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Il padrino – Mario Puzo

Padrino

L’amicizia è tutto. L’amicizia è più del talento. E’ più del governo. E’ quasi uguale alla famiglia. Non dimenticarlo mai.

Don Vito Corleone

Il Padrino è il celebre romanzo di Mario Puzo, edito nel 1969, nel quale vengono narrate le vicende della famiglia Corleone a cui capo sta Don Vito, il padrino. Il libro è la storia degli ultimi anni di vita di Don Vito Corleone. Il romanzo inizia con il matrimonio della famiglia della figlia di Don Vito, Connie Coreleone, con il giovane Carlo Rizzi, un uomo non particolarmente ben visto dal Don e non senza buone ragioni, laddove costui non avrà riguardo alcuno per la moglie sia per le ripetute percosse fisiche che per i più svariati tradimenti. Il matrimonio è l’occasione di riunione di tutti i membri della famiglia. I capiregime, Tessio e Clemenza, vanno a presentare i loro omaggi al loro capo, Don Vito. Sonny, il primogenito della famiglia, partecipa alle attività del Don, per quanto non arriverà mai a ricoprire il ruolo del capo: gli manca la visione strategica, la ragionevolezza, la lucidità. Neppure un consigliori come Tom Hagen può aiutare Sonny per smussare i suoi difetti di carattere. Il consigliori è il consigliere generale del Don, che deve prima di tutto interpretare i desideri del capo prima ancora che siano chiari a quest’ultimo, in modo tale da esprimergli i propri pareri in modo da non perdere tempo e chiarirgli le idee. Tom Hagen era considerato come un figlio dal Don e come un fratello dagli altri membri della famiglia Corleone. Egli era stato trovato per la strada abbandonato quando ancora non aveva dieci anni. Sonny lo portò a casa e la famiglia Corleone si prese cura di lui senza fare domande. Non lo adottarono solo perché il Don non voleva mancare di rispetto ai genitori di Hagen imponendogli il cambio di cognome. Ad ogni modo, Hagen seppe ricambiare il favore della vita cedendo la propria alla Famiglia Corleone. Pur non essendo un siciliano, egli riuscì a ricoprire la carica che, normalmente, veniva mantenuta solo da siciliani. Egli aveva rilevato il ruolo dell’illustre predecessore, Abbandando, che morì di cancro, non senza aver chiesto prima al padrino, Don Corleone, di fargli il favore di fermare la morte: solo Don Vito Corleone avrebbe potuto intercedere per lui per fermare la falce del male che nessuno può bloccare. Morto Abbandando fu la volta di Tom Hagen.

Al matrimonio della sorella era presente anche Mike, il più giovane della famiglia Corleone. Egli riteneva di doversi staccare dalla famiglia e non voleva in alcun modo mischiarsi alla vita del resto dei Corleone. Era bene a conoscenza delle sue attività, per quanto non nei dettagli. Si era addirittura adombrato il sospetto che Mike fosse omosessuale visto il suo portamento e delicatezza femminea, ma una volta che conobbe Key Adams, una ragazza del New England dai modi e dai costumi americani e puritani, tutti si rassicurarono. Mike era talmente convinto della via americana che decise di arruolarsi a combattere i tedeschi. Il padre non vedeva di buon occhio questa scelta: come si poteva andare a combattere per degli sconosciuti i cui interessi non erano minimamente assimilabili a quelli familiari? Non aveva senso. Key Adams conobbe, così, la famiglia Corleone sebbene non abbastanza chiaramente. Mike gli raccontava tristi aneddoti familiari, compreso quello che riguardava Luca Brasi, uno dei killer al soldo della famiglia e uno degli uomini più temuti dalla mala di New York. Ma Key prendeva tutto dal punto di vista dell’osservatore reso parziale dal fascino della comunione familiare delle idee e degli interessi: erano tutti così prodighi nei saluti affettuosi, dalla commistione di interessi reciproci che sembrava che il lavoro sporco non fosse che una conseguenza poco sgradita e collaterale per qualcosa di buono. Key sarebbe arrivata ad altre conclusioni quando conobbe le conseguenze di tale vita sulla sua pelle.

Durante il matrimonio il Don ebbe modo di svolgere il suo ruolo di uomo impegnato socialmente. Il primo dovere del padrino è quello di risolvere i problemi degli altri mediante uno scambio vicendevole di assicurazioni e favori. Il primo vincolo che si instaura è il riconoscimento del rispetto unilaterale del Don, vale a dire il fatto che il Don può fare ciò che la persona gli chiede e non può fare. Il Don è un uomo che risolve i problemi altrui. Di qualunque genere e di qualunque profilo. Non c’è un genere di problema che il Don non sia disposto ad affrontare, salvo i casi in cui si tratti di affari economici o materiali che riguardino la sua famiglia: in caso di conflitti di interesse (come con Sollozzo) allora le posizioni possono cambiare. In tutti gli altri casi Don Corleone si prende cura di coloro che gli propongono dei problemi, se ne fa carico e li risolve. La seconda parte del patto prevede che il padrino può richiedere un favore a sua scelta in qualunque momento di qualunque genere, oltre al riconoscimento del rispetto, cioè della differenza di grado tra lui e il contraente del patto. Questo modo di procedere gli consente di risolvere i suoi personali problemi o quelli di altri. Il principio del padrino consiste nella consapevolezza che non si può vivere da soli e il problema di uno può essere la risorsa di un altro. Questa è una delle grandi lezioni che Don Corleone aveva fatto sua sin da tempi remoti: se un uomo ti chiede una mano e tu risolvi il problema portando la questione ad un altro, hai risolto due problemi in uno e hai aumentato il tuo personale prestigio di fronte ad entrambi. Ed egli sapeva sempre come sfruttare simili situazioni.

La situazione sembrava rosea per la famiglia Corleone, in quel momento la più potente di New York e, di fatto, di quasi tutta l’America. L’idillio fu rotto dal caso Sollozzo. Virgil Sollozzo era un siciliano ben inserito all’interno del traffico di stupefacenti. Egli aveva bisogno dell’appoggio della famiglia Corleone per un investimento di due milioni di dollari e una protezione politica che sarebbe stata possibile solo facendo ricorso ai giudici in mano della famiglia Corleone. Si trattava di valutare i pro e i contro:

“Io penso che si dovrebbe dire di sì” rispose Hagen. “Voi sapete tutte le ragioni ovvie. Ma la più determinante è questa. Ci sono possibilità di far soldi nei narcotici che in qualsiasi altra attività. Se noi ne restiamo fuori, qualcun altro ci entrerà, magari la famiglia Tattaglia. Con gli utili che ne ricaverebbero potranno costruirsi un potere sempre maggiore nella polizia e nella politica. Alla fine ci darebbero addosso per toglierci quello che abbiamo. E’ proprio come per le nazioni. Se si armano, noi dobbiamo armarci. Se divenissero più forti economicamente, diventerebbero una minaccia per noi. Ora abbiamo il gioco d’azzardo e i sindacati e in questo momento sono le cose migliori. Ma ritengo che gli stupefacenti siano l’attività del futuro. Credo sia opportuno entrare nel gioco, altrimenti rischiamo tutto ciò che abbiamo. Non al momento, ma magari fra dieci anni”. Il Don sembrò enormemente impressionato. Tirò una boccata del sigaro e mormorò: “Questa è la cosa più importante, naturalmente”. Sospirò e si alzò in piedi. “Questa è la cosa più importante, naturalmente”.[1]

Eppure il Don, che non tradiva mai fino in fondo con le parole i suoi pensieri, abituato fino in fondo all’idea che ogni informazione rilasciata può essere sempre utilizzata, non era determinato a contrarre il lucroso affare con Sollozzo:

Ho acconsentito a ricevervi per rispetto verso i Tattaglia e perché ho sentito che anche voi siete una persona seria da trattare con rispetto. Devo rispondere negativamente, ma devo dirvene le ragioni. I profitti nel vostro commercio sono imponenti, ma altrettanto lo sono i rischi. La vostra operazione, qualora vi prendessi parte, potrebbe danneggiare gli altri miei interessi. E’ vero che ho molti, molti amici in politica, ma non sarebbero così condiscendenti se la mia attività fosse i narcotici invece del gioco d’azzardo. Ritengono che il gioco, così come l’alcool, sia un vizio innocuo, mentre considerano gli stupefacenti uno sporco commercio. No, non protestate. Vi sto riferendo i loro pensieri, non i miei. Come una persona provveda al proprio sostentamento non mi riguarda. E ciò che sto dicendovi è che questo commercio è troppo rischioso. Tutti i membri della mia famiglia hanno vissuto bene negli ultimi dieci anni, senza pericoli, senza danni. Non posso compromettere loro e i loro mezzi di sussistenza per avidità.[2]

Questi sono passi di una certa importanza, che vanno ben ponderati sia per capire la natura del romanzo e del suo stile, sia per comprendere i meccanismi che esso racconta. L’analisi del Don è sempre di natura razionale, nel senso di un’etica improntata dall’idea che sussista sempre una scelta migliore, ma tale predicato qualitativo “migliore” non è vincolato eticamente. Esso è solo il risultato di un’analisi di tipo economico e di interesse traducibile in vantaggi sociali o materiali. Una scelta che non si traduca in questo genere di possibilità è da scartare a priori. Con “Famiglia” non si intende semplicemente la relazione di parentela familiare, ma l’intero complesso degli stati di interesse coinvolti all’interno delle relazioni umane degli affiliati. Gli affiliati, poi, non sono tutti uguali ma a ciascuno di essi bisogna garantire prima di tutto assistenza. Assistenza che significa capacità di poter accomodare ogni genere di questione. Per fare questo è necessario avere soldi e persone. Per controllare le persone ci vuole la forza e l’intelligenza. Ciascuna per sé non è sufficiente. Per questo Don Vito Corleone si è fatto la fama di uomo “ragionevole”, ma è anche una persona che è in grado di andare oltre la ragionevolezza o, per meglio dire, sa usare la forza in modo da imporre la sua ragionevolezza. Sicché spiega le ragioni a Sollozzo solo per fargli capire che la sua scelta è la migliore nel senso che abbiamo indicato prima. Se Sollozzo divergesse da un simile atteggiamento razionale, allora si passerebbe alla forza. La forza è amministrata da Don Vito sempre in modo tale che sia triste, vale a dire che non si fonda sull’utilizzo escandescente dei sentimenti o della rabbia. Essa è triste nel senso che è fredda, controllata, finalizzata alla sola coercizione.

Sollozzo capisce bene tutto questo. E’ un siciliano (così come viene intesa una persona mafiosa nel libro). Sicché la sua chance è quella di uccidere il Don. Infatti, Sollozzo suppone e ha conferma del fatto che dentro la famiglia Corleone c’è qualcuno che potrebbe cambiare idea. I narcotici sono vantaggiosi, i narcotici sono il futuro. Si tratta di eliminare fisicamente chi ostacola la decisione e puntare sugli uomini nuovi, più disposti del Don ad accettare le sue idee sul traffico di stupefacenti. Egli sa quali sono i suoi uomini: Sonny e Tom Hagen. Entrambi, infatti, avrebbero deciso diversamente. Ma è Don Vito Corleone a comandare. Così Sollozzo tenta di eliminare Don Corleone. Ma il Don non muore. Ed è la tragedia di Sollozzo. Così viene interpretato il tentato omicidio da parte di Sonny, un uomo di temperamento bellicoso, bestiale ma non traviato dalla cattiveria immotivata:

Così Sollozzo immagina che, sbarazzandosi del vecchio, io potrei mettermi con lui negli stupefacenti. Senza il Pop, il potere della Famiglia è almeno dimezzato. Avrei da lottare con tutte le forze per reggere gli affari che ci sono in piedi. Le droghe sono il miglior commercio dell’avvenire e dovremmo entrarci. Ha tentato di far fuori il vecchio semplicemente per una questione di affari, nulla di personale. Dal punto di vista commerciale andrei senz’altro con lui. Ovviamente non mi permetterebbero mai di avvicinarmi troppo. Si preoccuperebbero di impedirmi di tirargli eventualmente un colpo al mancino. Ma sa anche che, una volta accettata la proposta, le altre Famiglie non mi lascerebbero iniziare una guerra un paio di anni dopo giusto per vendicarmi. Inoltre, ha dietro i Tattaglia”.

“Se avessero ucciso il vecchio, cosa avresti fatto?”, chiese Michael.

Sonny disse semplicemente: “Sollozzo è un uomo morto. Non mi importa quanto costerà. Non m’importa se dovremo combattere contro tutte e cinque le Famiglie di New York. Quella Tattaglia sarà annientata. Non m’importa se anche noi finiremo distrutti”.

Michael disse sommesso: “Non è così che farebbe il Pop”.[3]

E non è così che farebbe Michael. Mike prende una decisione importante. Entra a far parte della Famiglia e dei suoi affari. Egli ha capito quanto la sua posizione intransigente fosse sbagliata: si tratta di interessi, non di morale. L’America è un grande paese, ma non abbastanza da tutelare le necessità dei suoi cittadini. Essi sono abbandonati, sono soli e devono vivere sotto i potenti senza mai avere un’opportunità di riscatto, di riconoscimento. La Famiglia garantisce questa protezione, garantisce gli interessi. E l’America è la patria degli interessi. Tutta la filosofia di Mike si ritrova in queste parole:

Tom, non ti lasciare sviare. Tutto è personale. Ogni briciola di affari. Ogni pezzetto di merda che ogni uomo deve mangiare ogni giorno della sua vita, è una questione personale. La chiamano affari. Ok. Ma è personale da morire. Sai da chi l’ho imparato? Dal Don. Il mio vecchio. Il Padrino. Se un fulmine colpisce uno dei suoi amici il vecchio la prende come una questione personale. Il mio arruolamento nei Marines, l’ha preso come una questione personale. Questo è ciò che lo rende grande. Il Grande Don. Prende tutto come un fatto personale. Come Dio. Conosce ogni piuma che cade dalla coda di un passero o comunque diavolo vada. Giusto? E sai una cosa? Non capitano incidenti a quelli che li considerano come un insulto personale. (…) considero il tentativo di Sollozzo di ammazzare mio padre come un fatto personale”. Rise.[4]

Con queste parole, con questa consapevolezza, Mike diventa il successore del Don. Non subito, ma al momento giusto. Egli ha capito l’essenziale. Non conta l’importanza del problema. Non conta la dimensione del problema. Quello che conta è di chi è il problema e come risolverlo. Punto. La mafia di Don Corleone è semplicemente risolvere i problemi della gente senza stare ad investigare la gente. Non tutto è tollerato, ma all’interno della Famiglia tutto deve essere risolto. In un modo o nell’altro. Ed è questa una delle grandi verità della loro peculiare condizione. Loro sanno quello che gli altri fanno e non riescono ad accettare. Loro fanno quello che gli altri non hanno il coraggio di fare. Ma quasi tutti vorrebbero essere come Don Vito e Don Michael Corleone. Perché quasi nessuno ha una morale migliore di loro. Tutti si piegano alla stringente logica degli interessi ed è per questo che la mafia (ne Il Padrino) regna in ogni anfratto sociale.

Ucciso Sollozzo, ucciso il capitano di polizia amico di Sollozzo, Mike è costretto a riparare in Sicilia in uno dei momenti più drammatici dei Corleone: Sonny non è un Don, Don Vito Corleone è sotto sedativi e Tom Hagen non è un consigliere per il tempo di guerra. Connie viene brutalizzata dal marito, a colpi di cinghia e tradimenti. Solo il ritorno del Don, dopo la morte di Sonny, può salvare la famiglia dal precipizio e portare la pace in un periodo in cui la famiglia è minacciata. Intanto i danni sono colossali e tutti rimpiangono la morte di Sonny. Fredo, poi, il terzo fratello, si dimostra un inetto e un depravato e decade da ogni posizione di responsabilità da parte della famiglia. La situazione cambierà quando ritornerà Mike, l’unico in grado di prendere il potere, l’unico in grado di sostituire il Don e riportare la famiglia Corleone a quella grandezza che le spetta. Alla fine della guerra, alla fine degli sforzi. Don Michael è il sovrano di un impero:

Osservò come il marito riceveva i loro omaggi. Gli rammentava le statue di Roma, di quegli imperatori dell’antichità che, per diritto divino, erano arbitri della vita e della morte sui loro sudditi. Una mano sul fianco, il viso atteggiato ad autorità fredda e superba, mentre il corpo era negligentemente e arrogantemente a suo agio, appoggiato su una gamba leggermente più indietro dell’altra. I capiregime erano in piedi davanti a lui.[5]

Il padrino è un romanzo il cui principale pregio consiste nel racconto delle logiche interne alla Famiglia Corleone. I personaggi sono tutti piuttosto spigolosi. Nel senso che sono decisamente sbozzati con l’accetta. Tutti eccetto Mike e Vito Corleone. I due fanno eccezione perché sono coloro che prendono le decisioni. Come la psicologia di Giulio Cesare e Augusto ha la sua importanza, così la psicologia di Mike e Vito ha la sua importanza. Vito Corleone è saggio, benevolo ma razionale, nella misura in cui con “razionale” si intende una capacità di scelta vincolata a precisi parametri di valutazione di interessi quantificabili. Egli non è razionale dal punto di vista morale, nel senso che ritiene esistano degli imperativi morali di natura superiore. Di un certo spessore e di effetto è l’apologia di Don Vito Corleone della ragione. Questo fatto non può rimanere estraneo a un lettore occidentale anche solo superficialmente consapevole del peso del valore della ragione all’interno della sua stessa cultura, così pronta ad accettare l’idea che la ragione se non è condizione sufficiente della morale, è almeno condizione necessaria. Don Vito Corleone è, in questo senso, un vero Occidentale: “Che uomini saremmo dunque, se non usassimo la ragione”, disse. “non saremmo migliori delle bestie nella giungla. Ma abbiamo il raziocinio, possiamo ragionare reciprocamente e ragionare con noi stessi”.[6] L’etica non esiste. Esistono gli interessi. Mike, a differenza del padre, è meno benevolo e più freddo, ma per il resto le differenze sono poche.

Quanto Puzo possa essere poco attento ai fini aspetti psicologici lo dimostra la scarsa cura per i problemi interiori della “conversione” di Mike, prima così contrario alle attività della Famiglia. Mike semplicemente non cambia posizione, comprende e razionalizza un nuovo punto di vista. Non c’è conflitto, non c’è tensione. C’è solo una variazione di prospettiva senza una previa attività psicologica in cui due tesi o più si fronteggiano e si sfidano all’interno di un’interiorità che soffre per le conseguenze della scelta.

Altra caratteristica che potrà, forse, lasciare perplessi è il grado di dettaglio delle descrizioni. Sia per quanto attiene alla descrizione fisica che ambientale la lingua usata è dozzinale, semplice e piana e sfrutta continuamente preconcetti ma non come Stevenson, che usa il luogo comune per prolungare in modo più agevole la fantasia del lettore. Puzo, semplicemente, prende per buona una certa immagine confezionata e la riporta senza troppa analisi e controllo. L’esempio migliore è senz’altro quello della Sicilia, presentata come un giardino antico e bellissimo, in cui la mafia vive e prospera in un quadro quasi idilliaco. Eppure ci si sente a disagio di fronte a simili descrizioni laddove si intravedono solo elementi salienti (asperità, frutteti e statue antiche) senza quei dettagli secondari che costituiscono solo apparentemente gli elementi inutili di una descrizione ma, piuttosto, ne fondano la vera sostanza. In modo analogo, si possono fornire altri due esempi di questa attitudine letteraria di Puzo: le descrizioni degli usi e costumi italiani e il caso dell’operazione di Lucy. Per quanto riguarda gli usi e costumi propri degli italiani (non solo di quelli che vivevano in Sicilia) molto spesso sono veri e propri luoghi comuni: Puzo non è un italiano che riflette da italiano sulla sua gente quanto piuttosto un americano che riflette sugli usi e costumi italiani. Il che può andare anche bene, sin tanto che si rispetta la prospettiva e non si sconfina nella pretesa di andare oltre la visione parziale per una comprensione che si suppone più globale.

Anche perché in Puzo è assente ogni diretta forma di critica rispetto a quella che è la materia umana descritta, indice chiaro di realismo almeno negli intenti. La differenza è di spessore, laddove molto spesso è la superficie di un gesto e non il gesto a costituire la materia del romanzo di Puzo. Il secondo caso, invece, considera un’operazione di restrizione delle pareti vaginali di una delle figure secondarie del romanzo. Puzo non si tira indietro nella descrizione dell’intervento ma anche a un non chirurgo rimane la sensazione di artificiosità delle informazioni e dei dettagli forniti.

I limiti del romanzo sono più dei suoi pregi, almeno sotto l’aspetto quantitativo. L’analisi psicologica è quasi assente e non semplicemente carente. Le descrizioni sociali e ambientali, come detto, soffrono di particolari e di densità. Inoltre assai spesso non si rimane del tutto avvinti da quanto presentato: tutto suona a volte forzoso o frutto di una fantasia a cui manca l’appiglio di una conoscenza più specifica del mondo che sta trattando. Con il che non si intende che Puzo non abbia un certo grado informativo sul mondo della mafia siciliana in America, ma piuttosto che egli non ne abbia una misura sufficiente per rivoltare tutti gli aspetti, interiori ed esteriori, del mondo mafioso: anche i mafiosi hanno un’anima, hanno dubbi e problemi umani; anche il mondo in cui agiscono è ricco di sfumature e dettagli.

Puzo ha assimilato bene la lezione di Chandler e di Hammett e del noir in generale: egli ha uno stile realista, se con “realismo” si intende una prosa che tenti di riportare la realtà più che di rifletterci sopra e la cui riflessione consiste proprio nel riuscire a considerare i fondamenti stessi dell’azione umana. Per tanto, nel romanzo predominano gli istinti, le azioni brutali e i costituenti stessi della quotidianità: sessualità, violenza, bisogni di prima necessità, medicina e problemi. Questa base magmatica del mondo non trova una collocazione su un piano sufficientemente astratto, capace di scremare dalla prosa quegli elementi decisamente antiestetici che vengono riconsiderati su un piano esteticamente più accettabile. Il fatto che Sonny possa essere l’unico a soddisfare Lucy perché superdotato non sembra essere un dettaglio così importante da meritare una riflessione a sé. Così come non sembra essere importante stabilire che il problema di Lucy fosse quello di una eccessiva grandezza della vagina, causa della sua insoddisfazione sessuale. Questi sono dettagli che devono rientrare nella prosa solo dopo una ricostruzione meno concreta, non per scomparire ma per trovare una collocazione più armonica all’interno di una prosa che miri ad avere una valenza universale ed esteticamente rilevante. Si può parlare e scrivere di tutto, ma non di tutto si può parlare allo stesso modo.

I pregi del romanzo, per quanto pochi, sono abbastanza importanti da ribilanciare i difetti. Il principale pregio e merito consiste nel riflettere sulla mafia, più che da un punto di vista etico da un punto di vista disinteressato (amorale). Essa viene presentata come una compagine sociale in cui vige una stringente logica di conflitto/accordo di interessi. La semplicità con cui viene presentata la realtà mafiosa se, in taluni momenti può comunque essere insufficiente, nella maggioranza dei casi consente a Puzo di portare alla luce meccanismi impliciti degni di nota, come il ruolo giocato dalla ragionevolezza in Don Vito o il peso della realtà quotidiana e dei suoi problemi, i quali sembrano di dettaglio ma che, alla fine, costituiscono il vero materiale pulsante della Storia, intesa proprio come evento dell’umanità nel suo complesso. Sono questi due elementi che rendono il romanzo Il padrino un libro degno di lettura. Esso va letto come una peculiare forma di Storia.

In fine chiudiamo con una nota alle edizioni Corbaccio. I libri sono voluminosi e pesanti da tenere in mano. La carta è spessa e porosa e non è gradevole al tatto. Non sarebbe male poter riconsiderare la grandezza e i materiali del libro, laddove questo deve agevolare la lettura del contenuto culturale e non ostacolarla.

Mario Puzo

 Il Padrino

Corbaccio

Pagine: 451.

Euro: 19,90.


[1] Puzo M., (1969), Il padrino, Corbaccio, Milano, p. 70.

[2] Ivi., Cit., p. 72.

[3] Ivi., Cit., p. 94.

[4] Ivi., Cit., p. 150.

[5] Ivi., Cit., p. 443.

[6] Ivi., Cit., p. 295.


Giangiuseppe Pili

Giangiuseppe Pili è Ph.D. in filosofia e scienze della mente (2017). E' stato assistant professor ed è il fondatore di Scuola Filosofica, coordinatore dell'associazione Azione Filosofica ed è il responsabile della collana dei libri di Scuola Filosofica. Egli è autore di numerosi saggi e di diversi articoli in riviste internazionali. In lingua italiana ha pubblicato numerosi lavori e libri. Scacchista per passione. ---- ENGLISH PRESENTATION ------------------------------------------------- Giangiuseppe Pili - PhD philosophy and sciences of the mind (2017). He is a former assistant professor in intelligence studies and he is the founder of Scuola Filosofica (Philosophical School) and the Co-Founder of the philosophical association Azione Filosofica (Philosophical Action). He is the editor in chief of the collective series of books based on the blog (Le Due Torri - Publisher). He is a prolific author nationally and internationally. He is a passionate chess player and (back in the days!) movie maker.

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