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L’insostenibile leggerezza dell’essere – Milan Kundera

Si erano creati a vicenda un inferno, pur volendosi bene. Il fatto che si volevano bene era la dimostrazione che l’errore non era in loro stessi, nel loro comportamento o nel loro sentimento labile, bensì nella loro incompatibilità, poiché lui era forte e lei debole (…). Ma è proprio il debole che deve saper essere forte e andar via, quando il forte è troppo debole per poter fare del male al debole.

 Milan Kundera

L’insostenibile leggerezza dell’essere è un romanzo di Milan Kundera edito nel 1984 e in Italia nel 1986, fu omaggiato da un grande successo di pubblico e di critica. La trama è quasi del tutto inessenziale, per così dire, di una insostenibile leggerezza: quattro personaggi principali, Tomáš, Tereza, Sabina e Franz vivono in un quadrangolo amoroso senza saperlo. Tomáš e Tereza sono una coppia retta su una reciproca condizione di instabilità, Tomáš infedele sistematico fa da contrappeso nella volontà alla debole Tereza, che però bilancia Tomáš per la fedeltà. Si conobbero in un bar perché Tomáš leggeva un libro, chiave segreta del riconoscimento di un sentimento di partecipazione sottopelle per Tereza. Sabina è una intellettualoide che dipinge quadri in cui la realtà vera incomprensibile si mostra solo attraverso la visione di una menzogna comprensibile: non noi, ma Kundera si lascia trascinare in simili funambolici usi linguistici. Sabina conduce una vita sessuale piuttosto libera, per così dire, e si intreccia anche con la vicenda di Tomáš e Tereza: con il primo in qualità di amante, temporanea ma stabile quasi una figura unica nella vita sessuale e emozionale di Tomáš; con la seconda si conoscono e sanno entrambe della loro reciproca situazione (l’una l’amata ufficiale, l’altra l’amante semipermanente) e si crea così una situazione di reciproco studio in cui finiscono per fotografarsi nude a vicenda. Evidentemente non c’era bisogno di un social network per provare grande passione per gli scatti individuali, se non fosse che all’epoca simili cose erano considerate trasgressive verso una morale bigotta (fosse essa comunista piuttosto che cattolica, unite dal sacro vincolo del perbenismo come ci dice lo stesso Kundera). Ma oggi una simile cosa ci lascerebbe quasi indifferenti nella totale insignificanza (leggerezza, per dirla con Kundera) intrinseca della cosa, facendoci sbuffare esclusivamente per la noia di vedere l’essere umano quel derelitto che spesso si ritrova ad essere. Ma nel mondo kunderiano degli anni ’80 questa forma di trasgressione doveva apparire una rivendicazione di libertà individuale. Che evidentemente ha segnato la storia in positivo, visti i risultati odierni in cui la comunità pornografica è omaggiata di segni ancora di gusto più elevato.

Tornando alla trama di insostenibile leggerezza de L’insostenibile leggerezza…, Franz rappresenta quell’idealista puro e, forse, un po’ ottuso che si cela dietro ad alcuni uomini che hanno vissuto troppo la vita degli altri: professore che vive la vita solo quando smette di studiare e che evidentemente non riconosce nella conoscenza quel valore aureo e sommo per cui è degna l’esistenza, convinto, dunque, di non vivere quando studia (paradosso: quando si studia, quando si conosce si sta forse morendo? Su simili stranezze molti fondano la loro accalorata saggezza prima facie per celare a loro stessi la loro stessa vacuità); convinto di ciò, dunque, Franz crede nella grande marcia che condurrà gli esseri umani alla liberazione. E nel frattempo che la grande marcia aspetta di compirsi, vive la sua storia amorosa con Sabina.

La trama si sviluppa esclusivamente sul quadruplice binario delle singole storie d’amore viste con lo sguardo dei singoli personaggi. Ma Kundera è troppo fine per non mostrare le discrepanze che le coppie si creano tra loro, cioè quei fraintendimenti reciproci che si fondano sul fatto che entrambi i membri della relazione hanno una denotazione diversa per gli stessi termini. Questo tema è talmente importante per Kundera che dedica un intero capitolo (Parole fraintese) e due specie di paragrafi (Piccolo dizionario delle parole fraintese) in cui emergono le differenze della funzione di interpretazione semantica della lingua da parte dei singoli relati individuali.

I caratteri dei personaggi, come ci dice lo stesso Kundera, forse un po’ troppo sollecito di parlare nella sua stessa opera della sua stessa opera senza aggiungere molto a quanto si può sapere su di essa, sono studiati in maniera da rispettare una forma di quadrato aristotelico: due universali e due particolari. Tomáš è un donnaiolo che ama ciascuna donna per le sue peculiarità e riconosce nel sesso lo strumento per giungere alla “verità”. In altre parole, egli non è infedele per il piacere della sessualità (vissuta come un indennizzo dello sforzo per conquistarle, ma non sembra che questo sia tale, visto che nessun uomo come Tomáš sembra avere una tale facilità di deflorare le signore quali che siano) ma per il piacere della scoperta. Così egli ama tutte le donne, ma solo Tereza riveste per lui l’unicità assoluta ma solo perché somma in lei alcune condizioni peculiari e del tutto casuali, per cui egli è innamorato solo di Tereza epperò non disdegna la compagnia di oltre duecento donne (egli è abile anche a fare dei calcoli in tal senso, stime di una importanza letteraria troppo fondamentale per essere soppresse).

Tomáš è un medico che non disdegna l’ingerenza attiva all’interno del panorama politico cecoslovacco. Ma non si è ben capito a che pro, visto che lui stesso riconosce il fatto che non sente un trasporto politico verso alcun che. Alla fine sembra anche per lui che l’unica cosa che abbia senso è quell’aspetto intrinsecamente leggero dell’esistenza che si chiama emozione, che si chiama sentimento, che si chiama sesso. Giusto prima di lasciarci Tomáš scopre che la missione del medico, che credeva fosse la sua ragione di vita, in realtà non gli sta così a cuore. Non era quel che Kundera il suo “Ess muss sein”, di beethoveniana memoria, cioè la sua ragione di vita. Ma noi lo sapevamo ancora prima di arrivare all’agognata ultima pagina. Si era capito.

Tereza, invece, è il particolare della negazione di Tomáš: è fedele solo a lui e nonostante Tomáš le abbia detto ripetutamente che lei è “l’unica donna”, certo in un senso in cui le interpretazioni possono essere le più diverse come piace a Kundera, non riesce a convincersi che intrattenere un rapporto carnale con un altro individuo possa non avere un correlato emotivo che nega l’unicità stessa del rapporto. Ma Kundera è troppo profondo per non far cadere in tentazione anche la stessa Tereza, che scopre il dis-piacere dell’infedeltà. Ma dall’esperienza non ne risulterà rivoluzionata.

Tereza è anch’essa una forma peculiare di quell’attivismo individualistico che ha caratterizzato gli anni 60-70 del secolo XX in cui all’attivismo politico, sociale e culturale era solo un modo come un altro per passare il tempo. Perché passare il tempo è tipicamente un’attività in cui il modo non è così importante rispetto allo scopo. E in quel momento andava abbastanza di moda andare a scattare fotografie per le riviste o accalorarsi nei circoli culturali. Salvo poi non sapere perché bisogna lottare per un popolo e per un paese e riconoscere in sé che alla fine dei conti è il proprio congiunto, il proprio lavoro e il proprio univoco punto di vista ad essere l’unità della coscienza. E allora il resto trova il tempo che trova. Nata da una famiglia disgraziata, rimane per tutta la vita invischiata nella stessa prosecuzione della medesima miseria, perché amava quella stessa madre che la umiliava. Come sempre capita in simili situazioni, non si riesce mai a capire e distinguere il ruolo della vittima rispetto al peso del carnefice.

Sabina è il contraltare negativo di Tomáš: se Tomáš comunque trova in Tereza l’unità della sua propria coscienza emotiva interiore, per quanto deve continuamente sottrarsi nei fatti mediante il suo tradimento sistematico pur sempre per ragioni cognitive, Sabina non riuscirà a riconoscere in Franz il suo amore totale. Nonostante sia quasi sull’orlo di cedere e “gettarsi in ginocchio” per gridare il suo amore per Franz, un uomo “buono, il migliore che avesse conosciuto”, non riesce a non trovare la forza per tradirlo, per lasciarlo, per abbandonarlo. Kundera ci spiega con dovizia di particolari che Sabina è una traditrice sistematica per via della sua educazione. E del fatto che lei sarà sempre incapace di mantenere fede ad un’idea, che, una volta assunta, non potrà privarsi del dovere di tradirla. Cioè di lasciarsi andare verso qualcos’altro.

Franz, infine, è il particolare positivo rispetto a Tereza e la negazione di Tomáš: a differenza di Tomáš tende ad amare una sola donna e a tributarle un amore unico. In particolare egli è totalmente prono verso Sabina. A differenza di Tereza, egli riesce ad avere un ideale positivo da condividere, il suo ” Ess muss sein”, la sua peculiare ragione di vita: la marcia per il meglio dell’umanità. Anche se i personaggi di Kundera non possono avere quella “pesantezza dell’essere” e, per tanto, anche Franz finisce per non riconoscere pienamente il senso della sua vita in questo ideale astratto per riconsiderare il ruolo dell’amore concreto, individuale, carnale. In una parola, per riconsiderare il suo egocentrismo.

Perché nonostante la leggerezza dell’essere dei vari personaggi presentati da Kundera, risulta una sola verità: siano essi pittori, scrittori, medici o fotografi sono tutti retti da una sensualità infantile priva di ragione: non c’è una fuoriuscita dal sé, fuoriuscita positiva in cui nell’altro si ritrova sé stessi e l’altro in sé stessi, quell’amore puro che fa parte del vertice dell’esperienza emotiva individuale. Quell’amore che fa paura proprio perché diventa una forma di unione e di dovere di sé e dell’altro.

Mentre sono tutti involutamente ritorti in una forma di egocentrismo tipico dell’adolescenza in cui ciascuno non fa altro che sovrastimare il proprio Io e ha continuamente a riconoscere nell’altro una superiore dignità che non sia già di per sé un coacervo contrastante di emozioni individuali. Questa umanità, così concentrata sulle proprie ansie personali, riesce in definitiva incapace di amare, di donarsi all’altro senza chiedere conto. In sostanza, risultano perpetuamente infelici come possono essere degli animali che passano di volta in volta in rassegna a quanto gli viene proposto dalla vita, ma non sono capaci di per sé di vivere una vita indipendente dalla loro natura bestiale. Ma per questa parte di esistenza, per questa insostenibile leggerezza dell’essere, non sembra esserci un contraltare reale, un’alternanza, una ragione profonda per l’esistenza. Tutto risulta esclusivamente momentaneo, come se tutto ciò che le persone sono è ciò che vivono nell’istante. Questo potrà anche essere vero in taluni casi, ma non in tutti. E allora la dimensione astratta del romanzo, così avvinghiato alle viscere del lettore, risulta essere piuttosto scarna laddove riesce a far guardare dentro di sé il lettore ma non oltre e più in alto di sé.

In questa dimensione il romanzo ha un suo pregio. Quello di fornire una sorta di terapia d’urto al lettore attento che può rimanere attonito di fronte ad alcune analisi caratteriali e filosofiche, laddove ogni tanto la filosofia di Parmenide fa capolino in una sua peculiare interpretazione che è lecito prenderla con le dovute cautele.

Ma è vero che si tratta di un libro che fa ripensare alle relazioni umane sentimentali. Ed in questo riesce a far emergere alcune considerazioni anche interessanti. Il ruolo della donna, della debolezza, del vicendevole stato di precarietà emotiva che si intreccia con l’incomprensione e l’incompatibilità. Così come il fatto che una relazione umana è sempre il risultato di una casualità quasi intrinseca: potevamo amare una persona diversa, potevamo essere amati da una persona diversa, potevamo avere un altro destino. Quando invece pensiamo sempre che l’amore sia irriducibile, unico, univoco. Ad esempio, a chi non è capitato di pensare qualche volta qualcosa di simile:

Ma quella generosità non era soltanto una scusa? In realtà sapeva che sarebbe stornato da lei! Lei lo aveva chiamato a sé, l’aveva attirato sempre più in basso, come le fate attirano i contadini nei pantani per farli annegare. Aveva approfittato del momento in cui lui aveva i crampi allo stomaco per strappargli la promessa di trasferirsi in campagna! Come aveva saputo essere subdola! Lo aveva invitato a seguirla, come per mettere continuamente alla prova il suo amore, lo aveva chiamato finché adesso, eccolo lì: grigio e stanco, con le mani irrigidite che non avrebbero mai più potuto tenere i bisturi.[1]

Il problema principale del romanzo consiste nel fatto che, dietro al racconto di queste storie d’amore e ai loro meccanismi, rimane sempre il dubbio di non riuscire a vedere qualcosa di particolarmente fulgido per l’umanità. Parlare del sentimento amoroso e della sua fenomenologia è certamente un tonico per lo spirito, epperò Kundera non lo fa neppure in tutte le sue sfaccettature. Ad esempio, si parla continuamente delle emozioni, dei sentimenti, del pre e postcoito. Si parla di continuo dei ricatti e delle incomprensioni tra individui legati. Ma non si parla mai di tutto ciò che rende così fondamentale tutto questo: l’assenza del sesso, la solitudine sentimentale. Rimane sempre dietro l’angolo la frustrazione del momento in cui non si è in grado di sentirsi soddisfatti sentimentalmente e sessualmente. Rimane dietro l’angolo la persona che non riesce a sentirsi amata perché non trova nessuno con cui condividere la sua vita. Non viene presa in considerazione la solitudine opprimente, il senso di sfiducia che pervade l’individuo che non riesce a trovare nessuno che l’ami, che abbia a cuore il suo affetto.

Eppure è proprio per questo che il romanzo ha un senso, ma un senso derivato dall’ovvietà che per noi la sessualità (atto e correlato emotivo) sia una necessità così importante. Sembra appunto che ci si limiti sempre alla superficie, a quello che potrebbe apparire una condizione non ordinaria. Perché la condizione ordinaria è la solitudine, anche nel matrimonio, anche nella relazione. La sfida della vittoria su di essa è appunto il trionfo dell’unione. Ma questo spirito è del tutto ignorato, sembra non far parte dei cuori dei protagonisti, tutti troppo egocentrici per essere davvero indicativi di una metafora più ampia e che utilizzi le viscere dell’uomo per liberarsi verso più alte vette letterarie.

In questo senso, il romanzo è certamente ben scritto e riesce a recuperare davvero quell’essenza leggera che tende a scomparire dalla storia (e non troppo di questo è un peccato). Ma rimane appunto solo a questo aspetto. Non si riesce a evocare una realtà più profonda: perché anche alla leggerezza si può trovare un fondamento più costruttivo, più basilare, essenziale.

Infine, ci sia concessa una osservazione:

Che è rimasto della gente che moriva in Cambogia?

Una grande foto di un’attrice americana che tiene in braccio un bambino di razza gialla.

Che è rimasto di Tomáš?

Una scritta: Voleva il Regno di Dio sulla terra.

Che è rimasto di Beethoven?

Un uomo aggrottato con una chioma inverosimile che pronuncia a voce cupa: “Es muss sein!”[2]

Grazie a Dio non tutto viene conservato. Ma sinché ci sarà l’intelligenza su questo pianeta così leggero, Beethoven è destinato a conservarsi per qualcosa di più di questa immagine. Perché se c’è qualcuno che verrà ricordato per la sua arte nei secoli, quello è senza dubbio Ludwig Van Beethoven. E non tutti avranno la sua stessa fortuna. Per fortuna.


Milan Kundera

L’insostenibile leggerezza dell’essere

Adelphi

Pagine: 318.

Euro: 12,00.

 


[1] Kundera (1986), L’insostenibile leggerezza dell’essere, Adelphi, Milano, p. 314.

[2] Ivi., Cit., p. 282.


Giangiuseppe Pili

Giangiuseppe Pili è Ph.D. in filosofia e scienze della mente (2017). E' stato assistant professor ed è il fondatore di Scuola Filosofica, coordinatore dell'associazione Azione Filosofica ed è il responsabile della collana dei libri di Scuola Filosofica. Egli è autore di numerosi saggi e di diversi articoli in riviste internazionali. In lingua italiana ha pubblicato numerosi lavori e libri. Scacchista per passione. ---- ENGLISH PRESENTATION ------------------------------------------------- Giangiuseppe Pili - PhD philosophy and sciences of the mind (2017). He is a former assistant professor in intelligence studies and he is the founder of Scuola Filosofica (Philosophical School) and the Co-Founder of the philosophical association Azione Filosofica (Philosophical Action). He is the editor in chief of the collective series of books based on the blog (Le Due Torri - Publisher). He is a prolific author nationally and internationally. He is a passionate chess player and (back in the days!) movie maker.

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