conclusione, l’arte è la ricerca della rappresentatività universale mediante la costruzione di una finzione. Il predicato “esser bello” è difficile da concepire nella sua purezza, individuata al di là della piacevolezza, della verosimiglianza, della buona fattura di un prodotto. Una caffettiera può essere utile, può essere una buona caffettiera e molti diranno che, se è così, allora è anche una bella caffettiera. In generale, i predicati di valutazione seguono tutti la stessa sorte di vaghezza e confusione nel senso comune: bello, piacevole, buono e giusto sono predicati che, nel linguaggio ordinario, vengono impiegati spesso l’uno in sostituzione dell’altro. Tuttavia, proprio nella quotidianità, sorgono contese per i loro usi impropri. In questo senso, è lecito concepire il predicato “essere bello” come il termine che individua una categoria ristretta di entità. E, ancora più nello specifico, è lecito pensare all’esistenza di una categoria di oggetti-belli, indipendentemente dalla loro piacevolezza, bontà, qualità produttiva. La ricerca del bello è una delle sfide umane sin dall’età della pietra e continua ad essere una delle esigenze più importanti e più primitive che ci conduce alla ricerca di una perfezione umana che si discosti sempre più dalla barbarie. L’estetica è una sfida dell’uomo per l’uomo per l’eternità o per quello che gli esseri umani possono concepire di più simile ad essa.


Giangiuseppe Pili

Giangiuseppe Pili è Ph.D. in filosofia e scienze della mente (2017). E' stato assistant professor ed è il fondatore di Scuola Filosofica, coordinatore dell'associazione Azione Filosofica ed è il responsabile della collana dei libri di Scuola Filosofica. Egli è autore di numerosi saggi e di diversi articoli in riviste internazionali. In lingua italiana ha pubblicato numerosi lavori e libri. Scacchista per passione. ---- ENGLISH PRESENTATION ------------------------------------------------- Giangiuseppe Pili - PhD philosophy and sciences of the mind (2017). He is a former assistant professor in intelligence studies and he is the founder of Scuola Filosofica (Philosophical School) and the Co-Founder of the philosophical association Azione Filosofica (Philosophical Action). He is the editor in chief of the collective series of books based on the blog (Le Due Torri - Publisher). He is a prolific author nationally and internationally. He is a passionate chess player and (back in the days!) movie maker.

4 Comments

  1. Sergio P. Sergio P. 10 Aprile, 2012

    Articolo molto interessante e pieno zeppo di argomenti che fanno pensare. Rilevo una mancanza: non fai mai riferimento alla categoria della mancanza. Cioè del bisogno. Di quel qualcosa che non c’è e che voglio che ci sia. L’essenza dell’arte a mio modesto avviso è così difficile da definire, e di conseguenza anche l’arte (che cosa è arte?), perché si fonda non sull’essere quanto sul non essere. L’arte è la risposta ‘concreta’ di un bisogno. Se non si chiarisce che cos’è questo bisogno, questa esigenza, questa necessità (per certi versi) si corre il rischio di perdere di vista il punto della questione. Alla fine dell’articolo scrivi che l’arte è ‘la ricerca della rappresentatività universale mediante la costruzione di una finzione’. Non sono d’accordo. Piuttosto mi suona meglio qualcosa come ‘l’arte è la messa in opera della verità di cui tutti abbiamo bisogno’. Che ne pensi?

  2. Enne Tech Enne Tech 10 Aprile, 2012

    Caro Sergio,

    Il problema sta nel non confondere il movente dell’opera d’arte dall’opera d’arte in sé stessa. In primo luogo, dunque, direi che la dimensione del “bisogno” attiene alle condizioni necessarie dell’artista perché realizzi qualcosa di bello, ma non è una condizione sufficiente perché faccia un bel lavoro. D’altra parte, il “bisogno” rientra anche nelle necessità del pubblico e di ciò che esso sente. Però, come vedi, si tratta di “esigenze” che attengono alla psicologia più che all’estetica. Indubbiamente, comunque, ciò che intendi dire è interessante. Tuttavia, in questo saggio, l’esigenza era quella di dare conto alla definizione di un predicato “essere bello” che si applica a un dominio di oggetti (le opere d’arte). L’arte è molto spessa slegata dal “bisogno” e parlo dell’arte profonda. Altre volte è legata al “bisogno”, ma si tratta, come vedi, di concomitanze, ma non di necessità.

    2) ‘l’arte è la messa in opera della verità di cui tutti abbiamo bisogno’ questa definizione è interessante perché mette in mostra l’esigenza legittima di legare l’arte, verità e bisogno-umano (diciamo così). Però, secondo me, ha dei problemi: (a) l’arte non ha a che fare con “verità” perché è la costruzione di simboli (ad esempio, Delitto e Castigo è un BEL libro perché mostra l’essere umano nella sua universalità, non perché le frasi nel libro siano “vere”; oppure Amarcord di Fellini è un bel film non perché sia un documentario etc.); (b) l’arte mostra spesso cose di cui non sentiamo bisogno e, anzi, ci inquieta per questo (pensa ai film di Bergman o a certe poesie di Leopardi) però è “magnifica” perché mostra un aspetto della realtà in modo isolato, puro e attraverso cui, come uno specchio, noi ci rivediamo; (c) non tutti amano l’arte né tutti vorrebbero rivedere ciò che l’arte mostra (la sofferenza, l’angoscia, la paura sono sentimenti che non tutti amano rivivere nella mediazione con l’oggetto artistico, faccio per dire; oppure l’intimità del bacio ad alcuni da fastidio etc.) dunque, la tua definizione andrebbe rivista per tener conto di ciò che è più vicino all’arte “pura”.

    3) Il saggio voleva essere un’analisi non definitiva del contenuto dell’estetica, era un approccio. Detto questo, il problema è concepire un’arte che sia legata con il mondo (contenuto simbolico) che non sia, allo stesso tempo, dipendente ad essa nel suo giudizio: il bello non è né deve essere pensato come “vero”, “giusto” o “virtuoso”. Il bello è il risultato dell’arte ed ha valore anche se è falso, ingiusto e vizioso.
    D’altra parte, il tema che proponi è affascinante e interessante: in che modo si toccano il “bisogno” dell’arte di chi la fa e di chi la fruisce? Quanto e come deve essere fondata la “motivazione estetica”? Sono delle domande interessanti, alle quali io non ho risposte!

    Giangiuseppe Pili

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