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Gente di Dublino – James Joyce

Poi ci mettemmo a passeggiare lungo il canale; faceva la donna di servizio in una casa di Baggot Street, mi disse. Le passai un braccio attorno alla vita e per quella sera non andai oltre qualche stretta. Le diedi un appuntamento per la domenica dopo, e questa volta ci recammo a Donnybrook dove la porta in un campo. Mi disse di avere una relazione con un lattaio… Ne valeva la pena, te lo garantisco. Tutte le sere mi porta sigarette e mi paga il biglietto del tram di andata e ritorno. Una volta mi ha portato due sigari proprio di lusso e della stessa marca, sai, di quelli che fumava l’altro… Avevo paura che restasse in cinta, ma sa il trucco.

Gente di Dublino

DublinersGente di Dublino è una raccolta di racconti di James Joyce. Si tratta di un’opera che ritrae la città di Dublino, metaforicamente considerabile come la condizione umana della miseria. Si tratta, infatti, di una serie di quadri verosimili, in cui lo stile è principalmente realista in senso classico (a differenza, per certi aspetti, delle opere successive, come dell’Ulisse e Dedalus): il linguaggio restituisce principalmente le cose così come appaiono e descrive i contorni psicologici dei personaggi da un punto di vista esterno ed imparziale. Non soltanto lo stile è realista, ma l’oggetto stesso del ritratto porta con sé una carica di forte vividezza e verosimiglianza. L’oggetto principale di Gente di Dublino è la miseria umana nelle sue varie forme, sia essa nata dall’indigenza, dal degrado morale piuttosto che dall’inesistenza di carattere.

La miseria della condizione umana è mostrata attraverso ritratti di persone normali, nel senso che seguono le aspettative di ciò che esiste nel mondo: alcolizzati, lavoratori privi di scopo, piccoli arricchiti, uomini e donne della borghesia incapaci di comprendere il mondo. Lo sguardo implacabile di Joyce non si ferma di fronte a sesso, condizione sociale o condizione sociale. Donne e uomini, giovani o adulti nessuno sembra salvarsi dalla condizione totale di miseria in cui sono relegati o a cui si autocondannano. Non c’è dunque alcuna speranza tra la gente di Dublino, simbolo stesso di un mondo che continua ad esistere soltanto per errore, perché la condizione dell’esistenza si replica incessante senza un senso e, allora, l’assenza di senso si disperde a dimensione minuta dei minuti personaggi descritti nelle pagine di Joyce.

Non ci sono eroi o eroine, non ci sono salvezze a priori perché maschi o perché femmine. Maschi e femmine godono della stessa eguale condizione umana, costituita da una ottenebrante solitudine, necessità di sopravvivere e perpetua sensazione di assenza di senso che conduce ad una irrimediabile frustrazione perpetua, laddove niente può cambiare l’inerzia complessiva di un mondo che semplicemente esiste eternamente identico a se stesso. Una identità di totale miseria, capace di incenerire ogni ricerca di senso. E in questa assenza di visibile speranza immediata e facilmente alla portata di rivenditori di auto usate si mostra la grande attualità della prosa joyciana, la quale non lascia adito a dubbi: la condizione di miseria è tutt’altro che una prerogativa del presente. Abbiamo dei mirabili precursori e così le prossime generazioni. Siamo tutti uniti dalla grande Miseria, condizione usuale della storia della razza umana.

Eppure in Gente di Dublino si evincono indirettamente almeno tre caratteristiche che sembrano aprire uno spiraglio indiretto sulla condizione dei Dubliners. Prima di tutto si evince un senso di umano, troppo umano che sorge dalla prosa di Joyce. Solo un uomo che ha guardato fino in fondo l’essenza stessa della miseria umana può riuscire a ricostruirla nei minimi dettagli, lasciando così il lettore ottenebrato non dalla lettura, ma dalla sua stessa condizione. Il lettore, infatti, non faticherà a ritrovare infiniti dettagli e rimandi a quella che è la condizione umana che egli stesso è costretto a vivere. Solo uno scrittore che vede il vizio ma lo comprende come necessità può riuscire a restituire con chiarezza e semplicità (non facilità) quella che è la condizione della fetta maggioritaria della storia di quella razza tanto speciale che si dice essere quella umana, ed invece così vicina a tutto il resto di quell’insignificante universo che lo circonda.

Ma c’è anche un secondo spiraglio che è propriamente quello dell’arte. L’arte non entra all’interno dei Dubliners: non c’è mai lo scrittore che muore di fame piuttosto che portare a termine la sua opera (condizione che Joyce doveva conoscere assai bene), come non c’è lo squattrinato matematico o il genio agiato che compone per contemplazione mistica del mondo. Tutto questo non compare nei Dubliners, eppure non è una dimenticanza inconsapevole. Dopo tutto, l’Irlanda ha avuto altri grandi geni della letteratura che pure potevano essere ricordati in modo compiuto. Joyce non ne parla perché, probabilmente, l’arte non fa parte della miseria umana, ma può essere mostrata solo attraverso essa. L’arte è il negativo della miseria, ciò che non può che essere detto indirettamente, ellitticamente, soltanto attraverso rimandi e citazioni sottese all’interno della prosa. L’arte non deve comparire all’interno di quella palta umana che è la base stessa della miseria, condizione antitetica a quella di ogni senso artistico degno di nota.

In fine in Dubliners si descrive un mondo morto (come lascia intendere l’ultimo lungo racconto). Però paradossalmente esso è anche la condizione essenziale attraverso cui altri possono vivere. Come la miseria è la negazione dell’arte, ma condizione essenziale, così la morte sembra lasciare intravedere le condizioni stesse della vita. Joyce ha uno spirito molto razionale, del contemplatore che ha scelto la strada della prosa, anziché della filosofia sistematica, per concepire il mondo. E questo senso filosofico di fondo si evince in tutta la sua portata proprio dalla sua coerenza, la quale non tradisce mai il lettore. Joyce ricostruisce pienamente la condizione umana della miseria attraverso uno studio composito di quadri che hanno un significato simbolico a sé stante. E questo impone al lettore plurimi sforzi per scandagliare i vari significati dei racconti. E quindi, dunque, non soltanto si evince la potenza della vita ma anche della stessa ragione, che si aggiudica il suo posto all’interno dell’arte, come ben verrà chiarito in Dedalus: un’arte che non conduce all’emotività, allo smuovere grandi passioni, ma le imbriglia all’interno di una tela all’interno della quale tutto trova il suo posto.

E così, dunque, anche la miseria umana può trovare il suo posto all’interno della realtà, di cui Joyce conosce le infinite ombre, ma anche le poche luci. E grazie alle luci del suo intelletto è in grado di restituirne tutta la complessità.


James Joyce

Joyce

Gente di Dublino

Mondadori

Pagine: 224.

Euro: 9,00.


Giangiuseppe Pili

Giangiuseppe Pili è Ph.D. in filosofia e scienze della mente (2017). E' stato assistant professor ed è il fondatore di Scuola Filosofica, coordinatore dell'associazione Azione Filosofica ed è il responsabile della collana dei libri di Scuola Filosofica. Egli è autore di numerosi saggi e di diversi articoli in riviste internazionali. In lingua italiana ha pubblicato numerosi lavori e libri. Scacchista per passione. ---- ENGLISH PRESENTATION ------------------------------------------------- Giangiuseppe Pili - PhD philosophy and sciences of the mind (2017). He is a former assistant professor in intelligence studies and he is the founder of Scuola Filosofica (Philosophical School) and the Co-Founder of the philosophical association Azione Filosofica (Philosophical Action). He is the editor in chief of the collective series of books based on the blog (Le Due Torri - Publisher). He is a prolific author nationally and internationally. He is a passionate chess player and (back in the days!) movie maker.

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