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Capire che cos’è il capitalismo

Trougnouf / CC BY-SA (https://creativecommons.org/licenses/by-sa/4.0)

Cosa è il capitalismo? Cercherò di scrivere questo breve testo nel modo più semplice e chiaro che mi è possibile. Infatti, credo nella necessità di far chiarezza per chi ha l’interiore necessità di capire e non di giudicare senza capire. Chi pensa di capire qualcosa senza entrare nel merito o è un ingenuo o è un illuso e in entrambi i casi non sta impiegando al meglio la sua ragione. A chi crede che basta sentire o emozionarsi per poter aver voce in capitolo ribattiamo che, se poi lui o lei tenta di articolare asserzioni motivate, allora ha già ceduto le armi alla ragione. Quindi qui offriamo ragioni e argomenti e chi cerca qualcosa di diverso, lui o lei è invitato a pascersi della propria sicurezza non garantita da solidi argomenti in altri luoghi del web, che sicuramente fanno meglio per lei o lui. Credendo fermamente nell’idea che nessuno meglio della persona sa cosa è meglio per lei, e se il suo meglio consiste nell’emozionarsi a costo zero, bene, qui ci sarà solo l’emozione del seguire un ragionamento. Con questa essenziale considerazione in mente, proseguo senza ulteriori indugi.

Iniziamo chiarendo che cosa non è il capitalismo. Il capitalismo non è un’ideologia, non è una religione e non è un’opinione giusta o sbagliata. Il capitalismo, in questo senso, è un insieme di dati di fatto che possono esistere o non esistere. Infatti, il capitalismo non è una necessità logica, non è una necessità economica e non è una necessità psicologica. Il capitalismo è un insieme di dati di fatto che si possono realizzare nella storia umana oppure no. Infatti, per la gran parte della storia umana, il capitalismo non è esistito. Ed esso esiste solo in forza della possibilità di registrare fatti per organizzarli, sicché esso non è venuto prima in qualche tempo idealizzato nella preistoria. Il capitalismo è un fatto recente.

In questo senso, asserire che si è pro o contro il capitalismo è essenzialmente non aver capito i termini della questione. A riprova di questo fatto, addirittura Marx non solo non asserisce nulla in tal direzione, egli infatti non nega né la necessità né la legittimità del capitalismo. Egli solamente nega le conseguenze – per lui giudicate sgradevoli – di un certo modo di impiegare il capitale. Marx quindi crede nel capitalismo a tal punto che egli dice che bisogna mantenerne i mezzi alternandone il fine (laddove, ovviamente, il problema è la definizione di questo fine). Anche per Marx, come per altro la gran parte degli economisti, dire “non credo nel capitalismo” o “non credo nell’esistenza del capitale che garantisce l’esistenza del capitalismo” equivale a dire qualcosa come “io non credo nelle montagne” o “io non credo che esistano le misure geometriche”. Sono frasi formulabili che, naturalmente, non hanno alcun senso. Ma quindi che cosa è il capitalismo?

Dicevamo che il capitalismo non è una ideologia, cioè un sistema di credenze volte a valutare fatti, eventi o altre credenze. Esso è un insieme di stati di fatto ovvero di “processi”. Dunque, di che si tratta? Non esistono beni naturali. L’oro, ad esempio, è un metallo che va estratto dalla terra tramite un processo che richiede dissipazione di energia, sia essa tratta dalle persone (e quindi da energia biochimica), sia essa tratta dalle cose (e quindi energia elettrica o meccanica etc.). Neanche i frutti che cadono dagli alberi sono beni naturali. Essi vanno raccolti prima che si rovinino, essi vanno conservati prima che marciscano e così via. Non esiste alcun bene “naturale”. Quel che esiste sono, al massimo, beni “potenzialmente spontanei” cioè la cui generazione non dipende dall’uomo. Molti metalli, ad esempio, esistono soltanto perché delle supernove (stelle esplose) milioni di anni fa hanno scagliato ferro e altri metalli nello spazio e questi sono finiti sulla Terra. La precondizione stessa dell’esistenza del capitalismo è la necessità degli esseri viventi, e dell’uomo come tale, di energia e materiali di sostituzione per le proprie parti del corpo durante il processo vitale. Quale che sia la forma di vita, essa richiede energia esogena all’organismo e materiali di ripristino. La questione, allora, si sposta alla domanda: come l’essere umano è capace di generare energia?

L’essere umano è capace di impiegare energia per estrarre risorse necessarie alla sua sopravvivenza. L’acqua pura esiste raramente in natura. Essa va conservata in appositi punti perché non si contamini. Stesse considerazioni valgono per i processi generativi di risorse alimentari la cui complessità è mostrata dalla sofisticazione dei mezzi che gli esseri umani hanno sviluppato per la bisogna (aratri, recinti, pali, corde, vanghe etc.). Ora, la vita è un processo lineare che necessita di energia per essere mantenuta. Questa energia e i materiali sono prodotti da processi esterni al corpo umano. Questa è la base del capitalismo.

Il capitalismo è semplicemente un tipo di processi che producono energia e materiali per risolvere le necessità della vita umana. E dunque il capitalismo non è proprio del regno animale proprio perché solo l’essere umano è capace di generare quel tipo di processi. Se esistesse un regno dei maiali dove i maiali riescono a generare quei processi, allora diremmo che anche i maiali sono capitalisti, come si suppone ne La fattoria degli animali. Il capitalismo è, dunque, un insieme di processi. Per questo non ha assolutamente alcun senso dire “credo nel capitalismo”. Questo non ha senso, se ci limitiamo alla considerazione della natura economico-produttiva del capitalismo. E, di nuovo, neppure un Marx criticava questo elemento del capitalismo proprio perché è, secondo lui, necessario nello sviluppo della storia umana e allo sviluppo della storia umana. Ovvero, anche per un Marx, il capitalismo è doppiamente necessario!

È necessario in quanto è inevitabile nello sviluppo economico spontaneo delle società umane (cosa negata dai fatti, ma non ha importanza qui). È necessario in quanto è richiesto per lo sviluppo della produzione umana. Infatti, il capitalismo è sostanzialmente la generazione di grandi quantità di energia e materiali necessari per lo sviluppo economico consentito dall’impiego massivo di tecnologie adatte per questo scopo. Queste tecnologie non sono solo macchinari ma prevedono anche certi tipi di ingegneria sociale (cioè organizzazione di esseri umani), come la creazione di posti in cui il tempo naturale è sostituito al tempo artificiale. Sia chiaro che non esiste alcun “tempo naturale”, visto che il tempo è esso stesso un prodotto della misurazione umana, ma diciamo che in quanto animali il tempo “naturale” è quello generato spontaneamente dagli eventi esterni agli animali tale per cui essi reagiscono in modo diverso in base ai momenti della rotazione della Terra attorno al Sole (questo è il tempo naturale). Quindi, la fabbrica non è solamente un insieme di macchinari. La fabbrica è un punto di concentrazione di tecnologie e esseri umani la cui pianificazione sprigiona più energia che i semplici e spontanei processi naturali (ad esempio, quegli stessi umani e quegli stessi macchinari presi separatamente). Questa è l’essenza della fabbrica: un accumulazione di risorse organizzate con lo scopo di risolvere problemi che la natura (qualsiasi cosa essa sia) pone senza dare soluzioni.

Questa dimensione del capitalismo non è normativa, cioè è priva di connotazioni valutative. Cioè o esiste una fabbrica oppure non esiste. È un semplice dato di fatto. E se ad una fabbrica ne seguono tante altre, se la concentrazione di esse è tale per cui un intera unione di esseri umani vivono grazie ad esse, allora siamo in presenza del capitalismo. In questo senso, il capitalismo non è un volo pindarico, non è un sogno, non è un obiettivo. O è o non è. Per la maggioranza della storia umana, e ancora oggi per la maggioranza del mondo umano, il capitalismo non c’è. Esso c’è solo in relativamente pochi posti nel mondo.

Ora, a questo punto siamo in grado di fare un passo avanti. Il passo è dunque chiedersi cosa rende possibile l’esistenza del capitalismo. Questo è il punto dove le posizioni divergono. Esistono due posizioni estreme. La prima posizione suggerisce che il capitalismo esiste a condizione che esista il libero mercato. Quindi, cosa rende possibile il libero mercato? Il “mercato” è un concetto virtuale, per così dire, perché è solo il luogo dove domanda e offerta si incontrano. Può essere un luogo fisico, ma può essere anche un luogo virtuale. Ma in ultima analisi mercato e capitalismo, come già chiarito e detto, riguarda le persone. Quindi invece di parlare di cose astratte, chiariamo ulteriormente i termini della questione.

La “domanda” è la richiesta di una persona di un bene e la “offerta” è la presenza di una seconda persona che dispone di quel bene. Queste due persone hanno due interessi diversi ma convergenti, la prima desidera disporre del bene che l’altra persona è disposta a cedere, a determinate condizioni. Questa è la banalità del “mercato”, che nasce due persone interessate a prendere e cedere uno stesso bene. Lo scambio allora sarà libero nella misura in cui la cessione e la modalità della cessione del bene sono spontanee, cioè non regolate da nessun altro che quelle due persone. Esse si possono dare regole, come la natura del contraccambio, ma questo dipende solo da loro. Nella sua essenza, il mercato è di una banalità eccezionale che viene offuscata perché normalmente è facile parlare senza voler scendere nei banali dettagli per dire cose che, naturalmente, non hanno alcun senso. Quindi, il capitalismo viene prima del mercato perché è ciò che consente la produzione dei beni. Ma esso è logicamente successivo al mercato nel senso che le persone generano la richiesta di beni che solo alcuni processi possono generare. Per questo, dicono alcuni, il capitalismo esiste come conseguenza del libero mercato, perché alcune persone decidono di creare quei processi in modo da soddisfare l’esigenza che altre persone gli pongono. Quindi il capitalismo dipende dall’iniziativa personale. Senza l’iniziativa personale, non esiste il capitalismo. Senza libero mercato il capitalismo non si genera. Quindi il libero mercato, ovvero la libertà delle persone di fare quel che ritengono giusto per soddisfare le esigenze di altre persone, è una condizione necessaria e non sufficiente per l’esistenza del capitalismo. La condizione sufficiente è che maturi in alcune persone la capacità di generare quei processi che sono indispensabili per la produzione dei beni (questo è il “capitale”). Dato che questo conviene ad entrambe le parti, pur essendo il capitalismo non necessario, esso diventa una spontanea conseguenza altamente probabile ma non necessaria della libertà d’azione delle persone.

All’altro estremo, abbiamo chi sostiene che il capitalismo non nasce dalla libera interazione delle persone nel mercato, ma dalla presenza di alcuni di prevaricare e forzare gli altri a fare ciò che altrimenti quegli altri non farebbero. Anche costoro sostengono che il capitalismo ha qualcosa di positivo, perché tutti riconoscono che l’alta produttività dei beni è qualcosa che conviene un po’ a tutti. Tuttavia, il punto è che, secondo loro, non esiste il libero mercato perché le persone non sono libere di disporre di se stesse al suo interno. Esiste sempre qualche tipo di asimmetria di potere. Quindi, il capitalismo è, secondo costoro, necessario ma si basa su uno stato di illibertà delle parti, dove alcuni tendono a sfruttare altri.

In entrambe le interpretazioni (a) il capitalismo esiste, (b) il capitalismo non è materia di speculazioni o credenze. Ciò in cui le due interpretazioni divergono è nella bontà di ciò che consente al capitalismo di esistere e come il capitalismo debba essere gestito. I secondi sosterranno, ad esempio, che essendo il mercato necessario ma non libero esso debba venire regolato in modo tale che esso sia equo per tutti. I primi diranno che tali regole non possono esistere per la banale ragione che nessuno può sapere a priori cosa è “equo per tutti”. Infatti, supponendo che esista una regola di equità universale, essa dovrebbe forzare le parti a far ciò che la regola dice. Ma allora questa regola costringe entrambe le parti a far ciò che esse senza di essa non farebbero. Quindi, la regola rimuove la libertà ovvero impone con la forza il comportamento da seguire. Quindi, concludendo, il dibattito sul capitalismo non si gioca sul capitalismo! Chi parla del capitalismo in altri termini sta semplicemente sfruttando dei giochi di parole per dire ciò che lei o lui approva o disapprova, che è un fatto meramente soggettivo che si fa passare per obiettivo (intersoggettivo).

Chi parla con cognizione in realtà non parla del capitalismo. Egli parla del libero mercato. Ad esempio, nell’Unione Sovietica della NEP, lo stato e il partito comunista erano gli unici detentori del potere politico che consentiva l’esistenza del capitalismo ma non di un esteso libero mercato. Il mercato era in gran parte regolato e la libertà consisteva principalmente nell’interazione delle persone nel generare domanda e nell’offrire la soluzione. Si può dire che l’URSS era una paese capitalista? Nessuno lo nega. Si può dire che l’URSS avesse un libero mercato? Rispetto alla NEP, sì, ma parzialmente. Quindi la posta in gioco è stabilire quanto il mercato è libero, ovvero quanto le persone sono capaci senza regole di interagire tra di loro per ottenere il meglio per loro. Era questo che l’URSS garantiva? Non lo so, bisognerebbe chiederlo ai cittadini sovietici.


Giangiuseppe Pili

Giangiuseppe Pili è Ph.D. in filosofia e scienze della mente (2017). E' stato assistant professor ed è il fondatore di Scuola Filosofica, coordinatore dell'associazione Azione Filosofica ed è il responsabile della collana dei libri di Scuola Filosofica. Egli è autore di numerosi saggi e di diversi articoli in riviste internazionali. In lingua italiana ha pubblicato numerosi lavori e libri. Scacchista per passione. ---- ENGLISH PRESENTATION ------------------------------------------------- Giangiuseppe Pili - PhD philosophy and sciences of the mind (2017). He is a former assistant professor in intelligence studies and he is the founder of Scuola Filosofica (Philosophical School) and the Co-Founder of the philosophical association Azione Filosofica (Philosophical Action). He is the editor in chief of the collective series of books based on the blog (Le Due Torri - Publisher). He is a prolific author nationally and internationally. He is a passionate chess player and (back in the days!) movie maker.

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