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Contro certi ismi…

 

Nel paragrafo Perché Dio?, del capitolo La conoscenza e il significato della vita umana, del libro Perché ancora la filosofia (Editori Laterza 2008), il filosofo Carlo Cellucci, che nutre anche un interesse particolare per la logica e la matematica, scrive: «Dopo tutto, prima di Russell anche Spinoza aveva affermato che lo scopo e il significato ultimo della vita umana “è la conoscenza dell’unione che la mente ha con tutta la natura”. La vita umana ha effettivamente un significato, nel senso che ciascuno di noi bene o male ne dà uno alla propria, ma non vi è alcuna prova che Dio esista, né che esista un disegno di Dio a cui la vita umana è chiamata a contribuire. Perciò, che la vita umana abbia un significato, non significa che essa abbia uno scopo e un significato ultimo» (p. 479).

«Certo, l’odierno progresso delle scienze e della tecnica, che in forza del loro metodo non possono penetrare nelle intime ragioni delle cose, può favorire un certo fenomenismo e agnosticismo, quando il metodo di investigazione di cui fanno uso queste scienze viene a torto innalzato a norma suprema di ricerca della verità totale. Anzi, vi è il pericolo che l’uomo, fidandosi troppo delle odierne scoperte, pensi di bastare a se stesso e non cerchi più valori superiori». [Questo è un passo di Gaudium et spes (Costituzione pastorale sulla Chiesa nel mondo contemporaneo), documento del Concilio Vaticano II emanato il 7 dicembre 1965 (Parte II, Capitolo II, Sezione II, n. 57).]

Nel capitolo Allargare la ragione del libro La bellezza disarmata (edizione Rizzoli 2015), il teologo e linguista spagnolo don Julián Carrón scrive: «La vita quotidiana attesta che la ragione, pur necessariamente partendo da ciò che effettivamente si mostra, tende a staccarsi dall’esperienza, per interpretare e manipolare la realtà secondo pregiudizi e principi inconfessati – talvolta inconsapevoli –, che essa non è disposta a mettere in discussione. Così della realtà si finisce per accettare solo una parte, vale a dire quella che rientra nella propria spiegazione, nell’interpretazione che si è in grado di dare. È, al fondo, la cifra di ogni ideologia, secondo l’efficace osservazione di Hannah Arendt [1906-1975, politologa e storica tedesca naturalizzata statunitense, di origine ebraica]: “Le ideologie ritengono che una sola idea basti a spiegare ogni cosa nello svolgimento della premessa, e che nessuna esperienza possa insegnare alcunché dato che tutto è compreso in questo processo coerente di deduzione logica” [Hannah Arendt – Il pensiero secondo (Pagine scelte), a cura del sociologo Paolo Terenzi (edizione BUR 1999)]. La grande regola della conoscenza, al contrario, potrebbe venire indicata da questa significativa formula di don Giussani [1922-2005, teologo]: “La realtà si rende evidente nell’esperienza” [Luigi Giussani – In cammino (1992-1998), a cura di Julián Carrón (edizione BUR 2014)]» (p. 165-166).

Con tutto il rispetto (umano), io penso che non sia sufficiente sentirsi felici per esserlo realmente. Inoltre, occorre stare attenti a non confondere scienza con scientismo, fede religiosa con fideismo religioso (o, peggio, fanatismo religioso…), razionalità con razionalismo


Giorgio Della Rocca

Sono nato il 10 agosto 1964 a Pontinia (comune dell’Agro Pontino, in provincia di Latina), e vi risiedo. Mi sono diplomato al Liceo Scientifico G.B. Grassi di Latina, e laureato in matematica all’Università degli Studi La Sapienza di Roma. Negli anni Novanta, oltre a insegnare matematica in Istituti di Scuola Secondaria Superiore, ho svolto attività di collaborazione, in ambito matematico e didattico matematico, con l’Università La Sapienza; attualmente, insegno matematica in un Istituto di Istruzione Superiore del Comune di Latina. M’interesso in modo particolare anche di altre scienze, di certa filosofia, di certa teologia, di certa musica, di certa pittura, di certa narrativa.

One Comment

  1. Giorgio Della Rocca Giorgio Della Rocca 19 Maggio, 2020

    INTERVENTO STRAORDINARIO

    Nel Discorso della Montagna Gesù ha detto ai suoi discepoli: «Avete inteso che fu detto: “Amerai il prossimo tuo” e odierai il tuo nemico. Io invece vi dico: amate i vostri nemici e pregate per quelli che vi perseguitano, affinché siate figli del Padre vostro che è nei cieli, il quale fa sorgere il suo sole sui cattivi come sui buoni e fa piovere sui giusti come sugli empi» (Vangelo secondo Matteo 5,43-45).

    «La storia della Chiesa ci mostra purtroppo esempi sufficienti del fatto che i cristiani hanno, sì, predicato l’amore verso il nemico, ma hanno anche agito con violenza contro coloro che professavano una fede diversa. Il messaggio dell’amore verso il nemico rappresenta, quindi, una sfida permanente a continuare a lavorare su di noi e a modificare ogni giorno il nostro comportamento orientandolo allo Spirito di Gesù. Questo atteggiamento ha inizio nei conflitti quotidiani. L’amore per il nemico significa non vedere mai l’avversario come nemico da abbattere, ma scendere in campo in modo corretto per risolvere un conflitto in modo tale che diventi una benedizione per tutti» [tratto dal libro LA FEDE DEI CRISTIANI (spiegata ai non cristiani), scritto dal monaco benedettino e istruttore di spiritualità Anselm Grün (2006, io mi riferisco all’edizione San Paolo 2012, p. 128)].

    Difficile da attuare, ma non impossibile.

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