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Tropico del cancro – Henry Miller

Un americano a Parigi, senza Gershwin e senza Gene Kelly. La storia totalmente autobiografica di un uomo istruito, animalesco e senza quattrini in una grande città, la capitale francese. La trama è un resoconto viscerale dell’intimo di Miller attraverso i fatti trasfigurati totalmente dalla coscienza o dall’inconscio dell’autore. Pochissimi personaggi ricorrenti e l’Io narrativo è l’unico centro di continuità dell’ininterrotto flusso di coscienza che registra piuttosto che comprendere.

Riportare Tropico del cancro in poche righe, riducendolo ad una qualche forma di narrazione, risulta un’operazione forzata e difficile. Non c’è molto da dire, in effetti, sul piano dello svolgersi dei fatti. Essi sono, sotto questo aspetto, irrilevanti. Il contenuto del libro è in buona parte nello stile, cioè traspare esclusivamente attraverso di esso. Cogliere le sfumature e la bellezza di Tropico del cancro è impossibile, se ci si limita alla nuda e cruda riproposizione dei fatti.

Lo stile è fluido e originale. Miller riprende a modo suo una tecnica narrativa, il flusso di coscienza, già sperimentata dai nuovi narratori del novecento, gli innovatori Joyce e la Woolf. Ma, con Miller, cade del tutto il senso estremo di artificiosità che è connaturato alla prosa di James Joyce e della Woolf. Miller esprime l’intero mondo naturale dell’essere umano, senza alcun velo. Non è né specchio deformante né un punto di vista solipsistico, nonostante l’estremo autobiografismo. E la genialità dell’autore sta proprio in questo: egli si fa voce, attraverso un’esperienza straordinariamente singolare e rappresentata all’estremo in questa sua irripetibile unicità, di un intero sistema di valori e di sentimento di vita. Le parole si tramutano in strumenti che Miller usa per catturare immagini e di volta in volta arricchire con delle associazioni libere ma, al contempo, estremamente naturali. Questo procedimento associativo di arricchimento produce un senso di vividezza nell’immaginazione e un’estrema efficacia nella narrazione. La parola diventa il tramite per esprimere appieno non la coscienza né l’inconscio ma quella zona ambigua di sentimento della vita e del mondo intero.

La vita rappresentata da Miller è quella di uomini senza soldi e senza idee che vivono giorno per giorno. Non propriamente dei perditempo o degli inetti. Semplicemente, l’umanità di tutti i giorni fatta di individui indirizzati dalla sorte a fare quello che fanno. Il sesso e i soldi sono una costante di questa umanità, mai priva del tutto di un’intelligenza mai pienamente indirizzata verso la soluzione di problemi ma, quasi sempre, capace di girare a vuoto, per nulla. Non c’è anti-intellettualismo nelle parole di Miller, al massimo, antifilosofismo, se così si può dire. E’ sempre la concretezza a comandare e gli istinti sono insuscettibili di discussione, essi sono seguiti e solo dopo accettati o rifiutati, le conseguenze non vengono valutate per soppesare il valore delle azioni che si esauriscono sempre nell’immediato presente. Questa rappresentazione di un tempo assolutamente immediato si radica nella narrazione a tal punto che non si può far a meno di provare delle emozioni straordinariamente intense e genuine ma, pure, contraddittorie. La vita, messa in scena in Tropico del cancro, è quella che ci si presenta tutti i giorni nella sua estrema concretezza: guardare l’angoscia degli altri, la loro vacuità e l’estremo della loro assurdità conduce inevitabilmente a farcene carico e a provarne a nostra volta un po’. Siamo di fronte ad uno dei più geniali autori del novecento perché egli rappresenta quell’umanità che la letteratura ha sistematicamente obliterato nel nulla e che ha fatto la storia nella realtà: l’umanità non è un “artista da giovane” e non è neppure un ciclo di Nibelunghi né un Thomas Krull. Questa rappresenta quell’ideale astratto di umanità libera e felice che sin dai tempi di un raffinato Edipo ha affascinato l’intera umanità. Non perché la tragedia insceni solo l’interesse letterario di una casta/classe dominante o perché si tratti di cultura inautentica ma perché rappresenta un’umanità irrealistica e ricca di fantastici ideali. Non ci piace sentire le miserie della donna delle pulizie che vive nella porta a fianco. Che senso avrebbe portare in letteratura una cosa simile, quando possiamo tranquillamente bussarle oppure accendere uno degli infallibili strumenti di comunicazione di massa che non fanno di meglio che riportare le chiacchiere più inutili e deprimenti di quelle stesse massaie e uomini ridotti ai minimi termini? Se già ciò rappresenta un merito della straordinaria narrativa di Miller, riconfermata in profondità nel successivo Tropico del Capricorno, la vera grandiosità dell’americano sta nel non rendere la sua esperienza una questione privata ma rappresenta nel pieno l’immaginario di un intero mondo e modo di sentire. L’autore è un reietto posto ai margini del mondo che mangia buoni cibi e beve buoni vini e, per usare termini affini a quelli di Miller, scopa le puttane sugose.

Il lessico di Tropico del cancro non desta particolari emozioni ad un lettore contemporaneo, appartenente al modo di percepire il mondo dell’età nostra, quella che potremmo chiamare “l’epoca della complessità”. Chiamarla postmoderno suona veramente male. Siamo già in un mondo di decomposizione linguistica, morale e di generale rivisitazione culturale fatta di sincretismo e, in realtà, punte di genialità sparse. Tutto ciò, però, rende quasi banale nell’intento la prosa di Miller. I termini specifici di Miller sono estremamente crudi che arrivano ad esprimere un concetto nei termini del fluido linguistico e concettuale dell’uomo che vive ai margini. Tuttavia, chi scambiasse un uomo da strada con uno scrittore da strada sarebbe realmente indotto all’errore.

Questo romanzo fu definito “pornografico” e, negli Stati Uniti, fu discusso come caso esemplare della liceità del “porno”. Definire questo libro in tali termini risulta piuttosto difficile da credere, se letto con gli occhiali a disposizione del lettore medio contemporaneo. Se, infatti, per “pornografico” intendiamo un qualunque mezzo che rappresenti esattamente per quello che è l’atto sessuale umano in tutti i suoi dettagli, allora c’è chi rimarrebbe deluso. C’è il riferimento esplicito e costante alla sessualità, casi di impotenza, di masturbazione maschile e femminile e tanto altro. Ma questo non rappresenta mai una caduta nel morboso lato dell’essere umano perché non c’è in tutto questo alcuna ossessività patologica né, tanto meno, voglia di metter su teatralismi ai quali siamo così tanto abituati dal cinema e dalla letteratura mediocre in generale. Miller condensa in immagine quel che tutti abbiamo interiormente per decomporre quella falsa coscienza che ancora oggi è presente: il fatto di aver esplicitato il morboso è un palliativo inutile nei confronti del vero lato concreto del vissuto, differenza da rimarcare in un caso di autentica grandezza quale è Tropico del cancro. Ed è questo il punto. L’accusa di “pornografia” mette in luce un fatto vero che, però, col mondo del porno inteso con l’intuizione standard, non c’entra nulla: la rappresentazione sistematica del mondo che si dà per quello che è oltre quello che ci piacerebbe riconoscere. Assenza estrema di ideologia dominante e perbenista anche nel senso buono del termine rendono Miller un autore di una lucidità e onestà intellettuale unica.

Concludendo, vorremmo accostare la letteratura di Miller a quella di un Conrad: entrambi rappresentano a modo loro l’ambigua concretezza della realtà e dell’essere umano. Senza falsi ideali e senza rancore né odio: solo pura rappresentazione della realtà e, per quel che riguarda Miller, del vissuto. Tropico del cancro è un capolavoro destinato a rimanere una pietra scintillante e intensa nel firmamento della nostra migliore letteratura occidentale.


MILLER HENRY

TROPICO DEL CANCRO

MONDADORI

PAGINE 382

EURO 9,50


Giangiuseppe Pili

Giangiuseppe Pili è Ph.D. in filosofia e scienze della mente (2017). E' stato assistant professor ed è il fondatore di Scuola Filosofica, coordinatore dell'associazione Azione Filosofica ed è il responsabile della collana dei libri di Scuola Filosofica. Egli è autore di numerosi saggi e di diversi articoli in riviste internazionali. In lingua italiana ha pubblicato numerosi lavori e libri. Scacchista per passione. ---- ENGLISH PRESENTATION ------------------------------------------------- Giangiuseppe Pili - PhD philosophy and sciences of the mind (2017). He is a former assistant professor in intelligence studies and he is the founder of Scuola Filosofica (Philosophical School) and the Co-Founder of the philosophical association Azione Filosofica (Philosophical Action). He is the editor in chief of the collective series of books based on the blog (Le Due Torri - Publisher). He is a prolific author nationally and internationally. He is a passionate chess player and (back in the days!) movie maker.

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