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Syria Quello che i media non dicono. Schiavone (a cura di) con Aramu, Khrais, Picasso

Syria Quello che i media non dicono è un lavoro composito che unisce il reportage giornalistico ad analisi di politica internazionale e a considerazioni di natura sociale e culturale. Il libro, pubblicato da Arkadia nel 2013, vuole fornire una panoramica generale su quanto viene taciuto dal sistema mediatico internazionale in generale e dal sistema mediatico italiano in particolare per quanto attiene al più feroce conflitto mediorientale dalla seconda guerra del golfo. L’intento viene conseguito mediante la testimonianza diretta degli autori, coinvolti in termini personali sia in quanto membri dell’associazione Assadakah (Centro Italo-Arabo e del Mediterraneo) che in quanto giornalisti. Gli autori, infatti, riportano la loro personale esperienza, congiuntamente alle loro analisi, su quanto sono in grado di testimoniare per quanto riguarda il conflitto siriano e quanto viene comunicato attraverso i principali media nazionali italiani.

Il conflitto siriano in atto è conosciuto solamente da pochi. L’opinione pubblica è totalmente incapace di farsi una sua idea sulla base delle informazioni reperibili sui principali organi di informazione mediatica: telegiornali, giornali, siti internet delle varie testate. Il risultato è facile da verificare: la popolazione italiana è male informata, nel migliore dei casi. Perché oltre ad avere libero accesso a poche informazioni, quelle stesse sono il frutto di manipolazioni consapevoli e inconsapevoli da parte del sistema mediatico dominante.

La verità balza agli occhi direttamente e indirettamente. Direttamente abbiamo la constatazione dell’impossibilità di focalizzare le cause e gli effetti della guerra in atto e di comprendere le motivazioni profonde del conflitto. Perché il presidente siriano Bashar al Assad intende sterminare la popolazione ribelle? Così appare, infatti, da quanto ci viene presentato. E nonostante sia frequente associare le dittature alle purghe sistematiche, risulta sempre difficile riuscire a dirimere ciò che è vero da ciò che ci si potrebbe aspettare.

Perché nasca una guerra civile ci devono essere le condizioni congiunte di problematiche sociali e politiche per determinare una conflagrazione generale del tessuto sociale. Eppure non si sarebbe detto che in uno degli stati più moderati del medio oriente, fatto confermato da numerosi studi sulla Siria, ci fossero proprio queste caratteristiche. Nessuno spettatore anche poco informato può realmente rispondere al problema del perché questi ribelli siano così determinati e accaniti contro un regime di cui, in precedenza, non si era quasi sentito parlare. Esistono dittature ben più feroci rispetto a quella di Assad, che ha riconosciuto l’istituzione parlamentare e alcuni importanti diritti alla popolazione (questa considerazione è confermata da studiosi di geopolitica piuttosto influenti): la Corea del Nord piuttosto che la Russia di Putin potrebbero essere, per aspetti diversi, considerate come delle regioni in cui la politica interna è segnata da ben più alti tassi di violenza statale, sia nel controllo dell’informazione che della dissidenza interna. Eppure solo in Siria, per il momento, abbiamo assistito ad un tracollo dell’intera struttura sociale.

Da più fonti totalmente diverse (ad esempio, si veda l’articolo specifico molto chiaro riportato in Rivista Italiana Difesa del novembre del 2013, piuttosto che diversi report della rivista ISAG, e da questo stesso libro), fonti diversissime per interessi e per tipologia, abbiamo la conferma del fatto che i ribelli non sono affatto motivati da ragioni di natura democratica (e ben rari sono stati i casi nella storia in cui ribellioni feroci erano animate dalla volontà democratica, proprio perché ben raramente la democrazia sembra essere garante della propria prospettiva individualistica, specie se improntata da ragioni religiose). I ribelli, piuttosto, appartengono alle frange estremiste di gruppi musulmani finanziati da Al Qaeda e da altri gruppi terroristici. Questo viene confermato proprio dal fatto che i gruppi ribelli non sono coordinati da un centro organizzativo centralizzato e sembrano trovarsi in grande difficoltà a trovare un punto d’accordo sia negli intenti che nella logistica.

Mentre appare sempre più chiaro che Assad non sia inviso alla comunità siriana, perché le conseguenze dell’attività militare sarebbe avvertita tanto più rapidamente e il suo collasso sarebbe già avvenuto: se ciò non può dirsi al massimo grado di certezza, ci sono molte ragioni per cui credere in questa idea, se non altro l’evidenza dell’unità interna all’apparato statale che fa capo allo stesso Assad e alla sua famiglia. Ma il caso emblematico ben descritto da questo libro della parlamentare cristiana siriana, Maria Sadeeh, lascia intendere che per quanto una dittatura possa pur sempre essere sempre un sistema altamente imperfetto, ciò nonostante quella di Assad sembra piuttosto essere un ibrido tra una dimensione politica ad alta partecipazione cittadina vicina agli ideali occidentali che non una forma di dispostismo becero tipica di paesi che l’Occidente ha sempre dichiarato “orientali”.

Il libro in questione, dunque, mette in luce almeno tre punti confermati da studiosi di altri interessi e tipologie, il che lascia molto intendere sull’alto grado di attendibilità offerto, che è quanto si richiede ad un lavoro di questo tipo. Innanzi tutto, i media internazionali ed europei sono colpevoli non solo di scarsa informazione, ma anche di cattiva informazione, sistematica e consapevole. A questo va aggiunto che la costruzione di un simile impalcatura mediatica ricalca un processo che è in atto da almeno tre decenni (come ben spiegato dal libro di Maddalena Oliva Fuori fuoco L’arte della guerra e il suo racconto) e che è giunta a piena maturazione con il conflitto siriano: dalla constatazione diretta dei fatti si è passato progressivamente all’assunzione di informazione non confermata per poter costruire a piacimento un’immagine del conflitto che sia in linea con le opinioni assunte dai politici. Questa distorsione mediatica è tanto più grave se si tiene conto che abbiamo raggiunto al vertice ciò che accade nell’ultimo ritrovo delle nostre periferie: si sostiene un’opinione, quale che sia, e si costruisce un racconto falso che sostiene l’opinione assunta.

La seconda tesi, già precedentemente definita, sta nel riconoscimento della complessità della vicenda siriana e della molteplice congiuntura di interessi internazionali da parte delle potenze occidentali che mantengono precariamente un controllo sugli stati in via di sviluppo, specialmente nella zona medio orientale. Precariamente e maldestramente, visti i risultati. E da questi stessi, oltre che dal successivo tentativo di ingerenza diretta americana da parte del premio nobel per la pace Barak Obama, sembra che la leadership occidentale sia largamente problematica. A queste considerazioni di natura internazionale si somma l’evidente degrado del sistema politico nazionale, che non accetta l’ingresso di politici del governo siriano. L’Italia, appendice di interessi nazionali di altri paesi, si sottrae al ruolo di paese capace di instaurare un dialogo costruttivo con il rappresentante del popolo siriano. Un ruolo nuovo, di prestigio politico e di lustro morale. Tutti ideali che ci sono spesso stati estranei nella storia della nostra repubblica. A dimostrazione della nostra debolezza politica a livello internazionale e interno, giacché non ci si assume né la responsabilità di fronte alla comunità internazionale né di fronte alla propria costituzione.

La terza tesi del libro, assai ricco per essere un reportage giornalistico, difende l’idea che il conflitto siriano sia estraneo al popolo siriano e coinvolga la nuova politica di potenza dei nuovi e vecchi attori, che, come nella guerra fredda, preferiscono scenari locali per risolvere i propri interessi conflittuali mediante l’intervento indiretto, piuttosto che cercare di risolvere le contese in modo da non far pagare a terzi le proprie controversie.

Si tratta indubbiamente di un libro interessante, da leggere per comprendere la complessità del conflitto siriano, che riesce a far emergere le peggiori contraddizioni del sistema politico internazionale, ancora avvinghiato alla logica della politica di potenza e della presunta realpolitik, nome che cela spesso mancanze di idee e ferocia nel sistema dei rapporti umani e internazionali, come pure riesce a far emergere le conseguenze delle nostre peculiari limitazioni italiane. Un libro da conservare per comprendere la storia anche quando questa sia stata già scritta da altri.

Schiavone, Khrais, Aramu, Picasso

Syria Quello che i media non dicono

Arkadia

Pagine: 157.

Euro: 15,00.


Giangiuseppe Pili

Giangiuseppe Pili è Ph.D. in filosofia e scienze della mente (2017). E' stato assistant professor ed è il fondatore di Scuola Filosofica, coordinatore dell'associazione Azione Filosofica ed è il responsabile della collana dei libri di Scuola Filosofica. Egli è autore di numerosi saggi e di diversi articoli in riviste internazionali. In lingua italiana ha pubblicato numerosi lavori e libri. Scacchista per passione. ---- ENGLISH PRESENTATION ------------------------------------------------- Giangiuseppe Pili - PhD philosophy and sciences of the mind (2017). He is a former assistant professor in intelligence studies and he is the founder of Scuola Filosofica (Philosophical School) and the Co-Founder of the philosophical association Azione Filosofica (Philosophical Action). He is the editor in chief of the collective series of books based on the blog (Le Due Torri - Publisher). He is a prolific author nationally and internationally. He is a passionate chess player and (back in the days!) movie maker.

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