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Elementare, come dire: “Guardo l’orologio”. Il racconto di un’esperienza di Volontariato.

Di Pili G.                 www.scuolafilosofica.com

Il mio primo giorno di lezione nella scuola serale per extracomunitari, l’istituto “La tenda” a Milano in via Livigno, è stato un mesetto fa, quando, insieme ad un altro “docente” più anziano, ho testato le mie doti d’insegnante. Erano le sette e mezzo di sera, quando Giancarlo mi ha lasciato lo spazio per improvvisare una lezione.

Facciamo qualche precisazione. La lezione verteva su argomenti assai speciosi, di genere filosofico e astratto, quali le lettere dell’alfabeto, in particolare le vocali “e” ed “o” e il suono delle lettere “c” e “g” con o senza “h”. Per chi non lo sapesse, come me allora, gli arabi non hanno i suoni “e” e “o” né lettere corrispondenti nel loro alfabeto. Era la prima volta che mi trovavo di fronte a delle persone che non riuscissero a pronunciare alcune vocali. E’ un fatto curioso, importante e che porta a tanti pregiudizi pericolosi, quello di credere che ciò che sia più semplice è ciò che ci risulta più facile.

Grazie a questa prima esperienza, ho imparato che il mondo arabo non utilizza i suoni della “e” e della “o” e reinterpretano la “e” come “i” e la “o” come “u”. Cioè cercano di tradurre il suono attraverso il loro modo di parlare.

Iniziai subito con un errore, parola con troppe “e”. Dopo che Giancarlo finì l’introduzione, mi lasciò l’uditorio. La prima cosa che mi venne istintivo chiedere fu “E’ tutto chiaro?” La parola che mi interessava era “chiaro”, essa ha il pregio di esemplificare l’argomento della lezione: la parola “c” in presenza dell’”h” e la lettera “o”.

La mia domanda non ebbe risposta. Allora, indicai la parola in questione e verificai la loro capacità di lettura. Tutti riuscirono a leggerla, dopo qualche tentativo. Il problema venne quando domandai: “Cosa significa? Qualcuno lo sa?” Silenzio. Rifeci la domanda. Silenzio. Silenzio e ancora silenzio. Avrei dovuto intuire che nessuno, in quella classe, poteva minimamente intuire cosa volesse dire “E’ tutto chiaro?” perché la parola chiaro è molto astratta. Nonostante questo, ciò fu l’errore, tentai di spiegarlo. Dapprima dissi che “chiaro” è il bianco rispetto al nero. Ma bisognava spiegare cosa erano “bianco” e “nero”. Anche questo non era così semplice. Indicai un foglio per chiarire cosa fosse bianco. Indicai la lavagna per chiarire cosa fosse il nero. L’uditorio comprese questo: “E’ tutto bianco più nero?” Il problema diventava ancora maggiore quando con “chiaro” intendevo qualcosa di astratto, non concreto, non evidente. Solo dopo mi resi conto dell’estrema difficoltà a cui avevo sottoposto i ragazzi: come riuscire a immaginare che “E’ tutto chiaro?” è sinonimo di “Avete capito?” o “Avete qualche dubbio?” Non c’è alcuna connessione evidente tra i tre modi di dire né, tanto meno, si riusciva ad arrivarci attraverso la spiegazione del fantomatico “chiaro”.

Preso da un momento di stordimento, lasciai perdere. Allora ci fu un cambiamento di strategia. Non era mia intenzione limitare le mie spiegazioni alla pura e semplice dizione e lettura. Volevo che gli “alunni” imparassero anche a comunicare. Così, la prima cosa che pensai fu: “Ah, per una conversazione al bar, devo sapere le parole che indicano cose!” Elementare, mio caro Giangi! Dopo tutto il mio studio negli esami di filosofia del linguaggio e cose così, possibile che non fossi arrivato subito a questa semplice conclusione?

Fu così che mi concentrai nella ricerca di piccole e semplici frasi, nome e verbo, con la presenza di “g” e di “c”, visto che erano l’argomento della lezione di Giancarlo. Feci tanti esempi di parole singole e solo dopo decisi di passare alle frasi. Decisi di procedere così, perché la composizione di parole viene più facile, se si riuniscono vocaboli conosciuti.

Il massimo della soddisfazione la raggiunsi con la frase “guardo l’orologio”. Era la candidata perfetta per verificare la mia teoria. Imparo una frase quando uso i termini conoscendone i significati. Per prima cosa scrissi le parole “guardo” e “orologio” in bianco sulla lavagna nera. “Tu” feci a Sharif, come l’attore (ci teneva a sottolineare questa sua comunanza col divo) “pronuncia la frase sulla lavagna”. Sharif era un ragazzo sveglio ed era di quelli che ci teneva a far vedere che era molto preparato. Tuttavia disse “Guardou l’urulugiu”. Eh sì, disse proprio così e ci volle del bello e del buono per riuscire a fargli pronunciare la frase correttamente. Dopo Sharif venne il turno di Mohamed, un ragazzo venuto in Italia a trovare il fratellino, proprio come il mio quando viene a trovarmi. Egli fu più svelto. Aveva pensato già prima di parlare. Eccellente.

Verificai che tutti fossero in grado di ripetere più e più volte la frase. Infatti, la neuropsicologia insegna che l’apprendimento di una parola nell’età adulta consiste nella ripetizione della parola più e più volte, per consentire alla memoria a lungo termine di conservare l’informazione. Bisogna sfruttare questi piccoli espedienti scientifici, altrimenti che farsene delle proprie sudate carte.

Finito il giro, domandai: “Siete bravissimi, ma siete così in gamba da sapermi dire cosa significa la frase?” I ragazzi si guardarono tra loro un po’ titubanti. Da quelle reazioni intuii immediatamente che non sapevano il significato. Allora pensai: “scomponiamo la frase in pezzi, associamo ai segmentini un significato e vediamo se riusciamo a ricomporla”. Così indicai la parola “guardo”. Non sapevano spiegarlo attraverso parole. Immaginiamo la difficoltà: la definizione delle parole richiede una conoscenza assai notevole del linguaggio, evidentemente dei parlanti arabi non potevano avere tutta questa abilità nel parlare italiano. Ma Mohamed era davvero sveglio e così indicò prima il suo occhio con l’indice e poi puntò vero di me. Accidenti! Aveva chiaro cosa volesse dire “guardare” e me lo fece capire in un modo così semplice che non ci averi mai pensato. Gli feci i miei più vivi complimenti e passai a “orologio”. Questa parola proprio non la conosceva nessuno. Mohamed mi lanciò uno sguardo triste. Allora sfilai la manica e guardai l’orologio. Giubilo generale! Avevano imparato finalmente una frase e l’avrebbero potuta usare nella vita di tutti i giorni. Tutti giù, chinati a scrivere, concentratissimi. Senza enfasi, devo dire che è stato uno dei momenti più esaltanti che ricordi: finalmente avevo dato un senso a quello che avevo imparato.

Proprio ieri dovevo fare una presentazione dell’articolo epocale del linguista Chomsky all’università. Un articolo che dimostra come i bambini imparino il linguaggio nel modo esattamente opposto in cui lo insegno ai ragazzi della scuola “La tenda”. Da un punto di vista linguistico loro non sono più bambini, sono degli adulti, anche se non ne sanno nulla. Incontro un collega e gli dico: “Tu che articolo porti?” E lui mi dice “Ah, uno molto difficile. E tu?” Gli dico qual’era e lui mi dice che era elementare. Così gli ho detto che la cosa più difficile è spiegare l’alfabeto a chi lo sa già, una cosa elementare in modo elementare.


Giangiuseppe Pili

Giangiuseppe Pili è Ph.D. in filosofia e scienze della mente (2017). E' stato assistant professor ed è il fondatore di Scuola Filosofica, coordinatore dell'associazione Azione Filosofica ed è il responsabile della collana dei libri di Scuola Filosofica. Egli è autore di numerosi saggi e di diversi articoli in riviste internazionali. In lingua italiana ha pubblicato numerosi lavori e libri. Scacchista per passione. ---- ENGLISH PRESENTATION ------------------------------------------------- Giangiuseppe Pili - PhD philosophy and sciences of the mind (2017). He is a former assistant professor in intelligence studies and he is the founder of Scuola Filosofica (Philosophical School) and the Co-Founder of the philosophical association Azione Filosofica (Philosophical Action). He is the editor in chief of the collective series of books based on the blog (Le Due Torri - Publisher). He is a prolific author nationally and internationally. He is a passionate chess player and (back in the days!) movie maker.

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