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Alcune riflessioni sul talento e la speranza – Sull’imprenditoria giovanile in Italia

https://pixabay.com/ – Ref. the Author

Abstract

In un mondo in cui le certezze e le speranze sul futuro sono messe gravemente in discussione, si nota l’emergere di situazioni sia individuali che sociali drammatiche, che attanagliano, in particolare, le nuove generazioni. La risposta è una rivoluzione dei concetti di utilità e di soddisfazione personale, attualizzandoli ad una maggiore presa di coscienza di quella che è la nostra identità. Nella mancanza di prospettive certe, inseguire il proprio talento non è positivo solo per l’individuo ma ha anche un valore sociale. A 26 anni dirigo due società molto diverse fra loro, con una preparazione accademica molto distante dai temi di cui mi occupo e senza aver mai avuto altre esperienze imprenditoriali. Eppure, sento che molti altri vorrebbero crearsi il proprio percorso a dispetto di superati opportunismi e ingannevoli comodità.


Ho ventisei anni, mi chiamo Cosimo e sono nato in un comune a cavallo fra le province di Pisa e di Firenze. Non ho alcuna presunzione di fornire risposte esaustive e dare asserzioni conclusive ma come tanti miei coetanei, ogni mattina, mi domando come sarà il mio futuro.

Da quando frequentavo il liceo classico in una scuola militare, ho sempre pensato che non ci fossero limiti a ciò che si potesse sperare di fare e di come i confini alla nostra immaginazione ce li imponessimo per timore di non poter raggiungere gli obiettivi che osavamo sognare. È lo stesso pensiero che, sostanzialmente, difendo tuttora: a circa dieci anni di distanza, due lauree, qualche corso universitario extra e due società da amministrare. In questo decennio, tuttavia, qualcosa è sostanzialmente cambiato. È cambiato profondamente il mondo e con esso le persone, i paradigmi culturali e sociali ed anche i modelli economici, sono intervenute nuove divisioni e netti schieramenti sollecitati da emergenze allora impensabili.

La criticità maggiore che pervade questi ultimi tempi, però, è la profonda mancanza di fiducia verso il futuro, e il senso di spaesamento che attraversa la mia generazione ed i più giovani. E questo si manifesta in molti modi, legando assieme fenomeni che potrebbero sembrare avulsi gli uni dagli altri. Sul così detto “tema giovani”, sono sincero nell’affermare che non ho molto da dire rispetto a quanto già detto o scritto da altri ben più esperti di me. Posso parlare solo per la mia poca esperienza. In circa due anni, mi sono convinto ad abbandonare quello che credevo sarebbe stato il mio naturale percorso professionale, partecipando prima con un amico ad una società di social media marketing, quindi aprendo due società ben diverse: un ingrosso alimentare e una start-up innovativa centrata non sulla digitalizzazione ma sulla produzione di beni reali. In due anni, ho avuto modo di incontrare rappresentanti delle istituzioni, imprenditori visionari, esercenti e tanti ragazzi e ragazze giovani come me – con una gran voglia di dimostrare che il proprio talento non sarebbe stato valorizzato nell’accettare improponibili condizioni di lavoro o nel limitarsi a fare “quel che più conveniva”. Forse, per l’età che ho, ho cambiato idea già molte volte su cosa volessi fare ma non ho avuto dubbi su chi volessi essere e su come volessi essere.

Dopo i mesi difficili della pandemia e del distanziamento interpersonale, la situazione economica e sociale è stata appesantita dalla sfavorevole congiuntura internazionale, che ha imposto aumenti significativi del costo delle materie prime, dell’energia e infine un balzo dell’inflazione e un calo drastico del commercio internazionale. Nonostante un PIL in lieve aumento negli ultimi mesi[1], gli aggregati economici restano incerti. La generazione degli anni ‘90 continua, pertanto, a vivere un’epoca di crisi perenne, che ha contrassegnato la sua crescita e socializzazione. Insicurezza, instabilità e infine diffidenza verso le prospettive future caratterizzano la vita di molti che, oggi, hanno meno di 30 anni. Troppo giovani per essere già realizzati sul piano professionale e già piuttosto avanti per ridisegnare il proprio percorso formativo. Il cambiamento del mondo del lavoro, dettato anche dall’emergere e imporsi delle nuove tecnologie, ha reso obsoleti molti percorsi professionalizzanti e accademici. Nonostante questo, dal 2011/2012 le immatricolazioni alle Università italiane sono aumentate di 44mila unità, sancendo una tendenza che, negli ultimi otto anni, è stata in continuo aumento.[2] Tuttavia, i dati sull’occupazione giovanile – anche quella che riguarda i laureati,[3] o sul tasso di inattività, non sono affatto promettenti – caratterizzati da lievi flessioni o ancor più lievi aumenti – che appesantiscono la situazione economica generale. In quest’ottica, inoltre, anche la riforma degli Istituti Tecnici Superiori (ITS) potrà essere valutata solo tra qualche mese, mentre i dubbi sul futuro crescono. I tradizionali percorsi di studi e di carriera lavorativa sono messi in discussione. Non solo, anche le crisi ecologica ed economica e le relazioni internazionali mai così tese, contribuiscono a rendere incerte le prospettive di lavoro per chi è in procinto di affacciarvisi. Nonostante queste significative difficoltà, gli under 30 hanno saputo rispondere e continuano ad impegnarsi su questo fronte. Come? Una soluzione forse è stata trovata nel crearsi un’occupazione più o meno stabile sui social network, che fossero la notissima azienda cinese Tik-Tok[4] o altre piattaforme di condivisione e creazione di contenuti (non ultimo la celebre e “discussa” OnlyFans[5]). Su questi canali è infatti permesso – o così pare – esprimere la propria creatività, talento e personalità, costruendo la versione di sé stessi che si preferisce.

Forse un periodo così incerto non lo si vedeva da diversi decenni, anche nei Paesi occidentali, eppure non può e non deve incentivare un ritiro volontario dalla partecipazione alla vita collettiva e dal ruolo che ciascuno di noi ha il diritto di ricoprire nella società: possiamo non occuparci della Storia, ma questa sicuramente si occuperà di noi.

Le nuove generazioni sono da sempre il motore sia del cambiamento sia del rinnovamento sociale, contribuendo a fornire nuova linfa alla produttività economica e reinterpretando i paradigmi culturali, e la cui assenza provoca, inevitabilmente, un depauperamento in ambo i sensi. Credo che proprio la difficoltà maggiore data da un sistema che mostra mai come ora tutta la sua imperfezione, debba spingere verso una decisa presa di coscienza su quella che dovrà essere la nostra identità. Una scelta di campo, insomma, che ogni under 30 – per cominciare – dovrebbe assumere. Il futuro appartiene ovviamente a ciascuno di noi e forse, se non viene garantito dall’esterno, è il momento di crearselo, anche a costo di apparire dei Don Chisciotte e di infrangersi per cento volte contro le pale di mulini. Ogni volta che quelle pale ci colpiscono, significa fare un passo avanti. Ogni momento in cui ripensiamo a quale percorso di studio o offerta di lavoro ci avrebbe potuto garantire una maggiore utilità, e ci mettiamo in discussione, stiamo forgiando la nostra persona, inseguendo la nostra soddisfazione. Non per solipsismo ma per anche per gli altri. Mi rendo conto di quanto sia astratto, incompleto e forse ingenuo questo discorso, ma in Italia non esiste il “sogno americano”, per quanto probabilmente più mitizzato che reale, e ogni piccola conquista va sudata e costruita, imparando, oggi più che mai, a ragionare come un insieme e non come singole monadi. In questo senso, leggo anche il perseguimento della propria soddisfazione personale, come la dimostrazione per gli altri che, se non ci viene fornito il nostro giusto posto nel mondo, è il caso di crearselo o di prenderselo e infine di occuparlo.

Non saprei dire quante volte mi sono trovato sveglio nel cuore della notte ripensando alle più ordinarie difficoltà che ho incontrato e che incontro, a quante volte ho fantastico sul potermi chiudere in camera tutto un giorno a seguirmi una maratona di serie TV, o prendere un treno, aprire un libro e perdermi nelle gocce di pioggia che attraversano i vetri della carrozza correndo da un’altra parte d’Italia. Io non posso scrivere su una storia a lieto fine, perché non conosco l’ultima pagina e non mi interessa. È il percorso quello che vale la pena davvero di essere vissuto, con le mille emozioni contrastanti che ci dà. Con le contraddizioni che siamo e che continueremo ad essere. Ma con la forza di rinunciare, se lo desideriamo, alle più semplici utilità per dare vigore al nostro talento, forma alle speranze e materia alle inclinazioni.

Quindi, quale potrebbe essere il messaggio? Di inseguire i propri sogni? Questo è già stato ripetuto innumerevoli volte. E che seguendo il proprio talento, anche a dispetto dell’opinione comune, alla fine si avrà successo? Non lo so, ma lo spero e lo auguro a tutti quanti. Invece, posso asserire che inseguire il proprio talento e le proprie inclinazioni sia il modo migliore per uscire da un periodo paludoso in cui pare essere finito il nostro sistema. È uscire allo scoperto, proiettarsi in mezzo ad una pista ed iniziare a ballare, professando le proprie movenze a dispetto di quelle che possono essere le mille ingiustizie, difficoltà, paure e crisi che incontriamo quotidianamente. Del resto, l’epoca stabile e progressiva dei nostri padri e nonni appare terminata per sempre: si alzi chi è in grado di pronosticare il futuro e le sue opportunità tra soli cinque anni!

Mettere da parte paure e opportunismi e seguire le proprie inclinazioni può significare abbandonare un percorso che ci viene descritto, ormai senza ragione, come il “più utile” o il migliore, ed intraprendere una strada nuova, anche se mai battuta, e farlo non solo per sé stessi ma anche per gli altri. Per poter dire: potevo rassegnarmi ad essere etichettato come una generazione Tik-Tok o vedere impassibile aumentare il numero di Hikikomori[6] e invece ho preso una nuova strada, l’ho aperta, metaforicamente, anche per altri e ho imparato a remare in acque sconosciute perché, forse, anche solo in parte, la mia storia potrà interessare ad un’altra persona. Fosse solo una, ho cercato di fare del mio meglio.

Ciò che vorrei trasmettere è che i giovani italiani sono ben altro rispetto a certi ingiusti cliché che li vorrebbero ridurre esclusivamente ad aspiranti influencer – professione indubbiamente ardua – o destinanti a rinunciare al proprio talento, per colpa di una manifesta mancanza di visione programmatrice di lungo periodo del nostro sistema. La risposta risiede nella speranza che la propria soddisfazione serva non solo a noi stessi ma anche agli altri sia a fini di mera efficienza economica generale sia per una motivazione di natura più morale, che riporti al centro del nostro agire la condivisione, il fare rete e la promozione di più alti obiettivi di soddisfazione collettiva e sociale. Nonostante le difficoltà, quindi, è necessario trovare il coraggio di perseguire le proprie inclinazioni, ricercando la nostra felicità non solo per la soddisfazione personale ma anche per la volontà di costruire qualcosa che sia utile per gli altri.


[1] https://www.istat.it/it/archivio/pil

[2] http://dati.ustat.miur.it/dataset/immatricolati/resource/c39e6e60-d92e-46f2-bfaa-f865d3fb1771

[3] http://www.irpet.it/wp-content/uploads/2022/11/nota-di-lavoro-19_2022-14nov22.pdf

[4] https://www.audiweb.it/news/comunicati-stampa/Comunicato-Stampa-total-digital-audience-Aprile-2022.html

[5] https://www.ilgiorno.it/mondo/granata-sex-toy-1.6300551

[6] https://www.toscanamedica.org/87-toscana-medica/qualita-e-professione/1132-la-sindrome-hikikomori#:~:text=%E2%80%9CStare%20in%20disparte%2C%20isolarsi%E2%80%9D,volontaria%20reclusione%20dal%20mondo%20esterno


Cosimo Meneguzzo

Mi chiamo Cosimo, classe ‘96. Nato in Toscana, in una campagna ricca di attività produttive dove si respira una storia di più antica che moderna. A quindici anni, sono entrato alla scuola militare Teuliè di Milano, dove mi sono diplomato al liceo classico. Successivamente, mi sono laureato a Firenze, in Scienze Politiche, con un anno di anticipo, per poi trasferirmi a Roma, dove ho vinto il concorso per la Magistrale presso la Luiss Guido Carli e dove ho lavorato in uno studio di relazioni istituzionali. Ho potuto così approfondire la nostra politica sia da un punto di vista teorico che pratico. Dal primo lockdown, ho deciso di inseguire nuovi sogni, contribuendo a costituire alcune società. Ad ora, so che la cooperazione è indispensabile per risolvere i problemi, che bisogna avere una ampia visione e puntare in alto. Credo che lavorare tutti assieme sia oggi un’imprescindibile necessità per vincere le sfide più urgenti, a partire dai danni del cambiamento climatico e dal recupero di competitività internazionale del nostro Paese. Mi interesso di molte questioni e cerco di approfondirle una alla volta.

One Comment

  1. Claudio PisanelliClaudio Pisanelli 29 Maggio, 2023

    Complimenti
    Articolo molto all’avanguardia

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