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Foreste: una questione (urgentemente) geopolitica

Sommario

Riprendiamo da dove ci eravamo interrotti… 2

Le foreste di Venezia: una questione di interesse nazionale. 3

In sintesi 9

Le Foreste italiane: un mosaico di biodiversità. 9

In sintesi 10

L’Italia, l’Europa e le foreste. 10

Strategia Nazionale delle Aree Interne. 11

Strategia Forestale Nazionale. 14

In sintesi 15

Foreste e nuove tecnologie. 15

In sintesi 17

Conclusioni 17

Bibliografia scientifica sulle foreste. 18

Riprendiamo da dove ci eravamo interrotti

Qualche anno fa, a quattro mani, scrissi un breve articolo sul ruolo delle foreste naturali in chiave geopolitica. Il titolo: “L’ultima sfida globale: le grandi foreste naturali” lasciava presagire, forse in maniera fin troppo suggestiva, quale fosse l’interpretazione che si intendeva dare della questione, altrimenti molto più legata alla fisica o alla biologia, delle foreste.

Il concetto chiave che intendevo illustrare era il seguente: le foreste naturali sono il risultato di centinaia, talvolta migliaia, di anni di adattamento e sviluppo naturale di eco-sistemi e costituiscono una ragnatela globale in cui eventi che si manifestano in una particolare area geografica, si ripercuotono a migliaia di chilometri di distanza. Coerentemente con il senso del titolo, veniva proposto l’esempio che una forte deforestazione tra Scandinavia ed est Siberiano potrebbe indurre, insieme a uno stravolgimento del clima in parte dell’emisfero nord della Terra, una drastica diminuzione delle precipitazioni in Cina occidentale. Proprio da questa regione dipende la gran parte della supply chain di cereali per il gigante asiatico e non solo. Il nodo difficile da sciogliere, illustrato in quell’articolo, consisteva nella considerazione che la deforestazione è un processo molto complesso da invertire o perfino da arrestare. Anche le grandi potenze, che, in termini assoluti, sono quelle che hanno più da perdere dalle inevitabili conseguenze, difficilmente potrebbero accordarsi su una strategia comune globale. La ragione ovvia è presto detta: dovrebbero esserci politiche comuni di stazionarietà o perfino decrescita, o almeno la convergenza verso diete umane basate su proteine vegetali, oppure condivise soluzioni (tutt’altro che ovvie) per uscire dal paradosso di Jevons (per i più appassionati ne abbiamo già parlato in merito alle start up).

Questa volta, si intende declinare l’urgenza da rivolgere alle foreste[1] a livello nazionale italiano. Per arrivare a chiarire quanto possano essere fondamentali le nostre foreste, partirò da qualche secolo fa, mostrando come proprio queste siano state la vera fortuna di una delle più grandi e influenti potenze marittime del medio evo. In un certo senso, gli alberi hanno rivestito la stessa importanza che è stata attribuita al carbone in fase di rivoluzione industriale e al petrolio successivamente. Tuttavia, mentre carbone e petrolio devono essere – nella stragrande maggioranza dei casi – estratti dalle viscere della terra per essere disponibili, le foreste sono la più antica e naturale rete autostradale di superficie. Curiosamente, inoltre, proprio il legno che è sfruttato da decine di millenni riesce ancora a celarci enormi potenzialità e applicazioni ma, come la storia ci ha dimostrato finora, è in tempi di grave crisi che ci si accorge del valore delle cose.

Ricordando Antonello Venditti: “Certi amori non finiscono, fanno dei giri immensi e poi ritornano” così è per il rapporto fra l’essere umano e le foreste, anche se nel XXI secolo il ritrovato amore per il legno non è più, solamente, dedicato alla costruzione del naviglio e delle infrastrutture, ma si amplia a tutte quelle bio-risorse che corteccia, rami, segatura e foglie hanno preservato per secoli.

Come già fatto parlando di start up innovative e di Business Plan, anche questa volta, chiedo al lettore di armarsi di clemente pazienza perché per arrivare a discutere della Strategia Nazionale delle Aree Interne (SNAI),[2] e della Strategia Forestale Nazionale[3] si dovrà iniziare con un viaggio. Uno dei più celebri probabilmente e che hanno segnato la Storia umana molto a fondo: quello del mercante veneziano Marco Polo (1254-1324). Polo, che da Venezia arrivò in Cina e quindi rientrò in patria, compì buona parte del suo viaggio, soprattutto di andata, via terra. È il simbolo, comunque, della capacità di spostamento e navigazione dei mercanti veneziani, la cui origine territoriale ha segnato la loro fortuna per secoli. Venezia è stata una potenza commerciale di primissimo piano per numerosi decenni, financo per secoli, e non deve la sua gloria solo alla posizione avanzata sul mare ma anche ad un’altra preziosissima risorsa di cui poteva disporre nell’entroterra: le foreste. Grandi aree boschive coprivano la Terra ferma, ostacolando eserciti nemici, esondazioni di fiumi, frane e valanghe, e fornendo le preziosissime componenti per l’Arsenale e la costruzione di case e altre infrastrutture.

Le foreste di Venezia: una questione di interesse nazionale

Il capoluogo veneto, fondato solo successivamente alle invasioni barbariche che posero fine alla parte occidentale dell’Impero Romano, iniziò a svilupparsi prima come vassallo dell’Impero di Costantinopoli e, a partire dal XII secolo, crebbe come potenza autonoma con una proiezione (per i tempi di allora) globale. Questa ascesa imperiale di Venezia[4], sostenuta, anche, da un sicuramente implacabile lavoro di intelligence, grazie alle sue vastissime reti commerciali e diplomatiche, fu assolutamente rapido. Tuttavia, sia il viaggio intercontinentale di Marco Polo sia tutte le precedenti e successive spedizioni marittime, sono state rese possibili dalla capacità di recuperare materie prime di origine forestale: da faggi, pini e abeti[5] in primis. L’attenzione non si concentrava solo questi alberi, ma anche verso molte altre piante locali[6], fino ad impedirne gli atti vandalici che potessero nuocere alla salute della pianta.

Venezia era sorta dalle ceneri del potere di Roma, in un’area dominata dai barbari germanici dopo decenni di abbandono anche delle foreste e dei campi. Aveva molti vicini scomodi ed influenti ma poteva poggiare su un grande vantaggio geopolitico: la sua laguna era naturalmente ben difesa e godeva di una proiezione marittima sull’adriatico diretta. Questo ultimo punto implicava, in particolare, di poter accedere alla zona dei Balcani, alla Grecia, all’Impero Romano d’oriente e al resto del Medio Oriente. Proprio il suo territorio lagunare, tuttavia, la metteva di fronte anche a numerose sfide ambientali legate alle alluvioni e al dissesto idrogeologico. Così, assieme alla necessità di sfruttare il legname per la costruzione e l’ampliamento della flotta si assommava anche il fabbisogno legato alla costruzione delle abitazioni (poggianti su palafitte). Inoltre, era sede di molte attività produttive preindustriali che necessitavano di legna da ardere[7], e si poneva l’obbligo di preservare quelle stesse foreste. Anzi, già a partire almeno dal XV secolo, i magistrati veneziani si erano chiaramente resi conto che il disboscamento avrebbe provocato alluvioni molto più dannose perché senza radici a mantenere il terreno, gli smottamenti causati dalle piogge o dalle esondazioni dei fiumi alpini non avrebbero incontrato resistenza[8].

In un certo senso, assediati nella loro laguna ma con tutto il vasto mare di fronte, i veneziani iniziarono a progettare una delle opere ingegneristiche più avveniristiche che l’essere umano avesse mai pensato: l’Arsenale. Certamente anche le altre Repubbliche marinare (di cui le più importanti, oltre Venezia: Genova, Pisa e Amalfi) avevano i propri arsenali e cantieri, ma nessuno di questi ha eguagliato quello della Serenissima.

L’Arsenale divenne cruciale a seguito della IV crociata (1202-1204), quando ai Veneziani fu chiesto di portare in Terrasanta gli uomini di Bonifacio, Duca di Monferrato e la situazione si risolse invece con il saccheggio di Costantinopoli. Proprio la partecipazione alle Crociate permise ai veneziani l’avvio della costruzione dell’Impero marittimo e quindi anche di ingaggiare una lunga competizione con la rivale repubblica marinara di Genova. Le nuove esigenze di risorse spinsero Venezia un paio di secoli più tardi rispetto al sacco di Costantinopoli ad estendere le sue mire espansionistiche verso l’entro terra italiano[9].

Dalla Crociata in poi, l’Arsenale è stato, probabilmente, uno dei primi esempi al mondo di industria moderna: con tecniche di gestione delle risorse, della produzione e del personale che anticipava anche le teorie di Taylor[10].

Conviene riflettere sul fatto che non solo fosse complessa la gestione della produzione interna all’Arsenale, ma anche tutta la parte di logistica sia precedente che successiva. Brevemente si parla di:

  1. censimento e monitoraggio della disponibilità di materia prima;
  2. pretrattamento della materia prima sul luogo (di certo non si possono sradicare alberi e montarli su dei carri sic et simpliciter);
  3. trasporto della materia prima pretrattata destinata a ulteriore lavorazione fino al luogo di produzione/trasformazione;
  4. trasporto della materia prima pretrattata fino al luogo di smistamento e carico per essere inviata presso ulteriori destinazioni (come Cipro e le altre basi navali[11]);
  5. smistamento della materia prima pretrattata all’interno dell’Arsenale per seguire le diverse linee di trasformazione;
  6. assemblaggio dei prodotti intermedi (carene, vele, pece, remi, travi e così via);
  7. collaudo e varo del prodotto finito (la nave è in grado di navigare e viene messa in acqua).

Anche se questi sono punti molto generali e semplificati, è assolutamente plausibile che i veneziani seguissero un tracciato del genere e quindi che partissero da un uso assolutamente accorto delle foreste e delle altre risorse boschive. Successivamente, è altrettanto plausibile che dedicassero particolare attenzione all’organizzazione del lavoro interna all’Arsenale. Tanto che sappiamo che era così all’avanguardia che i lavoratori potevano contare su una sorta di diritti sociali ante litteram, su paghe molto superiori rispetto agli altri e, da un certo momento in avanti, su una fontana da cui zampillava vino[12]. Questo implica una gestione altrettanto accorto di tutta una serie di voci di costo che esulano dalla materia prima destinata alla produzione ma che, oggi, chiameremo: costi del personale, di trasporto, fissi e variabili di produzione, del personale, gestionali e, forse, anche di vendita.

Venetian Arsenal, 1724 engraving by Joan Blaeu

In un mondo marittimo attraversato da pirati saraceni e cristiani, la flotta era un elemento essenziale per determinare l’ascesa o la caduta di una grande potenza e Venezia, facendo perno su navi agili ma robuste, seppe capitalizzare la situazione di potenziali rischi a proprio vantaggio. Quella della Serenissima è comunque una storia secolare, che termina solo con le invasioni napoleoniche, per cui ridurla a qualche frammento è sicuramente una grave ingiustizia. Tuttavia, vale la pena qui ricordare almeno altri due momenti particolari: la caduta dell’Imperatore romano nel 1453 e l’invasione ottomana di Cipro del 1570 (che precede di un solo anno la celebre battaglia di Lepanto).

In ambo i casi, la Repubblica di Venezia ampliò, migliorò e ottimizzò l’Arsenale per occupare o difendere nuove posizioni in mare e fondare (anche appropriandosi) basi commerciali lungo tutto il mediterraneo orientale. All’interno della linea produttiva dell’Arsenale si fece strada sempre di più il concetto della “scorta di magazzino”[13]. Proprio in occasione dell’invasione di Cipro, i veneziani riuscirono a varare 100 galee in appena 50 giorni[14].

Quindi, se Venezia poteva contare sulla formidabile organizzazione dell’Arsenale era perché la materia prima era facilmente reperibile o comunque disponibile in misura e maniera efficiente[15]. Le aree da cui i veneziani recuperavano il legname e il resto dei materiali erano principalmente (ma non esclusivamente e senza considerare le importazioni dal resto della Penisola e da fuori)[16]:

  • boschi di San Marco (Cadore);
  • bosco del Cansiglio;
  • bosco del Montello;
  • bosco di Montona.
Elaborazione da Google Earth

Mentre le querce, di cui l’area veneziana non disponeva, erano necessarie per la realizzazione delle chiglie, anche le altre piante avevano molteplici utilizzi: da abeti e pini, per esempio, si ricavavano la pece ed il catrame[17]. Proprio quindi, a causa di questi svariati usi, tutti necessari, la Serenissima usò, per così dire, il suo golden power rendendo i boschi dei beni demaniali[18]. Dal momento che praticamente ogni qual volta un’autorità statale ha voluto imporsi sulle prerogative dei privati o delle corporazioni o di enti autonomi, ha dovuto far approvare una legge, anche la Serenissima, nel 1476[19], adottò la provisio circa nemora[20], ossia i provvedimenti sui boschi.

Il provvedimento seguì di pochissimi anni la caduta di Costantinopoli in mano ottomana ed evidentemente emergeva dalla necessità di mettere a sistema sia procedure già esistenti sia adottare una linea politica chiara e decisa a riguardo di qualcosa che non poteva più essere rimandato. Sia le foreste venivano definite così una questione di interesse nazionale, sia si ponevano regole precise per il controllo. I boschi erano censiti e gli alberi bollati e avevano appositi magistrati che se ne occupavano[21]. Un altro fattore chiave da tenere in considerazione era che tutte quelle risorse che servivano all’Arsenale, non erano adibite solo a scopi militari: ossia a costruire le flotte per le guerre contro i genovesi, gli ottomani o le altre potenze del mediterraneo, ma avevano anche uno scopo commerciale. Questo, è soprattutto vero dal momento che i vertici politici di Venezia erano anche i mercanti più ricchi, che avevano personali e importantissimi interessi nell’avere navi adatte al trasporto delle merci[22]. Proprio dall’emergere della contesa con gli Ottomani, alcuni[23] scorgono l’inizio del tramonto del potere veneziano. Infatti, la Serenissima si trovò costretta ad adattare le istituzioni di una città stato a quelle di un vero e proprio stato territorialmente esteso, con sistemi di tassazione (e recupero dei crediti) avanzati e complessi, con una macchina amministrativa che deve essere finanziata e ingrandita, con una distanza sempre più profonda fra governo cittadino ed élite della Terraferma. I secoli successivi vedranno poi l’entrata in scena di Gran Bretagna e Olanda come nuovi imperi marittimi e la definitiva uscita di Venezia dal ruolo di protagonista[24].

Imperi che sorgono e altri che decadono, alleanze instabili, merci, persone e denaro che viaggiano dall’estremo oriente alla Scandinavia, guerre, calamità naturali (sto ancora parlando della situazione di Venezia) si sono ripercosse su una legge riguardante il monitoraggio dei boschi. Può sorprendere ma davvero è cambiato così tanto da allora? I boschi e le foreste non sono più una risorsa strategica per un Paese? Venezia aveva tutto l’interesse che l’area da cui attingeva le proprie risorse strategiche fosse sotto controllo, ancorché indipendente dal suo dominio. Quando però questa sicurezza è venuta meno o si è anche paventato il rischio che la catena si interrompesse (un esempio che non abbiamo citato era la canapa. Fondamentale per il cordame, i veneziani la recuperavano da Bologna ma col rischio che i fiorentini complicassero l’approvvigionamento. Così decidono di avviare la produzione nei propri territori ma con risultati non eccellenti), hanno dovuto prendere precauzioni. In particolare, hanno: invaso, stretto il controllo e trasferito il proprio personale sul posto.

  • Accettiamo quindi che la scienza abbia ragione sul sostenere che le precipitazioni nelle aree di maggiore coltivazione dei cereali in Cina dipendano dalla buona tenuta e dalla cura delle foreste in Russia orientale e Scandinavia;
  • Supponiamo che la Cina non abbia altre soluzioni per spostare le coltivazioni in altre aree (o non lo possa fare nell’immediato e non abbia scorte sufficienti o non possa comunque approvvigionarsi di scorte) o per sostituire le precipitazioni atmosferiche con sistemi artificiali;
  • Supponiamo che la condizione delle foreste e quindi eventuali operazioni di disboscamento nelle aree già menzionate di Scandinavia e Russia siano decise dalle autorità centrali dei rispettivi governi e che, qualora venisse meno il potere di controllo di anche una sola delle due, il destino di quelle foreste sarebbe incerto;
  • Ipotizziamo che, anche qualora non vi fosse il rischio del venir meno dell’autorità dei governi, per ragioni imprevedibili fino a quel momento, risulti più conveniente per quei Paesi disboscare le proprie aree forestali;
  • Immaginiamo: cosa sarebbe disposta a fare una potenza imperiale globale se Venezia secoli fa, solo per precauzione, ha deciso di arruolare un esercito di terra (e di mercenari) e di modificare il proprio apparato amministrativo e fiscale al fine di non lasciare i propri approvvigionamenti strategici alla mercè delle altre potenze regionali?

A questo punto, forse parrebbe un po’ più chiaro il motivo per cui le foreste sono veramente un’urgente questione geopolitica.

Spingiamoci però ancora un passo oltre:

  • se è vero che le foreste possono essere serbatoi disponibili di risorse per lo sviluppo della bio-economia (di cui trattiamo in maniera più estesa nel proseguo);
  • se è altrettanto vero che la disponibilità di tali risorse dipende dallo sviluppo di tecnologie abilitanti (cioè, quei sistemi tecnologici che permettono di recuperare efficientemente o anche solo efficacemente) e che queste possono essere sviluppate dovunque nel mondo;
  • avrebbe un maggior vantaggio il Paese (o la regione) con le “migliori” foreste o quella con le migliori tecnologie? La storia ci insegna che i Paesi più ricchi di risorse non sono necessariamente quelli più sviluppati tecnologicamente e che è proprio il combinato disposto di una certa disponibilità di risorse e un forte sviluppo tecnologico, anche verticale, a permettere un vantaggio rispetto agli altri.

In sintesi

  1. Venezia sorge in un momento di instabilità politica, collocandosi geograficamente in un’area periferica rispetto al precedente centro di potere imperiale romano;
  2. sfruttando la sua posizione diretta sul mare, avvia fin dagli albori una produzione di navi che la rendono appetibile per i crociati;
  3. la contesa con la rivale repubblica marinara di Genova e quindi con l’Impero Ottomano la costringono a sviluppare ulteriormente il proprio Arsenale, che viene organizzato come una vera e propria proto-industria;
  4. I rischi legati all’approvvigionamento della materia prima per la flotta (sia mercantile che militare) impongono a Venezia di espandere il proprio dominio (e non più solo influenza) nell’entroterra veneto, emiliano, trevigiano e istriano;
  5. l’allargamento dei mercati al Nuovo Mondo rende obsolete le navi veneziane e nonostante qualche tentativo di tenere il passo con inglesi e olandesi, Venezia finisce per soccombere;
  6. sebbene in declino, la sua potenza resta indipendente fino alle campagne Napoleoniche;
  7. Venezia ci lascia, fra gli altri, un insegnamento fondamentale: una potenza imperiale è disposta a tutto, anche a modificarsi nell’essenza, pur di non rischiare di perdere la propria posizione dominante. È un monito: se si entra nella testa di un impero e si comprende cosa sia per esso veramente strategico, si può benissimo immaginare che sia disposto a rischiare tutto pur di non vederlo passare in mani altrui.

Le Foreste italiane: un mosaico di biodiversità

La definizione comunemente accettata di foresta rimanda a un territorio incolto, prevalentemente selvaggio (naturale) e con dimensioni di almeno un ettaro. Secondo il Rapporto ISPRA del 2020,[25] le foreste in Italia sono in espansione: dal secondo dopoguerra ad oggi la superficie forestale italiana è aumentata costantemente ed è passata da 5.6 a 11.1 milioni di ettari e, soltanto dal 1985 al 2015 (periodo intercorso tra il primo e l’ultimo inventario forestale nazionale condotti dall’ex Corpo Forestale dello Stato) le foreste hanno avuto un incremento pari al 28% (da 8,675,100 ettari a 11,110,315 ettari). La percentuale di territorio coperta da boschi ha raggiunto il 38%, un valore superiore a quella di due paesi tradizionalmente forestali come la Germania (31%) e la Svizzera (31%). Tale tendenza è stata legata principalmente all’abbandono delle aree agricole marginali di collina e montagna, che vengono colonizzate prima da comunità arbustive poi, con il progredire delle dinamiche vegetazionali, da nuovi boschi.

Il nostro patrimonio forestale comprende un’ampia varietà di tipologie forestali, costituendo complessivamente una biodiversità impareggiabile anche rispetto a territori e Paesi vicini e geograficamente più affini, come i Balcani, la Francia e la Spagna, includendo ecosistemi tanto diversi quanto possono esserlo le foreste mediterranee semi-tropicali e quelle alpine tipiche di latitudini molto più nordiche, ciascuna con una diversa composizione in specie e con particolari esigenze ecologiche e stazionali. Basti pensare alla varietà di boschi di latifoglie decidue (che perdono il fogliame nel periodo invernale), tra cui faggete, boschi di cerro, di rovere, roverella e farnia, castagneti, ostrieti e carpineti, oppure ai nostri boschi di latifoglie sempreverdi come le leccete o le sugherete. Numerose formazioni di conifere occupano le nostre montagne con larici e cembri, boschi di abete rosso e bianco, pinete di pino silvestre o di pino nero, mentre le coste ospitano le pinete mediterranee. Questa varietà di formazioni forestali e di ecosistemi rappresentano una ricchezza inestimabile, non solo per l’Italia ma per tutta Europa, troppo preziosa per essere persa. E tanti sono i rischi, in particolare legati alla frammentazione e rarefazione dei boschi igrofili e ripariali[26], e delle preziose formazioni forestali planiziali, sempre più compromesse, destrutturate e ridotte in estensione, a causa soprattutto del consumo di suolo e dell’espansione agricola, che nelle aree di pianura non si arrestano.

In tutto questo, esistono veri e propri “tesori”, tra tutti l’Abetina Reale sull’alto Appennino Reggiano, 300 ettari di abete bianco (il “re” della foresta, che con le sue radici fittonanti è impareggiabile nella resilienza e nella tenuta dei versanti) funzionalmente inframezzato al faggio, che – insieme a poche altre formazioni di abete bianco sempre appenniniche tra Reggio Emilia e Parma – raccontano un miracolo e sollecitano straordinaria protezione. L’Abetina Reale, infatti, nonostante storia di coltivazione e gestione che supera i 500 anni, da quando divenne nel 1415 possedimento degli Estensi fino al XX secolo, come hanno scoperto i ricercatori dell’Istituto di Bioscienze e BioRisorse del CNR (CNR-IBBR), miracolosamente conserva nel 95% dei suoi abeti bianchi il patrimonio genetico originale di milioni di anni, preservando il suo ruolo di “rifugio glaciale” e di riserva genetica per tutti gli abeti bianchi d’Europa, assumendo un valore inestimabile e per fortuna strettamente tutelato dal Parco Nazionale dell’Appennino Tosco-Emiliano.[27] Altre specie forestali, derivate da rifugi glaciali, rappresentano veri e propri “tesori”, di cui è stato dato conto in un recente libro sulla Terapia Forestale.[28]

In sintesi

  1. La percentuale di territorio in Italia coperto da foreste è sensibilmente aumentata nel corso degli ultimi decenni ma a causa dello spopolamento delle aree interne e montane;
  2. L’Italia, grazie alla sua conformazione geografia e alla sua estensione “da sud a nord” (o viceversa) può contare su di una grandissima varietà di boschi e foreste, che la rendono un unicum rispetto a molti altri Paesi anche vicini;
  3. Alcune foreste presenti in Italia, inoltre, conservano un patrimonio genetico antichissimo e svolgono un ruolo fondamentale per l’ambiente che supera di gran lunga i confini nazionali;
  4. Proprio il fattore chiave che ha determinato la crescita del suolo occupato dalle foreste in Italia rappresenta per esse un grave rischio: senza ben precise strategie è difficile pensare di preservare tutto il patrimonio forestale e boschivo che rendono l’Italia un Paese straordinariamente ricco.

L’Italia, l’Europa e le foreste

Nei prossimi due paragrafi, sono illustrate le due strategie italiane riguardanti le foreste.

Il fattor comune di ambo i provvedimenti è la loro attinenza agli impegni internazionali assunti dall’Italia in materia di clima e ambiente, nonché l’aderenza al diritto comunitario, alle strategie politiche della Commissione e alla vision di includere nuovi soggetti nel processo di decision-making. Tuttavia, se la domanda fosse: si rintraccia chiaramente in una o ambo le strategie quel concetto di interesse nazionale, legato direttamente anche alla difesa da aggressioni esterne, che si poteva rinvenire nelle determinazioni assunte dalla Serenissima? La risposta è abbastanza chiara: no. Questo non implica necessariamente che non si faccia comunque riferimento all’interesse nazionale. Anzi, è molto presente anche se sottaciuto talvolta. Più precisamente, l’interesse nazionale è declinato in chiave comunitaria e sempre più legato all’ambito economico e di ricerca. Tant’è che, se nella domanda di prima includessimo anche l’attenzione dedicata alle foreste in quanto naturali ostacoli ai danni causati da calamità naturali, la risposta sarebbe affermativa.

Strategia Nazionale delle Aree Interne

La breve storia della Serenissima di cui si è discusso all’interno del secondo paragrafo ci ha portato, almeno questo era l’intento, a riflettere sul carattere strategico delle risorse forestali. Forse financo troppo evidente per essere sottolineato, ma il legno mantiene tuttora le caratteristiche per le quali era ritenuto così cruciale anticamente: è materiale di primaria importanza e larghissimo uso per l’edilizia e le costruzioni, per i trasporti, da ardere, per il mobilio e ancora molto. Gli alberi hanno effetti positivi sul riscaldamento del suolo urbano[29], sulla tenuta del terreno nei casi di eventi quali le valanghe o le esondazioni e come, abbiamo esordito, sulla regolazione regionale e globale delle precipitazioni.

Così, anche se non vi fossero altri motivi per cui gli alberi potessero avere utilissime funzioni, quelle maggiormente note sarebbero già sufficienti a renderli una risorsa vitale per un qualunque Paese. Nello specifico, non si parla solo di alberi ma di foreste, come definite nel paragrafo precedente.

In Italia, oltre a essere competenza di vari enti, fra cui il Ministero delle Politiche Agricole[30], è stata istituita un’apposita agenzia. Si tratta dell’Agenzia per la Coesione Territoriale risalente al 2013.

L’Agenzia è strutturata in un Comitato che sorveglia e controlla l’attuazione dei programmi pluriennali ed in due sottocomitati, di cui uno specifico sul controllo economico e finanziario. La differenza principale fra il secondo sottocomitato e il Comitato risiede nel fatto che quest’ultimo è il centro di raccordo vero e proprio con l’Unione Europea e con i partener, i capifila e gli aderenti che partecipano ai programmi. Da questo si ricava come l’origine dell’Agenzia sia da rintracciarsi proprio nel processo di unificazione europea e nel promuovere lo sviluppo regionale interno agli Stati Membri, nonché a sostegno di quelle aree che più delle altre si trovano in condizioni di svantaggio. La politica europea di coesione agisce su due ambiti specifici: la crescita economica ed occupazionale e la cooperazione fra le regioni ed i territori in seno all’Unione[31].

L’organizzazione interna procede quindi con un Comitato paritetico per i dipendenti dell’Agenzia e da un, sempre paritetico, organismo per l’Innovazione comunque dedicato al lavoro dipendente. Ad ulteriore livello si rinvengono tre task forces: due per l’edilizia scolastica e una per la Sicilia.

Se la vision dell’Agenzia è facilmente immaginabile, uno dei motivi forse più pragmatici per cui è sorta, è stato quello di poter gestire efficacemente i fondi comunitari della fase di programmazione 2007-2013 e successivamente del periodo che è terminato nel 2020. Fra gli obiettivi programmatici vi rientravano:

  • la tutela dell’ambiente e l’utilizzo efficiente delle risorse[32];
  • la promozione di pratiche finalizzate al contrasto del cambiamento climatico e delle calamità naturali.

La Mission si trova poi nella LEGGE 21 aprile 2023, n. 41, ossia quella sul PNRR e sugli investimenti complementari che ha riguardato, come noto, anche il tema delle politiche di coesione territoriale (essendo legato agli investimenti, anche infrastrutturali per citare un caso). All’interno del testo di legge, in merito alle foreste si parla, in particolare in tre commi. Il cuore della questione trattata è la capacità delle foreste di incamerare carbonio e quindi la possibilità di cedere i crediti sulle emissioni[33].

  • 2 quater: istituisce presso CREA Registro pubblico dei crediti di carbonio generati su base volontaria dal settore agroforestale nazionale;
  • 2 quinquies: stabilisce alcune condizioni per la cessione dei crediti di cui al comma precedente;
  • 2 sexies: definisce le condizioni tramite cui CREA ammette al Registro i soggetti proprietari ovvero gestori di superfici agroforestali. Le altre disposizioni sui crediti sono poi trattate al comma successivo.

Oltre che per la mission e l’istituzione di task force per l’implementazione dei programmi che presentano maggiori criticità, l’Agenzia per la Coesione si caratterizza anche per delle specifiche Strategie.

Fra queste, quella a cui abbiamo già fatto riferimento è la Strategia per le Aree Interne.

La gestione di questa Strategia è affidata ad un Comitato ed interessa oltre mille comuni italiani e più di due milioni di cittadini.

Le 72 aree progetto selezionate.
Fonte: Comitato Tecnico Aree Interne, 2019.

L’ammontare di risorse messe a disposizione per la realizzazione di questa strategia è di circa 600 milioni di euro, a cui si aggiungono altre forme di finanziamento, ed ha lo scopo principale di rivitalizzare le comunità individuate; soprattutto garantendo servizi, nascita di attività economiche e prevenzione nel caso di aree a rischio (sempre ambientale si parla). Fra gli interventi legati allo Sviluppo Locale, l’Agenzia presenta due casi in corso: uno per la pubblica illuminazione e l’altro per la creazione di un museo.

Affianco alla già menzionata Strategia, vale la pena citare anche quella per la Bioeconomia e la sua derivata: Bio-Based Industry. Entrambe rispondono a iniziative considerate strategiche dalla Commissione europea e mirano non solo ad una decarbonizzazione, riduzione della plastica e altre issue ambientali ma anche ad ottenere gradi di indipendenza maggiore dell’Unione rispetto a determinati prodotti (fonti fossili, plastiche e così via) finora forniti da Paesi stranieri. Per quanto riguarda la Bio-Based, si tratta di un consorzio composto da aziende, brand, enti di ricerca, distretti produttivi regionali e associazioni. Fra gli investimenti nel loro portafoglio si possono citare:

  • Quello per la realizzazione di prodotti a scopo medico o farmaceutico realizzati da sottoprodotti vegetali in Spagna;
  • Numerosi per la realizzazione di fibre e materiali innovativi derivati anche dal legno;
  • Quello della chimica Novamont nel Lazio per la realizzazione di polimeri da acqua di scarto.

La programmazione per il settennato 2021-2027 dell’Agenzia per la Coesione riprende 12 aree tematiche già affrontate negli anni precedenti, fra cui l’Area n.5 dedicata ad ambiente e risorse naturali.

Fra gli obiettivi di queste aree vi rientrano:

  • Area 2. Competitività delle imprese: rafforzare la filiera intorno alle foreste e incentivare la creazione di partenariati e reti di impresa, al fine di mitigare il frazionamento delle proprietà silvo-pastorali;
  • Area 5. Rafforzare l’infrastruttura forestale in chiave anti-alluvionale e promuovere azioni di forestazione urbana allo scopo di favorire la diminuzione della concentrazione atmosferica di CO2, la mitigazione delle temperature e, ancora, per contrastare fenomeni di dissesto idrogeologico.

Queste due interpretazioni che vedono le foreste attori partecipi nei processi di rivitalizzazione delle comunità rurali e montane e nelle azioni da intraprendere nei confronti dei danni causati dal cambiamento climatico, sono già presenti nel documento che sta alla base degli obiettivi sopra citati: l’Accordo di Partenariato Italia-Unione Europea. Questo Accordo illustra tutti gli obiettivi che rientrano successivamente nelle politiche di coesione che l’Italia traccia e implementa assieme alla Commissione europea.

Assieme all’Unione Europea, le politiche in tema ambientale sono ricavate anche a partite dall’Agenda 2030 delle Nazioni Unite.

In merito a quanto effettivamente la Strategia Aree Interne ha inciso sulle foreste, possiamo ricavare qualche dato al 31 dicembre 2020:

  • Per la voce “Bosco” erano stati finanziati interventi per circa 31 milioni di euro;
  • Più frammentarie ma comunque ricostruibili sono le fonti che riportano i finanziamenti sulle aree boschive e che hanno riguardato principalmente la gestione del territorio e la creazione di partenariati fra gli attori economici.

Per il futuro, la Strategia sembra avviata verso un ulteriore sviluppo sia in termini di aree interessate sia nel rafforzamento della partecipazione dei comuni per la promozione dei progetti[34], mentre comunque permangono parziali criticità sullo stato di attuazione dei finanziamenti[35]. In altri casi sono, invece, stati rilevati degli insuccessi[36]. In conclusione, gli interventi della strategia sembra siano stati efficaci nel promuovere l’associazionismo a livello comunale, la partecipazione digitale e alcune policy poi confermate come quella della prevenzione degli incendi boschivi[37].

Come abbiamo cercato di illustrare, il tema delle foreste è stato incardinato all’interno di un’ottica strategica che sottolinea la necessità di ripopolare le aree interne tramite:

  • Sostegno alle imprese esistenti;
  • Miglioramento dei servizi pubblici ai cittadini.

Sebbene, quindi, la Strategia italiana qui trattata sia coerente con gli indirizzi delle Nazioni Unite e dell’Unione Europea e abbia raggiunto, almeno, in via generale, i risultati attesi, pare essere assente quel carattere di sicurezza nazionale legata alla materia prima “legno” di cui abbiamo discusso nel secondo paragrafo.

Strategia Forestale Nazionale

Nel precedente paragrafo si è discusso della Strategia per le Aree Interne che, però, come abbiamo visto, interpreta le foreste all’interno di un framework dedicato principalmente allo sviluppo economico dei comuni più lontani dai grandi centri e a rischio di danni ambientali. Commettendo un forse improprio parallelismo, si potrebbe dire che quella strategia corrisponde alla parte di interventi promossi dalla Repubblica di Venezia a favore dei boschi in ottica di contenimento delle valanghe e delle esondazioni (mancava probabilmente tutta la parte sulla crescita degli insediamenti rurali).

Tuttavia, l’Italia ha adottato anche un’altra strategia, assunta di concerto fra il Ministero delle Politiche agricole, quello dell’ambiente, quello della cultura e il Ministero dello sviluppo economico[38], nonché regioni e province autonome. La Strategia, risalente al 2020, ha una durata ventennale e viene sottoposta ad aggiornamenti quinquennali. Già si può notare un’importante differenza rispetto alla SNAI: la derivazione diretta europea è meno marcata e i decisori coinvolti sono primariamente quelli nazionali. Inoltre, l’orizzonte temporale è più esteso.

Gli obiettivi strategici riconoscono, fra le altre cose, le foreste come attori indispensabili per lo sviluppo della bio-economia. Questo implica, in chiave geopolitica, la capacità di sganciarsi o diminuire la dipendenza di fornitura di alcuni prodotti da Paesi stranieri. Infatti, lo sviluppo della bio-economia può contribuire ad avere prodotti sostituivi della plastica, di combustibili, di materiale per le costruzioni e altro ancora. Così sulla scorta della analoga Strategia Forestale Europea, anche a livello Nazionale sono individuati tre obiettivi generali:

  1. Gestione sostenibile e ruolo multifunzionale delle foreste;
  2. Efficienza nell’impiego delle risorse forestali per uno sviluppo sostenibile delle economie nelle aree rurali, interne e urbane del Paese;
  3. Responsabilità e conoscenza globale delle foreste.

Per ogni obiettivo, la strategia fa poi corrispondere delle Azioni e delle sotto-azioni.

Fra le azioni del primo obiettivo rientrano:

  • la tutela della biodiversità;
  • la difesa del territorio e delle acque

Mentre per il terzo obiettivo, e per quanto in questa sede di maggior rilievo:

  • Ricerca, sperimentazione e trasferimento;
  • Dimensione internazionale delle politiche forestali

In generale, attenzione viene posto al coinvolgimento dei gruppi di interesse di settore, al coordinamento interistituzionale e all’attività di monitoraggio, nonché alla promozione di studi scientifici ad hoc per le varie aree di azione. Proprio questo ultimo punto evidenzia in realtà una criticità molto risalente nel tempo che si sostanzia nella difficoltà per il sistema paese di trasmettere la conoscenza sviluppata all’interno degli enti di ricerca e università al mondo dell’imprenditoria e anche dell’amministrazione pubblica. In tal senso, anche la promozione di cluster specifici può contribuire a fornire un impatto positivo. Inoltre, proprio la valorizzazione del know how scientifico e tecnologico può favorire uno sviluppo del Paese (o di alcune filiere) più indipendente rispetto a quanto viene fatto all’estero[39].

In totale, la Strategia ha un budget previsto decennale di 420 milioni di euro[40], che vengono gestiti dagli enti territoriali.

In sintesi

  1. Le Foreste sono una issue gestita da diverse autorità nazionali, fra cui l’Agenzia per la Coesione e il Ministero delle politiche agricole;
  2. L’Agenzia per la Coesione ha adottato una Strategia per le Aree Interne, ispirata all’Agenda 2030 delle Nazioni Unite e di concerto con la Commissione Europea;
  3. La programmazione degli interventi dell’Agenzia è settennale e fino ad ora pare aver raggiunto sostanzialmente gli obiettivi – non senza critiche e dubbi;
  4. La Strategia Aree Interne, nel merito delle foreste e dei boschi, ha promosso l’attenzione al dissesto idrogeologico, agli incendi e al loro apporto ambientale in città;
  5. Manca o almeno non compete all’Agenzia per la coesione – ma questa sembra essere l’attore principale che se ne occupa – una visione strategica per la sicurezza del Paese relativa alle foreste che potrebbe essere intesa come sviluppo e attualizzazione della strategia veneziana discussa nel secondo paragrafo;
  6. L’ottica strategica come sopra definita può forse essere rintracciata al livello dell’Unione Europea ma si dovrebbe aprire un dibattito riguardante le differenti visioni degli Stati Membri;
  7. Più simile invece alla “concezione veneziana” sembra essere la Strategia Forestale Nazionale, che promuove, fra le altre cose, il passaggio di know how fra ricerca pubblica e imprenditoria al fine di valorizzare e promuovere la bioeconomia.

Foreste e nuove tecnologie

Il tema centrale, sebbene possa essere ancora considerato emergente, della ricerca forestale, sia in Italia che in Europa, riguarda sicuramente l’ambito genetico. Si è già citata la scoperta del CNR-IBBR rispetto al carattere autoctono della maggioranza dei residui abeti bianchi dell’alto Appennino Tosco-Emiliano, e quindi il ruolo imprescindibile e infinitamente prezioso di questa risorsa per tutta Europa.[41] Infatti, non solo questi alberi potranno assicurare, come avviene da milioni di anni, la propagazione dell’abete bianco al resto d’Europa dopo la prossima era glaciale, ma, molto più immanente, la conservazione della specie anche nel quadro del corrente periodo di riscaldamento climatico, grazie alla ricchezza genetica nella quale sono inscritte fasi climatiche anche più estreme dell’attuale.

Quale conseguenza di questa scoperta, è stato tra l’altro avviato un nuovo progetto, sempre promosso dal Parco Nazionale dell’Appennino Tosco Emiliano, che vede il CNR-IBBR nuovamente impegnato nella selezione genetica dei semi autoctoni, di abete bianco e anche di abete rosso, a fini di propagazione e quindi di riforestazione e afforestazione geneticamente guidate, quindi secondo l’unica modalità veramente utile, oltre ovviamente all’evoluzione naturale, per l’espansione del patrimonio forestale.[42]

Accanto alla ricerca genetica, sta emergendo una vivace area di ricerca sulla bioeconomia forestale: la valorizzazione, economicamente e ambientalmente sostenibile, di scarti e sottoprodotti delle importanti filiere forestali di approvvigionamento dei materiali legnosi per scopi di costruzione, combustione, ecc. Questa linea di ricerca intende rispondere concretamente ai problemi economici e sociali delle Terre Alte e delle aree interne, non soltanto nel nostro Paese ma in tutta Europa e oltre.

Infatti, la crisi economica che colpisce in primo luogo l’Europa, legata anche al quadro internazionale in progressivo deterioramento, nonché ai dissesti e disastri naturali dovuti ai cambiamenti climatici, hanno determinato il declino delle attività produttive, dell’industria dello sci e dei flussi turistici. Nonostante l’iniezione di risorse finanziarie, il problema centrale appare quello di individuare e perseguire progettualità in grado di creare effettivo e sostanziale valore aggiunto e quindi ritorno economico per le comunità delle Terre Alte e delle aree interne. I territori in questione sono allo stesso tempo ricchi di bio-risorse locali, legate in massima parte al patrimonio forestale, e sedi di ecosistemi tra i più preziosi e delicati. Mentre non è nemmeno immaginabile di incrementare il livello di consumo delle risorse forestali esistenti, le filiere di trasformazione e produttive esistenti, legate alle risorse forestali, generano enormi quantità di scarti in forma di biomassa legnosa, parte dei quali sono destinati alla generazione energetica termica o termoelettrica. Una parte di tali scarti sono tuttavia dotati di proprietà tecniche o nutraceutiche di grande valore, rappresentando il potenziale obiettivo di un piano di sviluppo sostenibile delle aree interne e montane nel segno della bioeconomia. D’altra parte, come un tempo avvenne per le risorse fossili, il cui sfruttamento fu subordinato allo sviluppo delle relative tecnologie abilitanti sia in fase di estrazione e trasformazione che di utilizzo, la valorizzazione delle bio-risorse costituite dai più pregiati tra gli scarti delle filiere forestali necessitano oggi, urgentemente, dello sviluppo e messa in opera di tecnologie abilitanti.

Tra gli scarti delle filiere forestali, quelli di maggiore interesse ai fini della trasformazione in prodotti ad alto valore aggiunto sono i sottoprodotti del taglio delle conifere (in particolare, abete rosso, abete bianco e pino cembro) in forma di rametti e di corteccia, gli scarti di segheria nella lavorazione del castagno (per es. gli sfridi della produzione di pellet e tronchetti da ardere) e gli scarti della lavorazione delle castagne. I suddetti scarti, inadatti per la combustione nelle centrali di teleriscaldamento, laddove esistenti, posseggono un grande valore tuttora largamente inesplorato. È il caso del tannino estratto dal castagno, sia in soluzione acquosa che in forma di polvere, dotato di elevato valore tecnico e di importanti funzionalità biologiche oggetto di vivace ricerca (Molino et al., 2020; Pizzi, 2019; Santulli et al., 2017). D’altra parte, gli estratti essiccati di conifere posseggono un riconosciuto ed elevatissimo valore nutraceutico e cosmeceutico, grazie agli alti livelli delle preziose proantocianidine oligomeriche, tanto che i relativi integratori alimentari sono tra quelli più efficaci e costosi sul mercato (Bhardwaj et al., 2021; Häsler Gunnarsdottir et al., 2023; Legault et al., 2013), nonché ad altre preziosissime molecole che, per esempio, si sono recentemente dimostrate di enorme valore nella cura delle ferite croniche (Pinto et al., 2023).

La valorizzazione sostenibile delle suddette matrici vegetali in prodotti ad alto valore aggiunto è stata finora ostacolata dalla mancanza di tecnologie realmente abilitanti, se non in impianti centralizzati di enorme capacità produttiva e forte impatto ambientale (caso del tannino da castagno), oppure, nel caso della corteccia di pino marittimo, un parziale sfruttamento è stato reso possibile dalla collocazione delle relative foreste in aree facilmente accessibili, tanto che sono stati sviluppati procedimenti di trasformazione e campi di applicazione alla salute umana coperti da numerosi brevetti, come nel caso del Pycnogenolâ (Legault et al., 2013; Xia et al., 2017).

Se quelle citate sono solo alcune delle ricerche e dei risultati o sforzi che recentemente sono emersi, in generale, l’attenzione degli enti di ricerca si sta focalizzando sulle varie tecniche estrattive e, in maniera molto interessante, questo fenomeno non è peculiare della sola Italia o Europa ma anche di molti altri Paesi.

In sintesi

  1. Lo sviluppo della bioeconomia ha dato impulso a nuovi trend di ricerca focalizzati sullo sviluppo di tecnologie abilitanti;
  2. Dalla ricerca pubblicata emergono proprietà tipiche di alcune piante che non erano assolutamente note e su cui non solo la scienza ma anche l’industria sta dedicando molta attenzione;
  3. Le qualità nascoste di questi alberi spaziano da prodotti ad uso industriale o per alcune lavorazioni fino a composti di molecole destinati all’uso nutraceutico e farmaceutico.

Conclusioni

Abbiamo iniziato questa riflessione riprendendo un articolo di qualche anno fa in cui si evidenziavano alcuni aspetti anche geopolitici legati alle foreste. La presa di coscienza che le foreste incidono indirettamente sullo sviluppo economico di un Paese lontano anche migliaia di chilometri può già di per sé destare preoccupazione o comunque generare attenzione. I boschi, oltre che le foreste naturali, sono infatti sempre stati considerati come una risorsa strategica per uno stato e uno dei casi più interessanti è stata la Serenissima Repubblica di Venezia. La repubblica marinara, infatti, già nel XV secolo adottò un provvedimento di salvaguardia dei boschi e per evitare rischi quali il disboscamento selvaggio o appropriazione da parte di stati ostili delle risorse boschive. Decise, così, di occupare la terra ferma alle sue spalle. Questa non fu affatto una decisione semplice per Venezia, destando preoccupazioni e critiche. Il caso veneziano è un esempio concreto di cosa potrebbe fare una potenza con aspirazioni o status imperiali per preservare una risorsa strategica ed in particolare quella boschiva e forestale. Nonostante si possa pensare che il legno non ricopra più quella importanza che ha mantenuto per millenni, i trend di ricerca e l’interesse anche industriale, trasversale rispetto alla regione del mondo, dimostrano il contrario. Se è vero quindi che foreste e boschi sono ancora strategici, l’Italia ha la fortuna geografica di ospitare fra le foreste più preziose al mondo. Proprio il nostro Paese ha adottato due strategie in particolare per la tutela del proprio patrimonio forestale e boschivo ma in un caso (la Strategia Aree Interne) sembra maggiormente indirizzato verso la questione economica e di attenzione alle calamità naturali, mentre nel secondo (la Strategia Forestale Nazionale) l’intento sembra essere anche in linea con quello sviluppo scientifico di cui abbiamo accennato ma i dati per una valutazione non sono ancora disponibili.

In conclusione, foreste e boschi sono molto di più rispetto al legno che ne se ricava o al turismo che possono attrarre. Alcune piante, nello specifico, contengono qualità e proprietà che nell’immediato futuro potranno avere un valore paragonabile a quello delle terre rare senza grande timore di essere smentiti. Tuttavia, necessitano, come sempre, di tecnologie abilitanti. La Strategia Forestale pare andare anche nella direzione di incentivare questo sviluppo scientifico e tecnologico in Italia ma considerando la velocità e frequenza con cui i centri di ricerca di tutto il mondo stanno diffondendo studi a riguardo, il tempo pare fuggire più del solito.

Una conclusione ad effetto non è facile a trovarsi però sarebbe sufficiente lasciar passare un semplice messaggio: senza perdersi in invenzioni bizantine, l’Italia avrebbe tutte le caratteristiche per giocare d’anticipo, anche di concerto con il resto dell’Unione Europea, su altri possibili competitor mondiali. Le materie prime ci sono, i centri di ricerca pure e le iniziative legislative non mancano. Implementare la bioeconomia come un interesse nazionale lascia quindi poco adito a perplessità. Anche perché, fra gli strumenti citati ne manca uno solo eventualmente: i capitali finanziari in grado di realizzare e mettere a terra i progetti. Se non li recuperiamo internamente, ci sono molti altri Paesi che potrebbero avere tutto l’interesse (ipoteticamente parlando) a farlo al posto nostro.

Bibliografia scientifica sulle foreste

Albanese, L., Bonetti, A., D’Acqui, L. P., Meneguzzo, F., & Zabini, F. (2019). Affordable Production of Antioxidant Aqueous Solutions by Hydrodynamic Cavitation Processing of Silver Fir (Abies Alba Mill.) Needles. Foods, 8(2), 65. https://doi.org/10.3390/foods8020065

Albanese, L., Ciriminna, R., Meneguzzo, F., & Pagliaro, M. (2017). Beer-brewing powered by controlled hydrodynamic cavitation: Theory and real-scale experiments. Journal of Cleaner Production, 142, 1457–1470. https://doi.org/10.1016/j.jclepro.2016.11.162

Bhardwaj, K., Silva, A. S., Atanassova, M., Sharma, R., Nepovimova, E., Musilek, K., Sharma, R., Alghuthaymi, M. A., Dhanjal, D. S., Nicoletti, M., Sharma, B., Upadhyay, N. K., Cruz-Martins, N., Bhardwaj, P., & Kuča, K. (2021). Conifers phytochemicals: A valuable forest with therapeutic potential. Molecules, 26(10), 3005. https://doi.org/10.3390/molecules26103005

Ciriminna, R., Scurria, A., & Pagliaro, M. (2023). Natural product extraction via hydrodynamic cavitation. Sustainable Chemistry and Pharmacy, 33, 101083. https://doi.org/10.1016/J.SCP.2023.101083

Faraloni, C., Albanese, L., Zittelli, G. C., Meneguzzo, F., Tagliavento, L., & Zabini, F. (2023). New Route to the Production of Almond Beverages Using Hydrodynamic Cavitation. Foods, 12(5), 935. https://doi.org/10.3390/FOODS12050935

Flori, L., Albanese, L., Calderone, V., Meneguzzo, F., Pagliaro, M., Ciriminna, R., Zabini, F., & Testai, L. (2022). Cardioprotective Effects of Grapefruit IntegroPectin Extracted via Hydrodynamic Cavitation from By-Products of Citrus Fruits Industry: Role of Mitochondrial Potassium Channels. Foods, 11(18), 2799. https://doi.org/10.3390/FOODS11182799

Häsler Gunnarsdottir, S., Sommerauer, L., Schnabel, T., Oostingh, G. J., & Schuster, A. (2023). Antioxidative and Antimicrobial Evaluation of Bark Extracts from Common European Trees in Light of Dermal Applications. Antibiotics, 12(1), 1–25. https://doi.org/10.3390/antibiotics12010130

Legault, J., Girard-Lalancette, K., Dufour, D., & Pichette, A. (2013). Antioxidant Potential of Bark Extracts from Boreal Forest Conifers. Antioxidants, 2(3), 77–89. https://doi.org/10.3390/antiox2030077

Meneguzzo, F., & Albanese, L. (2018). A method and relative apparatus for the production of beer (Patent No. WO/2018/029715). https://patentscope.wipo.int/search/en/detail.jsf?docId=WO2018029715

Meneguzzo, F., Albanese, L., Faraloni, C., Meneguzzo, C., Tagliavento, L., & Zabini, F. (2023). Pilot Scale Tannin Extraction from Chestnut Wood Waste using Hydrodynamic Cavitation. Research Square, PREPRINT(V1). https://doi.org/10.21203/RS.3.RS-2631478/V1

Meneguzzo, F., Albanese, L., & Zabini, F. (2020a). Hydrodynamic Cavitation in Beer and Other Beverage Processing. In K. Knoerzer & K. Muthukumarappan (Eds.), Innovative Food Processing Technologies: A Comprehensive Review (1st ed., pp. 369–384). Elsevier. https://doi.org/10.1016/b978-0-08-100596-5.23022-9

Meneguzzo, F., Albanese, L., & Zabini, F. (2020b). Hydrodynamic Cavitation in Beer and Other Beverage Processing. In Reference Module in Food Science (pp. 369–394). Elsevier. https://doi.org/10.1016/b978-0-08-100596-5.23022-9

Meneguzzo, F., Brunetti, C., Fidalgo, A., Ciriminna, R., Delisi, R., Albanese, L., Zabini, F., Gori, A., Nascimento, L. B. dos S., Carlo, A. De, Ferrini, F., Ilharco, L. M., & Pagliaro, M. (2019). Real-Scale Integral Valorization of Waste Orange Peel via Hydrodynamic Cavitation. Processes, 7, 581. https://doi.org/10.3390/pr7090581

Meneguzzo, F., Zabini, F., Albanese, L., & Crisci, A. (2019). Novel Affordable, Reliable and Efficient Technologies to Help Addressing the Water-Energy-Food Nexus. European Journal of Sustainable Development, 8(4), 1–17. https://doi.org/10.14207/ejsd.2019.v8n4p1

Molino, S., Casanova, N. A., Rufián Henares, J. Á., & Fernandez Miyakawa, M. E. (2020). Natural Tannin Wood Extracts as a Potential Food Ingredient in the Food Industry. Journal of Agricultural and Food Chemistry, 68(10), 2836–2848. https://doi.org/10.1021/acs.jafc.9b00590

Parenti, O., Albanese, L., Guerrini, L., Zanoni, B., Zabini, F., & Meneguzzo, F. (2021). Whole wheat bread enriched with silver fir needles (Abies alba Mill.) extract: technological and antioxidant properties . Journal of the Science of Food and Agriculture. https://doi.org/10.1002/jsfa.11704

Pinto, A., Geana, E.-I., Ciucure, C. T., Tamaian, R., Marinas, I. C., Gaboreanu, D. M., Stan, M., & Chitescu, C. L. (2023). Antioxidant and Wound Healing Bioactive Potential of Extracts Obtained from Bark and Needles of Softwood Species. Antioxidants, 12(7), 1383. https://doi.org/10.3390/ANTIOX12071383

Pizzi, A. (2019). Tannins: Prospectives and actual industrial applications. Biomolecules, 9(8), 344. https://doi.org/10.3390/biom9080344

Santulli, C., Brizi, C., Micucci, M., Del Genio, A., De Cristofaro, A., Bracco, F., Pepe, G. L., di Perna, I., Budriesi, R., Chiarini, A., & Frosini, M. (2017). Castanea sativa Mill. Bark Extract Protects U-373 MG Cells and Rat Brain Slices Against Ischemia and Reperfusion Injury. Journal of Cellular Biochemistry, 118(4), 839–850. https://doi.org/10.1002/jcb.25760

Scurria, A., Sciortino, M., Garcia, A. R., Pagliaro, M., Avellone, G., Fidalgo, A., Albanese, L., Meneguzzo, F., Ciriminna, R., & Ilharco, L. M. (2022). Red Orange and Bitter Orange IntegroPectin: Structure and Main Functional Compounds. Molecules, 27(10), 3243. https://doi.org/10.3390/MOLECULES27103243

Xia, R., Ji, C., & Zhang, L. (2017). Neuroprotective Effects of Pycnogenol Against Oxygen-Glucose Deprivation/Reoxygenation-Induced Injury in Primary Rat Astrocytes via NF-κB and ERK1/2 MAPK Pathways. Cellular Physiology and Biochemistry, 42(3), 987–998. https://doi.org/10.1159/000478681

Note

[1] Non solo quelle “naturali”. Per l’approfondimento, si rimanda al precedente articolo.

[2]La Strategia è parte degli obiettivi perseguiti dall’Agenzia per la Coesione, di cui si tratta in seguito: https://www.agenziacoesione.gov.it/strategia-nazionale-aree-interne/.

[3] La Strategia afferisce in primo luogo al Ministero delle Politiche agricole: https://www.politicheagricole.it/flex/cm/pages/ServeBLOB.php/L/IT/IDPagina/15339.

[4] Per chi interessato, al seguente link è possibile visualizzare l’andamento nel corso del tempo dei possedimenti veneziani: http://www.veneziadoc.net/Storia-di-Venezia/Evoluzione-Territoriale-Repubblica-Venezia.php

[5] L’attenzione verso queste particolari piante durerà per molti secoli: https://www.ilcuoreveneto.it/la-serenissima-e-i-boschi/.

[6] Venivano appuntati degli specifici magistrati dell’Arsenale che dovevano supervisionare la salute e la buona tenuta dei boschi dell’entro terra, o Terraferma. Querce e roveri, fra gli altri, coprivano vastissime porzioni di territori soggetti a censimento delle piante: https://www.georgofili.info/contenuti/foreste-della-serenissima-frammenti-di-storia-forestale/645

[7] Karl Appuhn, Inventing Nature: Forests, Forestry, and State Power in Renaissance Venice Author(s): Source: The Journal of Modern History , Vol. 72, No. 4 (December 2000), pp. 861-889 Published by: The University of Chicago Press Stable URL: https://www.jstor.org/stable/10.1086/318548. Meriterebbe di essere citato come prima fonte o quasi e molto più spesso, essendo uno dei lavori, anche archivistici, di maggior pregio sulla gestione delle risorse della Serenissima, tuttavia, essendo alla base di molti altri testi già citati, già lo abbiamo incontrato.

[8] Istituto Italiano Edizioni ATLAS, La politica ambientale della Repubblica di Venezia, STORIA MEDIEVALE: www.edatlas.it.

[9] La costruzione del potere imperiale veneziano durerà almeno per due secoli ancora (fino al 1600) quando l’apertura dei mercati dei nuovi mondi, guerre commerciali e le esigenze dovute alla nuova competizione mondiale la misero in secondo piano: https://alberiraccontano.wordpress.com/2018/04/16/venezia-serenissima-e-i-boschi/.

[10] Non mi è noto ma ritengo verosimile che anche i Veneziani abbiano scritto un preciso progetto sia per la costruzione che per i successivi ampliamenti dell’Arsenale, dato che sappiamo di documenti ufficiali riguardanti i conti sui costi degli approvvigionamenti dei lavoratori, sui salari e sulla produzione. Sicuramente non sarà stato un Business Plan come quelli sviluppati nel corso del XX secolo negli Stati Uniti ma è innegabile che abbia avuto successo.

[11] Venetian Ships and Shipbuilders of the Renaissance. By Frederic Chapin Lane

[12] Venetian Shipbuilders and the Fountain of Wine Author(s): Robert C. Davis Source: Past & Present , Aug., 1997, No. 156 (Aug., 1997), pp. 55-86 Published by: Oxford University Press on behalf of The Past and Present Society Stable URL: https://www.jstor.org/stable/651178

[13] Il lettore sarà sicuramente consapevole che sto attualizzando per comodità di lettura, termini e nozioni che avrebbero avuto una connotazione analitica solo secoli dopo. Tuttavia, è interessante compiere una semplicissima (ed imprecisa) valutazione: costruire una nave non costa e non costava poco. Per cui, decidere di averne di riserva è un investimento ingente che può mettere a repentaglio le casse di una compagnia privata, di una corporazione o di uno stato.

[14] Roger Crowley. “Arsenal of Venice: World’s First Weapons Factory.” Roger Crowley – Accessed 6/28/2023. https://www.historynet.com/arsenal-venice-worlds-first-weapons-factory/

[15] L’efficienza non necessita qui di una definizione, comunque data per nota. Tuttavia, l’efficienza di una materia prima da trasformare o tramite cui avviare cicli di produzione è sicuramente data sulla facilità nel reperirla (ed eventualmente predisporla all’utilizzo) in rapporto alla quantità di prodotto finito realizzabile, data una predeterminata quantità di materia prima impiegata. La questione è annosa oggigiorno per il petrolio ed il carbone da un lato e l’uranio dall’altro per esempio. Se i primi sono comunque tecnicamente abbondanti, la disponibilità è costosa in relazione alla produzione che generano (cioè: calore), mentre per l’uranio è la disponibilità che è tecnicamente scarsa (sappiamo essere di origine aliena) ma la resa è altissima.

[16] Il trasporto dei tronchi avveniva soprattutto via fiume passando lungo il Po, il Brenta e il Piave: https://piecesofvenice.com/en/venice-surrounded-by-water-built-on-wood/.

[17] Pag. 38 https://www.societaitalianastoriamilitare.org/quaderni/atti%20SISM%20Venezia%202012.pdf

[18]Pag. 39  https://www.societaitalianastoriamilitare.org/quaderni/atti%20SISM%20Venezia%202012.pdf

[19] Anche in questo caso, alcune informazioni specifiche non sono di immediata reperibilità, perciò vanno ricostruite in un certo senso. Comunque, pare che la legge sia stata poi in vigore per i secoli successivi e che non ponesse solo un indirizzo preciso ma anche forme di controllo affidate sia alle autorità locali che ad inviati del governo centrale: https://www.giannellachannel.info/repubblica-venezia-serenissima-lezione-di-ecologia/.

[20] Karl R. Appuhn. A Forest on the Sea: Environmental Expertise in Renaissance

Venice. Baltimore: The Johns Hopkins University Press, 2010. vii + 361 pp. index. append. illus.

tbls. map. gloss. bibl. $90. ISBN: 978–0–8018–9261–5.

[21] Venivano appuntati direttamente dall’Autorità centrale e dall’Arsenale e lavoravano a stretto contatto con i poteri locali: http://www.veneziadoc.net/Storia-di-Venezia/Magistrature_Arsenale_Venezia.php

[22] Pezzolo, Luciano, The Rise and Decline of a Great Power: Venice 1250-1650 (May 2006). University Ca’ Foscari of Venice, Dept. of Economics Research Paper Series No. 27/WP/2006, Available at SSRN: https://ssrn.com/abstract=947814 or http://dx.doi.org/10.2139/ssrn.947814.

[23] Supra.

[24] L’apertura dei nuovi mercati non si limitava a quelli atlantici ma anche a quelli baltici (di cui erano protagonisti gli Olandesi). Michael Knapton, Lo Stato veneziano fra la battaglia di Lepanto e la Guerra di Candia (1571-1664), in Venezia e la difesa del Levante. Da Lepanto a Candia 1570-1670, pag. 233

[25] “Foreste e Biodiversità. Troppo preziose per perderle”, ISPRA – Istituto Superiore per la Protezione e Ricerca Ambientale, 2020, https://www.isprambiente.gov.it/files2020/notizie/FAQgiornatainternazionaleforeste3.pdf

[26] Sono i boschi che sorgono nelle prossimità e lungo laghi e corsi d’acqua.

[27] Piotti, A.; Avanzi, C., Alla scoperta delle abetine dell’Appennino Tosco-Emiliano. Il Bollettino del Comitato Scientifico Centrale del Club Alpino Italiano, Aprile 2022, pp.21-31. https://csc.cai.it/pubblicazioni/bollettino-aprile-2022/

[28] Piotti, A.; Avanzi, C., Le foreste italiane: un tesoro genetico per le future foreste d’Europa. Terapia Forestale 2, Editori Meneguzzo, F.; Zabini, F., Cnr Edizioni, 2022. https://www.cnr.it/sites/default/files/public/media/attivita/editoria/TF_2_el_ed.pdf

[29] È un tema ampiamente discusso di cui non tratteremo in questa sede, per cui, a mero titolo esemplificativo rimandiamo ad una lettura breve sul tema: https://lab24.ilsole24ore.com/alberi/.

[30] Il lettore perdonerà se la locuzione “Ministero delle Politiche agricole” non è quella corrente al momento in cui si scrive per il Ministero in questione, ma, dal momento che questi possono cambiare terminologia, si è preferito usare un’espressione generica.

[31] I risultati effettivi della Politica di coesione non sono però all’altezza dei suoi auspici, anche se buoni esiti sono stati raggiunti nelle zone dell’Est Europa: https://www.openpolis.it/parole/cose-la-politica-europea-di-coesione/?utm_source=Newsletter&utm_medium=email&utm_campaign=europa.

[32] Non dimentichiamoci di Jevons.

[33] Non sfuggirà una certa atmosfera diversa fra la storia di Venezia dall’oggetto del presente paragrafo. Incredibilmente ma qualche secolo di guerre, sviluppo preindustriale e leggi può risultare meno complicato ed arcano di una breve trattazione su una specifica agenzia nazionale.

[34] Fra i casi di successo, viene descritto quello della Lombardia in cui quattro progetti sono stati elaborati partendo dal fabbisogno effettivo dei territori presi in esame: https://www.forumpa.it/citta-territori/fare-rete-come-strategia-per-la-valorizzazione-delle-aree-interne/

[35] In alcune regioni non risultano progetti monitorati e in altri non vi sono Impegni e Pagamenti a fronte di progetti già monitorati: https://www.civiltaappennino.it/2023/02/13/la-strategia-nazionale-per-le-aree-interne-dopo-8-anni/.

[36] Fra i casi che vengono resi noti vi sono dei progetti in Campania: https://www.orticalab.it/Non-chiamatela-piu-Strategia-Nazionale.

[37] I dati complessivi sono disponibili nel Rapporto Formez PA 2022: https://www.formez.it/sites/default/files/formez_rapporto_2022_la_strategia_nazionale_per_le_aree_interne.pdf.

[38] Nuovamente, il lettore comprenderà che si usano nomi per i Ministeri che potrebbero non corrispondere esattamente a quelli in vigore al momento in cui si scrive o si legge. Comunque, è interessante notare quali sono i Dicasteri coinvolti perché ci permette di avere già un’idea degli obiettivi strategici che si vanno a delineare.

[39] Romano S (2020). L’implementazione della Strategia Forestale Nazionale a livello locale: un’opportunità importante, non facile da cogliere. Forest@ 17: 58-62. – doi: 10.3832/efor0057-017 e Ascoli D, Ferlazzo S, Marchetti M, Motta R, Pompei E, Stefani A (2022). Strategia Forestale Nazionale italiana e governo integrato degli incendi boschivi. Forest@ 19: 31-35. – doi: 10.3832/efor4093-019.

[40] Il budget è contenuto all’art. 1 comma 530 della Legge di Bilancio 2022 che dispone: 30 milioni per il biennio 2022-2023 e 40 milioni per gli anni successivi fino al 2032: https://www.gazzettaufficiale.it/atto/serie_generale/caricaArticolo?art.versione=1&art.idGruppo=1&art.flagTipoArticolo=0&art.codiceRedazionale=21G00256&art.idArticolo=1&art.idSottoArticolo=1&art.idSottoArticolo1=10&art.dataPubblicazioneGazzetta=2021-12-31&art.progressivo=6#art

[41] Piotti, A., Avanzi, C., Alla scoperta delle abetine dell’Appennino Tosco-Emiliano. Il Bollettino del Comitato Scientifico Centrale del Club Alpino Italiano, Aprile 2022, pp.21-31. https://csc.cai.it/pubblicazioni/bollettino-aprile-2022/

[42] Progetto “Valorizzazione delle risorse genetiche e di materiali di propagazione forestale nel Parco Nazionale dell’Appennino Tosco-Emiliano”, https://www.ibbr.cnr.it/ibbr/projects/?pid=306


Cosimo Meneguzzo

Mi chiamo Cosimo, classe ‘96. Nato in Toscana, in una campagna ricca di attività produttive dove si respira una storia di più antica che moderna. A quindici anni, sono entrato alla scuola militare Teuliè di Milano, dove mi sono diplomato al liceo classico. Successivamente, mi sono laureato a Firenze, in Scienze Politiche, con un anno di anticipo, per poi trasferirmi a Roma, dove ho vinto il concorso per la Magistrale presso la Luiss Guido Carli e dove ho lavorato in uno studio di relazioni istituzionali. Ho potuto così approfondire la nostra politica sia da un punto di vista teorico che pratico. Dal primo lockdown, ho deciso di inseguire nuovi sogni, contribuendo a costituire alcune società. Ad ora, so che la cooperazione è indispensabile per risolvere i problemi, che bisogna avere una ampia visione e puntare in alto. Credo che lavorare tutti assieme sia oggi un’imprescindibile necessità per vincere le sfide più urgenti, a partire dai danni del cambiamento climatico e dal recupero di competitività internazionale del nostro Paese. Mi interesso di molte questioni e cerco di approfondirle una alla volta.

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