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Piccole osservazioni tra manifestazioni vecchie e nuove.

Di Giangiuseppe Pili.                                                  www.scuolafilosofica.com

Quanto è il peso intenzionale delle azioni di chi ha fatto il ’68, determinarne o definirne la quantità può essere illuminante. Un problema molto importante è: la responsabilità dei processi storici è individuale o di masse? Consigliando la lettura del Paradosso della responsabilità sociale, (già presente in www.scuolafilosofica.com), vogliamo precisare il punto: non è possibile che sia la società, sia l’individuo siano elementi responsabili. Se la responsabilità dei processi storici è nelle mani delle masse allora non è nelle mani del singolo essere umano. Questo si deduce dall’assunzione che la società può essere definita responsabile solo in quanto tutto unito: altrimenti si ricade nel paradosso che parti di società sono ancora società in grado di agire indipendentemente e così via fino ad arrivare al singolo. Ma, viceversa, se il singolo è responsabile allora non lo è la massa in quanto due individui agiranno ciascuno per sé indipendentemente dal resto della società e quest’idea, cioè che la responsabilità è un fatto individuale, è stata riconosciuta anche dal tribunale di Norimberga dove solo i singoli nazisti furono riconosciuti colpevoli ma non l’intera Germania.

Il punto è che i singoli svolgono spesso delle azioni automatiche in cui il peso della loro intenzionalità è molto ridotto. Prendere veramente sul serio che ogni azione sia determinata da un atto volontario è molto ingenuo. L’intenzionalità sarà pure un tratto caratteristico di stati mentali ma non ogni stato mentale è volontario. Di conseguenza, la popolazione del sessantotto ha agito in parte in base a interessi la cui natura è assicurata dalla base intenzionale degli atti psichici, ma solo una piccola parte di essi furono volontari. Questo giustifica il fatto che la popolazione degli anni sessanta-settanta si divise in base a categorie di interesse che potremmo dire, semplificando, di due generi: i progressisti e i conservatori. Che entrambe le categorie fossero mosse da interessi materiali lo attesta il risultato di quei moti stessi. Il progressista non era animato realmente dalla prospettiva di un mondo utopico ma, più limitatamente, al fatto che essendo cambiato il mondo economico, necessitava di un’ideologia più libertaria che gli consentisse di vivere un’esistenza più in linea con i parametri del momento. Facciamo alcuni esempi concreti: la scuola fondata sull’autorità perde di senso di fronte al fatto che da quell’autorità rappresenta l’ideale di una vecchia ideologia improntata sulla sacralità dell’ordine morale imposto dall’alto. Un altro ottimo esempio è la desacralizzazione del cibo: il pane non è più considerato un bene sacro ma un oggetto che dà energia. Nel mondo dell’Italia degli anni precedenti alla seconda guerra mondiale ciò era del tutto impensabile. E si danno molti altri esempi dell’inattualità dell’ideologia presessantotto di fronte ai nuovi bisogni sociali (incarnati in ciascun singolo in un insieme limitato di nuove intenzioni). Un altro esempio notevole è l’idea di libertà come forma suprema di volontà che si autoafferma: libertà per la libertà. Nel mondo ideologico precedente al sessantotto tale idea è fortemente negativa: la libertà è solo di trasgressione.

Tutto ciò è la rappresentazione schematica di un periodo storico cercando di vedere le cose dal basso e, contemporaneamente, senza dare un peso eccessivo alla volontà individuale. La storia si muove su meccanismi automatici nella misura in cui ci sono degli individui che sono meccanicamente spinti ad agire senza particolare riflessione critica verso un presunto unico obbiettivo. Ma la domanda più interessante rimane: “il ’68 fu un movimento di liberazione culturale o espressione di bisogni economici?” La risposta viene direttamente dalle conseguenze del sessantotto: la maggiore libertà era richiesta da un mercato in espansione in cui gli agenti economici, dotati di maggiore disponibilità di capitale, fossero più liberi di decidere della sorte della propria microeconomia. Il sogno della vita si sposta da “avere il pane quotidiano” ad “avere la cinquecento”. La liberazione culturale è si è stemperata di molto non appena si sono raggiunti indiscutibili vantaggi di altro genere ed è passata prepotentemente in secondo piano. Non può essere un caso che la generazione del sessantotto non ha prodotto un mondo migliore, sebbene fosse animata, in teoria, da ottimi propositi. Ma la verità è che ciascuna persona pensa in funzione di un’utilità limitata al presente e ai pochi anni a venire e questo determina che il peso della sopravvivenza economica abbia il sopravvento su altre necessità. Non è un caso che l’Italia degli anni settanta e ottanta sia diventata un compromesso tra uno stato assistenziale efficiente e uno stato assistenziale deficiente: l’obbiettivo, raggiunto per altro, era quello di raggiungere una dimensione economica sufficiente alla sopravvivenza. I risultati dell’attualità mostrano ciò in maniera molto chiara. Consigliamo Il secolo breve di E. Hobsbawn, per una lettura esemplare del fenomeno sopravvalutato del ’68, sopravvalutato perché divenne una fede alternativa e più aderente al bisogno economico presente di quel’antica religiosità tutta cattolica e tutta italiana che ancora adombra nella vita quotidiana e fa capolino nella politica.

Naturalmente, questa miopia non è dovuta esclusivamente alla media stupidità umana che, generalmente, è la prima causa dei mali di tutti ma è anche dovuta al fatto che sono cambiati gli interessi e la posta in gioco. Oggi stiamo rischiando una nuova miopia di massa per le stesse identiche ragioni e il problema è sempre lo stesso: mangiare e non essere mangiati. Il fatto di dire “viva la libertà” o slogan altrettanto divertenti è solo l’espressione della necessità di ammantare le cose sgradevoli con dei bei ricami. Gli individui di oggi non sono buoni, né mai lo saranno ma esibiscono la loro essenza animale senza troppi riguardi per il buon senso.

La realtà italiana offre maggiori incoerenze rispetto ad altre. D’altra parte, gli stati sovrani nazionali efficienti vengono da una tradizione ben più solida che quella di uno stato conquistato da mille persone. Una marea di staterelli pseudofeudali senza il barlume di nulla, un’accozzaglia di dialetti e di storie diverse non poteva tradursi in uno stato solido come la Francia, stato-nazione antico di ben 800 anni! Non solo la frammentazione intrinseca dell’Italia ha condotto ad esigenze diverse, ma anche alla gestione e mantenimento di poteri regionali più vicini al modo di sentire della popolazione locale (su cui la mafia ha insediato il suo stabile potere). Inoltre, come diceva Tocqueville, se un popolo non è abituato alla democrazia e non ne sente il significato profondo, allora la facciata formale non sarà altro che una facciata. E l’Italia è un paese che si fonda su tradizioni politiche ben diverse da quella democratica. Tutto ciò conduce alla formazione di interessi individuali assai diversi e diversificati in base alle regioni. Inoltre, l’ideologia dominante si frammenta e ogni rivendicazione universale diventa solo una bandiera per il proprio bisogno primordiale. Ci si può lamentare quanto si vuole, ma la realtà è questa.

Bisognerebbe cercare di andare oltre la facciata volontarista che crede che la storia sia fatta di masse intelligenti e individui altrettanto intelligenti: oltre al paradosso già enunciato, un paradosso semantico e concettuale, gli umani sono quello che sono e il loro potere si limita a pochi o a se stessi. Il nostro compito è quello di essere noi stessi gli artefici della nostra vita senza pensare che gli altri lo siano di più della loro.


Giangiuseppe Pili

Giangiuseppe Pili è Ph.D. in filosofia e scienze della mente (2017). E' stato assistant professor ed è il fondatore di Scuola Filosofica, coordinatore dell'associazione Azione Filosofica ed è il responsabile della collana dei libri di Scuola Filosofica. Egli è autore di numerosi saggi e di diversi articoli in riviste internazionali. In lingua italiana ha pubblicato numerosi lavori e libri. Scacchista per passione. ---- ENGLISH PRESENTATION ------------------------------------------------- Giangiuseppe Pili - PhD philosophy and sciences of the mind (2017). He is a former assistant professor in intelligence studies and he is the founder of Scuola Filosofica (Philosophical School) and the Co-Founder of the philosophical association Azione Filosofica (Philosophical Action). He is the editor in chief of the collective series of books based on the blog (Le Due Torri - Publisher). He is a prolific author nationally and internationally. He is a passionate chess player and (back in the days!) movie maker.

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