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La guerra di Giugurta – Sallustio

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Consigliamo – Storia romana parte II – a cura di Francesco W. Pili e l’Sallustio Scrittore


Impegnare se stessi senza costrutto, lavorare per non procurarsi che inimicizie è insensatezza suprema: a meno che uno non sia dominato da quella passione ignobile e perniciosa che consiste nel sacrificare la propria dignità e libertà al potere di pochi.[1]

 

La guerra di Giugurta non è un evento storico centrale nella vicenda imperiale Romana né, in senso lato, della politica estera, giacché i Romani non ampliarono di molto i loro confini né il conflitto fu di lunga durata. Né fu importante per la storia degli effetti, come invece fu la conquista della Macedonia e della Grecia o della Gallia. Fu importante, però, per le ripercussioni e per le conseguenze che la guerra ebbe sulla politica interna e sulla composizione dell’esercito. Sallustio, infatti, storico della decadenza del mos maiorum, cioè degli “costumi degli antichi”, rintraccia nella guerra con il numida Giugurta le cause profonde degli avvenimenti politici della crisi della Repubblica: la guerra non fu solo l’ascesa di Caio Mario, uomo nuovo e popolare, ma anche di Lucio Cornelio Silla, uomo di grandi ambizioni e lussurioso ma anche di grande ingegno e finissima cultura. La guerra di Giugurta segna il momento di passaggio tra il periodo Repubblicano e quello imperiale vero e proprio: periodo di passaggio che imporrà, alla fine, Caio Giulio Cesare come unico uomo a capo del grande impero. Decadenza morale e politica sono le principali ragioni per cui Sallustio compone la sua storia, che è una ricerca morale, il tentativo di razionalizzare una decadenza in atto.

Sallustio, d’altronde, è un uomo colto, la cui inazione politica era stata determinata dai diversi rivolgimenti che aveva avuto nel partito popolare. Prima sostenuto, poi attaccato; poi di nuovo sostenuto, infine abbandonato. Sallustio rivolge, così, al propria attenzione all’ozio che, per un latino, era la ricerca della conoscenza. D’altra parte, lo Storico non era un uomo sprovveduto culturalmente, sebbene nutrisse in sé la contraddizione attuale di considerare meglio il mondo del passato, così idealizzato nei suoi valori, pur riconoscendone tutti i limiti. Sallustio, infatti, uomo del partito popolare, simpatizza sia con Cesare che con Catilina il quale, com’egli lo dipinge nel suo celebre La congiura di Catilina, è considerato come un uomo pericoloso per i mezzi, più che per la posizione politica. Sallustio, inoltre, ha anche una sua visione filosofica di fondo, importante per comprendere la sua opera. Così inizia La guerra di Giugurta:

A torto il genere umano si duole della propria natura perché, debole e di breve durata, è dominata più dal caso che dal valore. Se si vi riflette, al contrario, non si troverà al mondo cosa più alta e mirabile; ciò che manca alla natura umana non è il bigore, non è il tempo, è la costanza nell’operare. La vita dell’uomo scorre sotto la guida, il dominio dello spritio e quando, percorrendo il sentiero della virtù, procede verso la gloria, possiede forza, ptoere, fama, fortuna; ma, del resto, non c’è bisogno di fortuna, poiché non è essa che possa infondere onestà e tenacia o altre doti morali ad alcuno né toglierle a chi le ha. Ma se, schiavo di basse cupidige, l’uomo affonda nell’ozio e nel piacere dei sensi, dopo essersi giovato per breve tempo di voluttà deleterie e aver dissipato neghittosamente in esse forza, tempo e ingegno, allora se la prende con la debolezza della natura: ciascuno, infatti, imputa le proprie colpe alle circostanze. Ma se gli uomini dedicassero al bene l’impiego che mettono nella ricerca di cose disdicevoli, inutili e spesso anche pericolose e dannose, anziché trovarsi in balia dei casi della vita sarebbero loro a dominarli; e raggiungerebbero tale eccellenza da diventare, per loro gloria, da mortali a immortali.[2]

In questo passo, Sallustio chiarisce con precisione la sua posizione in merito alle cause profonde della decadenza di Roma, cause che rintraccia nella natura umana, da un lato, ma anche nell’adozione di costumi “licenziosi” e “corrotti” che sviano l’uomo da una buona prassi ad una cattiva. Uno dei temi morali centrali, che si ripete in tutta l’opera, è il conflitto, descritto nelle grandi personalità, tra la tensione verso il bene (che in genere si concretizza in un’azione lodevole e vantaggiosa per Roma) e verso la dissoluzione (in genere intesa con i piaceri sessuali o i vari altri appetiti sensibili). Sallustio così spiega la sua visione filosofica:

Dato infatti che gli esseri umani si compongono di corpo e anima, tutte le nostre inclinazioni tendono o alla natura del primo o a quella della seconda: bellezza, ricchezza, vigore e altre cose del genere sfumano rapidamente, ma le opere egrege dell’igegno sono, come l’anima, eteren. I pregi del corpo, i doni della fortuna, come hanno avuto un inizio, così avranno una fine; tutto ciò che nasce muore, tutto ciò che cresce declina. Ma lo spirito incorrotto, eterno, signore del genere umano, muove e regola ogni cosa e nulla può dominare su di esso. Tanto più dunque, suscita sbigottimento la perversità di coloro che, dediti ai piaceri dei sensi, trascorrono l’esistenza nel soddisfarli e, senza far nulla, lasciano intorpidire nell’ignoranza, senzaesercitarli, l’intelligenza, che rappresenta ciò che la natura umana possiede di più nobile. E pensare che esistono varie e molteplici attività dello sprito mediante le quali si può raggiungere la celebrità.[3]

Nel mondo Romano, così come lo intende Sallustio, esistono solo due generi di virtus: la virtù pratica e la virtù della conoscenza. La prima attiene ai fatti, alle grandi azioni storiche che i Romani facevano coincidere con le azioni gloriose per Roma. Un passo di grande bellezza e fondamentale chiarezza è l’analogo ne La congiura di Catilina nella quale Sallustio parla rivendica l’importanza dello storico, come dell’uomo capace di restituire, nella sua calma di studioso, tutta l’importanza delle gesta dei grandi uomini della storia e, a seguito del contenuto importante della narrazione, la narrazione stessa si fa grande e importante e, in fine, immortale. D’altra parte, alla pratica della virtù si contrappone la pratica dell’ozio che è la ricerca della virtù epistemica, la cui importanza è costituita dal fatto che l’uomo non è solo azione ma ha in sé lo spirito che l’anima e che, da questo punto di vista, è immortale. Immortale diventa, dunque, la Storia sia perché si trasmette di generazione in generazione e conserva intatta tutta la gloria degli eventi narrati, ma anche perché essa fa leva sulla parte “nobile” dell’uomo: l’intelligenza. Il dualismo sallustiano è anche la risposta ai mali del suo mondo, corruzione e ambizione e dissoluzione dei costumi, dualismo che, di fatto, è anche il tema filosofico di fondo dell’intera opera ed è la chiave di lettura di gran parte delle descrizioni psicologiche (ad esempio di Mario, Silla o Metello ma anche di Emilio Scauro), che alternano virtù e vizi, e delle descrizioni sociali che, nella loro straordinaria ambiguità, consentono di considerare l’evento storico narrato in tutta la sua complessità: Sallustio, infatti, non è uno storico che “appiana” l’analisi storiografica alla narrazione degli eventi, ne questi diventano piani, ma restituisce la densità motivazionale, morale e pratica di chi ha vissuto e deciso quegli eventi e ciò proprio perché la sua filosofia gli consente di vedere e sezionare l’ambiguità umana in tutta la sua portata. Che Sallustio sia anche vittima di una certa forma di “nostalgia dei tempi passati” lo testimonia l’eccellente prefazione di Lidia Storoni Mazzolani, che, però, sembra eccedere nel considerare Sallustio (e la sua opera) vittima della contraddizione, una contraddizione che nasce dal conflitto tra l’irreversibile senso nostalgico con il senso di necessario rinnovamento (Sallustio appartiene al partito dei popolari ma crede nei valori degli antichi). Molto più verosimilmente, data la scelta filosofica di Sallustio, la contraddizione non è data tanto da un fatto di “scissione dell’Io storico narrante”, diviso continuamente tra un presente corrotto e l’adozione di un sistema normativo ideale ormai abbandonato (e forse, obsoleto). La contraddizione è più apparente che reale giacché Sallustio, invece, ravvisa le contraddizioni altrui, non le proprie, e ravvisa la decadenza solo quando e dove è presente. D’altra parte, proprio l’analisi della Storia di Giugurta e de La congiura di Catilina ci fanno propendere verso questa riconsiderazione di Sallustio, sì, nostalgico, ma più filosofo coerente (dualista) che non attivista politico sconfitto, capace solo di lasciare amare tracce nella sua opera.

Le indispensabili precisazioni sull’autore devono lasciare il passo, ora, all’analisi della storia della guerra. Per comprendere le condizioni in cui stava Roma, sarà utile riprendere questo passo, per introdurci al periodo travagliato della Repubblica romana di cui la guerre con Giugurta è uno dei fatti collaterali ma importanti:

Del resto, da qualche anno a Roma era invalso l’uso delle lotte tra partiti e gruppi di potere: da esse derivò il macolstume. Vi contribuirono la pace, il benessere, al quale gli uomini tengono più di ogni altra cosa; laddove prima della distruzione di Cartagine il popolo e Senato si dividevano il governo della Repubblica con misura, con moderazione e tra i cittadini non esisteva competizione di gloria né di potere, la paura dei nemici teneva il popolo sul retto cammino. Ma quando quel terrore cadde dagli animi, prosperarono i vizi che il benessere favorisce e cioè la sfrenatezza e l’arroganza, sì che quella quiete che nei momenti difficili avevano tanto desiderata, quando l’ebbero ottenuta si rivelò più dolorosa e più acerba. e infatti i nobili incominciarono a servirsi della loro autorità, il popolo a sua volta, della libertà , per soddisfare ciascuno le proprie passioni; non facevano che profittare, rubare, saccheggiare, tutto quel che c’era divenne oggetto di contesa tra due parti opposte e la Repubblica che stava nel mezzo fu dilaniata. I nobili erano più forti perché più compatti; la plebe, disunita, dispersa, pur essendo più numerosa, aveva minor potere; sia in pace sia in guerra, dipendeva tutto da un gruppo dominante. Erano sempre gli stessi a disporre dell’erario delle province, delle magistrature, degli onori, dei trionfi. Sul popolo pesava la miseria, incombeva sul popolo l’obbligo delle armi, ma le prede fatte in guerra se le dividevano in pochi, quelli che comandavano. E intanto, i genitori dei combattenti e i loro figli in tenera età, se abitavano vicino a un potente, venivano estromessi dalle loro case; la cupidigia, stimolata dall’esercizio del potere, non conobbe limiti né pudore, si diffuse ovunque, profanò, devastò, ogni luogo, non vi fu più nulla che ispirasse rispetto o apparisse sacro, sino a che l’avidità stessa fu causa della sua rovina. E infatti quando tra i nobili vi fu chi antepose la vera gloria a un potere iniquo, la popolazione incominciò ad agitarsi e la discordia civile scoppiò simile ad un terremoto.[4]

Le cause della guerra vanno fatte iniziare con il patto di fedeltà a Roma di Masinissa, re numida che aiutò i Romani contro la potenza cartaginese durante la terza guerra Punica. Nel 149 a.C., alla morte di Masinissa, eredita il regno Micipsa, figlio del re. Anche costui rimane amico del popolo Romano e, fino alla sua morte, avvenuta nel 118 a. C., nessun problema ci fu con Roma. Ma alla morte di Micipsa, il quale aveva adottato Giugurta, suo nipote, uomo di degne qualità politiche e umane, aveva stabilito che i tre figli, Giugurta, Aderbale e Jempsale, si spartissero equamente il regno. Ma la divisione del regno non fu un fatto pacifico giacché Jempsale non riconosce i diritti di Giugurta, perché, a suo parere, Micipsa non era più in sé all’atto di dichiarazione del suo testamento. Giugurta, però, fa uccidere Jempsale. Questo atto sconcertò Aderbale che chiese l’aiuto del popolo Romano (116 a. C.): un’antica alleanza li legava insieme e solo la forza dell’esercito romano avrebbe dissuaso Giugurta dall’ammazzarlo. Ma Giugurta aveva dei sostenitori potenti in Roma che riescono a dissuadere il Senato dall’intraprendere azioni di guerra contro di lui. Come nota amaramente Sallustio:

Alla lettura di questa missiva, alcuni senatori furono del parere di mandare un esercito in Africa per soccorrere Aderbale il più presto possibile e, nel frattempo, sollecitarono che si deliberasse in merito a Giugurta, per la sua mancata obbedienza agli ambasciatori. Ma anche questa volta i sostenitori del re si impegnarono con tutte le forze affinché non fosse emanata una sentenza contro di lui, e così, come avviene nella maggioranza dei casi, l’interesse della nazione fu posposto all’influenza dei privati.[5]

 In particolare, sono le unzioni continue dei senatori e dei funzionari che consentono a Giugurta l’invasione del regno di Aderbale, l’assedio di Cirta, città nella quale il figlio di Micipsa si era rifugiato, e, dopo l’entrata in forze nella città, fa uccidere Aderbale stesso. Così, Giugurta divenne l’unico re della Numidia (113-111 a. C.). La presa di Cirta, che fu un bagno di sangue perché vennero ammazzati tutti gli italici presenti nella città, segna l’inizio del governo di Giugurta: “Giugurta per prima cosa lo fece morire [Aderbale] sotto le torture; poi, massacrò indistintamente tutti gli adulti, Numidi e commercianti, che si trovò davanti con le armi in pugno”.[6] Dopo questi due anni in cui l’indecisione di Roma è frutto di una politica corrotta e incapace di porre rimedio ai soprusi di Giugurta, invece di intraprendere un’azione decisiva contro il Re, viene lasciata nel tavolo delle trattative la possibilità di schierare un esercito contro il Numida. In realtà, gli interessi nella terra africana non erano tali da indurre un investimento militare di ingenti somme e, inoltre, l’indecisione era anche frutto del relativo momento di stabilità che Roma godeva ai confini: Giugurta, anche nel peggiore dei casi, non avrebbe rappresentato una minaccia per Roma e, dunque, faceva poca differenza se a governare la Numidia fosse un re o tre e se il sovrano locale fosse un uomo ambizioso, uccisore dei propri fratelli e incurante delle volontà del proprio padre morto. In effetti, i motivi potenziali dell’intervento romano sono di due generi: innanzi tutto, per un fatto morale, in secondo luogo per ragioni di diritto internazionale. Quanto alla morale, i Romani hanno sempre dato aiuto ai loro alleati e a chi si è schierato con loro, caratteristica che li ha resi temuti e ammirati tra i popoli non romani. Per quanto riguarda il diritto, invece, i soprusi di Giugurta erano ai danni di amici del popolo Romano che rivendicavano il loro diritto di successione ed essendo affiliati a Roma, essi richiedevano l’aiuto dello Stato Romano a titolo di soci sotto violazione di diritto riconosciuto. Sallustio, infatti, lascia intendere che queste chiare violazioni ai patti (morali e legali) sarebbero state ascoltate, se soltanto i senatori e altre figure istituzionali, non si fossero lasciati corrompere dalle ingenti somme versate da Giugurta.

Sono anni in cui gli intrighi in Roma sono costanti, anni nei quali il Re Numida si giova della facilità della corruzione nella grande città arrivando a pensare “che a Roma tutto fosse in vendita”, come amaramente osserva Sallustio.

Ma non appena Giugurta inviò emissari a tentarlo con l’oro, a fargli notare le difficoltà della guerra di cui aveva il comando, l’animo suo divorato dalla cupidigia, non tardò a cedere. Sceglie Scauro come complice e agente di tutti i suoi divisamenti e questi, benché da principio, quando tutti quelli della sua cricca s’erano lasciati corrompere, avesse vigorosamente attaccato il re, di fronte all’entità delle somme si lasciò sviare dal retto cammino e imboccò quello del disonore.

A questo periodo di oscure trame politiche sottobanco, si aggiunge un fatto gravissimo e increscioso. Massiva, un partente di Massinissa, poteva rivendicare come suo il regno e godeva della simpatia all’interno del popolo Romano, anche perché l’antipatia di Giugurta era controbilanciata esclusivamente dal denaro che utilizzava per corrompere i funzionari romani. Giugurta, che era un uomo di ingegno e pronto a tutto pur di ottenere e conservare il potere, fa uccidere a Roma Massiva da un sicario. Questo fatto fu particolarmente grave perché, in quello stesso periodo, il senato aveva disposto che fosse avviata un’inchiesta per scoprire gli illeciti traffici del Re. Ma il Re era riuscito a corrompere addirittura il tribuno Bebio, che si avvalse del veto per bloccare il procedimento. A questo punto l’indignazione del popolo e dei senatori è tale che nonostante le continue corruzioni e trattative dei sostenitori di Giugurta Roma decide di inviare un contingente armato in Numidia, con a capo il console Albino nel 110 a. C. Costui lascia l’esercito in mano al fratello Aulo, il quale muove contro Giugurta un esercito sfiduciato e impigrito e riceve una sonora sconfitta nella quale il Re Numida lascia la scelta a Aulo: morire trucidato o far passare l’intero esercito romano sotto il gioco in segno di umiliazione. Questa sorta di atto di sottomissione al più forte era il famigerato atto già imposto ai Romani dai Sanniti. E Giugurta avrebbe dovuto riflettere a ciò, giacché questo avrebbe risvegliato la determinazione sopita e quando Roma si alza in piedi, nulla l’arresta.

Roma è presa dallo sdegno verso Aulo, per aver preferito al vita all’umiliazione dell’intera città, e verso Giugurta, che si era macchiato di un atto increscioso nei confronti di quello stesso Stato che aveva voluto tollerare i suoi soprusi. Come spesso capita nella storia, dopo un tollerato malcostume e una molle inefficienza, sia nell’esercito che nell’apparato statale (d’altronde, l’esercito non è che l’estensione stessa dello Stato e ne riflette i vizi e le virtù), si passa ad un periodo in cui la volontà è determinata verso il conseguimento dell’obbiettivo con il giusto mezzo. E il giusto mezzo era un esercito ben equipaggiato, ben motivato, con a capo un generale che sapesse condurre in modo serio la guerra: Metello, un uomo della nobilitas, uomo dai valori forti e dal pugno di ferro. Metello viene mandato in Numidia con il compito di rinvigorire l’esercito e muovere guerra contro Giugurta. Metello è un uomo retto, sobrio, determinato e conduce con rigore l’addestramento delle truppe. Con un esercito schierato in formazione, sconfigge Giugurta a Muthul e a Zama. Giugurta intuisce che i suoi amici in Roma non possono più aiutarlo e che Roma si è mossa in forze per abbatterlo. Così la sua volontà inizia a tentennare. Le sue intenzioni non sono ben chiare neppure a se stesso: fare atto di sottomissione a Roma avrebbe condotto al termine dell’inchiesta ma, forse, avrebbe ancora potuto cercare clemenza; d’altra parte, continuare le ostilità con Roma, sebbene comportasse gravissimi rischi, cercando ancora di comprarsi il favore nella capitale dello Stato, poteva garantirgli il dominio sull’intera Numidia. Così, dopo trattative e tentennamenti, cosa che Giugurta aveva già fatto con Aulo, una strategia che allora si era rivelata vincente, il Re Numida prova anche con Metello a venire a patti che, comunque, non avrebbe mantenuto. Ma Metello si comporta come Giugurta: fa finta di stringere alleanza per continuare le sue manovre, da uomo intelligente e determinato qual’era. La guerra, però, si combatteva in un territorio ostile ai romani, per il caldo e per la scarsa conoscenza del territorio. Giugurta, d’altra parte, aveva capito che se voleva combattere, doveva rinunciare agli scontri campali e, dunque, iniziò una guerriglia, attendendo, vigilando e colpendo al momento giusto le truppe di Metello. La guerra contro Giugurta era tutt’altro che finita.

Nel 108 a. C. Caio Mario, luogotenente di Metello, uomo nuovo e popolare, chiede al suo generale di poter tornare in Roma per partecipare alle elezioni per il consolato. Metello, che era un uomo della nobilitas, saldo nei principi ma anche un po’ troppo rigido, nega l’assenso a Mario. Ma Mario non era uomo da lasciarsi piegare dalla volontà ingiusta di un superiore e alla fine ottiene una licenza, torna a Roma e vince il consolato. Nel mentre che Mario è a Roma, Metello sconfigge assedia la città di Vaga, importante centro della Numidia, come rappresaglia per il massacro compiuto dagli uomini di Giugurta contro una guarnigione romana nelle retrovie. Metello fa trucidare gran parte della popolazione civile, quella che non ammazza costringe in schiavitù e la fa deportare: egli voleva provocare il panico e seminare il terrore della popolazione numidica, mostrando che la potenza di Roma era ben altra cosa che quella di Giugurta. Ma è la strategia globale stessa del generale romano ad essere cambiata, come sempre in nome di una praticità tutta latina:

 Metello dunque, considerando l’animo del re ancora indomito, convinto che la guerra sarà ripresa e non la potrà combattere se non come piace a lui, e che d’altronde la lotta è impari poiché costa meno a loro perdere che ai nostri vincere, si propone di condurre le operazioni con un altro sistema e non con battaglie e schieramenti regolari. Di conseguenza, punta su le regioni più ricche della Numidia, devasta i campi, si impadronisce di fortezze e cittadelle scarsamente munite o prive di guarnigioni e le dà alle fiamme, ordina che gli adulti siano tutti messi a morte e il resto sia preda dele truppe. Si sparge il terrore.[7]

Nonostante questa importante vittoria, nel 107 a. C. Mario ottiene il comando dell’esercito in Numidia perché cavalca l’idea che la guerra fosse stata protratta troppo a lungo, causando ingenti perdite economiche allo Stato, per colpa dell’eccessivo attendismo di Metello che, nonostante il buon operato, non riusciva a chiudere la partita. E ciò non senza qualche ragione, giacché ciò che conduce alla vittoria non è necessariamente lo stesso di ciò che ha prodotto il vantaggio precedente. D’altra parte, non si poteva imputare nulla a Metello, ma Mario aveva bisogno di imporsi sulla scena in modo decisivo e riconoscibile perché non essendo parte della nobilitas ed avendo ottenuto la carica di console solo per merito (come se ciò non fosse sufficiente!), doveva ribadire coi fatti la sua vittoria elettorale. Inoltre, Metello nel frattempo aveva anche conquistato Capsa, una città ai confini con il deserto, imprendibile a detta di molti e città nella quale risiedeva Giugurta che, a seguito della caduta della città stessa, è costretto a fuggire con i figli al seguito. La conquista di Capsa da parte di Metello è, di fatto, la svolta della guerra che, tuttavia, ancora non termina. La caduta di Capsa fu un altro fatto terribile della storia della campagna militare in Numidia:

Gli abitanti della città, quando si resero conto, furono colti da sgomento: terrorizzati per la subitaneità dell’attacco, e perché sapevano che molti dei loro erano usciti di città e quindi si trovavano in balia del nemico, furono costretti alla resa. La città fu data alle fiamme; quanto ai Numidi, i giovani furono messi a morte, gli altri venduti schiavi. Il bottino venne diviso tr ai militari. Fu un fatto atroce e contrario al diritto di guerra; il console però non o commise per ferocia o per cupidigia ma perché si trattava di una città utile a Giugurta, di arduo accesso per noi, e d’una popolazione infida, instabile, che non era stata mai tenuta a freno né con la mitezza né con la paura.[8]

Giugurta è, ormai, alle strette e chiede aiuto a Bocco, re della Mauretania, che entra in guerra contro Roma. Giugurta addestra anche alcune tribù di Getuli:

Dopo la caduta di Thala, Giugurta si convinse che nulla potesse fermare Metello; e perciò si allontanò con un pugno di fedeli e, attraverso vaste zone desertiche, pervenne al paese dei Getuli, popolo selvaggio e barbaro e, a quel tempo, ancora ignaro del nome di Roma. Aduna quella moltitudine; poco alla volta li addestra a rispettare i ranghi, a seguire le insegne, a obbedire agli ordini, infine a osservare la disciplina militare. Inoltre, con ricchi doni e promesse ancor più cospicue, attira dalla sua parte gli intimi del re Bocco; per loro tramite si presenta al re, lo induce a muover guerra ai romani.[9]

Così tra il 107 e il 106 a. C. marcia insieme a Bocco contro Cirta. La strategia di Giugurta, dunque, passa da quella propria di un Re a quella propria di un rivoluzionario ottocentesco: dalla guerra si sposta alla guerriglia, come tutti coloro che sanno che non potranno mai permettersi di poter battere sul campo il proprio avversario.

Mario ha preso il comando dell’esercito, dopo averne arruolato uno di grandi dimensioni quando era ancora a Roma. Mario prese con sé anche i nullatenenti (coloro che al censimento dichiaravano di non avere altro bene che se stessi) perché motivati dalle promesse di arricchimento. Fu un avvenimento epocale nella storia Romana perché ancora Metello disponeva di un esercito strutturato su base repubblicana, che non arruolava tutti, ma solo chi rientrava in alcuni parametri censuari. Mario espugna una dopo l’altra le roccaforti Numide e, in particolare, riporta una grande vittoria alla conquista di Mulucca, una cittadella fortificata su un’altura la cui conquista fu effettuata dopo che un soldato, per caso, scoprì un passaggio inerpicandosi fin sulla cresta, arrivando vicino alle mura. Mario, un uomo la cui ambizione non si fermava di fronte al rischio, decide di far scalare all’intero esercito la collina. Fu così che, anche grazie ad un fatto casuale concomitante che rese libere le mura, Mario riuscì in un impresa straordinaria. D’altra parte, la vittoria di Mario è ribadita anche dal fatto che, come Metello, decide di mostrare cosa voglia dire stare dalla parte sbagliata del fronte: fa ammazzare tutti i giovani. Ma ancora la guerra va avanti perché Giugurta non è più nella posizione di scendere a patti con Roma ma dispone ancora di un certo seguito per provare a prolungare la guerra e, così, la sua vita.

Mario entra in trattativa con Bocco, nella speranza di isolare definitivamente Giugurta. Manda Lucio Cornelio Silla, un uomo di grande ambizione, lussurioso ma coltissimo, per cercare di trovare un sistema per convincere Bocco ad abbandonare Giugurta: fino a che il regno di Mauretania rimaneva al fianco di Giugurta, la guerra sarebbe andata avanti ancora a lungo.

Silla apparteneva a nobile stirpe patrizia, d’un ramo però quasi estinto per la mediocrità dei suoi, Di letteratura greca e latina ne sapeva quanto un erudito; era un uomo ambiziosissimo, avido di piacere ma ancor più di gloria; dedicava il tempo libero alla lussuria, ma pure la voluttà non gli fece trascurare mai i suoi impegni: soltanto il suo comportamento verso la moglie avrebbe potuto essere più onesto. Eloquente, astuto, amabile, d’una capacità di simulazione incredibile addirittura, era prodigo di molte cose, ma soprattutto di denaro. Pur essendo stato il più fortunato di tutti, prima della sua vittoria nelle guerre civii, non è che abbia avuto maggior fortuna di quanta ne abbia meritata: si sono chiesti in molti s’egli fosse più forte o più favorito dalla sorte: quanto alle azioni che compì poi, non se a parlarne si provi più vergogna o disgusto.[10]

Ma Silla riesce a convincere Bocco a consegnargli Giugurta in cambio di grandi favori e dell’amicizia del popolo romano che, come poteva ben vedere, è meglio avere amico che nemico. Bocco diffida di Silla e di Giugurta, non riuscendo a capire quale scelta fosse la migliore. Ma, alla fine, la sua saggezza si vede dalla decisione: fa catturare Giugurta e lo consegna a Silla il quale lo porta a Mario, non senza qualche peripezia nel cammino, e lo scortano fino a Roma.

Quando si seppe che la guerra in Numidia era finita e Giugurta sarebbe stato portato a Roma in catene, Mario fu eletto console benché assente e fli assegnata la provincia della Gallia. Il 1° di gennaio il console celebrò con grande pompa il trionfo. Da quel momento, le speranze e le risorse della poloazione furono riposte in lui.[11]

Giugurta, dunque, è rinchiuso nel carcere Mamertino e lì lasciato morire di stenti..

 


[1] Sallustio, La guerra di Giugurta, III, 3-4.

[2] Sallustio, La guerra di Giugurta, I, 1-5.

[3] Sallustio, La guerra di Giugurta, II, 1-4.

[4] Sallustio, La guerra di Giugurta, XLI, 1-10.

[5] Sallustio, La guerra di Giugurta, XXV, 1-3.

[6] Sallustio, La guerra di Giugurta, XXVI, 3.

[7] Sallustio, La guerra di Giugurta, LV, 5-6.

[8] Sallustio, La guerra di Giugurta, XCI, 5-7.

[9] Sallustio, La guerra di Giugurta, LXXX, 1-3.

[10] Sallustio, La guerra di Giugurta, XCV, 3-4.

[11] Sallustio, La guerra di Giugurta, CXIV, 3-4.


Giangiuseppe Pili

Giangiuseppe Pili è Ph.D. in filosofia e scienze della mente (2017). E' stato assistant professor ed è il fondatore di Scuola Filosofica, coordinatore dell'associazione Azione Filosofica ed è il responsabile della collana dei libri di Scuola Filosofica. Egli è autore di numerosi saggi e di diversi articoli in riviste internazionali. In lingua italiana ha pubblicato numerosi lavori e libri. Scacchista per passione. ---- ENGLISH PRESENTATION ------------------------------------------------- Giangiuseppe Pili - PhD philosophy and sciences of the mind (2017). He is a former assistant professor in intelligence studies and he is the founder of Scuola Filosofica (Philosophical School) and the Co-Founder of the philosophical association Azione Filosofica (Philosophical Action). He is the editor in chief of the collective series of books based on the blog (Le Due Torri - Publisher). He is a prolific author nationally and internationally. He is a passionate chess player and (back in the days!) movie maker.

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