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Blaise Pascal e (il suo) Dio

[Nota dell’autore. Domenica scorsa Giangiuseppe Pili mi ha inviato un messaggio e-mail in cui mi proponeva di scrivere un pezzo su Pascal per ScuolaFilosofica. Io gli ho risposto subito positivamente, rilevando la significativa coincidenza secondo la quale, qualche ora prima, avevo iniziato a scrivere, per questo sito web, proprio un pezzo di tal genere! Tuttavia, non essendo io né un filosofo né un teologo di professione, il presente articolo non ha alcuna pretesa di esaustività, né da un punto di vista filosofico né da un punto di vista teologico. Vuole essere solo un’articolata riflessione sul tema espresso nel titolo.]

Quest’anno ricorre il quarto centenario della nascita del filosofo e scienziato Blaise Pascal (Clermont, attuale Clermont-Ferrand, 19 giugno 1623 – Parigi, 19 agosto 1662).

Ho messo a punto l’articolo, incentrato sul Memoriale di Pascal, utilizzando anzitutto la versione dei Pensieri di Pascal curata da Bruno Nacci, seconda edizione DeAgostini Planeta Libri 2021, la quale costituisce la traduzione italiana della versione francese di Michel Le Guern (1977). (Ricordo che nella prima edizione dei Pensieri, detta di Port-Royal e risalente al 1670, erano presenti varie “correzioni” ai testi originali pascaliani.) L’edizione cui faccio riferimento contiene il Memoriale [Pensieri, 711], che riporto integralmente in grassetto subito dopo, e la traduzione italiana della Vita di Pascal, dal carattere essenzialmente agiografico, scritta dalla sorella maggiore di Blaise, Gilberte Périer, alcuni anni dopo la morte del fratello (ritrovata e pubblicata nel 1908 a cura del filosofo Léon Brunschvicg), dalla quale ho tratto varie notizie biografiche relative al Nostro. Ho preso spunto anche dall’articolo Blaise Pascal e il progetto apologetico delle Pensées (1662). A 350 anni dalla sua morte scritto da Giuseppe Tanzella-Nitti (sacerdote e teologo cattolico, laureato in astronomia, avente uno spiccato interesse verso la questione dei rapporti fra scienza e fede religiosa), pubblicato su Annales Theologici, Vol. 26 N. 1, 2012. In esso è citato anche un noto saggio in tedesco su Pascal, pubblicato nel 1935, il cui autore è il presbitero e teologo cattolico Romano Guardini (italiano naturalizzato tedesco, riguardo al quale la Chiesa Cattolica ha recentemente aperto la causa di beatificazione), intitolato, nella versione italiana, Pascal (traduzione di Maria Perotti Caracciolo, Editrice Morcelliana 2002).

Nella notte fra il 23 e il 24 novembre 1654 Blaise Pascal vive una sorta di esperienza ascetica, riportata nel Memoriale, trovato qualche giorno dopo la sua morte in due copie identiche, una su un foglio di carta e l’altra su una pergamena che avvolgeva il foglio, cucita nella fodera interna della sua giacca. Esso fu pubblicato per la prima volta ne Le Recueil d’Utrecht (1740), a cura di alcuni amici dell’Abbazia di Port-Royal:

[Disegno di una] Croce circondata da raggi

L’anno di grazia 1654. Lunedì 23 novembre, giorno di san Clemente, papa e martire, e altri del martirologio, vigilia di san Crisogono, martire, e altri, dalle dieci e mezzo circa di sera fin quasi mezzanotte e mezzo.

Fuoco. Dio d’Abramo, Dio d’Isacco, Dio di Giacobbe, non dei filosofi e dei sapienti. Certezza, certezza, sentimento, gioia, pace. Dio di Gesù Cristo. «Deum meum et Deum vestrum» [«Dio mio e Dio vostro» (Gv 20,17)]. «Il tuo Dio sarà il mio Dio» [Rt 1,16]. Oblio del mondo e di tutto, tranne che di Dio. Si trova solo per le vie insegnate nel Vangelo. Grandezza dell’anima umana. «Padre giusto, il mondo non ti ha conosciuto, ma io ti ho conosciuto» [Gv 17,25]. Gioia, gioia, gioia, pianto di gioia. Me ne sono separato. «Dereliquerunt me fontem aquae vivae» [«Essi hanno abbandonato me, sorgente di acqua viva» (Ger 2,13)]. Dio mio, mi abbandonerai? Che io non ne sia separato in eterno! «Questa è la vita eterna, che conoscano te solo vero Dio e colui che hai inviato, Gesù Cristo» [Gv 17,3]. Gesù Cristo. Gesù Cristo. Me ne sono separato, l’ho fuggito, rinnegato, crocifisso. Che non ne sia mai separato! Si conserva solo per le vie insegnate nel Vangelo. Rinuncia totale e dolce. Sottomissione totale a Gesù Cristo e al mio direttore. Eternamente nella gioia per un giorno di prova sulla terra. «Non obliviscar sermones tuos» [«Non dimenticherò le tue parole» (Sal 119,16)]. Amen.

Blaise Pascal è un filosofo e un sapiente, dotto specialmente in matematica e in fisica, dunque un sopraffino utilizzatore e assertore della ragione («L’uomo non è che un fuscello, il più debole della natura, ma è un fuscello che pensa. Non è necessario che l’universo intero si armi per spezzarlo, bastano un po’ di vapore, una goccia d’acqua, per ucciderlo. Ma anche quando l’universo lo spezzasse, l’uomo rimarrebbe ancora più nobile di ciò che lo uccide, poiché sa di morire, mentre del vantaggio che l’universo ha su di lui, l’universo stesso non sa niente. Ogni nostra dignità consiste dunque nel pensare. […] Sforziamoci dunque di pensare correttamente: ecco il principio della morale» [Pensieri, 186]). Egli è convinto che siano le passioni, generalmente, a impedire all’uomo il retto uso della ragione («Se avesse solo la ragione senza le passioni… Se avesse solo le passioni senza la ragione… Ma avendo l’una e le altre non può evitare la guerra […]; così è sempre diviso e in contraddizione con sé stesso» [Pensieri, 528]). Ma è altresì ben consapevole dell’inadeguatezza del pensiero puramente razionale, quando esso si trova ad affrontare le questioni fondamentali concernenti l’esistenza umana e la presenza di Dio («L’ultimo passo della ragione consiste nel riconoscere che ci sono un’infinità di cose che la superano. È ben debole se non lo riconosce. Se le stesse cose naturali la superano, che dire di quelle soprannaturali?» [Pensieri, 177]).

Come osserva Tanzella-Nitti nel suo articolo, è «significativa la sintonia di Pascal con quegli itinerari concettuali che la logica e l’epistemologia contemporanee, superate le derive del positivismo e del neopositivismo, hanno saputo percorrere, dando risalto ad esempio alle incompletezze del linguaggio formale e alla indecidibilità cui vanno incontro sistemi assiomatici chiusi e autoreferenziali. Non sono forse questi dei passi della ragione, cioè formulati all’interno del metodo scientifico, che ne concludono l’inadeguatezza ad affrontare temi legati alla natura ultima delle cose, al fondamento dell’essere, ai significati ultimi e ai criteri decisivi di verità dello stesso linguaggio? E non è forse attuale l’osservazione pascaliana che una ragione incapace di tale riconoscimento è in fondo una ragione debole, perché restia ad accettare, come accade sovente alla ragione contemporanea, il confronto con ciò che ha la pretesa di superarla senza contraddirla?».

Giuseppe Tanzella-Nitti

Pascal giunge quindi a ravvisare nel cuore lo strumento più idoneo ad affrontare le suddette questioni fondamentali. Occorre notare che egli utilizza il termine cuore con due significati diversi: come organo che permette di intuire i principi primi del ragionamento – tale significato pone in risalto un limite intrinseco della ragione, perché essa non è in grado di giustificare tali principi, benché ciò non implichi l’incertezza delle nostre conoscenze («Noi conosciamo la verità non solo con la ragione ma anche con il cuore. È in quest’ultimo modo che conosciamo i primi principi, e invano il ragionamento, che non vi svolge alcun ruolo, cerca di opporvisi. […] La conoscenza dei primi principi, come l’esistenza dello spazio, del tempo, del movimento, dei numeri, è salda come nessuna di quelle che ci danno i ragionamenti, ed è su queste conoscenze del cuore e dell’istinto che la ragione deve appoggiarsi, fondandovi ogni suo ragionamento. […] I principi si sentono, le proposizioni si deducono, e in entrambi i casi con certezza, sebbene per vie diverse» [Pensieri, 101]) –; come “luogo” privilegiato dello spirito umano, dove la grazia divina può operare a beneficio dell’essere umano – in tal caso, esso non è da intendersi alla stregua di un mero produttore di sentimentalismi, bensì quale strumento che affonda le sue radici nel tessuto esistenziale più profondo dell’essere umano stesso («È il cuore che sente Dio, non la ragione. Ecco cos’è la fede. Dio sensibile al cuore, non alla ragione. Il cuore ha le sue ragioni che la ragione non conosce, mille cose ce lo dicono» [Pensieri, 397]).

Pascal, in quanto uomo, prova un senso di smarrimento di fronte all’immensità dello spazio che lo avvolge e all’infinità del tempo nel quale è immerso («Quando considero la breve durata della mia vita, assorbita dall’eternità che la precede e da quella che la segue […], il piccolo spazio che occupo e che vedo, inabissato nell’infinita immensità di spazi che ignoro e che mi ignorano, mi spavento e mi stupisco di vedermi qui piuttosto che là, perché non c’è motivo che sia qui piuttosto che là, ora piuttosto che un tempo. Chi mi ci ha messo? Per ordine e volontà di chi questo luogo e questo tempo sono stati destinati a me?» [Pensieri, 64]). Egli è anche cosciente dello “strano amalgama” di grandezza e miseria rappresentato dall’uomo («Che chimera è dunque l’uomo? Quale novità, quale mostro, quale caos, quale soggetto di contraddizioni, quale prodigio? Giudice di tutte le cose, ottuso lombrico, depositario del vero, cloaca d’incertezza e d’errore, gloria e rifiuto dell’universo» [Pensieri, 122]).

La conoscenza di Dio, del Dio di Gesù Cristo, costituisce l’unica àncora di salvezza per l’uomo («La conoscenza di Dio senza la conoscenza della propria miseria genera l’orgoglio. La conoscenza della propria miseria senza la conoscenza di Dio genera la disperazione. La conoscenza di Gesù Cristo sta fra l’una e l’altra, poiché in essa troviamo Dio e la nostra miseria» [Pensieri, 181]; «Non è solo impossibile, ma anche inutile conoscere Dio senza Gesù Cristo» [Pensieri, 180]; «Gesù Cristo è lo scopo, il centro a cui tutto tende. Chi lo conosce, conosce la ragione di tutte le cose» [Pensieri, 419]). Dalla conoscenza del Dio vero dovrebbe scaturire l’esigenza di amarlo e servirlo, e solo questo consente all’uomo di ottenere la felicità autentica («C’è una bella differenza tra conoscere Dio e amarlo» [Pensieri, 357]; «Non ci sono che tre tipi di uomini: quelli che, avendo trovato Dio, lo servono; quelli che, non avendolo trovato, s’impegnano a cercarlo; e gli altri, che trascorrono la vita senza trovarlo e senza averlo cercato. I primi sono ragionevoli e felici, gli ultimi sono folli e infelici, quelli in mezzo sono infelici ma ragionevoli» [Pensieri, 149]).

Nel Memoriale Blaise Pascal non presenta l’esperienza di Gesù Cristo da parte di un individuo generico, bensì la propria personale esperienza di Lui. L’autore vi sottolinea la differenza tra il Dio della Bibbia – intesa, evidentemente, come l’unione dell’Antico e del Nuovo Testamento – e il Dio dei filosofi e dei sapienti. Nel saggio citato, Romano Guardini sostiene che il Dio dei filosofi e dei sapienti menzionato da Pascal è «quello che s’intende con l’idea dell’Assoluto, quale si può raggiungere attraverso la speculazione sulla realtà esterna, o l’analisi dell’esperienza interiore, o la riflessione sul mondo della logica e dei valori, o in qual si voglia altro modo. Dunque “Causa prima”, “Essere supremo”, “Idea assoluta”, “Legge eterna” o “Valore assoluto” ecc. La caratteristica di questo modo di definire Dio è che lo si cerca di concepire in assoluta incondizionatezza; libero da tutto ciò che può significare in un senso qualsiasi limitazione o finitizzazione, mondanizzamento, antropomorfizzamento. Questo Dio non si può mai pensare assoluto abbastanza». A questo Dio astratto ed elitario Pascal contrappone il Dio vivo, il Dio di amore e misericordia (il Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe, il Dio di Gesù Cristo). Scrive Guardini: «In tutto questo vien posta allo spirito un’affermazione e una richiesta filosofica contro la quale si spezza la filosofia pura: che la categoria ultima del cristianesimo – e ‘categoria’ significa la condizione a priori per ogni predicazione di una determinata sfera – è il particolare e irripetibile fatto della personalità concreta di Gesù di Nazareth».

Romano Guardini

D’altra parte, bisogna tener presente che Blaise Pascal è anche lui un filosofo e un sapiente. Scrive ancora Guardini: «Per Pascal il mondo resta il mondo; la filosofia resta la filosofia; ma tutto viene assorbito in un nuovo complesso e al pensiero viene richiesto un nuovo sforzo per la consapevolezza che quel Dio, che il filosofo intende come l’Assoluto, è in realtà il Dio vivo che entra nella storia nella persona di Gesù Cristo; e il rapporto dell’uomo verso Dio, che la dottrina filosofica dell’esistenza concepisce come rapporto con l’Assoluto, è in realtà la vita del chiamato da Dio tesa verso il Dio vivo». Anche secondo Tanzella-Nitti «non pare corretto impiegare il brivido pascaliano della conoscenza esperienziale, in Gesù Cristo, del Dio di misericordia e di consolazione, quale attrezzo per operare una rottura fra l’Assoluto (in)conoscibile dalla ragione filosofica (e talvolta intravisto dalla ragione scientifica) e il Dio rivelatosi nella storia. Una cesura resa in occasioni ancor più severa dalla affrettata identificazione dei savants, cui Pascal si riferisce nel Memoriale, con gli scienziati odierni, che pure a loro modo tematizzano l’esistenza di un Fondamento per tutto l’essere materiale. Pur nella diversità della Sua immagine, Egli permane un identico soggetto. Una simile cesura non crediamo sarebbe stata sottoscritta neanche dallo stesso Pascal, che nel mettere per iscritto gli appunti della sua Apologia [un’apologia del cristianesimo, opera progettata ma rimasta incompiuta, che avrebbe dovuto raccogliere e sistematizzare i singoli pensieri] ha sempre affermato l’amore all’unica verità, senza mai cessare di essere uomo di scienza».

La madre di Blaise era morta nel 1626, il padre morì nel 1651. La visione religiosa di Blaise aveva influenzato la sorella minore Jacqueline, dotata di un notevole talento per la poesia, che a un certo punto decise di consacrarsi totalmente a Dio e nei primi giorni del 1652 entrò nel monastero di Port-Royal contro il volere del fratello, il quale tuttavia, qualche mese dopo, avrebbe accettato la scelta della sorella. A propria volta, Suor Jacqueline mise in guardia Blaise quando lui, per un certo tempo, si era dato alle distrazioni della vita mondana dietro consiglio dei medici. Ella morì il 4 ottobre 1661, meno di un anno prima della morte di suo fratello.

Ritratto di Jacqueline Pascal

Soprattutto dopo l’esperienza riportata nel Memoriale, Blaise Pascal si dedicò intensamente alla meditazione della Sacra Scrittura e alla preghiera, alle rinunce e alle mortificazioni personali, accettando di buon grado le sofferenze fisiche che pativa a causa della sua malattia, aggravatasi nell’inverno del 1658, e non perdendo occasione per contribuire all’edificazione spirituale di chi veniva a contatto con lui. Rivolse un’attenzione particolare alle opere di carità verso i poveri, privandosi a volte persino del necessario per sé stesso, e ne accolse anche una famiglia nella propria casa; il tutto sempre con grande riservatezza. Nella fase terminale della sua malattia manifestò il desiderio di essere trasportato all’ospedale parigino degli Incurabili, così da poter morire accanto ai poveri; la richiesta, però, non venne soddisfatta in quanto la sorella maggiore di Blaise, Gilberte, sposata con figli, che lo aveva accolto nella propria casa, gli fece sapere che i medici non lo consideravano in grave pericolo di morte. Blaise lasciò in eredità ai poveri metà dei suoi beni. Si spense dopo aver ricevuto i sacramenti della Confessione, della Comunione e dell’Unzione degli Infermi. Le sue ultime parole furono: «Che Dio non mi abbandoni mai!».

In un famoso libro uscito nel 1937, il matematico e scrittore Eric T. Bell, scozzese naturalizzato statunitense, pur annoverando Blaise Pascal fra le menti matematiche più straordinarie di tutti i tempi, esprime su di lui un giudizio sostanzialmente negativo quando scrive: «La sua esistenza è un continuo commento dei due racconti del Nuovo Testamento che era il suo compagno fedele e il suo conforto sicuro: la parabola dei talenti e l’osservazione sul vino nuovo che spezza i vecchi otri. Se è mai esistito un uomo meravigliosamente favorito dalla natura che abbia seppellito il proprio ingegno, questi è Pascal; se mai uno spirito medioevale è stato dilaniato dai propri sforzi per trattenere il vino nuovo della scienza del XVII secolo, tale spirito è Pascal. Le sue magnifiche qualità si erano rifugiate all’Albergo del Malaugurio» (mi riferisco al libro intitolato in italiano I grandi matematici, traduzione di Dina Aduni e prefazione della matematica Laura Toti Rigatelli, Sansoni Editore 1990).

Io non condivido il giudizio di Bell su Blaise Pascal, e mi trovo invece in sintonia con Papa Francesco il quale, di recente, ha espresso il desiderio che sia avviata la causa di beatificazione di questo testimone esemplare della fede cristiana.


Giorgio Della Rocca

Sono nato il 10 Agosto 1964 a Pontinia, comune dell’Agro Pontino in provincia di Latina, e vi abito. Mi sono diplomato al Liceo Scientifico "G.B. Grassi" di Latina, e laureato in Matematica con indirizzo Didattico all’Università degli Studi "La Sapienza" di Roma. Negli anni Novanta ho svolto attività di collaborazione con "La Sapienza", anche presso la sede decentrata di Latina. Dal 1992 insegno Matematica in quello che attualmente è l’Istituto Statale di Istruzione Superiore "San Benedetto" (fondato nel 1956), situato nel territorio del comune di Latina. Altri interessi si possono evincere dai miei articoli presenti in "ScuolaFilosofica". Il mio motto: Scienza, Coscienza, Sapienza!

One Comment

  1. Giorgio Della RoccaGiorgio Della Rocca 21 Giugno, 2023

    Intervengo per un “aggiornamento” molto significativo.

    In occasione del quarto centenario della nascita di Blaise Pascal, Papa Francesco ha dedicato alla sua figura la Lettera Apostolica Sublimitas et miseria hominis (19 giugno 2023).
    Ne riporto il passo conclusivo: «Possano la sua opera luminosa e gli esempi della sua vita, così profondamente battezzata in Gesù Cristo, aiutarci a percorrere sino alla fine il cammino della verità, della conversione e della carità. Perché la vita di un uomo è tanto breve: “Eternamente nella gioia per un giorno di prova sulla terra” [dal Memoriale di Blaise Pascal]».

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