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Amore, lavoro, crisi e… filosofia: analisi e critica di un fraintendimento generale

Sembrerebbe che in un periodo di crisi così indiscutibile come quella attuale ogni male sia ancora più grande che in passato. Perdere un ombrello oggi è un male che non conosce passato. Per non parlare dei problemi dei single, dei disoccupati, delle famiglie e delle minoranze (infinite, i cui diritti si moltiplicano misteriosamente da quelli umani a quelli iperuranici). In realtà, sembra che ogni male non conosca un precedente. Le statistiche riportano di dati lontani: gli anni settanta del secolo XX sono molto lontani per chi fatica come una bestia da soma per tenere a mente il tempo che separa il suo presente dalla sua data di nascita.

Sembra che la generazione nata negli anni ’70 del secolo XX non abbia una chiara cognizione degli obiettivi generali della politica, semplicemente perché nessuno crede più nella politica. La politica delle ideologie è stata dissolta sia a destra che a sinistra dal tramonto del comunismo. Il problema non è questo, quanto il fatto che le ideologie, per quanto potessero avere interpretazioni vaghe e personali, almeno avevano il pregio di istituire dei fini insindacabili e che dovevano essere condivisi, più o meno con la forza. Per quanto talvolta potessero essere idioti.

Le ideologie avevano il deprecabile problema di ignorare molto spesso la natura umana e la natura dei mezzi, sicché in nome del principio inattuabile si sacrificava molto del sangue e molto del sudore umano per un regno inumano. Oggi, diciamo, da vent’anni circa, cioè un tempo che incomincia a essere non trascurabile, non abbiamo più fini prefissati da principi assunti stabilmente a priori. Ma non abbiamo neppure più un obiettivo per cui il sacrificio individuale sia riconosciuto plausibile. Se non per ragioni puramente individuali.

La generazione degli anni ’40 e ’50 del XX secolo, che è stata al potere e che continua a restarci anche se in modo più indiretto, ha molte difficoltà concettuali. Innanzi tutto, essi hanno educato una generazione di persone nel nome di un idealismo umanitario di principio, senza però riuscire a mostrarne il prezzo. Inoltre, così lontani dalle dinamiche nuove e multiformi della politica contemporanea, che è solo un grande movimento politico (esteso e inconsistente come molti movimenti politici), essi non riescono a trovare molti paragoni con il periodo in cui dovettero affrontare i problemi quotidiani di un “giovane” (lavoro, casa, famiglia e qualcos’altro). Le dinamiche della forza lavoro sono diverse dagli anni settanta, dagli anni sessanta e tanto più dal periodo della ricostruzione postbellica. Per non parlare di quelle persone ancora più anziane, il cui valore cognitivo è solo supposto nella buona fede di chi gli vuole ancora bene. Se ne hanno. Questo non è un paese per vecchi, anche quando sia un paese di vecchi. Perché il mondo non è mai stato e mai sarà un paese per vecchi: si fa già troppa fatica ad esistere per sé stessi, figuriamoci per chi non può che affidarsi agli altri.

E a questo punto veniamo ed entriamo nella natura stringente dei problemi dell’oggi, così detti. Si dice spesso che questa crisi è come una guerra, che il tasso di suicidi è in aumento, che ci si impoverisce. Certamente. Ci vorrebbe un altro presente. Quando? Durante la seconda guerra mondiale, con i totalitarismi, la repressione sistematica, le deportazioni? No. Abbiamo paura di perdere i nostri piccoli privilegi come la TV via cavo, figuriamoci se vorremmo vivere in un lager o sapendo di poter essere imprigionati dalla polizia o dai servizi segreti (OVRA, NKVD, Gestapo e così via). Allora meglio vivere durante i primi anni del secolo XX, quando si scatenò il primo conflitto mondiale e morirono al fronte 15 milioni di “giovani” e quindi almeno altrettante famiglie dovettero affrontare il dolore della guerra (incalcolabile, dunque, il peso umano, i “danni morali”).

Andiamo allora più indietro. Dubito che nessuno vorrebbe vivere in un mondo in cui mancava l’assistenza sanitaria (e quindi per un piccolo intervento si poteva morire tra le sudice coltri casalinghe, magari attorniati da entità piangenti e urlanti, capaci di infondere molta tranquillità).  Oppure in quel passato in cui le case erano buie, sporche e malsane, in cui l’età media era inferiore ai sessant’anni (e quindi, tra una cosa e l’altra, lasciava si e no il tempo di lavorare come uno schiavo, riprodursi – forse – e morire in un cimitero di campagna): una persona come Mozart, che ha ancora la capacità di sprigionare milioni di dischi venduti in tutto il mondo, morì sostanzialmente in povertà a poco più di trent’anni e fu sepolto in una fossa comune. Immaginiamo che per la maggior parte del XIX secolo non esisteva neppure l’aspirina e quindi ogni infiammazione e ogni minimo dolore non dava pace fino a quando non terminava. Era meglio, infatti, quel presente in cui i medici avevano scarse cognizioni di causa sull’anatomia umana, in cui la guerra era un fatto prestigio, in cui le malattie erano faccende quotidiane (più o meno cose normali fino alla metà del secolo scorso). Per non parlare di quando i matrimoni venivano combinati per ragioni economiche e l’amore era un lusso adulterino ad alto rischio umano e sociale. Senza contare che nella condizione di schiavitù si sono costruite intere civiltà. Ma noi immaginiamo il passato sempre dall’alto, da senatori, da condottieri, da generali. Noi non avremmo mai potuto far parte di quella torma incolta, ignorante e moribonda la cui conclusione era il corpo dilaniato o stuprato dalla guerra e umiliato dalla fame, dalle cimici e dal vagabondaggio per le contrade di un pianeta privo di risorse sufficienti per tutti.

Io non so cosa significhi fare la fame, io non so cosa significhi vedere morta la mia famiglia intera di malattia, non ho mai partecipato direttamente ad una guerra perché la leva obbligatoria non esiste più in Italia. Queste amenità non sono cose morte, sono ancora nel pianeta, si aggirano non come spettri ma come realtà concrete: basta fare poche centinaia di metri per ritrovare la repressione, l’odio etnico, religioso, la guerra e la distruzione, la morte per malattia, alta mortalità infantile. L’ebola la lasciamo agli africani e così pure l’AIDS. Per questo noi non le vediamo se non di sfuggita e forse non le vedremo. Perché a morire ci devono pensare sempre gli altri.

I presenti migliori di questo non sono molti, ci sono perché sono logicamente possibili. Ma poi bisogna vedere se sono politicamente e fisicamente plausibili. E poi, anche ad ammettere che ci siano stati, dove? Nel XIX secolo l’Europa ha imposto il peso della crescita economica ai popoli africani? Loro hanno vissuto nel terrore, nell’odio e nella segregazione. Ma a noi non riguarda e non riguardava perché noi vogliamo il lavoro subito dopo finita l’università, perché vogliamo la nostra compagna o il nostro compagno non appena abbiamo raggiunto la maturità sessuale. Magari ne vogliamo prima più di uno, sempre perché poi ne vogliamo uno che ci dia una famiglia, nuovi figli, la speranza di una compagnia quando nessuno avrà molta voglia di vederci.

Nessuno vuole ammettere che i problemi di questa crisi non sono problemi nuovi perché sono connaturati con la natura umana. Essere venuti al mondo è un prezzo che paghiamo tutti, solamente che c’è chi fa pagare il proprio prezzo anche agli altri, mentre alcuni cercano di pagare per sé e basta.

Se qualcuno avesse avuto la soluzione al problema del lavoro, come crearlo, come farlo trovare, egli sarebbe senza dubbio un miliardario e benefattore dell’umanità. Chi dice che la fortuna si può controllare è solamente un inetto e un bugiardo perché se la fortuna si potesse controllare, allora non esisterebbe. La realtà è che bisogna capire che non tutto dipende da noi e che quando la realtà va nel verso sbagliato l’unica cosa che bisogna fare è pensare che moriremo e che ci bastano due metri cubi di terra per essere seppelliti e non chiedere niente a nessuno: non ci dobbiamo illudere. Questo è il nostro futuro. Tutti dobbiamo morire, ma nel frattempo che stiamo al mondo, è perfettamente inutile affannarsi come se non esistesse un domani perché vivere nell’ansia è una cosa ancora più idiota che vivere e sperare nel futuro.

Trovare un partner con cui si vada d’accordo non è facile. Perché sono richieste tante di quelle condizioni che a pensarci ci si rinuncia prima. Non è un caso che tanti libri di filosofi e pensatori più o meno saggi consigliano l’astensione. Non per bigottismo, ma perché ritenevano che esso aumenta il rischio di una vita infelice, travagliata, segnata dall’ansia e dall’infelicità. Io credo nell’unione felice, ma so che anch’essa è una questione di fortuna e i book makers non me la quotano alta. Nessuno ha l’algoritmo e il sistema di estrazione della persona che fa per voi. Non ci può essere, perché nessuno può sapere con precisione quali siano le persone che vi vanno a genio e a cui voi andate a genio: perché io so che potrei non piacere agli altri e non posso aspettarmi che una persona che mi piace debba essere attratta da me. Ci posso sperare, lo posso desiderare, ma non posso pretenderlo.

La realtà è che non c’è un sistema unico, una sola soluzione per i problemi della vita perché se i problemi vengono percepiti a livello soggettivo in modo analogo, essi però sono diversi per ognuno perché ognuno di noi varia per quel tanto che basta da rendere ogni problema unico nel suo genere. Quindi chi vi dà una ricetta per trovare lavoro e un partner, non è che un rozzo, che vede le cose nella giusta superficialità da fargli trovare risposte a basso costo e a basso valore ma ad alto impatto di idiozia. Perché essi, pur nella loro presunzione, pretendono di avere la risposta che nessuno potrà mai avere o, per lo meno, nessuno oggi conosce e io credo che non si potrà conoscere, visto che il futuro è intrinsecamente imprevedibile perché gli atomi della storia sono imprevedibili.

I problemi della vita sono il lavoro, l’amore e la solitudine. Sono “della vita” perché da morti certamente non avremo bisogno di lavorare (e già questo dovrebbe renderci la cognizione della morte come qualcosa di meno terribile), di avere qualcuno con cui avere rapporti d’amore (sia sessuali che d’affetto) e non cercheremo più qualcuno che voglia condividere brani della nostra esistenza.

Ogni essere umano viene alla luce facendo uno sforzo solenne addirittura per respirare e per mangiare. Un neonato non ha i denti, non ha la capacità di deambulare e neppure di vedere e discernere le cose. Esso è niente. I problemi dell’adulto sono gli stessi, anche se in un’altra forma. Deve mangiare, quindi ha bisogno di lavorare. Deve avere qualcuno per cui lottare, almeno se stesso. Ma amare se stessi come un’altra persona è impossibile, per cui ha bisogno di qualcuno che gli dia la speranza che non è capace di trovare in se stesso, anche quando si finisca nell’idealizzazione di un amore così assoluto da essere religioso. Deve sentirsi parte integrante della vita di un microcosmo. Perché, altrimenti, sacrificare ogni suo sforzo? Una volta che avesse trovato per merito o per fortuna il suo pane e il suo amore, perché ci si sente ancora così vuoti? Per alcuni (credo specialmente le donne) lo sforzo può collassare nella formazione di un nucleo familiare: perché quello sarà il loro microcosmo. Ma io credo per diverse ragioni che la famiglia sia ancora una volta la risposta sbagliata per un problema diverso: come chi si compra una radio per sentirsi meno solo, così si crea una famiglia non perché si crede in essa, ma perché si finisce per crearla senza accorgersene.

Oggi non si ha una risposta per il lavoro, per trovare l’amore e eliminare la solitudine. Strano! Non mi aspetterò diversamente tra migliaia di anni, ammesso di ritrovare l’umanità su questo stanco pianeta: perché la Terra ruota per inerzia, per una gravità nata centinaia di milioni di anni fa. Esattamente come quella razza umana che pur così vecchia si continua a interrogare su quelle tre misere domande che si possono riassumere in poco spazio: lavoro, partner, solitudine, lavoro, partner, solitudine, lavoro, partner, solitudine… L’homo sapiens, il più evoluto degli animali.

Per questo io sono stanco di credere alla crisi. Non c’è nessuna crisi, in un certo senso. Chi si prodiga a parlare di passati alternativi è perché non si rende conto della caratura della brutalità dell’essere umano. Nel passato si ringraziava di avere una minestra calda sul tavolo, e questo era vero per l’90% di quella popolazione analfabeta che aveva così tanta cognizione di causa su di se e sul mondo che passava da una carestia all’altra e cercava di trovare uno straccio di ragione per vivere in un altro mondo. Perché in questo, evidentemente, non c’era molto da trovare. Sapere perché vivere è un problema connesso alle origini della coscienza umana: l’Ecclesiaste è solo uno dei testimoni più antichi che abbiamo conservato, solamente perché in quel mitico passato erano in pochi a saper scrivere.

Si dice che per trovare lavoro oggi occorra… molto lavoro. Specialmente per i filosofi. A me pare un problema impreciso. E’ mal formulato. E’ in generale difficile trovare lavoro. Per tutti. Ogni anno si iscrivono 45.000 persone in economia. Quanti diventano milionari? La maggioranza trova posto negli sportellucci delle banche, lavoro nobile, come ogni lavoro. Ma non diverso da quel laureato in filosofia che lavora nel settore delle comunicazioni per una qualche azienda. 40.000 sono gli iscritti in giurisprudenza. In dieci anni i nostri futuri avvocati sono 400.000, se si laureano (e quelli che non si laureano finiscono per tenersi il loro diploma). Avremo poi 230.000 persone con titoli in aree mediche. Benissimo, ne avremo bisogno per accudire gli anziani, che sono il nostro titolo di merito europeo, visto che la loro vita è quella che fa alzare l’età media e ci dà un indice di quale sia la nostra speranza di vita. Sempre che le presunte capacità dei suddetti siano sufficienti da continuare a sperare in una sanità che non sia solo l’anticipo della più lunga degenza alle amorevoli cure di San Pietro.

Gli iscritti in “gruppo letterario”, che ha una marea di sottocategorie all’interno, sono giusto 28.000-25.000 all’anno. Insomma, decisamente meno dei nostri futuri giudici e avvocati, dei nostri banchieri. Sono meno dei salvatori dell’umanità. Sono poco di più dei medici. Ma la differenza del “polo letterario” non è nella potenza nel mercato del lavoro, ma, io credo, nell’alta aspettativa che essi anno nel momento in cui cercano di trovare lavoro. Il che fa tutta la differenza. Chi si laurea in economia non si aspetta di finire a lavorare molto lontano da quello che crede sia importante, per quanto vago possa essere la definizione di “ciò che è importante”. E proprio questa vaghezza fa una grande differenza. Un laureato in filosofia, dal canto suo, è una persona che ha delle aspettative sulla qualità del suo lavoro, egli vorrebbe trovare un certo tipo di lavoro. Ed è ragionevole. E’ proprio perché egli ha un preciso obiettivo che si pongono i problemi maggiori. Perché tanto più un obiettivo è vago, e tanto più è facile a realizzarsi.

La realtà, semplicemente, è sempre la stessa. Se esistesse una Arabia felix varrebbe la pena emigrare. Ma nessuno ci libererà mai dai problemi del lavoro, dell’amore e della solitudine. Perché essi non dipendono da nient’altro che da quel contratto firmato con la natura una volta che siamo entrati in questo mondo. Tutti paghiamo il prezzo del nostro biglietto, e non ci piace l’idea che questo biglietto sia per un viaggio così insignificante, così privo di utilità ma sempre così munifico di dolore. La realtà, allora, è che bisogna capire le cose per poter dissolvere questi miraggi di passati alternativi, di futuri possibili e impossibili. Se ognuno di noi si concentrasse sul suo, se cercasse di non far pagare agli altri il prezzo di quel biglietto che è solo suo, se si impegnasse nel continuare a vivere con quel margine di felicità che è in grado di trovare in quel momento, saremmo tutti più umili. E quindi più sereni, più in pace con il mondo e con il resto delle cose.

Come disse un mio amico, la cui saggezza mi è sempre chiara: “io non mi aspetto niente dall’umanità”. A volte anche io non mi aspetto niente dall’umanità. Ma questo è solo nei momenti più bui. Nella quotidianità io non mi aspetto niente dal 95% dell’umanità, mentre mi accontento di concentrarmi nell’ammirare quel ristretto 5% che mi dà quella fiducia sufficiente per accettare il fatto che se il mondo non potrà essere mai molto meglio di così, di certo può essere molto peggio di così.


Giangiuseppe Pili

Giangiuseppe Pili è Ph.D. in filosofia e scienze della mente (2017). E' stato assistant professor ed è il fondatore di Scuola Filosofica, coordinatore dell'associazione Azione Filosofica ed è il responsabile della collana dei libri di Scuola Filosofica. Egli è autore di numerosi saggi e di diversi articoli in riviste internazionali. In lingua italiana ha pubblicato numerosi lavori e libri. Scacchista per passione. ---- ENGLISH PRESENTATION ------------------------------------------------- Giangiuseppe Pili - PhD philosophy and sciences of the mind (2017). He is a former assistant professor in intelligence studies and he is the founder of Scuola Filosofica (Philosophical School) and the Co-Founder of the philosophical association Azione Filosofica (Philosophical Action). He is the editor in chief of the collective series of books based on the blog (Le Due Torri - Publisher). He is a prolific author nationally and internationally. He is a passionate chess player and (back in the days!) movie maker.

2 Comments

  1. FranzFranz 13 Novembre, 2014

    Giangi, interessante e vera questa posizione pessimistica che nasconde invece una profonda fiducia (storica) nella positività del nostro presente … e condivido lo scetticismo verso le formule di cura universali, insieme al suggerimento, giusto, di trasformare il proprio bisogno di vedere un giorno una nuova umanità nello sforzo di formazione del proprio carattere, nell’umiltà, e nella gestione saggia e ragionata della propria piccola esistenza … lontani da ogni moda o esagerazione del pensiero politico

    • Giangiuseppe PiliGiangiuseppe Pili 15 Novembre, 2014

      Caro, l’amico di comprovata saggezza nella citazione finale dovrebbe essere qualcuno che conosci, nella misura in cui tutti conosciamo noi stessi (sarà vero? Mah…). La realtà è pessimista o ottimista? Ovviamente né l’una né l’altra, ma considerando il nostro ruolo nel mondo, dovrebbe essere saggio saper essere sufficientemente capaci di accettare le cose come stanno con una rinnovata consapevolezza. Invece di credere di poter cambiare continuamente il nostro destino, piuttosto che non crederci affatto, è saggio (secondo me) accettare il fatto che possiamo soltanto contare su piccole scelte quotidiane ispirandoci ad un vago progetto di vita. Saper accettare che comunque il mondo non si fonda su di noi, sui nostri atti e sulle nostre scelte non è facile, almeno per me. Però credo anche sia il grado di maturità contemplativa di una persona saper capire che accettare la vita e saper dar credito alle cose giuste.

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