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La felicità secondo Kant – La felicità di compiere liberamente il proprio dovere


La filosofia di Immanuel Kant è giustamente considerata una delle massime espressioni dell’illuminismo europeo e, più in generale, uno degli apici di tutta la storia della filosofia. Non è certamente un caso che il grandissimo compositore tedesco, Ludwig Van Beethoven, di pochi anni successivo a Kant ne apprezzasse le opere. L’autore dell’inno alla gioia che, poi, diverrà l’inno europeo, lesse la Critica della ragion pratica, fondamentale opera morale kantiana, e ne apprezzò profondamente il pensiero.

La filosofia morale di Kant si impose rapidamente come un nuovo modo di riflettere su antiche questioni e Kant stesso esplicitamente disse più volte che lo scopo intero della sua filosofia era una rigorosa fondazione della morale. Questo chiaro interesse è già presente nella Critica della ragion pura, testo non dedicato alla morale ma alle possibilità e i limiti della nostra capacità di conoscere, opera monumentale e precedente alle opere morali. Kant già introduce il tema morale nella celebre prefazione alla seconda edizione della prima critica, il cui scopo non era affatto di natura squisitamente morale ma: “…quello di sottrarre la metafisica ad ogni influsso dannoso, identificando le fonti dei suoi errori”. Il grande filosofo di Königsberg, città dell’allora Prussia, però già guardava ai problemi più profondi dell’interiorità umana.

Secondo uno dei massimi e più recenti biografi di Kant, l’intera ricerca del filosofo tedesco è basata sulla ricerca del fondamento ultimo della morale. Così dice Manfred Kuehn: “Gli interessi di Kant erano, in definitiva, di natura morale e, forse, addirittura religiosi”. Tuttavia, come già abbiamo accennato en passant, Kant è il primo filosofo che considereremo che non ritiene che la ricerca della morale debba fondarsi in alcun modo sulla natura. Per tale ragione è il primo filosofo che non richiede la ricostruzione succinta di tutto il suo pensiero, almeno per i nostri scopi: a noi basterà ricomporre alcune parti del suo pensiero morale. Questo perché il filosofo di Königsberg scinde nettamente il fondamento della morale dai fondamenti metafisici della realtà e della natura umana. Inoltre, mentre i filosofi incontrati nel nostro percorso si sono concentrati nel legame della felicità con la natura, ritenendo in fondo la natura sufficientemente benevola per essere la vera base della ricerca della felicità, il filosofo di Königsberg ha un’idea estremamente negativa della natura rispetto alla ragione. Ed è appunto per questo che Kant sviluppa il problema della felicità in piena antitesi con quanto abbiamo visto fin ora e, sostanzialmente, arriva ad una formulazione non esattamente lusinghiera di essa. Però, come tutti i filosofi prima di lui, anche Kant lascia aperto uno spiraglio alla felicità umana.

Il problema della felicità è inquadrato all’interno della filosofia morale. In generale, potremmo dire che il vero problema morale, per Kant, non è affatto quello di trovare una via per la felicità umana, ma quello di trovare un giusto fondamento per la vita buona. Questo era proprio il contrario di quanto si proponeva Spinoza, secondo il quale il primo obiettivo della filosofia era mostrare in che modo l’uomo può essere libero dalle passioni e quindi felice per la beatitudine della contemplazione del Dio assolutamente infinito. Per capire la posizione di Kant sulla felicità, sulla sua legittimità e i suoi limiti, è indispensabile ripercorrere a grandi linee il suo pensiero morale e su ciò che egli concepisce come il vero fine della vita umana.

Le azioni umane traggono la loro origine dalla volontà. La volontà è, secondo Kant, la facoltà umana preposta alle decisioni. La nostra capacità di scegliere dipende dal fatto che riusciamo ad immaginarci qualcosa nella mente e poi la traduciamo in azione. In particolare, la volontà è in grado di figurarsi uno scopo da tradurre poi praticamente.[1] Facciamo un esempio per capire in cosa consista questo concetto vagamente astratto della nostra facoltà di decidere. Se una persona deve scegliere quale automobile vuole, può farlo perché egli ne può immaginare una e poi un’alternativa. La rappresentazione mentale delle auto di diverso tipo è la base della scelta che verrà poi operata dalla volontà e che si tradurrà nell’acquisto di una delle due automobili. Quindi, la volontà è la nostra facoltà di decidere tra alternative visualizzate attraverso l’immaginazione.

Altri filosofi prima di Kant si sono posti il problema della volontà, ovvero comprendere se esiste un destino, una storia naturale, che elimina ogni nostra capacità di decidere. In altre parole, il problema è stabilire se la volontà sia libera oppure no. Questo è un problema che abbiamo già visto ripetutamente perché si tratta di uno dei temi ricorrenti all’interno della storia della filosofia Occidentale ed è importante proprio per comprendere se e in che modo la felicità umana sia possibile. Infatti, se la volontà è completamente determinata dai condizionamenti, dalle cause antecedenti alla decisione o da altri generi di ostacoli, allora non c’è alcuna libertà nella decisione e, quindi, secondo alcuni, è illecito parlare di volontà. Così il soggetto umano non può fare a meno di assecondare la natura. Cerchiamo di visualizzare il punto con un esempio. Un cane è un mammifero dotato di una certa intelligenza ma diremmo che egli non ha una volontà libera perché i suoi desideri sono sempre determinati dalla sua stessa natura. Secondo alcuni, anche per l’uomo il discorso è lo stesso. Era la posizione degli stoici ed era l’idea di Spinoza, che violentemente si scagliava contro ogni forma di libero arbitrio. Spinoza utilizzò l’immagine del paradosso dell’asino di Buridano, che mostrava come un asino posto ad equa distanza da due balle di fieno, sarebbe morto di fame per via dell’incapacità di scelta e ne concludeva che in condizioni sufficientemente idealizzate l’uomo non si sarebbe comportato diversamente. Spinoza, quindi, era contro l’idea di un’esistenza di una volontà libera. Kant non la poteva pensare più diversamente.

La libertà è un requisito indispensabile della morale, alternativamente essa non ha alcun senso. Solo assumendo che la volontà è libera ogni discorso morale diventa sensato perché la scelta dipende da noi, dal soggetto. Come sarebbe possibile una morale senza che l’essere umano sia libero di scegliere, si chiede Kant? La libertà, dunque, è un prerequisito della morale. Tuttavia, risulta evidente che l’uomo è continuamente limitato tanto nelle scelte quanto nelle sue azioni. Quindi, in che modo la volontà si determina e in che modo è limitata?

Kant sottolinea che la volontà può scegliere o sulla base dei sentimenti o sulla base della ragione. I sentimenti sono delle sensazioni che non dipendono interamente da noi, ma anche dal mondo esterno. Quando ascolto una melodia, il sentimento provato dipende in parte dalla musica e non interamente da me. Se qualcuno mi pesta un piede per strada e non chiede scusa, intanto provo dolore per il danno fisico e poi istintivamente provo rabbia per l’assenza del riconoscimento del danno. Tutto ciò avviene in modo automatico, indipendentemente dalla mia volontà. L’essere umano non ha pieno controllo sui sentimenti proprio perché essi sono dovuti alla causalità esterna, a ciò che non è nel soggetto. In questo Kant concorda con i filosofi già incontrati: le sensazioni e i sentimenti hanno il potere di restringere la libertà umana ma non sono mai in grado di azzerarla. A parte una sola eccezione che considereremo dopo, ciò vale per ogni tipo di sentimento. In ogni caso, sembrano esistere dei sentimenti o delle inclinazioni che ci spingono verso ciò che causa in noi la felicità. Questo è un tema antico nella storia della filosofia morale, come abbiamo visto, ed era l’idea che la natura umana in sé produce delle inclinazioni, degli istinti, dei sentimenti che indirizzano l’uomo a determinarsi verso ciò che consegue alla sua felicità. Vedremo subito come la pensa, invece, il filosofo tedesco.

Effettivamente, è possibile indirizzare la volontà verso la ricerca della felicità ma Kant si oppone vigorosamente a questa possibilità: “Peraltro, il principio della ‘propria felicità’ è il più spregevole; non solo perché falso, e perché dà l’impressione che l’esperienza commisuri sempre il benessere al comportarsi bene; e neppure solo perché non contribuisce in nulla alla fondazione dell’etica, essendo qualcosa di assolutamente diverso rendere un uomo felice o renderlo buono, renderlo saggio e attento al suo utile o renderlo virtuoso; bensì perché basa la moralità su moventi atti, piuttosto, a sotterrarla, e a distruggere tutta la sua sublimità, collocando in una stessa classe ciò che spinge alla virtù con ciò che spinge al vizio, e assegnando solo al calcolo il compito di distinguere l’una dall’altro: sicché la virtù ne viene spenta completamente”. Queste considerazioni sono obiettivamente molto nette e sembrano non lasciare alcuno spazio di legittimità alla ricerca della felicità umana. Come abbiamo già detto, Kant non è particolarmente interessato alla felicità, però, non la esclude del tutto. Sicuramente la ricerca della felicità da sola non è da considerarsi la base per determinare la volontà nella nostra vita. Vediamo allora perché.

I sentimenti dunque possono provocare la nostra volontà a prendere una certa azione piuttosto che un’altra. La volontà è sempre libera, come abbiamo visto, ma tanto più essa si lascia assecondare dalle inclinazioni (parola che Kant usa sovente) o dai sentimenti e tanto più essa è sempre meno libera. Inoltre, essa non sarà mai buona in questo modo. Infatti, i sentimenti e le inclinazioni, i desideri e le voglie sono quanto di più soggettivo, personale e egoistico esista: ben difficilmente esse ci indirizzano verso ciò che rende la vita meritoria. Per questo Kant dice che “il principio della ‘propria felicità’ è il più spregevole”: egli intende dire che esso semplicemente ci invita a massimizzare il nostro benessere, il nostro ego e solo accidentalmente faremo ciò che è buono per noi e per gli altri. Inoltre, secondo il filosofo tedesco, ciò che è buono è buono solamente se non è cercato per altra ragione che non sia quella di fare il bene: se noi cerchiamo di massimizzare il piacere di un nostro caro per sentirci meglio a nostra volta, questa non sarebbe un’azione buona ma solamente un’azione che lo sembra. La ricerca della retta via e i sentimenti non hanno nulla a che fare tra loro. Questo non è un punto solo di Kant, come sappiamo, ma in lui questo tratto viene estremizzato. La retta via nella nostra vita non è questa, non è quella indicata dai sentimenti, ma è quella indicata dalla ragione. Questo è il primo punto fondamentale della filosofia morale kantiana e quindi dobbiamo insisterci il giusto tanto per riuscire a comprendere cosa intenda il filosofo.

L’essere umano è un essere dotato di ragione e, per questo, egli può comandare la volontà a partire dai suoi dettami. Con “comandare” si intende letteralmente l’adeguare la volontà ad un principio, un precetto, grazie al quale anch’essa può definirsi razionale. Abbiamo appena visto che la volontà può essere comandata da un principio che, però, non è razionale, così era il caso del principio della propria felicità. Quindi, non è solamente importante che la volontà sia determinata da dei principi, ma che questi siano di natura razionale. Quindi, la volontà può essere guidata dalla ragione a patto che la ragione le fornisca dei precetti da seguire. In realtà, Kant usa locuzioni assai più forti di queste, nel momento in cui egli dice che la ragione deve comandare la volontà.

Il comando della ragione non è indotto dalle inclinazioni, dunque, non massimizza il nostro punto di vista, il nostro benessere o il nostro personale vantaggio. Infatti, la ragione è libera dai condizionamenti e dalle inclinazioni: “La ragione deve considerarsi come autrice dei suoi princìpi indipendentemente da influssi esteriori; e, di conseguenza, come ragione pratica, o volontà di un essere razionale, dev’essere considerata come libera di per sé. Cioè: la volontà di quest’essere può essere una volontà sua propria solo sotto l’idea della libertà, e questa deve, quindi, essere attribuita, sotto il rispetto pratico, a tutti gli esseri razionali” (Kant, Fondazione della metafisica dei costumi). La ragione stipula un comandamento che Kant chiama “categorico” perché “assolutamente incondizionato”: “La necessità pratica di agire secondo questo principio, il dovere, non si fonda punto su sentimenti, stimoli, inclinazioni, ma solo sul rapporto degli esseri razionali gli uni con gli altri”.

Non è questo il luogo per una discussione estesa di una delle teorie più dettagliate e complesse della storia della filosofia. In questo luogo risulta importante catturare esclusivamente il punto centrale della teoria kantiana della ragione pratica. L’imperativo categorico, dunque, è un comando della ragione la quale stabilisce, prima di tutto, che ogni massima pratica deve essere pensata in modo analogo a come si penserebbe ad una legge di natura. Ad esempio, Vito Corleone, protagonista de Il padrino parte I e in parte de Il padrino parte II, inizia la sua carriera di piccolo criminale perché era solo, senza un lavoro e doveva sfamare la sua famiglia. Vito inizia a vivere di piccoli furti, compiuti insieme ad un compare. Egli era giustificato a rubare? Secondo Kant, per rispondere a questa domanda, avrebbe dovuto pensare in questo modo: “Come sarebbe il mondo se tutti seguissero il principio che è giusto rubare?” Un mondo siffatto, almeno secondo il filosofo tedesco, sarebbe del tutto degenere. Sarebbe un mondo inaccettabile. Infatti, la ragione ci comanda uniformità: ciò che vale per me, deve valere per tutti e viceversa. Un mondo fondato su un simile principio non sarebbe vivibile per gli uomini e, quindi, una simile massima pratica non è razionale e, per ciò, essa è malvagia e va esclusa. Il comandamento morale deve essere formulato come se potesse valere per tutti. Per questo Kant usa la locuzione “come se fosse una legge di natura”: proprio nel senso in cui la legge di gravitazione vale in senso assoluto, così dovremmo porci di fronte al dilemma morale e alla formulazione della massima di ragione.

Kant specifica poi che la massima di ragione non può limitarsi ad una condizione formale, come quella appena presentata. Infatti, quanto abbiamo appena visto è una risposta al come dobbiamo formulare l’imperativo ma non ci indica l’oggetto della nostra azione. Per il momento, infatti, sembra soltanto che lo scopo della ragione sia quella di pensare alla moralità come se lei fosse nella condizione di formulare leggi che valgano come leggi di natura, perfettamente universali, valide per tutti e infatti, Kant pone l’immagine della ragione come del “legislatore universale”. Evidentemente, non può essere tutto qui. Infatti, come abbiamo visto, la volontà abbisogna anche di qualche oggetto per prendere una decisione, per operare una scelta. Occorre, dunque, formulare l’oggetto e i limiti della legge morale.

Per questa ragione, Kant ci dice anche che la massima morale deve considerare come limite l’”essere dotato di ragione”: ogni uomo, ma in realtà ogni entità razionale, ha un valore intrinseco che non può essere prevaricato in alcun modo. Facciamo un esempio forte ma chiaro: il mafioso che usa i suoi sgherri per ottenere i suoi vantaggi è doppiamente malvagio. Prima di tutto, perché i suoi scopi sono contrari alla legge per la sua stessa forma, come abbiamo visto. In secondo luogo, e soprattutto, perché il mafioso usa senza scrupoli gli uomini come mezzi, come strumenti, come oggetti per raggiungere i suoi scopi malvagi. E se gli scopi fossero buoni? Se un uomo usa come strumento un altro uomo per raggiungere un buon obiettivo? Non sarebbe forse questa una valida ragione per questa scelta, non sarebbe razionale? Obbligare in modo subdolo una persona a compiere un’azione buona rimane un’azione malvagia: per Kant sarebbe un’azione malvagia e l’uomo in questione sarebbe parimenti cattivo.

Quindi, a questo punto, si capisce ancor meglio il motivo dell’ulteriore chiarimento di Kant circa gli scopi dell’azione morale: l’uomo deve essere limite e fine dell’azione morale. In altre parole, la massima pratica deve essere indirizzata a valorizzare gli uomini (e ogni essere razionale) nella loro peculiarità. Per questo Kant parla di “dignità” come uno dei valori inalienabili degli esseri umani: la dignità è appunto l’appartenenza di un certo essere razionale a ciò che rientra come oggetto della massima pratica. In definitiva, dunque, l’uomo deve determinare la volontà sui principi della ragione che comandano in modo scevro da inclinazioni o sentimenti sicché l’uomo sia sempre considerato come fine e mai come mezzo. Ma quindi come il filosofo tedesco considera la felicità? Essa è dunque impossibile o addirittura immorale?

La risposta di Kant è semplicemente che tale domanda non è del tutto legittima. Il primo problema per la vita retta degli esseri umani non è la felicità ma la determinazione buona della volontà, cioè la scelta operata sulla base del comandamento della ragione. I comandamenti della ragione sono indipendenti dalle proprie inclinazioni e, quindi, dalla nostra ricerca della felicità. Anche perché la felicità non può essere in alcun modo a fondamento della morale e Kant porta un argomento assai ingegnoso ma complesso a sostegno di questa tesi. Vediamo di comprenderlo.

Abbiamo visto che la volontà è capace di determinarsi sulla base di rappresentazioni, di immagini mentali. Potrebbe essere indirizzata verso la felicità? Lo sarebbe solo se la felicità fosse conoscibile attraverso rappresentazioni. Il problema è che ciò che ci rende felici oggi potrebbe essere molto diverso da ciò che ci renderà felici domani. E in generale, dunque, per prendere una decisione sicura dovremmo essere assolutamente certi che il frutto della nostra decisione conduca alla felicità in modo assolutamente certo: dovremmo ragionare a lungo e forse continueremo a non esserne certi. Quante volte capita di non riuscire a capire quale è la scelta migliore perché è incalcolabile e perché il futuro è sempre incerto e nebuloso? Secondo Kant, solo un essere infinito, cioè un essere che ha conoscenza infinita, potrebbe essere assolutamente certo di quello che lo condurrebbe senza alcun dubbio alla felicità. Ma questo non è assolutamente il caso dell’essere umano, così finito e limitato. Tutti i filosofi precedenti a Kant ritenevano che la felicità fosse quanto di più prezioso esista proprio perché tutti siamo d’accordo sul fatto che lo vogliamo essere e che la natura ci indirizza in qualche modo verso di essa. Il filosofo tedesco ribalta l’argomento: proprio perché la parola è così vaga, ci illudiamo che sia esattamente ciò che vogliamo maggiormente, chiamando cose diversissime nello stesso modo. Quindi, ne conclude Kant, dobbiamo invece comprendere che la felicità non è quel che è più importante nelle nostre vite.

Quindi, da quanto appena detto, sembra che Kant escluda in modo assoluto ogni via alla felicità. In fondo, egli sta usando la parola felicità in modo molto vicino a quello degli stoici come, per esempio, in Seneca e, soprattutto, in Cicerone. E sicuramente il filosofo di Königsberg si era interessato proprio della filosofia stoica durante il periodo in cui scriveva la sua Fondazione della metafisica dei costumi. Così ci dice Kuehn: “Non è certamente un caso che la terminologia de “La fondazione…” è così simile a quella di Cicerone: “volontà”, “dignità”, “autonomia”, “dovere”, “virtù”, “libertà” e molti altri concetti centrali giocano un ruolo fondazionale simile in Cicerone e in Kant”. E infatti non sorprende che anche in Kant, come pure negli stoici, la cesura tra il mondo della ragione e quello della felicità sia così netto e, in fondo, si giunga ad un risultato per certi aspetti in qualche modo analogo. Tuttavia, per Kant la ricerca della felicità non è necessariamente immorale o illegittima, proprio com’era nel caso degli stoici. Innanzi tutto, l’essere razionale prova un peculiare sentimento, il rispetto, tanto verso di sé quanto verso gli altri. Questo sentimento non è niente di vicino alla felicità normalmente intesa, ma discrimina Kant, ad esempio, dagli stoici. In secondo luogo, la ricerca della felicità è possibile nella misura in cui siamo comunque capaci di determinarci mediante la ragione. Il punto è ben chiarito da Paul Guyer, esperto di Kant: “Noi non neghiamo la legittimità della ricerca della nostra felicità, ma prima di tutto dobbiamo sempre cercare la virtù [cioè l’applicazione della ragione] e la felicità soltanto dopo che abbiamo soddisfatto le esigenze della virtù”.

Kant arriva a suggerire che la vita umana più compiuta sia ottenuta dall’applicazione della ragione e dalla soddisfazione della ricerca della felicità proprio nei limiti considerati. Tuttavia, quanto detto sino a qui mostra in modo inequivocabile che per Kant la felicità non sia un necessario prerequisito per la nostra vita e, al contrario, c’è un senso in cui essa non è la retta via. Solo se fossimo degli esseri infiniti, potremmo essere sicuri sulle nostre scelte e determinare la decisione che realmente e senza alcun dubbio determinerà sempre e comunque la nostra felicità. Le cose non stanno così per noi, esseri mortali ed esseri finiti nel tempo. Concludiamo allora con una lunga citazione di Kant che esplicita il suo punto di vista sulla felicità, se non esaurendo il punto, comunque andandoci abbastanza vicino:

In verità troviamo anche che, quanto più una ragione è coltivata e si applica a cercare il godimento vitale e la felicità, tanto più l’uomo si scosta dalla vera contentezza. Di qui, a molti – e precisamente a coloro che più si sono illusi di fame uso – deriva, purché siano abbastanza sinceri per confessarlo, un certo grado di “misologia” ossia di odio per la ragione, poiché, nell’eccesso di ogni vantaggio che essi traggono, non dico dall’invenzione delle arti e del comune gusto, ma addirittura delle scienze (che, alla fine, sembrano essere anch’esse un lusso dell’intelletto), trovano, tuttavia, di essersi soltanto accollati, in realtà, più fatica di quanto non abbiano guadagnato in felicità (6); e finiscono con l’invidiare, anziché disprezzare, il comune atteggiamento degli uomini, più vicino alla guida del semplice istinto naturale: il quale, nel fare e nel non fare, non concede molto spazio alla ragione. E fin qui bisogna riconoscere che il giudizio di coloro che sminuiscono assai, o addirittura stimano al di sotto dello zero, i conclamati vantaggi che la ragione dovrebbe procurarci in vista della felicità e contentezza, non è punto risentito o irriconoscente verso la bontà del governo del mondo: perché al di sotto di un tal giudizio si trova, piuttosto, l’idea d’una diversa e molto più degna finalità della loro esistenza. A questa, e non alla felicità, sarebbe propriamente destinata la ragione, e a essa perciò, come condizione suprema, dovrebbe subordinarsi in gran parte l’intenzione privata dell’individuo.

Poiché, infatti, la ragione non è abbastanza adatta a guidare con sicurezza la volontà verso i suoi oggetti e verso la soddisfazione di tutti i nostri bisogni (che essa contribuisce, in parte, a moltiplicare), mentre a questo scopo ci avrebbe condotti molto più sicuramente un istinto naturale innato; e poiché, d’altra parte, la ragione come facoltà pratica, cioè come tale che abbia un influsso sulla “volontà”, tuttavia ci è data; ne viene che la sua destinazione è di produrre un “volere che sia buono”, non “come mezzo” in vista di altro. bensì “di per se stesso”. E per questo, senza dubbio, la ragione era necessaria come tutte le altre disposizioni che la natura ha posto in atto per raggiungere i suoi fini. Una tal volontà non può essere, dunque, il bene unico e intero, ma deve essere il bene supremo, che condiziona tutti gli altri, inclusa ogni pretesa di felicità. In questo caso si può essere benissimo d’accordo con la saggezza della natura, quando ci si accorge che la cultura della ragione, indispensabile per la prima e incondizionata finalità, limita in molti modi, per lo meno in questa vita, il raggiungimento della seconda, che in ogni caso è condizionata, cioè, della felicità; e, anzi, potrebbe anche ridurla a un nulla, senza che per questo la natura venga meno al suo fine, dato che la ragione, la quale riconosce la sua suprema destinazione pratica nella fondazione di una volontà buona nel raggiungimento di questo scopo non è capace se non di una felicità specialissima, che deriva dal raggiungimento di uno scopo prescritto, a sua volta, solo dalla ragione, quand’anche tutto ciò fosse connesso con qualche danno agli scopi propostici dall’inclinazione.


[1] Per questo Kant dice che la volontà è “la facoltà di desiderare in quanto può essere determinata ad agire mediante concetti, cioè secondo la rappresentazione di uno scopo”.


Giangiuseppe Pili

Giangiuseppe Pili è Ph.D. in filosofia e scienze della mente (2017). E' il fondatore di Scuola Filosofica in cui è editore, redatore e autore. Dalla data di fondazione del portale nel 2009, per SF ha scritto oltre 800 post. Egli è autore di numerosi saggi e articoli in riviste internazionali su tematiche legate all'intelligence, sicurezza e guerra. In lingua italiana ha pubblicato numerosi libri. Scacchista per passione. ---- ENGLISH PRESENTATION ------------------------------------------------- Giangiuseppe Pili - PhD philosophy and sciences of the mind (2017). He is an expert in intelligence and international security, war and philosophy. He is the founder of Scuola Filosofica (Philosophical School). He is a prolific author nationally and internationally. He is a passionate chess player and (back in the days!) amateurish movie maker.

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