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L’ideale democratico

Abstract

La democrazia non è solo un sistema di governo o, perlomeno, è un sistema di governo fondato sul riconoscimento di alcuni valori indissociabili dell’individuo: il principio della dignità universale è la base costitutiva della democrazia. La democrazia, nonostante si radichi in un approccio filosofico progressista e costruttivo, ha avuto critiche inveterate sia dai sostenitori della monarchia che, soprattutto, dai difensori dell’atteggiamento tecnocratico. Questo saggio vuole mostrare non soltanto che la democrazia sia il miglior sistema politico, e le ragioni di questo fatto, ma anche quale siano i valori fondamentali del sistema democratico. E del perché, a conseguenza di ciò, si possa parlare di un ideale democratico: ideale possibile che noi orgogliosamente difendiamo.


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Perché la democrazia è un sistema di governo positivo e perché la monarchia e la tecnocrazia falliscono la sfida lanciata dal sistema democratico
La democrazia in senso stretto è una forma di governo. E come tale si rifà ad una certa visione antropologica e filosofica di fondo, cioè ad un’idea di valore incarnato in una pratica politica. La monarchia si richiama al privilegio divino o di sangue (cioè su una tradizione reiterata sia essa laica o meno) mentre le dittature pretendono di essere il governo dei migliori, laddove in questo concetto di ʽmiglioriʼ non si deve intendere quello di ʽaristocraziaʼ (i pochi) quanto di ʽpiù competentiʼ. Nella migliore delle versioni, la dittatura è una forma organica di tecnocrazia in cui un uomo (o un insieme di uomini in una struttura d’ordine) sanno quale è il bene dell’intera collettività. L’ideale democratico non si giustifica né sull’idea della tradizione né sul principio tecnocratico: il valore democratico si fonda sul riconoscimento della pari dignità di ogni individuo di fronte al senso della storia.
E’ agevole dimostrare che le cose stiano così. Un monarca, laico o no, non è un primus inter pares ma fondamentalmente un primo assoluto. Inoltre, il suo primato non è giustificato in virtù di una ragione egualitaria, ma piuttosto imparitaria: egli è primo per ragioni contingenti. Infatti, il fatto che un monarca sia tale è un fatto squisitamente casuale: non ha nessun particolare merito, cioè nessuna particolare giustificazione di principio per essere re. Semplicemente lo è perché ha acquisito il potere. Il fatto stesso che ci sia un monarca implica che non ce ne sia più d’uno, nella misura in cui due re non amministrano uno stesso stato ma due. Mentre una tecnocrazia si fonda sul principio di esclusività epistemica di una minoranza illuminata: se esiste almeno un individuo che conosce il bene di tutti o della maggioranza, allora egli deve governare e governerà in modo illuminato. In questo caso, dunque, la disparità si fonda non su un fatto metafisico (esiste un individuo prescelto quale che sia la ragione e comunque essa è di principio), ma epistemico: esiste un individuo prescelto in base al fatto che sa quello che tutti gli altri ignorano, cioè il bene dei singoli e della comunità. Anche in questo caso c’è un concetto di preselezione, sebbene sia in base ad una proprietà cognitiva.
L’ideale democratico esclude tanto il principio monarchico del potere quanto quello tecnocratico. La democrazia assume che non ci sia alcuna ragione per credere che un individuo sia migliore di un altro a priori: né per ragioni metafisiche né epistemiche. Cioè, nessun individuo è più importante di un altro per ragioni aprioristiche e, in particolare, rispetto a quanto attiene alla scelta del suo bene. Il migliore degli uomini semplicemente non esiste, almeno nel contesto della pratica di selezione del governante: perché ciascuno di noi può essere altrettanto bravo a governare rispetto ad un altro. Infatti, il problema è la determinazione del fantomatico bene comune. Nel caso democratico il sistema per definire il bene comune, una approssimazione presunta la migliore, è l’elezione o il referendum. Attraverso il referendum abbiamo la costruzione del fine: ognuno esprime la sua preferenza e l’insieme delle preferenze sancisce la definizione di un obiettivo comune, che è anche motivante per la maggioranza proprio perché scelto dai singoli individui.
Nel caso della monarchia l’obiettivo è arbitrario e solo quando il monarca trae anch’esso vantaggio dal bene della maggioranza allora il bene del monarca finisce per coincidere con il bene comune. Ma anche nel caso migliore, la monarchia fallisce nel riuscire ad essere motivante, se non con mezzi estrinseci (uso della forza e della persuasione) ma non intrinseci: le persone possono anche ubbidire ciecamente all’ordine del monarca, ma improbabilmente crederanno in quel che stanno eseguendo. Mentre nel caso del tecnocrate le cose non stanno diversamente: solo quando il tecnocrate riesce attraverso i suoi sistemi a determinare il bene comune allora egli è in grado di attuarlo. Ma questa possibilità non è affatto necessaria. Come si evince, quel che nella democrazia avviene spontaneamente, nella monarchia può accadere solo accidentalmente mentre nella tecnocrazia avviene nel migliore dei casi.
La tecnocrazia sembra l’unica naturale alternativa alla democrazia. Da millenni tutti diffidano della democrazia, mentre molti sono affascinati dall’idea tecnocratica. Platone fondò la sua Repubblica su un ideale tecnocratico che è rimasto uno dei fari della filosofia politica dell’Occidente. Nella sua teoria si vedono i limiti e i pregi della posizione tecnocratica: in Platone devono governare i filosofi, perché sono gli unici ad aver avuto accesso al mondo delle idee, cioè quei modelli perfetti, extramentali e non materiali da cui arriva ogni certezza e da cui poter trarre le decisioni migliori. In forza di questo fatto, tutti i cittadini non filosofi non sono certo in grado di prendere le decisioni migliori, non avendo avuto la possibilità di conoscere l’idea di bene nella sua essenza. L’idea di bene è un’idea (la somma idea) ed conoscibile solo a condizione che si abbia contemplato il mondo delle idee, appunto, mondo acceduto dai soli filosofi. In altre parole, una minoranza è in grado di conoscere il bene, anche quello degli altri e perciò sono gli unici in grado di realizzarlo. Nella filosofia platonica è possibile. Bisogna capire se il sistema sia poi praticabile. A qualcuno potrebbe apparire un po’ arbitrario. Allora ridefiniamo il tecnocrate come un abilissimo programmatore che ha a disposizione supercomputer in grado di stabilire quale è il miglior sistema di vita per ciascun individuo in modo che l’organizzazione complessiva degli individui sia quella più positiva per la maggioranza. In questa metafora, nuovamente, riappare il limite: per programmare il computer il tecnocrate deve sapere prima quale sia il massimo bene della società. In altre parole, il tecnocrate conosce il bene dell’intera società a priori. In qualche modo, il fantomatico tecnocrate illuminato è un soggetto idealizzato che ha memoria e tempo infinito per calcolare la somma degli effetti e ha facoltà di giudizio sulla loro qualità. A questo punto, allora, vien da chiedersi da dove dovrebbe saltar fuori un individuo concreto che ha simili proprietà. Nessuno ha tempo, energie e risorse infinite o infinitamente estendibili. Inoltre, se il tecnocrate ha facoltà di giudizio lo deve al fatto che vede le conseguenze delle scelte proiettate al futuro, cosa che gli altri individui non sono in grado di fare. Ma se così fosse, allora il futuro sarebbe conoscibile con la massima certezza, specialmente il futuro di proposizioni contingenti che riguardano l’evoluzione sociale. Così non è. Che il futuro sia aperto lo ha dimostrato Popper in modo inequivocabile (si veda, per questo, Un paradosso per lo storicismo).
In sintesi, per concedere la tecnocrazia si può lavorare esclusivamente in termini di mondi possibili che, più si scende nel dettaglio della natura della tecnocrazia, e più diventano sempre più lontani da questo: il tecnocrate è un soggetto idealizzato, privo di emozioni (perché deve essere giudice imparziale), con tempo infinito (perché deve poter proiettare la sua analisi ad un tempo futuro molto remoto, almeno fino a quando esisterà l’umanità), con risorse infinite (perché deve avere accesso a tutte le conoscenze di tutti i soggetti nello stesso tempo per poter sapere anticipatamente come tutto il complesso di decisioni determinerà un corso degli eventi piuttosto che un altro) e anche con capacità computazionali infinite (perché ha bisogno di reiterare le regole di calcolo e valutazione in termini sufficienti da consentire un’estensione di un orizzonte di calcolo degli eventi piuttosto lontano). In fine, si suppone che esista un bene comune che non sia il semplice risultato della somma dei beni riconosciuti dagli individui: se così non fosse allora sarebbe ipso facto sufficiente un sistema democratico! Ma questo ideale bene comune potrebbe implicare anche il sacrificio del singolo individuo in nome della comunità. Ragionamento che non esclude che la migliore delle società potrebbe addirittura essere quella che sacrifica ciascun singolo individuo in nome del benessere comune. Ma allora in cosa consiste realmente questo bene comune se ogni bene del singolo vien meno?
In sostanza, l’ideale tecnocratico si scopre essere possibile solo in un mondo possibile molto lontano dal nostro, laddove ammette individui assai strani (come il tecnocrate). Inoltre, è evidente che l’insieme dei mondi possibili in cui funziona il sistema tecnocratico è senza dubbio inferiore rispetto a quello in cui funziona l’ideale democratico (vedremo tra poco il perché).

Il libero mercato delle idee
Nella misura in cui la democrazia si fonda sul riconoscimento dell’eguaglianza di principio di ogni individuo, essa rivendica come valore fondamentale la pari dignità degli individui gli uni di fronte agli altri. In forza di questa eguaglianza di principio, in democrazia non può esserci un’idea precostituita più importante a priori, se non il principio stesso di pari opportunità (corollario del principio di pari dignità degli individui). In altre parole, allora, non può esserci alcun principio che limiti tali pari opportunità senza violare il principio di dignità universale. Per questa ragione, nessuno può pretendere di avere ragione rispetto ad un altro per sole ragioni a priori o, per meglio dire, si può dimostrare di avere ragione solo a condizione di poterlo dimostrare. Semplicemente, a parità di ragioni, non si può pretendere che una certa opinione sia meglio di un’altra (opinione, concetto da tener distinto da quello di conoscenza).
Il libero mercato delle idee, sinonimo di ʽlibero spazio democraticoʼ, non è nient’altro che il risultato della concezione delle pari opportunità delle opinioni e conoscenze di confrontarsi tra loro. Ogni individuo ha il diritto di esprimere la sua opinione in virtù del fatto che non c’è ragione a priori per cui essa non possa dirsi valida. Se non lo è, appunto, bisogna dimostrarlo (argomentando, mostrando, indicando che l’opinione è falsa). Per tanto, posto il fatto che due persone si incontrino e vogliano negoziare le proprie idee si danno tre casi: concordano, uno non crede nell’opinione dell’altro e viceversa e le due posizioni si ignorano reciprocamente. Si danno poi due casi rispetto al disaccordo: i due soggetti vogliono collaborare per comprendere quale sia la migliore delle idee oppure no. Il risultato è che ci sono quattro possibilità in cui si lascia aperta la possibilità di soluzione positiva del dialogo e del confronto (accordo o potenziale avvicinamento ad un accordo). Postulando che la certezza assoluta si raggiunga solo in casi limite (sarebbe falso dire che non c’è…) nella maggioranza dei casi è necessario un salutare confronto per capire quale posizione sia preferibile. Solo nel libero spazio democratico è possibile un tale confronto proprio perché non esiste una ragione a priori che lo limiti.
Nel caso della tecnocrazia, viceversa, questo è escluso proprio perché, in teoria, c’è almeno un individuo che sa già sempre la verità ed, evidentemente, deve essere suo compito quello di convincere tutti gli altri del fatto che egli conosce la verità e la rivela. In un mondo simile al nostro (e non in quello rarefatto postulato per il tecnocrate) un tecnocrate riuscirebbe in tale intento solo in casi rari o, comunque, non nella maggioranza proprio perché il tecnocrate del nostro mondo ha risorse e mezzi limitati esattamente come gli altri esseri umani.
Posto che si possono costruire mondi possibili in base a fatti contingenti, considerati come possibili, posto che nelle quattro possibilità a priori si esauriscono i casi fondamentali che definiscono il libero spazio democratico abbiamo l’evidenza che sono la minoranza dei mondi quelli in cui la democrazia conduce sempre e comunque all’idea migliore, così come, specularmente, sono sempre la minoranza i mondi in cui la democrazia è sempre fallace: ma sono la maggioranza i mondi in cui la democrazia risulta ogni tanto efficace e ogni tanto no. Ma, allora, ci sembra che questi mondi maggioritari sufficientemente soddisfacenti, laddove appunto sembrano garantirci che la democrazia funzioni anche in mondi possibili in cui predomina l’imperfezione ma non sistematica. Mentre nel caso dei mondi dei tecnocrati sono senza dubbio meno dei mondi in cui la democrazia funziona a corrente alternata (infatti, i mondi in cui i tecnocrati sono possibili sono molto simili a quelli in cui la democrazia funziona sempre).
In conclusione, il libero mercato delle idee garantisce la possibilità addirittura che la storia abbia un senso. Ed è precisamente un senso positivo ed ottimistico: infatti, abbiamo mostrato come nel nostro mondo (un mondo in cui la democrazia funziona solo sporadicamente) non è escluso il migliore dei destini! Questo è un fatto degno di nota e considerazione, se non del tutto entusiasmante.
Infatti, abbiamo dimostrato con argomenti generali il fatto che la storia sia aperta. Per quanto improbabile possa essere, il libero spazio democratico consente il confronto critico e un avvicinamento al massimo sviluppo del bene dell’umanità nel suo complesso determinato proprio dalle scelte dei singoli. In altre parole, è escluso il pessimismo cosmico alla Leopardi, che infatti era anche pessimista storico. Esso è semplicemente falso in un universo democratico. Cioè, esso è falso in linea di principio proprio perché non si può concedere che si vada sempre verso il peggio. Nel peggiore dei casi, si può postulare che nella maggioranza dei casi si vada verso il male storico. Ma non si può né dare per scontato né si può cadere nella trappola della cattiva generalizzazione: in ogni momento è sempre aperta la migliore delle possibilità. A condizione che si rimanga nel libero mercato delle idee. Ma neppure durante le purghe staliniste si è riusciti a eliminare del tutto il libero mercato delle idee, sicché c’è da sperare che ci sia sempre anche solo un limitato spiraglio di fiducia per l’umanità.
Così, il libero mercato delle idee ci suggerisce che la scelta emotiva e ideologica confacente all’ideale democratico è quello dell’ottimismo moderato: moderato perché la migliore delle possibilità non è mai esclusa dal confronto delle idee, ma va appunto conquistata mediante la lotta e la contrapposizione tra le ipotesi e non si esclude l’errore. Mentre va senza dubbio escluso il pessimismo radicale. Ma anche quello moderato, laddove si produce il maggior bene quando si concede la giusta misura di fiducia al destino: per vincere una guerra, condizione ricca di richieste prettamente contingenti e imprevedibili, bisogna credere nella possibilità stessa della vittoria laddove mai nessuno ha vinto una guerra senza averci creduto profondamente e sino in fondo.

Dal punto di vista dell’individuo
Nella misura in cui ogni individuo è un punto del libero spazio democratico, egli contribuisce al benessere collettivo mediante la sua partecipazione attiva al dibattito, anche quando egli non se ne renda conto. Inoltre, egli ha la possibilità di praticare le idee che riconosce come buone, sicché partecipa con i suoi pro e contro al confronto democratico. Egli, dunque, ha almeno la possibilità di vivere in linea con i suoi principi, anche quando questo sia il risultato ultimo di un processo di compromessi. Ma tra un compromesso volontario, anche quando sgradito, e l’ubbidienza ad un diktat (sia esso di un monarca o di un dittatore) passa molta distanza. Evidentemente, c’è almeno una quota di responsabilità dell’individuo di fronte al compromesso accettato: per quanto possa essere poco incentrato sull’individuo, il compromesso per ciò stesso è stato determinato anche dall’individuo e, quindi, egli può dire di aver realizzato almeno in parte la sua intenzione.
La prassi democratica è una prassi di compromessi, di mezze misure, di trattative. Esattamente come nel libero mercato delle idee, così anche nello spazio pratico sociale la democrazia si configura come un tentativo di mediare tra due poli estremi nel peggiore dei casi, laddove non si esclude la convergenza di interessi.
Un individuo razionale può diventare così padrone del proprio destino, almeno nel tanto sufficiente da consentirgli di riconoscersi negli effetti delle sue azioni. Per quanto il destino potrebbe non arridergli, sarà pur sempre il suo e non quello che altri lo hanno costretto a seguire. Il che non significa, naturalmente, che la maggioranza (probabilmente) degli individui non sia a loro volta influenzabile in modo quasi identico a quello di uno stato totalitario senza libero mercato delle idee. Ma intanto non è mai esclusa la migliore delle possibilità, sicché si tratta di una contingenza non di una impossibilità di principio. In altre parole, ogni individuo può avere un suo destino, possibilmente che sia in linea con la sua ragione. Il che è già un fatto rimarchevole e sufficiente a riconoscere nel sistema democratico un grande sistema che garantisce limiti e libertà agli individui sufficientemente ampi da rendergli possibile il migliore dei destini.
Ogni individuo vuole vivere la sua propria vita perché egli ha la possibilità di autodeterminarsi alla luce della sua natura. Essendo egli dotato di ragione, è in grado di riconoscere la verità fondamentale dell’ideale democratico proprio perché gli si richiede semplicemente di riconoscere la parità di diritto rispetto all’altro, riconoscimento che passa dall’evidenza di non avere uno statuto ontologico privilegiato rispetto a nessun altro. Perciò egli può riconoscere che anche in sé stesso la sua ragione è guida capace di determinare il suo proprio bene in linea con quelle che sono le sue inclinazioni. Il che non esclude una condizione propriamente emotiva dell’esistenza, ma appunto qui si tratta di mostrare come ciò sia un ideale positivo.
Un individuo che scopra in sé il principio di ragione si scopre in un mondo in cui egli è come gli altri e, per tanto, ha valore esattamente come gli altri. La dignità inalienabile garantita dalla presenza della ragione è fondativa per la ricerca successiva: la cura della dignità della sua propria persona e dei suoi simili. E’ in questa naturale esperienza, fondata dalla ragione, che egli può e deve incrementare il bene comune, cioè prendere parte attivamente al libero confronto democratico e alla pratica democratica.
Questo ideale è puramente umano, il che non esclude una fede religiosa compatibile con quanto detto sopra. Ma l’ideale democratico, appunto, è puramente umano proprio perché la sua natura positiva non è dovuta ad altro che alla ragione umana o, anche meno, alla natura umana organizzata in un simile sistema. In altre parole, ciò che vien di buono all’uomo dipende dall’uomo.

I valori della democrazia: confronto critico, condivisione di idee, cura degli esseri umani
La democrazia è una forma di governo che deve cercare di garantire il massimo sviluppo estensivo e qualitativo del libero spazio democratico. Questo perché il libero mercato delle idee fornisce la base epistemica per quel che nessun tecnocrate sarà in grado di fare: in questo senso, nel suo complesso, l’insieme dell’umanità democratica è il miglior tecnocrate pensabile, anche se ha una natura piuttosto diversa da quella di un individuo con un solo corpo e una sola mente.
D’altra parte, il riconoscimento delle pari opportunità fondata sul principio della dignità universale è a sua volta garanzia della libera possibilità di operare anche praticamente in termini democratici, cioè poter prendere delle decisioni e poter conseguentemente operare in modo da aumentare il libero spazio democratico. Ad esempio, prendersi cura di sé significa dare libero corso alla propria attività intellettuale, cioè aumenta la qualità di vita della mente e conferisce un maggior rigore e convincimento rispetto alle idee che si dispone. Avendo cura delle proprie idee si finisce per riconoscere l’importanza capitale della discussione con le altre persone sia in quanto noi non si è infallibili, sia in quanto non lo sono gli altri: discutere significa migliorare sé stessi e il proprio vicino.
Allo stesso modo, la pratica democratica concede all’individuo di prendersi cura anche del suo proprio simile. Rendere felici un proprio simile lo renderà più capace di confrontarsi con noi e con se stesso in maniera positiva, sicché egli avrà più libertà a sua volta di aiutarci nella difficile realtà quotidiana. Prendersi cura gli uni degli altri significa andare verso una dimensione positiva in cui gli esseri umani aumentano il proprio benessere complessivo. E’ esperienza comune, infatti, che far felice il proprio compagno rende felice anche noi sia per la soddisfazione intrinseca di averlo fatto, sia per la soddisfazione derivata che ne consegue. E a ciò si aggiunga che l’aver creato una dimensione storica condivisa in cui si sa di aver fatto qualcosa di buono insieme aumenta la consapevolezza del senso positivo dell’esistenza che dovrebbe essere l’obiettivo di ogni persona di ragione. Cioè di ogni essere umano.
La felicità non è un diritto. La democrazia non è banale. La libertà non si conquista a poco prezzo. La ragione non si esercita da sola. Ragione, libertà, felicità e democrazia sono solo delle possibilità. Per questo è nostro preciso dovere provare a renderle concrete nella nostra vita. Perché solo così non si esclude il migliore dei beni, per quanto non lo si renda necessario. Ma data la natura del mondo, tutto ciò che è in nostro potere consentire che la sorte sia talvolta dalla nostra parte. Il corso della storia democratica non sarà sempre la migliore, ma non lo si può escludere: e questo non può che essere quanto, da uomini, ci è dato sperare e desiderare sopra ogni ragionevole dubbio.

Bibliografia
Kant E., (1791), Per la pace perpetua Un progetto filosofico di Immanuel Kant, Rizzoli, Milano.
Pili G., “Un paradosso per lo storicismo: perché il futuro sociale è imprevedibile. Un argomento di Popper“, www.scuolafilosofica.com, 2012, http://www.scuolafilosofica.com/1792/un-paradosso-per-lo-storicismo-perche-il-futuro-sociale-e-imprevedibile-un-argomento-di-popper
Platone, Repubblica, Laterza, Roma-Bari, 2007.
Popper K., (1957) Miseria dello storicismo, Feltrinelli, Milano.


Giangiuseppe Pili

Giangiuseppe Pili è Ph.D. in filosofia e scienze della mente (2017). E' stato assistant professor ed è il fondatore di Scuola Filosofica, coordinatore dell'associazione Azione Filosofica ed è il responsabile della collana dei libri di Scuola Filosofica. Egli è autore di numerosi saggi e di diversi articoli in riviste internazionali. In lingua italiana ha pubblicato numerosi lavori e libri. Scacchista per passione. ---- ENGLISH PRESENTATION ------------------------------------------------- Giangiuseppe Pili - PhD philosophy and sciences of the mind (2017). He is a former assistant professor in intelligence studies and he is the founder of Scuola Filosofica (Philosophical School) and the Co-Founder of the philosophical association Azione Filosofica (Philosophical Action). He is the editor in chief of the collective series of books based on the blog (Le Due Torri - Publisher). He is a prolific author nationally and internationally. He is a passionate chess player and (back in the days!) movie maker.

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