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Tecnocrazia e Democrazia: il paradosso della selezione

Technocracy

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Abstract

In questo breve articolo porteremo alcuni argomenti contro l’ideale tecnocratico. Va ben specificato sin da subito che la tecnocrazia è sempre e solamente un idea di limite, un ‘assunto della ragion pura’ e non qualcosa che sia mai esistito o che potrebbe mai esistere. Cercheremo, dunque, di caratterizzare questa tesi portando argomenti a suo sostegno.


Esiste un paradosso semantico, vale a dire il paradosso della selezione. Se io seleziono x lo faccio in base al fatto che x ha la proprietà y, io riconosco la proprietà y e scelgo così x rispetto ad altri candidati, a…n. La proprietà y è inerente a x, cioè le è propria, ma è anche la ragione per cui io discrimino x rispetto ad a…n ed è anche la stessa ragione per cui lo giudico migliore. La proprietà grazie alla quale selezione è dunque riconosciuta nell’oggetto ed è intersoggettivamente cogliibile dalla comunità politica di riferimento. Quindi, prima di tutto, occorre stabilire quale proprietà sia da ascrivere ai tecnocrati. Essi potrebbero essere intesi come degli esperti della politica. Tuttavia, chi è un esperto della politica? Quale è la proprietà che discrimina un esperto della politica da un non esperto della politica?

Supponiamo per un momento che non esiste alcuna risposta a queste due ultime domande. Potrebbero darsi due casi. Gli esperti della politica sono selezionati da altri esperti anche non necessariamente della politica ma capaci di capire quale sia la ragione per cui i candidati potrebbero possedere la famosa proprietà che ci serve per discriminare e motivare la scelta. Tuttavia, a questo punto, ci servono degli esperti per selezionare i selezionatori. Siamo chiaramente di fronte ad un regresso all’infinito. Infatti, uno psicologo potrebbe selezionare un esperto della politica sulla base di una serie di caratteristiche ipotetiche che l’esperto di politica potrebbe neppure sapere di avere. E il fatto che un esperto si riconosca come tale non è minimamente interessante per tutti gli altri, che sono coloro che riconoscono e legittimano tale autovalutazione. Quindi, il fatto che qualcuno ci dica di essere un esperto della politica, anche qualora sia vero, non ci aiuta in alcun modo perché noi non siamo legittimati di per sé a crederci.

Ma allora il problema si è solo spostato: perché lo psicologo dovrebbe essere capace di discriminare un esperto di politica? Chi ci dice che uno psicologo è tale ed ha la capacità di selezionare l’esperto di politica? In fondo la parola ‘psicologo’ è quanto mai vaga (per esempio, ormai ne esistono di molti tipi) e si deve applicare a condizioni specifiche perché, appunto, un esperto è colui che ha autorità epistemica su un ambito specifico di interesse. Ma allora ci serve qualcuno che ci sinceri del fatto che lo psicologo (o chi per lui) sia idoneo a questo compito, sia l’esperto di questo campo etc.. Quindi, il regresso all’infinito si gioca sul fatto che uno dei classici sistemi per stabilire se una persona sia un esperto oppure no, è affidarsi ad un altro esperto. Da qui il rischio di cadere nel ridicolo nella proliferazione infinita di qualifiche per generare nuovi esperti o l’importanza sociale della referenza, oggi così seriamente avvertita appunto perché capace di generare potere.

Si potrebbe obiettare che i tecnocrati non si possono selezionare da altri tecnocrati, i tecnici lo diventano attraverso un severo addestramento. Non si vede perché i tecnici della politica dovrebbero godere di uno statuto speciale, cioè quello di essere dei tecnici senza alcun addestramento! Si faccia caso che su questo punto, comunque, il senso comune e il dibattito democratico è tutt’altro che concorde. Infatti, c’è chi sostiene che l’addestramento politico può essere addirittura nocivo, in confronto ad un puro cittadino moralmente buono: l’addestramento politico può corrompere, cioè fare assumere delle norme di comportamento lesive da un punto di vista legale e politico. Da un altro lato, c’è anche chi sostiene che sia difficile fare il ministro dell’agricoltura senza neppure saper distinguere un trattore da una utilitaria (faccio per dire, e gli esempi possono essere moltiplicati all’infinito).

Tuttavia, se vogliamo difendere l’idea che bisogna seguire persone illuminate, posto il fatto che la loro luce non è simile a quella che si propaga nello spazio siderale, bisogna pur fornire un modo per reperire e discriminare queste persone. Sotto la supposizione che queste persone esistano. Vedremo oltre che tale assunzione non può essere in alcun modo motivata. In ogni caso, abbiamo già escluso che esistano esperti selezionatori di esperti della politica. Non ci sono perché si ricade nel regresso all’infinito. L’idea del ‘programma di addestramento’ può essere fatto risalire sino a Platone e al suo modello di meritocrazia. Prima di presentare una potenziale versione del suo modello, propongo un passo intermedio.

Se abbiamo escluso gli esperti come selezionatori, potrebbe darsi il caso che esista un modo di selezionare gli esperti della politica mediante una procedura: un computer viene impostato per selezionare i cittadini più meritevoli per ciascun ambito del governo. Tuttavia, tale programma dovrebbe essere programmato da delle persone che sanno in anticipo quali sono i risultati desiderati, cioè sanno già in anticipo il bene comune. Perché? Perché gli esperti della politica sono coloro i quali devono fare il bene della comunità. Sicché se essi vengono selezionati, è proprio perché loro sono capaci di definire questo bene in anticipo. Ma allora i programmatori o sono loro stessi gli esperti della politica (conoscono già il bene pubblico e allora non c’è bisogno di ulteriori programmi…) oppure essi non hanno l’opportunità di programmare il programma di selezione appunto perché avrebbero bisogno di quello che sarebbe il risultato degli esperti della politica. Quindi tale programma non è programmabile.

Esiste ancora una terza possibilità. In fondo, un esperto, come già detto, è una persona che si è sottoposta ad un incessante addestramento. Sicché potrebbe esistere una forma di addestramento specifico che, una volta ultimato, dovrebbe portare alla formazione di una classe dirigente di per sé più capace di decidere il bene comune dei cittadini. Ma qui il problema è lo stesso di prima! Innanzi tutto, occorrerebbe avere un programma di addestramento (Platone ne forniva uno: il lettore è invitato a scoprirlo e chiedersi se si fiderebbe dei risultati). Ma, di nuovo, per stabilire questo programma bisognerebbe già sapere quali sono i risultati che si vogliono ottenere e sapere come ottenerli. Ma abbiamo queste informazioni in anticipo? Come sopra, non è lecito pensarlo. Per esempio, un uomo onesto potrebbe comunque essere un pessimo politico. Inoltre, non è molto chiaro come educare la gente all’onestà: anche in un mondo dove non ci sono furti o tangenti, potrebbe darsi comunque il caso di una inefficienza globale del sistema di decisione. Fra l’altro va fatto notare che i più clamorosi casi di corruzione politica sono proprio quelli che si fondano su rapporti personali, come nel caso del feudalesimo o dei totalitarismi di ogni genere. Perché? Perché (a) non si può scoprire in modo trasparente il caso di favoreggiamento personale, giacché tutto lì è impostato proprio sui rapporti umani e perché (b) in una tale forma di governo non si vede perché bisogna appunto escludere la tangente come sistema di promozione dell’élite. Almeno in democrazia ci sono ottime ragioni per sostenere il contrario. L’onestà politica è solo un valore limitativo, cioè ci dice cosa non fare ma non precisamente cosa fare e solo molto limitatamente come farlo. Infine, va rilevato che nessuna combinazione di proprietà potrebbe garantirci dalla sicurezza dell’addestramento, posto il fatto che non si dà la possibilità di una simile selezione per le ragioni appena viste: dovremmo già sapere cosa volere, ma se lo sapessimo in anticipo semplicemente non ci vorrebbe il sistema di selezione!

Quindi il paradosso degli esperti della politica si declina in due argomenti: da un lato, c’è un regresso all’infinito sui selezionatori; da un altro lato non si può stabilire una procedura, se prima non si sa cosa volere da tale procedura. Ma se fosse possibile stabilire in anticipo cosa ottenere da questa procedura, questa procedura sarebbe anche inutile. Infine, nel migliore dei casi la procedura riuscirebbe solamente a ridurre i margini di rischio negativi, ma non aggiungerebbe alcuna probabilità di riuscita rispetto alla soluzione positiva dei problemi. Quindi, la tecnocrazia è semplicemente informulabile. Tuttavia, potrebbe ancora darsi un caso immaginario.

Supponiamo che un divino genio benigno crei ex novo una serie di esperti della politica e li metta al potere: lui li ha creati proprio con la proprietà y, quella che ci fa avere evidenza sul fatto che loro sono i più saggi. Siamo sicuri che lo siano perché li ha creati apposta e li ha anche messi al potere. Ora, come dovrebbero operare questi esperti per determinare il bene comune? Prima di tutto, dovrebbero sforzarsi di conoscere i fatti. Ma conoscere i fatti non basta a risolvere i problemi perché il bene comune non è una condizione oggettiva, non sta negli oggetti o non sta solamente in quelli. Si può essere tutti d’accordo nel fatto che le foreste sono un bene pubblico, potrebbe essere molto diversa però l’idea di come salvaguardarle. Potrebbe anche essere diverso il modo di salvaguardarle rispetto al tempo e allo spazio, giacché le preferenze possono venire a cambiare nel tempo. Come fanno gli esperti della politica a sapere quale è il vero bene della gente se non sanno cosa pensa la gente? Devono supporre, ad esempio, che tutti riconoscano il bene allo stesso modo.

Ma non c’è un unico modo di vedere le cose e non ci può semplicemente essere. Perché? Perché esso è la risultante di una quantità di preferenze e inclinazioni soggettive che diventano intersoggettive mediante una qualche forma di aggregazione delle preferenze. Sicché i presunti tecnici della politica non sono in grado di sapere cosa sia il bene comune più di quanto non lo saprebbero se indicessero un’elezione! Nel migliore dei casi sarebbero efficienti quanto la democrazia ma non di più.

In definitiva, il motivo per cui il bene pubblico è appunto un bene, è che lo è per qualcuno. Siccome si sta assumendo che gli esperti della politica si prendano a cuore il bene comune (se non fosse così, non sarebbe una buona alternativa per la democrazia…), va da sé che la conoscenza loro richiesta non è solamente quella scientifica, che si fonda proprio su esperti. Serve anche un sistema che gli consenta di sapere quale è il bene pubblico inteso intersoggettivamente. Se fosse soggettivo, allora non sarebbe propriamente pubblico ma privato e sarebbe relativo ai singoli cittadini. E infatti c’è chi sostiene che bisognerebbe ridurre al minimo l’apporto dello stato che, però, anche per questi rimane fondamentale proprio per la gestione dei beni pubblici comuni. Se il bene fosse oggettivo allora non sarebbe ascrivibile ad alcuno in particolare e, per ciò, non sarebbe di per sé un bene: cento chili d’oro sono solamente un particolare metallo dotato di un peso di 100 kg, con una certa massa inerziale etc.; solo assumendo che esista una persona si può anche concepire che 100 kg di Au assuma un valore. Quindi, se il bene pubblico deve essere riconosciuto intersoggettivamente non basta semplicemente difendere l’idea che esso sia determinabile mediante lo studio a priori dei fatti, banalmente perché in questi non rientra l’insieme delle prospettive in prima persona che sono il principale problema della politica. Perché la politica ha a che fare con l’organizzazione dell’esistente in base a dei principi ipoteticamente razionali.

In definitiva, dunque, non soltanto si scopre che non è possibile determinare un sistema per selezionare gli esperti della politica, ma si scopre che gli esperti della politica non sarebbero sostanzialmente utili e, nel migliore dei casi, sarebbero in grado di fare ciò che la democrazia fa già. Il problema, dunque, al massimo è come rendere la reale democrazia più democratica. Il problema è difendere la democrazia dalle sue distorsioni, cioè da tutto ciò che la rende meno democratica di quello che dovrebbe essere. I tecnici, dunque, facciano il loro dovere: ci dicano come stanno i fatti e, per il resto, si limitino a votare. Tutto il resto non gli è richiesto.


Bibliografia minima

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Caligiuri et. Al, (2016), Intelligence e Scienze Umane, Rubettino, Saverio Manelli (CS).

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Giangiuseppe Pili

Giangiuseppe Pili è Ph.D. in filosofia e scienze della mente (2017). E' stato assistant professor ed è il fondatore di Scuola Filosofica, coordinatore dell'associazione Azione Filosofica ed è il responsabile della collana dei libri di Scuola Filosofica. Egli è autore di numerosi saggi e di diversi articoli in riviste internazionali. In lingua italiana ha pubblicato numerosi lavori e libri. Scacchista per passione. ---- ENGLISH PRESENTATION ------------------------------------------------- Giangiuseppe Pili - PhD philosophy and sciences of the mind (2017). He is a former assistant professor in intelligence studies and he is the founder of Scuola Filosofica (Philosophical School) and the Co-Founder of the philosophical association Azione Filosofica (Philosophical Action). He is the editor in chief of the collective series of books based on the blog (Le Due Torri - Publisher). He is a prolific author nationally and internationally. He is a passionate chess player and (back in the days!) movie maker.

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