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La fattoria degli animali – George Orwell

La fattoria degli animali è uno dei massimi capolavori della prosa letteraria del XX secolo, scritto da George Orwell e pubblicato in Inghilterra nel 1945, quando l’Inghilterra e l’Unione Sovietica erano paesi vincolati da patti di alleanza durante il secondo conflitto mondiale.

Il romanzo breve è ambientato in una fattoria inglese in un periodo storico non precisamente collocato. La fattoria padronale, così chiamata al principio, era di proprietà di un certo Jones, uomo rozzo e dai modi brutali. Gli animali furono chiamati a raccolta dal vecchio verro, il Vecchio Maggiore, un grande maiale dalle lunghe zanne, ormai al termine della vita e con alle spalle una vita onorata, spesa nel migliore dei modi, almeno per quelli relativi all’esistenza di un suino. Costui inizia un discorso destinato ad avere un grande seguito nella coscienza e nell’immaginazione: gli animali sono sfruttati, senza un avere, senza una speranza. Questo è colpa del sistema repressivo e organizzativo imposto dall’uomo:

L’uomo è la sola creatura che consuma senza produrre. Egli non dà latte, non fa uova, è troppo debole per tirare l’aratro, non può correre abbastanza velocemente per prendere conigli. E tuttavia è il signore di tutti gli animali. Li fa lavorare e in cambio dà ad essi quel minimo che impedisca loro di morir di fame e tiene il resto per sé. Il nostro lavoro coltiva la terra, i nostri escrementi la rendono fertile, eppure non uno di noi possiede più che la nuda pelle.[1]

Il discorso del Vecchio Maggiore era una dichiarazione di ideali politici e sociali che trascendeva il tempo e lo spazio. Egli vagheggiava un futuro alternativo all’usuale miseria. E non si trattava neppure di un progetto escatologico, religioso e ultramondano, come quello proposto dal vecchio corvo, Mosè. E in particolare, sanciva una definizione esaustiva di ciò che era contrario ad ogni ideale positivo per gli animali della fattoria:

Poco mi rimane ancora da dire. Solo ripeto di ricordar sempre il vostro dovere di inimicizia verso l’uomo e tutte le sue arti. Tutto ciò che cammina su due gambe è nemico. Tutto ciò che cammina su quattro gambe o ha ali è amico. E ricordate pure che nel combattere l’uomo non dobbiamo venirgli ad assomigliare. Anche quando l’avrete distrutto, non adottate i suoi vizi. Nessun animale vada mai a vivere in una casa, o dorma in un letto, o vesta dei panni, o beva alcoolici, o fumi tabacco, o maneggi danaro, o faccia commercio. Tutte le abitudini dell’uomo sono malvagie. E, soprattutto, nessun animale divenga tiranno ai suoi simili. Deboli forti, intelligenti o sciocchi, siamo tutti fratelli. Mai un animale uccida un altro animale. Tutti gli animali sono uguali.[2]

Alla chiusura dell’accorato discorso, il Vecchio Maggiore intona un antico canto che entrerà nei cori e nei cuori degli animali disgraziati della fattoria degli animali. Il vecchio maiale lascerà i suoi compagni dopo pochi giorni. Ma l’aria della rivoluzione era alle porte. Il potere della frusta di Jones era inefficiente e arbitrario: alcolizzato, egli si sfogava continuamente sugli animali. Ma il vaso era colmo e gli animali in un impeto di odio e rabbia riuscirono a scacciarlo con la violenza della disperazione. Quando si dice che gli esseri comprendono solo la frusta! Ma fu per quella stessa frusta che Jones venne scacciato.

Il potere fu preso. Da allora la fattoria non sarebbe più stata dominata dall’uomo, predatore di ogni bene, dissipatore di ogni energia, elargitore di frustate e di odio. Da quel momento, solo gli animali avrebbero governato. La libertà era stata conquistata. La fattoria padronale venne rinnominata: ora esisteva la fattoria degli animali.

Nel periodo immediatamente successivo alla rivoluzione la popolazione fu dominata dall’entusiasmo. Gli animali si riunivano per discutere e parlare del futuro e del presente, delle nuove opportunità nel rinnovato spirito positivo dei nuovi scenari che gli si paravano davanti. Ora il futuro era nelle loro mani. Certamente l’organizzazione dirigenziale, manageriale e economica fu immediatamente gestita dai maiali, per diritto di nascita più intelligenti: era un fatto risaputo, e d’altra parte gli altri animali erano bestie da lavoro, il cui compito era stato sempre quello di chinare il muso, sicché non disponevano della giusta inclinazione alla leadership per poter ambire a prendere il controllo: a ciascuno quel che più gli si addice, come si dice sin da Platone. Dominava in tutti la fiducia reciproca e gli usuali rancori erano sospesi in nome di una decisa fratellanza: per questo la decisione di Napoleon, un importante maiale, di requisire il latte e i cuccioli del cane non diede adito a dissapori tra gli animali.

Fu in questo periodo che emersero due figure di rilievo per la storia della fattoria degli animali, due maiali capaci e determinati a imporre la loro linea politica: Palla di Neve e Napoleon. Palla di Neve era senza dubbio un maiale capace, creativo, interessato allo sviluppo dei progetti più innovativi a beneficio della fattoria. Napoleon, dal canto suo, era più schivo e meno propositivo, ma era dotato di un indiscutibile carisma e aveva compreso bene quella che è la logica del potere: fiducia, coercizione e la volontà determinata a fare quel che altri non possono o non vorrebbero fare.

Ben presto, tuttavia, si venne a sapere che le porte della controrivoluzione erano tutt’altro che serrate: Jones stava per giungere con qualche sgherro. Arrivò il momento, ma Palla di Neve aveva studiato sui libri di Giulio Cesare che lo stesso Jones possedeva ma non si era mai premurato di leggere. E nonostante le dicerie sul conto della fattoria degli animali, le bestie si erano ben organizzate ed erano ben motivate a difendere il loro diritto alla libertà civile e politica. Jones venne sconfitto in una battaglia decisiva, durante la quale Palla di Neve si distinse insieme a Gondrano, il grande cavallo. Furono insigniti onori e riconoscimenti ai caduti e a quegli animali che si erano distinti in battaglia: “Si discusse a lungo circa il nome da dare alla battaglia. Infine venne chiamata la Battaglia del Chiuso delle Vacche, perché da lì era partito il grande attacco”.[3]

Il pericolo e il terrore della controrivoluzione era cessato. Gli animali rinnovarono la loro fiducia e il pieno senso della libertà era per loro sufficiente a compensarli di quelle scarse razioni che di cui ancora si dovevano accontentare. Fu il momento dell’alternanza dei due partiti, entrambi difesi dalle due maggiori figure dell’epoca, Palla di Neve e Napoleon. Il primo aveva come programma quello di erigere un possente mulino per diminuire il lavoro procapite degli animali. Il secondo difendeva l’idea dell’immediato aumento della produzione agricola. Alla fine, la disputa si decise il giorno della grande assemblea in cui gli animali furono condotti a votare. Ma non ci fu nessuna votazione, perché quando Palla di Neve, con la sua parlantina, sembrava ormai avere in pugno l’uditorio, Napoleon emise un particolare richiamo al quale arrivarono di corsa alcuni cani addestrati per inseguire Palla di Neve fino ai confini della fattoria degli animali. Napoleon così prese il potere.

Alla presa del potere di Napoleon, gli animali incominciarono ad essere un po’ irrequieti, ma non troppo. Il maiale Clarinetto, maestro di lingua e prodigo di spiegazioni precise, si prese cura di raccontar loro di come Palla di Neve fosse un agente al soldo di Jones, un infiltrato. Questa spiegazione fu usata per tenere la popolazione continuamente sotto il terrore della controrivoluzione, di cui tutti temevano la venuta: tutti erano certi di un fatto, Jones non sarebbe mai dovuto tornare. Per tanto, piuttosto di investigare o farsi troppe domande alle quali, poi, trovavano sempre la puntuale risposta di Clarinetto e dei ringhi dei cani, si adeguarono ben presto al nuovo stato di cose. In particolare, Gondrano tradusse immediatamente in pratica la nuova consapevolezza. Avrebbe lavorato di più e Napoleon aveva sempre ragione. Napoleon, dal canto suo, si avvalse di tutti gli strumenti che un sistema repressivo efficiente consente: perpetuò una purga generale nella fattoria e eliminò tutti i potenziali rivali, anche fossero solo ipotetici. Alla logica della violenza fu alternata la logica della parola: per ogni azione che fosse in aperta violazione con uno dei precedenti comandamenti fu fornita dapprima una revisione (ad esempio: al comandamento che recitava che nessun animale avrebbe ucciso nessun altro animale, fu aggiunto come specifica “senza motivo” rendendo, così, legittima e legale l’azione repressiva di Napoleon) e poi una spiegazione. Le abilità indiscusse di Clarinetto furono fondamentali nel processo di solidificazione del potere di Napoleon, cosa di cui era ben consapevole.

Era terminato anche il periodo dell’entusiasmo più sfrenato e i problemi concreti di gestire la fattoria determinarono una decisione senza precedenti da parte dei capi della fattoria degli animali: intavolare delle trattative per aprire i commerci con gli uomini. Era una decisione epocale: sin dai tempi del Vecchio Maggiore, tutti erano concordi e convinti del fatto che mai si sarebbe dovuto usare tale sistema corrotto, un sistema che portava il marchio umano. Sarebbero stati i maiali a prendersi cura di questo spinoso problema. E siccome il commercio non si fa di soli beni agricoli, fu deciso immediatamente di utilizzare la moneta contante come merce di base per gli scambi. La rotta con i principi esposti dal grande maggiore fu chiara a tutti, ma alla fine il compromesso si poteva accettare e le spiegazioni fornite erano sempre immediate.

Napoleon decise quasi subito dopo la cacciata di Palla di Neve di iniziare la costruzione del Mulino, il che non avvenne senza grandi difficoltà. E quando terminò, crollò perché i muri non erano abbastanza solidi. Fu per questo che fu necessario ricostruirlo con sforzi ancora maggiori. Ormai era quasi fatta e il mulino avrebbe iniziato a funzionare. Gli animali erano sfiniti, costretti a razioni da fame. Erano liberi e questo ancora gli bastava. Napoleon li spingeva a continuare. Sembrò a taluni di vederlo ubriaco, ma poi si scoprì che non era del tutto vero e che, in fondo, ci si poteva anche servire di alcolici, ma in quantità limitate. Certamente gli altri animali non avrebbero mai visto le gustose bevande. Come anche ai tempi di Jones.

Quando ormai il mulino era quasi terminato, arrivarono i concorrenti della fattoria degli animali. Erano in molti, molto ben equipaggiati e ben organizzati. Gli animali, invece, furono presi piuttosto alla sprovvista. Il mulino, costato tanta fatica, fu distrutto dalle fondamenta. E per ricostruirlo questa volta sarebbe stato più difficile, perché si sarebbe dovuto portare nuovo materiale. Avevano salvato la sovranità della fattoria. Erano ancora liberi, ma gli aspettavano tempi duri. Durissimi. Nuovo lavoro e più bestiale. Gondrano riassunse tutto in una congiunzione: “Lavorerò di più e Napoleon ha sempre ragione”. Ma ormai era vecchio. Egli sperava di poter vedere terminato il mulino prima della pensione (che non dubitava sarebbe arrivata). Ma la fatica lo vinse. Morente fu spedito da un veterinario. Uno strano veterinario, perché la sua vettura, chiamata direttamente da Napoleon per poter salvare la vita di uno dei più indefessi lavoratori di tutta la fattoria, aveva soscritto: “Macello”. A lanciare un urlo di sgomento furono Berta, la cavalla, e l’asino, caro amico di Gondrano. Portato via, Clarinetto si prodigò a fornire una storia che rendesse accettabile agli animali l’idea che Gondrano non sarebbe tornato: la vettura era stata recentemente venduta al veterinario da quelli del mattatoio, strano caso. Sta di fatto che Gondrano non tornò più.

Un giorno gli animali si resero conto che nella vecchia casa di Jones si stava verificando un incontro importante tra i più illustri rappresentanti delle varie fattorie del circondario, tra i quali proprio quelli che avevano distrutto il mulino. Alla fine, sgomenti da quanto avevano visto, incapaci di distinguere più i maiali dagli umani, si resero conto che i comandamenti furono cancellati per far posto ad uno solo: “Tutti gli animali sono uguali, ma alcuni animali sono più uguali degli altri”.[4]

La fattoria degli animali è una metafora sull’uomo e sul potere la cui potenza rimane ai vertici della narrativa mondiale. I personaggi centrali non sono molti perché essi fanno parte di una “storia”: la storia della fattoria degli animali. Per questa ragione i profili psicologici non sono determinanti all’interno del romanzo.

Jones è un uomo brutale ed insensibile, inefficiente e alcolizzato. Egli è l’emblema di ogni istituzione priva di giustificazione in particolare incapace di rispettare i doveri che gli sono propri per via della sovranità.

Palla di Neve rappresenta il politico giovane e capace, i cui ideali possono non essere in linea con quelli precedenti (fu lui per primo ad utilizzare i libri, strumenti umani) per poter progettare marchingegni utili per la collettività. Come ogni narrazione storica, Orwell non lascia intendere che Palla di Neve avrebbe governato meglio di Napoleon ma è indubbiamente lui il suo preferito. Ma come altri, Palla di Neve fu sacrificato per la prassi del potere reale: la coercizione fisica mediante l’uso della violenza.

Napoleon è più introverso rispetto a Palla di Neve, meno brillante e meno creativo e di fatto non ha a cuore gli interessi della comunità: egli vede la comunità come uno strumento per i suoi interessi, non come un fine ultimo da coltivare. Per questa ragione egli si impossessa del potere mediante l’addestramento di segugi fedeli in grado di uccidere o far scappare Palla di Neve.

Gondrano è l’infaticabile lavoratore, colui che non si ferma di fronte a nulla e che comprende che non solo la droga può distrarre dalla contemplazione del male di vivere. Le pecore, in fine, costituiscono la “massa”, non in grado di capire, in grado di influire poco sul corso della storia, come una massa d’acqua che si fa sospingere dalle leggi della dinamica dei fluidi.

In questa recensione, noi non vorremmo riproporre la solita usurata parabola che vuole identificare Napoleon in Stalin e la fattoria degli animali nell’URSS stalinista. E’ quasi certo che Orwell abbia in mente proprio Stalin e proprio l’URSS come elemento polemico, tanto più per le delusioni che Orwell patì durante la guerra civile spagnola. Ma non si vede perché dover ridurre un capolavoro di tal fatta negli angusti limiti di una visione datata a una forma di potere dittatoriale. Mostreremo, infatti, che la metafora regge per qualunque potere degenere, compresa la democrazia.

Possiamo considerare, infatti, che la storia della fattoria degli animali non sia altro che la storia della costituzione di un potere ideologicamente caratterizzato ma privo di una precisa dirittura politica. O comunque tale ideologia metaforica si può sposar bene anche nei casi diversi da quelli del comunismo e delle dittature totalitarie. Innanzi tutto v’è l’enunciazione di un ideale astratto e generico (il discorso del Vecchio Maggiore presentato sopra) necessario per far costruire una speranza supposta tangibile ma non mai precisamente identificabile nel concreto della sua piena realizzazione: quando un popolo ha veramente conquistato la libertà? Quando finalmente le guerre verranno a termine? E intanto si combatte per evitare di muovere guerra… L’uguaglianza tra gli animali è l’ideale supremo, talmente alto da essere intangibile: come si deve esprimere? Come si realizza? Ma è da simili vertici che ogni potere innovatore deve partire per costituire la sua base nella mente e nei cuori della misera gente, che è poi, a ben vedere, il vero obiettivo, la vera posta del governo: perché si avrà a dire sempre male del miserabile, ma è lui che vuole migliorare la sua posizione, che è disposto a morire pur di dar da mangiare a suo figlio, che è disposto a sacrificarsi pur di difendere un ideale. Gli altri hanno tutti troppo da perdere.

L’ideale, però, rimane troppo astratto e troppo generico e per questo è necessario fornire un corpus di regole effettivamente applicabili sia in sede pratica che in sede di valutazione: l’Animalismo.

Questi tre avevano elaborato gli insegnamenti del Vecchio Maggiore in un completo sistema di massime a cui avevano dato il nome di Animalismo. Diverse notti la settimana, dopo che il signor Jones era andato a dormire, essi tenevano riunioni segrete nel granaio ed esponevano agli altri i principi dell’Animalismo [che vennero poi riassunti nei sette comandamenti][5]

I SETTE COMANDAMENTI

1) Tutto ciò che va su due gambe è nemico.

2) Tutto ciò che va su quattro gambe o ha ali è amico.

3) Nessun animale vestirà abiti.

4) Nessun animale dormirà in un letto.

5) Nessun animale berrà alcolici.

6) Nessun animale ucciderà un altro animale.

7) Tutti gli animali sono eguali.[6]

Tuttavia, il potere non può fondarsi solo sui sogni e sulle belle speranze, per quanto non possa prescindere da queste, almeno non in via di costruzione. Perché dover seguire qualcuno se costui non ci fa sperare che i nostri problemi quotidiani ci verranno risparmiati, presto o tardi? L’occasione per la presa del potere costituisce il momento dello sfogo del rancore per il vecchio e della legittimazione del nuovo ordine sociale. Questa legittimazione non può fare a meno della forza per essere credibile. Solo attraverso l’uso della violenza si può sostituire un ordine ormai privo di sostanza. In quanto l’essenza stessa del potere nella sua esistenza è proprio quella della forza fisica gestita verso un unico scopo, ecco che la fattoria degli animali si prende questa legittimità, che non può non venirgli riconosciuta tanto all’interno che dall’esterno. L’azione di difesa nei confronti dei controrivoluzionari al soldo di Jones si inserisce in questo quadro.

Il potere è costituito ma ancora si diverge nell’organizzazione, all’interno delle forze politiche contrapposte. E a quel punto una nuova forma di contrasto e di conflitto emerge: non più causata da ragioni di alternativa politica tra vecchia e nuova organizzazione, il nuovo conflitto si fonda sui mezzi attraverso cui il nuovo governo si deve fondare. Il trionfo si fonda nuovamente sulla possibilità di prendere il potere con qualunque mezzo perché il momento è ancora favorevole per ogni soluzione. Ora il governo ha pieni poteri: coercizione e legittimazione popolare, questa è la sovranità. La sovranità, poi, si può concretizzare in molti modi, e nessuno ha detto che lo scopo della politica è quello della comunità. Ed è questo il punto. La logica dell’interesse materiale domina la classe dirigente almeno tanto quanto la classe lavoratrice, con la differenza che la classe dirigente avrebbe la potenzialità per cambiare le cose o per impostare un nuovo ordine sociale. Alla classe lavoratrice mancano i mezzi e le idee.

L’istituzione di uno stato di terrore interno (posto dall’uso sistematico della violenza a fine repressivo) e esterno (mediante la continua propaganda di un’invasione potenziale da parte del nemico) riescono a rendere accettabile qualunque decisione agli animali.

La struttura del potere non è altro che una relazione verticale asimmetrica al cui vertice non si è vincolati a tener conto di chi sta alla base. E siccome chi sta al vertice risponde alle medesime meschine logiche di chi sta alla base, così si traspone semplicemente uno stato di cose dal basso all’alto. Nella democrazia avviene lo stesso fatto quando la classe dirigente diventa permanente e la variazione avviene esclusivamente sulla personalità vincente tra due opposti la cui vittoria si fonda sulla forza fisica o psicologica. Non tutte le democrazie sono così, ma quali non lo sono? Quale è la forma di potere che garantisce realmente l’eguaglianza tra i cittadini semplicemente riconoscendo che la vita di un bambino, di una donna, di un uomo è esattamente identica a quella di tutti gli altri? In quale democrazia occidentale l’uomo è uguale agli altri e non più uguale di nessuno? Abbiamo solo moltiplicato i Napoleon e i Clarinetto, abbiamo dato loro più strumenti e più idee, ma non siamo stati in grado di creare una fattoria in cui gli animali riconoscono sé importanti come il proprio vicino, che la propria prole non più importante di quella del nemico. Perché non ci sono nemici, se non li consideriamo come tali.

Orwell ha guardato dentro il potere, come lui forse solo il Kubrick de Arancia Meccanica. Orwell ha guardato dentro la violenza insita in ogni sistema politico al cui vertice non sta il politico morale come lo considerava Kant, un uomo il cui interesse è il bene della comunità e il suo solo in quanto parte di questa comunità. Le cose stanno diversamente. Perché chi prende il potere è chi lo vuole per sé e immagina lo Stato come una proiezione di se stesso per fare ciò che più gli aggrada. Per i vertici delle democrazie occidentali vale la triste parabola orwelliana quanto per le dittature. Perché, in fondo, non si è neppure ancora capito cosa significhi che la legge è uguale per tutti quando chi ci giudica non sarà neppure chiamato a pagare dei suoi eventuali errori, errori che possono costare caro.

Noi abbiamo un debito nei confronti di Orwell. Quello di leggerlo per ricordarci di quanto importante sia essere dei cittadini di qualunque paese, di qualunque epoca e di come questo non debba essere lettera morta a meno che non vogliamo essere come quegli umani la cui consistenza non era diversa da quella dei maiali tanto dal sembrare a loro indiscernibili.


George Orwell

La fattoria degli animali

Mondadori

Pag.: 140.

Euro: 9,00

 


[1] Orwell G., (1945), La fattoria degli animali, Mondadori, Milano, p. 44.

[2] Ivi., Cit., p. 46.

[3] Ivi., Cit., p. 74.

[4] Ivi., Cit., p.138.

[5] Ivi., Cit., p. 52.

[6] Ivi., Cit., p. 58.


Giangiuseppe Pili

Giangiuseppe Pili è Ph.D. in filosofia e scienze della mente (2017). E' stato assistant professor ed è il fondatore di Scuola Filosofica, coordinatore dell'associazione Azione Filosofica ed è il responsabile della collana dei libri di Scuola Filosofica. Egli è autore di numerosi saggi e di diversi articoli in riviste internazionali. In lingua italiana ha pubblicato numerosi lavori e libri. Scacchista per passione. ---- ENGLISH PRESENTATION ------------------------------------------------- Giangiuseppe Pili - PhD philosophy and sciences of the mind (2017). He is a former assistant professor in intelligence studies and he is the founder of Scuola Filosofica (Philosophical School) and the Co-Founder of the philosophical association Azione Filosofica (Philosophical Action). He is the editor in chief of the collective series of books based on the blog (Le Due Torri - Publisher). He is a prolific author nationally and internationally. He is a passionate chess player and (back in the days!) movie maker.

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