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L’educazione sentimentale – Gustav Flaubert

L’educazione sentimentale è un romanzo scritto da Gustave Flaubert. Esso narra le vicende private del signor Frédéric Moreau, giovane della piccola aristocrazia francese. Il romanzo inizia con il giovane Moreau e con l’amico Deslauries che si rincontrano, dopo anni di separazione. Entrambi lasceranno la provincia per andare a vivere nella capitale, sebbene Moreau e Deslauriers avranno un diverso destino, perché diversi nei desideri. Moreau va alla ricerca del grande amore, mentre Deslauriers va in cerca del potere. Moreau troverà subito l’oggetto dei suoi desideri incarnata nella figura della donna-madre, la signora Arnoux, che fa la sua comparsa sin dalle prime pagine del romanzo e rimarrà avvinghiata alla vita di Moreau (e alla immaginazione del lettore) per tutte le pagine del romanzo. Fu un caso, dunque, che Moreau conobbe la signora Arnoux, come fu pure un caso che la rincontrò a Parigi. Sta di fatto che due casualità finiscono assai spesso per convincere una persona di intelletto non geniale, come è il nostro Frédéric, nella credenza dell’esistenza di un destino. Sicché Moreau finisce per innamorarsi perdutamente della signora Arnoux. Non pago di invaghirsi di una donna felicemente sposata, all’apparenza, non pago di vivere in una condizione di perpetua frustrazione, Moreau cade in uno di quei circoli viziosi, propri di certi elementi umani la cui sensibilità fa da scudo alla realizzazione della propria piccolezza, nel quale la convinzione di essere innamorati di qualcuno si sostituisce al vero sentimento e finisce per essere una sorta di ideale di vita incarnato nel corpo pulsante di una persona reale. Così tenta in ogni modo di intrufolarsi in casa Arnoux, prima spendendo soldi nel negozio d’arte del signor Arnoux, poi andando spesso a cena dei due coniugi. Ma Moreau non è un essere sufficientemente coerente per prendere in considerazione un solo scopo, ma si lascia volentieri cullare dall’ambivalenza dei suoi desideri. Sicché crede, si convince, prova anche a studiare. Prima giurisprudenza, poi letteratura, in fine dipinge. Ma è tutto inutile. Solo la signora Arnoux potrebbe fornirgli quel materiale stabile che ogni intelletto ha bisogno per andare avanti e Moreau finisce ben presto di assegnare ad ogni suo desiderio alternativo un qualche cosa di stabile e costante: lo sforzo non vale il risultato. Solo in un momento la sua vita vacilla. Quando incontra lo spettro della miseria, per questioni familiari. Allora inizia a comprendere che l’esistenza senza denaro non ha senso. Purtroppo non rimane abbastanza in ristrettezze economiche per educarsi: ritorna in possesso di una cospicua fortuna e la prima cosa che pensa è alla signora Arnoux. Si, perché una volta tornato a casa non gli era rimasto che il ricordo, e tutti sanno che i ricordi non parlano, non mangiano e non… vivono. Si era quasi arreso alle lusinghe della giovane Luise, già bambina e già abbandonatasi al signorino Moreau, che Flaubert non si dilunga di descriverci, quasi che fosse una cosa ovvia. Certo, stando ai suoi costanti insuccessi sembra non potersi considerare bello, o, quanto meno, bello abbastanza. Ma chi è bello abbastanza? E, soprattutto, si sa che la sola bellezza, senza soldi e senza carattere, ha solo aiutato a frustrarsi ancora di più. Sta di fatto, comunque, che Moreau torna a Parigi, con una rendita sicura in tasca, nuovamente prodigo di amore, nuovamente incostante nelle voglie. Frequentando la casa Arnoux finisce per capire, e non è neppure stato un percorso sì facile o breve, che il signor Arnoux, così bonaccione, così apparentemente amante della moglie, frequente luoghi per lo meno ambigui con persone per lo meno ambigue. Ed è grazie a lui che conosce la signorina Rosanette, una donna dal passato torbido, che, si scoprirà, essere stata maltrattata e divenuta, poi, una imprenditrice di se stessa. Figurarsi che con Moreau non ha dovuto neppure cedere a favori materiali espliciti per potersi giovare dei suoi favori e della sua compagnia, se non proprio quando Frédéric, ormai svezzato, comprenderà come poter trarre vantaggio del suo corpo.

Nonostante Frédéric e Deslauriers vivano nella stessa città, non si frequentano più di tanto, né si apprezzano per le loro reciproche qualità. Piuttosto sembra che si ricordino, di quando in quando, di essere amici. Ma la loro è una di quelle amicizie fondate sui sentimenti, che, quando ci si prende a noia, ci si ignora. Sicché per la maggioranza delle volte non si tangono minimamente.

Il mondo parigino è in grande fermento. Si parla di rivoluzione e personaggi come Senecal invadono la scena, repubblicani e democratici, idealisti capaci solo di non capire che l’ordine costituito può avere un suo senso. Folli! Ma avranno il fatto loro durante il periodo dei moti rivoluzionari. Ma il vero abitante di Parigi è il borghese di alto lignaggio, quello che casca sempre in piedi, prima con la monarchia e poi con la repubblica: i signori Dambreuse, infatti, sono sempre parte della scena, dal principio del romanzo sino alla fine. E i personaggi come Moreau e Deslauriers, invece, sono sempre alla ricerca di qualcosa che non otterranno mai. Frédéric, nonostante goffi tentativi, ripensamenti, sentimenti, lagnanze, frustrazioni, colpi di genio, depressione, riuscirà a dichiararsi alla signora Arnoux, senza scopo, naturalmente. In fine, Moreau riesce a raggiungere il parossismo di desiderare ardentemente, ma sempre secondo il suo modo, anche la signora altolocata, la Dambreuse, sicché alla donna-madre, alla donna-vergine, alla donna-prostituta, si aggiunga anche l’ultimo cliché degli amori maschili, al maschile e per il maschile: la donna-di lignaggio. Com’è nello spirito di un Moreau, però, traditosi nei sentimenti, finirà, si, per conquistare la potente signora, ma sarà anche incapace di tradurre il vantaggio in conquista, dimostrando di essere duplicemente incapace. Coerente fino in fondo con la propria incostanza, Moreau finirà per giungere alla vecchiaia sostanzialmente intatto, privo di sostanza umana, insieme al suo compagno, Deslauriers, vittime entrambi dei propri desideri, uomini la cui morale si riassume semplicemente nell’essere ciò che desiderano. Per non farne un bel nulla.

Inutile negarlo, siamo di fronte ad un capolavoro, sebbene il capolavoro di Gustave Flaubert abbia la straordinaria capacità di avvinghiare il lettore alle voglie del personaggio principale, l’eroe, il centro narrativo della vicenda: Frédéric Moreau. Moreau è un piccolo aristocratico, la cui grandezza non si è ancora capita, nonostante siano passati due secoli dalla stesura del romanzo. Egli è un uomo “sentimentale”, così definito nel romanzo, laddove egli è continuamente trasportato dai desideri d’amore. Ma se con questo si intende “sentimentale”, allora stiamo trascurando tutto ciò che un uomo realmente sentimentale è: sensibile, empatico, capace di far suoi i problemi degli altri, capace di ricercare le emozioni elevate e raffinate. Alla fine dei conti, ridurre un “sentimentale” al puro sentimento amoroso è come prendere una giraffa e ridurla al suo collo. Alla fine, chiaramente, il collo fa parte della giraffa, ma non c’è solo il collo. Sicché il protagonista è l’emblema del solo sentimento amoroso maschile inserito in una cornice nel quale esso avvampa di volta in volta per figure archetipiche femminili altrettanto nitide e altrettanto costruite ad hoc. Per carità, non è che Flaubert non sia sufficientemente grande per non tratteggiare anche delle peculiarità caratteriali, ma l’artificiosità della situazione balza agli occhi anche di un lettore distratto. Moreau, infatti, prima si innamora della donna-madre, la signora Arnoux, vale a dire della donna devota, bella come la Madonna, e come la Madonna quasi incorporea, dai modi semplici, non geniale (già, perché l’intelligenza Flaubert non l’ha elargita nei personaggi con grande generosità); poi è il turno della signorina Rosanette, “la marescialla”; poi fa qualche pensiero su Luise, giovane donna campagnola, dai modi troppo rozzi e troppo schiettamente propensa a dichiarare il suo amore per Moreau per poter essere interessante; in fine, arriva anche la signora Dambreuse. Ma, alla fine, è sempre la signora Arnoux a dominare su ogni altra figura, l’unico desiderio stabile nell’instabile cuore ardente di Moreau. Ma il cuore di Moreau è ardente come una camera ardente, perché distrugge da sé tutto quel che vuole. Quali altre qualità possiede Moreau, oltre a questa peculiare forma di sentimentalismo sempre pronto e incapace di tradursi in qualcosa di positivo? Senza dubbio l’incostanza dei desideri, la superficialità delle ricerche, l’insufficienza della volontà, l’assoluta indifferenza nei confronti di quanto lo circonda. Non si è capito bene che cosa desideri Moreau, né se si prenda mai la briga di capire ciò che è giusto e ciò che è ingiusto. Costui sembra un bambino le cui voglie sono a lui stesso celate perché incapace di capire se stesso e il mondo, sicché oscilla costantemente tra il rimpianto e la rabbia, e rari momenti di esaltazione. Ma rimane un uomo dappoco. L’unico dubbio è che l’eroe possa essere considerato in negativo, cioè come quell’elemento umano costruito in modo da far risaltare la sua stessa assurdità. Ma se questa è l’interpretazione corretta, Flaubert non ce ne dà sintomi chiari, sicché, anche nel migliore dei casi, il tentativo non sembra essere giunto a chiarezza sufficiente da essere anche intelligibile, se non a chi è già convinto di aver capito. Rimaniamo solo con la sgradevole sensazione di un gioco artificioso, operato o per mostrare la deficienza o la coerenza di un certo modo di essere, che nella letteratura è stato spesso scambiato per grandezza.

Ma gli altri personaggi del libro non sono certo meglio del signor Moreau. Tutti sono variamente incapaci di raggiungere i propri scopi, a parte i grandi faccendieri, della politica o dell’economia. Il popolo, a sua volta, non è in grado di migliorare la propria sorte e si adombra il dubbio dell’insensatezza del tentativo. Flaubert sembra indicare che la strada della violenza non conduca ad altro che alla violenza per la violenza. Di fatti, alla fine dei conti, la rivoluzione fallisce negli intenti e negli ideali, qualora si sia così folli da credere che ci siano mai stati. Questo è mostrato chiaramente non solo dal fatto che molti che combatterono la rivoluzione furono proprio quei personaggi maggiormente coinvolti nel precedente stato di cose (il signor Arnoux, giusto per dirne uno); ma pure dal fatto che la rivoluzione scatena solo odi, rancori e distruzione e qualche scenetta ridicola, come il comizio elettorale. Nella storia non c’è che violenza, vuoto, dissoluzione. Sicché anche chi ne fa parte non può essere che condotto verso questo destino così ricco di speranza: Deslaurier finirà per sposare Luise, rigettata da Moreau, proprio per ottenere quella solidità economica che i suoi mezzi intellettuali non riuscirono mai ad ottenere.

Il fallimentarismo di ogni ricerca sembra essere l’unico senso proprio del romanzo L’educazione sentimentale, la cui educazione sembra consistere proprio nel rimarcare l’insufficienza di ogni desiderio di mantenere le promesse. Niente si può ottenere, e tutto ciò che si raggiunge non è che un compromesso, un vago palliativo di fronte a ciò che veramente si desiderava. Come il bambino si accontenta del giocattolo, per accettare meglio di non avere la vera pistola, così tutto il mondo di Flaubert si lascia cullare in questo vago senso di inutile ricerca per il bene, che tanto non esiste e non è mai esistito. Non è nei sentimenti. Moreau non lo troverà mai. Non è nel potere. Deslauriers non lo raggiungerà mai. Non è neppure nella borghesia, stando quanto vien detto di lusinghiero sul mondo degli Arnoux e della loro mediocre esistenza. Non è neanche della aristocrazia, che Flaubert descrive in modo grottesco. E che dire dei repubblicani, gente fanatica, capace solo di instillare desideri di violenza. I preti, poi, non hanno mai avuto niente da dirci, sicché non vale manco la pena di tirarli in ballo. La ragione non esiste, non si pensa, non si riflette e ogni forma d’arte non è che appannaggio di personaggi mediocri che cercano qualcosa che non conoscono e non fanno nessuno sforzo per arrivarci. Non staremo qui a riportare esempi, perché non ce n’è neppure bisogno. Non c’è niente, non c’è nulla. La conoscenza non salva. La religione non esiste. La morale è sconosciuta. I problemi etici sono solo questioni da salotto. Il popolo è ottuso. E’ tutto vuoto, come una noce il cui guscio lascia intatto il vuoto interno, mangiato da un insetto invisibile. Questa è l’esistenza umana per Gustave Flaubert. Chiunque la pensi così deve leggere questo grande capolavoro della narrativa francese. Da non perdere, poi, le lezioni di eloquenza sul lavoro di Flaubert.


Gustave

L’EDUCAZIONE SENTIMENTALE

MONDADORI

PAGINE 427

EURO 9,5.


Giangiuseppe Pili

Giangiuseppe Pili è Ph.D. in filosofia e scienze della mente (2017). E' stato assistant professor ed è il fondatore di Scuola Filosofica, coordinatore dell'associazione Azione Filosofica ed è il responsabile della collana dei libri di Scuola Filosofica. Egli è autore di numerosi saggi e di diversi articoli in riviste internazionali. In lingua italiana ha pubblicato numerosi lavori e libri. Scacchista per passione. ---- ENGLISH PRESENTATION ------------------------------------------------- Giangiuseppe Pili - PhD philosophy and sciences of the mind (2017). He is a former assistant professor in intelligence studies and he is the founder of Scuola Filosofica (Philosophical School) and the Co-Founder of the philosophical association Azione Filosofica (Philosophical Action). He is the editor in chief of the collective series of books based on the blog (Le Due Torri - Publisher). He is a prolific author nationally and internationally. He is a passionate chess player and (back in the days!) movie maker.

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