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L’alcolismo, una vecchia storia. Uno studio filosofico sull’alcolismo

Una delle principali cause di morte dirette o indirette nell’Occidente è senza dubbio l’assunzione smodata di alcolici. Non solo è impossibile stimare la quantità di persone decedute per malattie correlate all’assunzione di alcol, sia nel tempo (nei secoli) che nello spazio (nei vari continenti), ma è pure impossibile elencare la copiosa quantità di articoli giornalistici, saggistici, moralistici, scientifici e parascientifici dedicati all’argomento. In generale, sembra che in questi ultimi anni l’attenzione sia leggermente cresciuta nella considerazione del problema a livello giovanile, come se il fatto riguardasse esclusivamente i giovani e non tutto il complesso della società. In secondo luogo, sembra sfuggire il fatto che l’origine di questo costume sia difficile da datare. Nella maggior parte dei casi, data la scarsa attenzione generale alla storia dell’uomo, si considera il fenomeno con gli occhi attoniti del presente, senza scrutare in avanti (ragioni) o indietro (motivazioni storiche) in questo fenomeno. Il motivo principale è senza dubbio la scabrosità delle conseguenze che tale problema implica: l’incapacità di fornire una visione positiva della vita da parte di chi accetta o condanna il fenomeno. Questa incapacità è rimarcata dal fatto che, nella storia, l’unico serio tentativo fatto per sradicare il fenomeno sia stato quello di proibire l’assunzione dell’alcol, per ragioni sociali (negli Stati Uniti negli anni ’30 del XX secolo) o per ragioni morali (come prescrive la religione musulmana).

Le motivazioni dell’assunzione moderata di alcolici sono, in realtà, poche: causa piacere per il gusto e per gli effetti leggeri di stordimento; è occasione di formazione di legami sociali o di condivisione di un piacere, cioè è un’opportunità sociale. La formazione di un contesto sociale che favorisce l’assunzione di alcolici è testimoniata proprio dal fatto che l’alcolico costituisce un momento di riunione di individui attorno ad un medesimo scopo, che è quella di provare ciascuno lo stesso piacere per lo stesso oggetto, fatto che rinsalda lo stato di compagnia dovuto alla sensazione della condivisione di più credenze da parte degli individui in questione.

Esistono varie tipologie dell’assunzione di alcolici. L’unica che consente all’organismo di non provare danni a breve e lungo termine sembra quella di un moderato assorbimento di alcol, un dosaggio molto ridotto sia nella quantità che nella qualità del prodotto. Sorseggiare poco whiskey non danneggia nessuno, forse. Ma berne un litro in poco tempo comporta delle conseguenze indesiderabili. Ma indesiderabili per chi? Se si fa, e si fa anche di peggio, è evidente che le conseguenze dell’assunzione non devono essere così indesiderabili, o indesiderate, almeno a livello inconscio. Se l’assunzione moderata sembra essere la via percorribile dalla saggezza, si danno almeno due generi di assunzione smodata: la bevuta ordinaria di una quantità superiore, ma non molto, a quella considerata “saggia” e la consumazione straordinaria di una quantità insostenibile per l’organismo. Tra queste due vie estreme, differenti rispetto al tempo di assunzione, si danno una varietà di degradazioni diverse, che consideriamo non importanti in questa sede.

Il principale problema connesso alle assunzioni smodate di alcol è la modalità e la finalità della consumazione, prima ancora che le sue conseguenze a livello fisico. Infatti, se anche esistesse un alcolico “indolore”, non cesserebbe il problema dello scopo dell’assunzione stessa. Nel caso della consumazione straordinaria, non consuetudinaria, lo scopo è chiaramente quello di raggiungere un livello di stordimento sufficiente a rimuovere ogni connessione dell’uomo con il proprio passato e il proprio futuro. Infatti, a prescindere dalle singole motivazioni, è evidente che l’uomo nello stato di ebbrezza non è in grado di riconoscersi (o vorrebbe) in relazione a ciò che fa o a ciò che ha fatto. Lo scopo, dunque, è quello di riuscire a isolarsi nel puro presente, nel quale cade la rilevanza della responsabilità per la propria azione: se non si è capaci di riconoscersi nella propria unità di coscienza, non rimane altra possibilità che vivere l’istante immediato della vita, come se esso non avesse legame con il resto del tempo. Questo fatto è testimoniato dall’evidenza: se le cose stessero altrimenti, ci fossero altri scopi più specifici o generali, perché voler raggiungere tale obiettivo?

Naturalmente ciascuno riconosce in proprie peculiari situazioni la ragione dell’assunzione straordinaria di alcolici: ragioni sociali o individuali. Tra le ragioni sociali può esserci la pressione esercitata dagli altri membri dello spazio sociale in cui si soggiace, tali che il loro comportamento conduce a prendere coscienza della propria inadeguatezza qualora non si assuma alcol in modo straordinario. In questo senso, sembra che la ragione sia di natura adattiva: l’individuo vuole partecipare alle attività di gruppo per sentirsi meno solo e non inadeguato rispetto alle regole adottate dalle persone che lo circondano. In questo senso, la spinta sociale si esercita in modo diretto o indiretto: diretto, se le persone spingono un membro del gruppo ad assumere alcol; indiretto, se la persona deduce dal comportamento altrui la propria inadeguatezza qualora violi la regola tacita di assumere alcol per stare in quella particolare compagnia.

Tra le ragioni individuali si danno due opposti: la ricerca del piacere o la sospensione del dolore. Eppure, la ricerca del piacere sembra più essere un fatto relativo alla sospensione del singolo dal dolore, perché nessuno prova piacere ad essere molto stordito o incapace di riconoscere il mondo. Se sei incapace di riconoscere te stesso nel mondo, se hai perso la cognizione di te stesso, allora hai anche perso la capacità di avere cognizione sul tuo piacere. Sicché è argomentativamente e fenologicamente più verosimile l’idea che l’assunzione straordinaria di alcol sia dovuta alla volontà di sospendere il dolore, più che alla ricerca del piacere, cioè si tratta di uno scopo negativo perché dalla sospensione del dolore si ha anche la soppressione di ogni altra forma di normale “esperire”.

Quanto appena detto non può valere come giustificazione dell’assunzione straordinaria degli alcolici, ma solo come motivazione: non si sta dicendo che poste quelle condizioni l’assunzione di alcol in grandi quantità è un fatto positivo, si stanno indicando delle motivazioni per l’azione, per la scelta di un’azione. La motivazione è semplicemente una spiegazione plausibile di un fenomeno da un punto di vista causale, non una sua qualifica. I due livelli sono da tenere distinti.

L’assunzione quotidiana di alcolici, invece, sorge solo per ragioni di natura pratica e abitudinaria: la persona vive uno stato di malessere tale che l’assunzione abitudinaria di alcol lo aiuta a superarlo. L’abitudine impone l’associazione mentale tra stato di malessere e alcol: si imposta una funzione che collega ad ogni stato di insicurezza o malessere allo stato di benessere prospettato con l’assunzione dell’alcol, determinando, così, il bisogno di consumare l’alcolico. L’assunzione abitudinaria non può nascere altrimenti, laddove l’organismo istintivamente respinge l’assunzione di un certo tipo di prodotti, specialmente a determinati orari della giornata. La prospettiva mentale è determinata, dunque, dalla considerazione del malessere attuale e dall’utilità futura, quantificata dalla diminuzione del senso di malessere, determinando il senso positivo di liberazione nella consumazione dell’alcolico. Il problema sorge dalla progressiva assuefazione al prodotto, cioè al fatto che a parità di assunzione, l’effetto benefico percepito tende a diminuire con il tempo. In questo senso, per raggiungere la parità di benefici per l’assunzione bisogna consumare più alcolico. Questo fenomeno è ben noto e non vale solo per gli alcolici. A questo va aggiunto un perenne stato di frustrazione, che conduce a nervosismo e violenza, dovuto all’impossibilità di poter continuamente soddisfare il bisogno di consumare l’alcolico.

Abbiamo fornito un inquadramento “filosofico” per l’assunzione dell’alcol, sia esso quotidiano o straordinario. La radice comune sta nella presenza di un malessere o di un senso di inadeguatezza nei confronti di una circostanza. Abbiamo visto come tale condizione possa avere ragioni individuali dirette o sociali. In ogni caso, il fenomeno ha una generale ragione: isolare la percezione di sé al puro vissuto presente, rendendosi incapaci di collegarsi con il proprio passato o con il proprio futuro. Questa condizione genera un curioso paradosso: l’alcolista non rifiuta totalmente la vita, ma abbraccia una forma peculiare di morte. La morte di sé in quanto persona. Una persona è un uomo e ogni uomo si distingue da un altro principalmente per proprio passato e per la propria progettualità rispetto al futuro. Sicché egli rifiuta la vita nel senso compiuto del termine, cioè, dal punto di vista fenomenologico, non vuole riconoscersi come quell’essere che ha vissuto e che vivrà, ma accetta la vita nel solo momento presente. Questo è un paradosso perché è un desiderio che non può realizzarsi: nessuno può smettere di essere quello che è, a meno di cessare di esistere, di morire. E questo vale anche nelle condizioni più estreme: si può essere incoscienti di ciò che si è, ma non si può smettere di essere quel che si è. Anche volendolo, perché volere implica già essere (come dimostrò in modo definitivo René Descartes nelle Meditazioni metafisiche): non si può volere di non volere, perché non volere è già un atto di volontà (come dimostrò John Locke nel suo Saggio sull’intelletto umano). Non è inconsueto che alcuni individui, particolarmente resistenti agli effetti dell’alcolico, “sfidino” la propria coscienza per vedere fino a che punto resiste. In questa sorta di “sfida”, che rasenta una forma peculiare di schizofrenia selettiva, emerge chiaramente il disagio del sé nei confronti del mondo o della vita. Si può desiderare di ubriacarsi per dei motivi precisi, ma anche per nessun motivo eccetto che per il fatto di non voler più vivere così come si è fatto fino a quel momento: si vuole una tregua, una sospensione.

Il problema dell’alcolismo vanta una storia plurimillenaria. Più precisamente, ci accompagna dalle nostre origini. La vita delle società tardocapitalistiche non può vantare neanche questa peculiare originalità: non siamo buoni neanche a questo. Per partire dai miti, il dio Dioniso era il dio del vino, una delle figure centrali del mondo del sacro della Grecia antica, come testimoniato in molti lavori (vedi i lavori di Puliga in bibliografia), ma senza dubbio chi ha più chiarito l’argomento fu Nietzsche ne La nascita della tragedia, dove al modello razionalista si contrappone la corrente irrazionalista del mondo greco. Ma questo potrebbe essere un caso mitologico, di una riflessione sulla realtà di tipo speculativo, magari priva di fatti. Noi andiamo alla ricerca di fatti, dunque, prendiamo il seguente passaggio tratto da La guerra del Peloponneso di Tucidide: “Finché, ad opera di certi meteci e di alcuni servi, approda all’autorità una denuncia, che pur non avendo nulla da spartire con lo scandalo delle Erme, riguarda certe altre statue sfregiate tempo prima da un gruppetto di giovani ubriachi e in vena di stranezze: in certi ambienti, inoltre, ci si diverte a scimmiottare i misteri. Le accuse non risparmiavano Alcibiade (…)”.[1] Questo passo dimostra due cose: se è vero, la piaga dell’alcolismo e delle sue sgradite conseguenze era già presente durante la guerra del Peloponneso (V secolo a.C.); se è falso, comunque mostra che per i greci era una spiegazione plausibile che dei “giovani ubriachi” potessero distruggere delle statue perché in stato di ebbrezza. Insomma, che sia vero o falso, in ogni caso l’ubriachezza molesta era già riconosciuta come causa di danni. Questo caso è particolarmente prezioso perché dimostra che l’alcolismo non dipende propriamente dal tipo di società o dal tempo. Quanto diremo dopo servirà da conferma per questa tesi.

Tucidide, comunque, non è l’unico che parla di problemi connessi all’alcolismo. Anche gli storici romani attestano che l’alcol era apprezzato sia in Roma che fuori di Roma. In Roma il vino dominava nelle tavole, anche in quantità decisamente insalubri, come testimonia il Satiricon di Petronio nella celebre scena del pranzo da Trimalcione. Fuori di Roma, invece, Tacito ci dice che era costume dei Germani quello di tracannare grandi dosi di alcolici: “Nessuno considera un disonore trascorrere il giorno e la notte in continue bevute. Come è ovvio tra gli ubriachi, scoppiano frequenti risse: raramente si tratta di alterchi a parole, spesso si concludono con morti e feriti”.[2] Queste parole sono preziose perché confermano quanto detto sopra: anche una società priva di grandi istituzioni, civiltà e regole paragonabili a quelle di uno stato moderno (come molto parzialmente potrebbe essere il caso della Roma imperiale) aveva come peculiarità quella delle grandi bevute.

Con il passare dei secoli la moda del consumo smodato di alcolici sembra permanere, come i pascoli e le montagne. Durante il seicento, ad esempio, era normale organizzare grandi banchetti durante i quali i convitati si intrattenevano in grandi bevute. Wallenstein, ad esempio, era considerato “strano” per il fatto di non amare simili bagordi: li organizzava, perché simili circostanze sono concepite come benefit per i partecipanti, e servivano a Wallenstein per affermarsi, ma poi disdegnava di parteciparvi in prima persona.[3] Lo stato ottocentesco voleva riformare i costumi della società, in modo che lo stato di benessere tra i singoli determinasse uno stato di benessere della società stessa. Tra i vari “costumi insani” c’era pure quello degli alcolici: “Come notoriamente ha sostenuto Michel Foucault, alle punizioni pubbliche e spesso più brutali che prevalevano negli antichi regimi subentrarono i sistemi di incarceramento regolato. La rimozione dalla società sostituì quasi ovunque nel mondo il barbaro castigo in piazza. Sempre più, gli Stati attuarono per decreto, o con misure giuridiche approvate dai parlamenti, mezzi legali per stigmatizzare e punire certi tipi di comportamento considerati come antisociali, tra cui l’aborto, l’infanticidio, l’omosessualità, tenere armi senza licenza, gli sport crudeli, la bigamia e l’eccessivo consumo di alcol durante la settimana lavorativa. In tutte queste materie, gli amministratori dello Stato esprimevano il desiderio generale di civilizzare e gestire le popolazioni nazionali come quelle coloniali. Ma, tramite questa giuridificazione sempre più pubblicamente invasiva che coinvolgeva legge e moralità, esprimevano anche il proprio diritto a intervenire in ambiti che nei tempi andati erano spettanza della Chiesa locale e della pubblica opinione della comunità”.[4]

Ma lo stato non è il solo a rendersi conto della problematica. Anche il grande Robert Luis Stevenson racconta, in sede narrativa, dei problemi inerenti all’alcolismo, nelle pagine meravigliose, come tutte le sue, de Il fanciullo rapito. Per descrivere costumi che sembrano tratti dai peggiori racconti dell’oggi, ci affidiamo alla penna di Stevenson: “Era il signor Riach (che Dio lo perdoni) a dargli da bere; e le sue intenzioni, senza dubbio, erano buone; ma la cosa, in primo luogo, danneggiava la salute del ragazzo; inoltre era uno spettacolo dei più penosi vedere questo povero derelitto barcollare e ballare e parlare a vanvera senza rendersi conto di nulla. Alcuni degli uomini ne ridevano; ma altri si facevano scuri in folto (pensando, forse, alla loro propria fanciullezza o ai loro figli) e gli dicevano di smettere di fare lo stupido e di badare a quello che faceva. Quanto a me, mi vergognavo di guardarlo, e a volte ancor oggi lo rivedo nei miei sogni, quel povero ragazzo”.[5]

Siamo arrivati, finalmente, al XX secolo, ma prima di accennare qualcosa, bisogna pur ricordare che gli indiani d’America tra i secoli XV e XIX furono funestati dalla piaga dell’alcolismo, che non rientrava nelle loro abitudini per l’assenza, appunto, dell’alcol. Ed ancora oggi pare che le comunità dei nativi americani siano affette da questo triste male. Inoltre, ogni società del mondo sembra avere sue peculiari bevande capaci di procurare stati di ebbrezza (la birra per i Galli o i Vichinghi, il saché per il Giapponesi…).

Nel XX secolo abbiamo testimonianze del problema nei modi più svariati: nei romanzi noir classici, cioè scritti attorno agli anni ’50-’60, si narra continuamente dei problemi dell’alcolismo (vedi i romanzi di Chandler, noto alcolista, nella cui prosa continuamente emerge la “questione alcolica”; ma pure Burnett ne La giungla di asfalto include, tra i protagonisti, un alcolizzato). Ma è preziosissima la testimonianza di Billy Wilder ne Giorni perduti, un film di una bellezza e tristezza sconfortanti il cui protagonista è un alcolista: Wilder indaga con efficacia e lucidità gli aspetti più inquietanti, troppo spesso sottovalutati, della piaga dell’alcolismo.

Oggi non è difficile procurarsi delle esperienze o dei materiali che confermino questa triste realtà, cioè che la “questione dell’alcolismo” è tutt’altro che tramontata. Semplicemente perché non sorge: essa è eterna. Ma adesso possiamo dire con certezza quanto non viene mai detto: essa esiste dall’avvento della società occidentale, esiste con noi, esiste dentro di noi, esiste fuori di noi. Vivere nell’Occidente significa vivere nell’alcolismo. Questo fatto è troppo importante e troppo misconosciuto per non essere detto in questo modo chiaro e brutale. Perché le cose stanno così. Ancora oggi nel mondo rurale italiano l’assunzione di alcolici è considerata una forma di aggregazione sociale insostituibile, nel quale chi si rifiuta è escluso quasi ipso facto dalla società. Il rifiuto dell’alcolico è spesso sintomo del rifiuto stesso della società, della compagnia e della socievolezza, tutti valori indispensabili per le società per evitare forme peculiari di disgregazione e perdita di potere. Non abbiamo neppure bisogno di cercare materiali bibliografici per avvalorare la nostra tesi: chi ne avrà voglia lo faccia e non troverà molti dati che sconfessino questa posizione. Semmai ne troverà.

Veniamo ora ad una questione che si ricollega con le motivazioni sopra dette per trattare dell’aspetto primordiale dell’alcolismo: la sua intrinseca ragione. La sua ragione principale è quella di consentire all’individuo di isolare il presente rispetto al suo futuro e al suo passato, cioè di consentirgli una fuoriuscita dalla vita nella vita. Questo si può desiderare solo a condizione che durante le condizioni ordinarie della vita non si sia abbastanza felici o non lo si sia affatto. In altre parole, la condizione dell’alcolismo è il rifiuto della propria vita, riconosciuta nel momento come totalmente priva di interesse, non degna di cura perché incapace di garantire un senso positivo dell’esistenza. Questo è mostrato, appunto, dal fatto che l’alcolismo sia una piaga che non dipende dal tempo e dallo spazio e, probabilmente, neppure dalle società. Il momento in cui il consumo di alcolici è massimo, non a caso, è quello della guerra: gli esempi di consumo di alcol o di altri stupefacenti nei conflitti si sprecano, noi ne riportiamo solo uno: “Insignificante e deplorevole fatto personale. Ma estenda l’esempio come ordine, come norma generale. Nessuno di noi si muoverà più. L’anima del combattente di questa guerra è l’alcool. Il primo motore è l’alcool. Perciò i soldati, nella loro infinita saggezza, lo chiamano benzina”.[6] I soldati nella loro infinita saggezza sanno che la vita del fronte (specialmente quello delle trincee della prima guerra mondiale) è meglio che sia dimenticata, per quanto gli tocchi viverla momento per momento. Così, l’alcol ha lo scopo di obliatore assoluto, di dimenticatore della realtà, di quella realtà che è altrimenti insopportabile: perché si dovrebbe desiderare di dimenticare qualcosa, se non perché quel qualcosa determina una perpetua angoscia, la sfida continua con il male del mondo, la paura di non farcela, di non avere un senso, di non desiderare nulla, se non forse la propria fine, la pace dell’annullamento totale e finale?

Come si diceva, ognuno può avere le sue peculiari scuse per assumere dosi sconsiderate di alcol nel momento o nel lungo periodo, ma esse faranno capo alla medesima logica: quella di dimenticare qualcosa dalla quale ci si sente continuamente perseguitati in ogni momento del presente e dalla quale si sente di non avere alcun rimedio né soluzione.

Così tanti giovani, che si fa finta di considerare sotto una luce di triste forma di benevolenza, bevono per dimenticare di sentirsi vuoti, privi di sostanza, incapaci di cambiare la realtà e incapaci allo stesso tempo di viverla. Mai si dice che la realtà è sempre la stessa, che ci si chiede perché viverla e mai ci vien detto perché vale la pena anche solo di provare a rispondere a questa domanda. Perché, in fondo, non suicidarsi? Molto spesso non se ne ha il coraggio, altre volte non si riconosce di averne la forza o qualche residuo legame ancora l’individuo al mondo. E allora una soluzione temporanea può essere una peculiare forma di suicidio moderato.

Per superare il dolore, bisogna andare oltre la sua comprensione, bisogna avere una strada, non necessariamente una fede, ma la certezza che la propria vita possa davvero cambiare il mondo in meglio, anche se poco. Ma quel poco è importante. Forse più importante di grandi rivoluzioni. Cambiamento che passa attraverso la conoscenza del mondo, conoscenza che amplia la nostra capacità di comprendere, di accettare il dolore come componente essenziale della vita. La conoscenza ci indica anche cosa fare per migliorare la nostra vita, per scegliere tra il bene e il male, che conduce alla soddisfazione di sé e di tutti quelli che ci stanno vicino. Perché tutto questo è possibile. Ma tutto questo è spesso non alla portata di chi nasce e non gli viene insegnato nulla, o che non ha le risorse intellettuali per elaborare simili risposte: disgraziati i poveri di spirito! E così si cerca affannosamente un ritorno all’origine, al nulla. Fino a quando quel nulla inghiotte, divora, distrugge. Da quel nulla così affascinante e nero. Quel nulla da cui nessuno ritorna più.


Bibliografia

Bayly C., Nascita del mondo moderno 1780-1914, Mondadori, Milano, 2011.

Descartes R., Meditazioni metafisiche, Laterza, Roma-Bari, 1997.

Locke J., Saggio sull’intelletto umano, Laterza, Roma-Bari, 2001.

Lussu E., Un anno sull’altipiano, Einaudi, Torino, 2000.

Nietzsche F., La nascita della tragedia, Adelphi, Milano, 2003.

Stevenson L. J., Il fanciullo rapito, Mondadori, Milano, 2006.

Pili G., Spinoza e il sabato sera, www.scuolafilosofica.com, 2011, http://www.scuolafilosofica.com/698/spinoza-e-il-sabato-sera

Puliga D., Panichi S., In Grecia. Racconti dal mito, dall’arte e dalla memoria, Einaudi, Torino, 2001.

Tacito, Germania, Mondadori, Milano, 1991.

Tucidide, La guerra del Peloponneso, Garzanti, Milano, 2003.

Valzania S., Wallenstein. La tragedia di un generale nella guerra dei trent’anni, Mondadori, Milano, 2007.

 


[1] Tucidide, La guerra del Peloponneso, Garzanti, Milano, 2003, p. 401.

[2] Tacito, Germania, Mondadori, Milano, 1991, p. 31.

[3] Per questo tratto del Wallenstein, vedi il libro di Valzania.

[4] Bayly C. (2004), Nascita del mondo moderno 1780-1914, Mondadori, Milano, 2011, p. 314.

[5] Stevenson L. J., Il fanciullo rapito, Mondadori, Milano, 2006, p. 701.

[6] Lussu E. (1945), Un anno sull’altipiano, Einaudi, Torino, 2000 p. 38.


Giangiuseppe Pili

Giangiuseppe Pili è Ph.D. in filosofia e scienze della mente (2017). E' stato assistant professor ed è il fondatore di Scuola Filosofica, coordinatore dell'associazione Azione Filosofica ed è il responsabile della collana dei libri di Scuola Filosofica. Egli è autore di numerosi saggi e di diversi articoli in riviste internazionali. In lingua italiana ha pubblicato numerosi lavori e libri. Scacchista per passione. ---- ENGLISH PRESENTATION ------------------------------------------------- Giangiuseppe Pili - PhD philosophy and sciences of the mind (2017). He is a former assistant professor in intelligence studies and he is the founder of Scuola Filosofica (Philosophical School) and the Co-Founder of the philosophical association Azione Filosofica (Philosophical Action). He is the editor in chief of the collective series of books based on the blog (Le Due Torri - Publisher). He is a prolific author nationally and internationally. He is a passionate chess player and (back in the days!) movie maker.

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