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Alcune osservazioni sul concetto di realtà

 

Nel recentissimo libro Che cos’è reale? (La scomparsa di Majorana) [Neri Pozza Editore 2016] il filosofo Giorgio Agamben, il quale è stato anche attore cinematografico, avendo interpretato il ruolo dell’apostolo Filippo nel celebre film Il Vangelo secondo Matteo di Pier Paolo Pasolini (1964), riesamina la questione della misteriosa scomparsa del fisico Ettore Majorana, nato a Catania nel 1906 (come ricorda l’autore, la questione era già stata analizzata, ad esempio, dallo scrittore e politico militante Leonardo Sciascia in un libro del 1975, e dal fisico Erasmo Recami in un libro del 1987).

Nell’articolo Il valore delle leggi statistiche nella fisica e nelle scienze sociali [proposto inizialmente da Majorana a una rivista di sociologia ma pubblicato solamente nel numero del marzo 1942 della rivista Scientia, dopo la scomparsa dell’autore] il fisico, prendendo in considerazione la descrizione dei fenomeni (principalmente a livello atomico e subatomico) effettuata nella meccanica quantistica, evidenziava «un reale difetto di determinismo» (dovuto al peculiare carattere statistico delle leggi fisiche coinvolte) e «una certa mancanza di oggettività» (dovuta all’ineliminabile perturbazione apportata al sistema fisico dal procedimento di osservazione) presenti, «per ragioni di principio», nella descrizione stessa [l’articolo è riportato integralmente nel libro citato all’inizio, p. 55-78]. Agamben giunge alla seguente affascinante conclusione: «L’ipotesi che intendiamo suggerire è che, se la convenzione che regge la meccanica quantistica è che la realtà deve eclissarsi nella probabilità, allora la scomparsa è l’unico modo in cui il reale può affermarsi perentoriamente come tale, sottraendosi alla presa del calcolo. Majorana ha fatto della sua stessa persona la cifra esemplare dello statuto del reale nell’universo probabilistico della fisica contemporanea e ha prodotto in questo modo un evento insieme assolutamente reale e assolutamente improbabile. Decidendo, quella sera di marzo del 1938, di sparire nel nulla e di confondere ogni traccia sperimentalmente rilevabile della sua scomparsa, egli ha posto alla scienza la domanda che aspetta ancora la sua inesigibile e, tuttavia, ineludibile risposta: che cos’è reale?» (p. 52-53).

Il problema di appurare che cosa sia (o possa essere) reale non è sempre facilmente risolvibile, nemmeno in ambito strettamente scientifico!

 

Il libro La scienza e i miracoli (Conversazioni sui rapporti tra scienza e fede) [1996, io faccio riferimento alla prima edizione TEA 2006], scritto dal fisico Russell Stannard, raccoglie varie conversazioni che l’autore ha realizzato interpellando autorevoli esponenti della comunità scientifica e di quella umanistica – qui utilizzo una terminologia tradizionale sebbene, a mio parere, non sia possibile operare una distinzione netta fra le due comunità –, al fine di mettere in risalto la plausibilità di certe dimensioni della realtà che non rispondono al criterio della verificabilità scientifica (intesa in senso stretto). Emblematico è il seguente intervento del filosofo Roger Trigg: «Secondo me la teologia – che, dopo tutto, un tempo era definita la ‘Regina delle Scienze’ – ha una cosa in comune con la scienza: il suo argomento è governato dalla natura della realtà oggettiva. D’altra parte non è corretto pensare che la teologia sia solo un’altra scienza fisica, e che si possa fare della teologia compiendo comuni esperimenti: insomma, non possiamo dire che se non riusciamo a scoprire Dio in laboratorio vuol dire che Dio non c’è. Questo è l’errore compiuto dai filosofi chiamati ‘positivisti logici’. Essi tendevano a pensare che, se una cosa non era verificabile, voleva dire che non era significativa. Ciò equivale a fare della scienza l’arbitro di ciò che esiste. Ora, sicuramente essa lo è limitatamente a ciò che esiste fisicamente. Ma se lei crede, come credo io, che possano esserci altri regni della realtà, allora la scienza non potrà dare risposta alla domanda fondamentale, relativa a che cosa esiste in quei regni. Potrebbero esserci altri modi di scoprire altri tipi di realtà, ciò nondimeno autentici e importanti» (p. 231). Stannard conclude il suo libro con la seguente riflessione: «Gesù disse che bisogna diventare come i bambini per entrare nel Regno dei Cieli. Unito all’umiltà, quello stesso atteggiamento entusiasta sembra essenziale anche nella scienza. Forse, il primo passo, e anche il più importante, verso una migliore comprensione della scienza, della religione, e dei loro reciproci rapporti, consiste nel ripristino di un’onesta e autentica apertura a nuove imprese e a nuovi modi di pensare» (p. 248).

Più che di una nuova logica, si tratta di una Logica nuova


Giorgio Della Rocca

Sono nato il 10 agosto 1964 a Pontinia (comune dell’Agro Pontino, in provincia di Latina), e vi risiedo. Mi sono diplomato al Liceo Scientifico G.B. Grassi di Latina, e laureato in matematica all’Università degli Studi La Sapienza di Roma. Negli anni Novanta, oltre a insegnare matematica in Istituti di Scuola Secondaria Superiore, ho svolto attività di collaborazione, in ambito matematico e didattico matematico, con l’Università La Sapienza; attualmente, insegno matematica in un Istituto di Istruzione Superiore del Comune di Latina. M’interesso in modo particolare anche di altre scienze, di certa filosofia, di certa teologia, di certa musica, di certa pittura, di certa narrativa.

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