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Storia della Sardegna contemporanea: cronologia dall’unità d’Italia fino al 1922

La storia della Sardegna contemporanea è caratterizzata da particolari ed importanti avvenimenti. La bibliografia e la documentaristica che possiamo trovare su questi centocinquanta anni “sardi” è tuttavia frammentaria e soprattutto disorganica e male organizzata: con quest’articolo, noi di scuolafilosofica, pur senza la pretesa di definitività, cercheremo di scrivere una cronologia che possa toccare il più possibile le tematiche fondamentali della Sardegna contemporanea, dall’annessione del Regno Sardo-Piemontese all’Italia fino alla ricezione dello Statuto speciale di autonomia, parlando del fascismo e anche dei primi scioperi minerari. Senza dimenticare gli ultimi decenni, passati all’insegna di amministrazioni spesso non troppo incisive, come fu per esempio quella di Renato Soru, sebbene riformiste con proposte importanti come la legge “salva coste”, un unicum, come vedremo, nella storia italiana e nella storia della salvaguardia dei beni culturali (l’ambiente è uno di questi).

1847-1860

Il trattato di Londra del 1720 stipulava che la Sardegna passasse sotto l’influenza del governo piemontese, seppur mantenendo le antiche istituzione spagnole, all’ora governato dalla secolare casata dei Savoia. Importanti figure si susseguirono: ricordiamo, e citiamo solamente, il ministro Giovanni Battista Bogino che operò gli affari dell’isola per il re Vittorio Emanuele III dal 1759 al 1773: negli ultimi anni egli è rivalutato come uno dei più grandi riformisti che aiutarono l’isola a uscire da quella crisi dovuta dal sistema feudale in cui vigeva, ed erroneamente gli è attribuito un detto anca ti crùxat su buginu vale a dire “possa tu essere inseguito/flagellato dal Boginu”. In realtà il boginu era il boia che portava i condannati a morte al patibolo suonando una trombetta, il bucinum per l’appunto in latino, e dunque il detto richiamava proprio questo episodio, mettendo al riparo le malevoci su Giovanni Battista Bogino, ministro per gli affari sardi.

Altre figure rilevanti furono i re della casata che si susseguirono, ricordando Carlo Felice che attuò diverse riforme decisive per il benessere dell’isola, fra cui la predisposizione per un ripopolamento della stessa isola; proseguendo l’opera dell’ex ministro Bogino, siamo infatti agli inizi del 1800, Carlo Felice portò avanti le riforme sull’istruzione, per diminuire il forte tasso di analfabetizzazione, stilò un nuovo ordinamento giuridico che andava a sostituire l’ormai secolare Carta de logu eleonoriana, codice quest’ultimo che da però forte lustro alla cultura isolana, che rimase dotata per tanti secoli di un grande codice penale equilibrato e da tutti rispettato. Ancora, fu proprio Carlo Felice il promotore di progetti atti alla viabilità rurale con la ricostruzione dell’antico tracciato romano Karalis-Turris. I cagliaritani riconoscenti ritennero opportuno, dopo l’autorizzazione dei tre vecchi Stamenti parlamentari (antica istituzione spagnola), l’erezione di una statua in onore di quell’uomo che tanto lavorò per il benessere dei sardi e tutt’oggi presente al centro del capoluogo di regione sardo. I decenni successivi fino al 1847 passarono all’insegna dei conflitti agropastorali che andavano perdendo sempre di più i loro pascoli e i loro terreni agricoli, gli ex vidazzoni. Importante fatto storico fu infatti il cosiddetto Editto delle Chiudende che si proponeva di proteggere l’agricoltura senza però danneggiare la pastorizia: chi possedeva un campo aveva infatti il diritto di recintarlo e di chiuderlo (ecco perché il termine “chiudende”) affinché questo terreno non costituisse un luogo di passaggio ad esempio per le mandrie di buoi o le greggi di pecore e capre che ben volentieri mangiavano i germogli di grano e orzo alimentando, non solo loro naturalmente, le frequenti crisi agrarie produttive che si susseguirono nei secoli di storia sarda.

Tuttavia la storia della Sardegna contemporanea si fa iniziare nel 1847: è infatti in questo anno che gli Stamenti parlamentari sardi, composti dai rappresentanti del clero, della nobiltà regia e del ceto militare, chiesero a Carlo Alberto l’unione “perfetta” della Sardegna con gli Stati della terraferma. Carlo Alberto che in quegli anni aveva più volte di persuadere questi all’annessione, accettò con grande entusiasmo. Così con la perfetta fusione inizia in Sardegna un nuovo periodo di trasformazioni politiche, sociali, amministrative ed economiche: si affacciava per la prima volta a un sistema politico che non fosse retto da un amministrazione feudale. Furono soppresse tutte le vecchie istituzioni spagnole e dopo qualche anno entrò in vigore lo Statuto Albertino. Tuttavia il clamore e l’entusiasmo iniziale dei sardi andò a trasformarsi in delusione e sconforto quando si trovarono nuovamente abbandonati dalle istituzioni della “terraferma”. La situazione di arretratezza sociale ed economica, i problemi aperti dopo l’Editto delle Chiudende rimasero in tutta la loro drammaticità e anzi fu proprio in questi anni che andò a crearsi un distacco sempre più ampio fra la società “cittadina” e quella rurale. Quella fusione perfetta, come viene chiamata dagli storici, era stata una nuova forma di colonizzazione? Possiamo parlare effettivamente di Sardegna territorio di “conquista” e scambio? Questa è una domanda importante, a cui alla fine di questo articolo cercherò di dare una risposta per lo meno condivisibile.

La Sardegna nel contesto risorgimentale italiano è stata probabilmente estranea ai moti per l’unificazione: dei cosiddetti mille garibaldini, solo tre erano sardi. La notizia dei moti rivoluzionari europei arrivò in Sardegna assieme a un piroscafo sbarcato a Cagliari nel marzo del 1848: assieme a questa notizia, un proclama annunciava che la nuova legge elettorale albertina consegnava alla Sardegna la possibilità di eleggere 24 deputati. Quello stesso anno per soccorrere ai problemi sardi fu nominato un commissario straordinario, Alberto La Marmora che però, dalle sue conoscenze militari, portò in Sardegna solamente un generale stato d’assedio, per poter contrastare le frequenti frizioni e i dissidi presenti a livello sociale e locale, sicché fu incapace di risolvere i problemi a livello diplomatico e politico. Non erano certo anni semplici per i cittadini sardi, bistrattati, ma allo stesso tempo pressati per necessità fiscali. Alcuni importanti politici sardi dell’epoca come Giovanni Battista Tuveri e Giorgio Asproni, credevano nella necessità di una legislazione speciale per la Sardegna con le tematiche tradizionali che rivedremo successivamente con la nascita dei partiti autonomistici.

La Sardegna in quegli anni trascinava la grave crisi successa dopo la promulgazione dell’Editto delle Chiudende: nel 1858, inoltre, ad accentuare sempre di più il disagio sociale in Sardegna, furono aboliti gli ademprivi, cioè quegli spazi ad uso comune per i pascoli e per il legnatico (il diritto di raccogliere legna per l’inverno e per le botteghe artigiane che necessitavano del fuoco). Il contrasto fra pastori e agricoltori rimase sempre acceso, tanto da rendere insicure le campagne e da promuovere lo sviluppo negativo del fenomeno del banditismo: questo, sempre presente, come fenomeno, fin dai tempi della dominazione aragonese (noto è il fenomeno della machizia, vale a dire dell’uccisione del bestiame colto in flagrante a brucare in un terreno agricolo) in quegli anni trovò però campo fertile, arrivando alla fine del secolo a una preoccupante evoluzione che era quello delle bardane.

“Montuosa, eccessivamente divisa, prigioniera infine della sua povertà, vive essenzialmente di sé: è un continente, un mondo a sé, con la sua lingua, le sue usanze, le sue economie arcaiche, la vita pastorale invadente, in alcune zone eguale a quella conosciuta da Roma in passato.”[i]

Questo era lo statu quo della Sardegna poco prima dell’unificazione italiana e della creazione dello stato “Italia”, creato da quel processo chiamato risorgimento che alcuni sostengono che finisce con la presa di Roma del 1870, mentre altri preferiscono la tesi secondo cui il risorgimento italiano finisce nel momento in cui la città di Trieste e il Trentino Alto Adige vengono annessi all’Italia dopo la vittoria nella prima guerra mondiale.

1860-1900

L’unificazione del 1861 accentuò i problemi della Sardegna: non cambiò di fatto, la considerazione del governo centrale nei confronti dell’isola per cui non teneva un occhio di riguardo, facendo invero sì che il divario fra nord e sud della penisola, isole comprese, si facesse sempre più ampio. Il meridione d’Italia, dalla Campania fino a Lampedusa, vigevano in una situazione simile a quella sarda: tuttavia in queste regioni non c’erano gli stessi problemi e le stesse gravità che vertevano sui perni dell’agricoltura e della pastorizia insulare e, d’altronde, si trattava di regioni con una densità demografica assai più alta rispetto a quella sarda. Dai venticinque che erano, i deputati eleggibili per la Sardegna divennero improvvisamente undici: la questione sarda vedrà così un inglobamento nella più generale questione meridionale, a dimostrazione dell’insufficienza e miopia che i governanti dimostrarono di avere per l’isola e le sue peculiari problematiche.

Gli anni che partono dal 1860 fino ad arrivare al 1870 furono fra i più densi di avvenimenti e fatti di cronaca degni di essere ricordati: già citata, per primo ricordiamo senz’altro l’abolizione degli ademprivi che comportò non pochi problemi nell’isola nel 1862. Questa fu una delle più grosse questioni agitate nel periodo, ovvero la questione di trovare la destinazione e le modalità d’uso a quei terreni (oltre mezzo milione di ettari) sui quali le varie popolazioni rurali esercitavano dei diritti, spesso ereditati da capitoli di grazia spagnoli. Avevano il diritto di seminare, di far pascolare gli armenti e quello di impiantare boschi per legname. L’uomo che si prodigò fortemente per cercare una soluzione che potesse accontentare tutti fu certamente Carlo Cattaneo, patriota italiano e politico dotato di un notevole senso giustizia: egli fu certamente uno dei primi esponenti del pensiero federalista italiano, pensiero che però non ebbe un gran seguito, al meno in quegli anni. Il problema delle popolazioni sarde fu che lo stato si sarebbe accaparrato quei terreni che davano proprio la sussistenza necessaria alla loro esistenza economica, per questo Cattaneo sosteneva che coi terreni ademprivili, che il fisco intendeva invece vendere per ricavarne profitti, potesse essere garantito un prestito, il ricavato del quale avrebbe dovuto consentire di avere un fondo da destinare alle infrastrutture e alle necessità sarde: un’idea, quella di Cattaneo, innovativa e modernità, ma che tuttavia non venne accettata dal parlamento e soprattutto dallo schieramento della Destra storica, la quale in quegli anni trovava un fervido sostenitore in Gustavo benso di Cavour, il fratello del più celebre Camillo: Gustavo Benso di Cavour, il quale sosteneva che i beni ademprivili non avessero mai avuto padrone, così recitò in un suo discorso in parlamento:

come pure in America, ove gran parte dei beni non sono occupati, il Governo li dice suoi, perché nei codici  di tutte le nazioni incivilite i beni che non hanno proprietario si considerano del demanio.

Gustavo di Cavour rincarò la dose difendendo l’idea che quelle terre che “appartenevano” al settore primario della Sardegna, valessero meno di quanto si credesse. Gustavo era un esponente della Destra Storica e la legge che prevedeva l’esproprio degli ademprivi venne approvata, autorizzando lo stato nel 1864 a espropriare 200.000 ettari di terra a favore di se stesso. Una triste pagina della storia sarda e italiana questa che portò allo scoppio dei moti de su connottu nel 1868 nella cittadina di Nuoro, composta per lo più da uomini dediti alla pastorizia, alla lavorazione casearia e alla produzione del prezioso sughero. Il termine connottu in italiano va tradotto con la parola “conosciuto” ed è infatti con questi motti che i manifestanti rivendicavano un ritorno all’antico uso della terra, sicuramente più funzionale al loro sistema di vita e di esistenza che prevedevano un certo sviluppo del territorio. Il numero dei manifestanti all’inizio della protesta del 26 aprile 1868 era di circa una cinquantina, ma aumentò drasticamente e presto si levarono grida ostili contro quel consiglio comunale che andava espropriando sempre più salti (terre dedite al pascolo) per rivendere le stesse terre allo stato. Ci furono scontri sanguinosi e alla fine delle proteste, in cui i manifestanti riuscirono a occupare persino il municipio, il consiglio comunale fu costretto allo scioglimento. L’episodio ripreso dai principali giornali dell’epoca quali “Il corriere di Sardegna” e “La cronaca” fu divulgato in tutta la Sardegna e parecchie manifestazioni scoppiarono in tutta l’isola, specie nei centri urbani maggiori. Le testate giornalistiche attribuivano le colpe dei moti alle amministrazioni locali che da tempo sapevano del malcontento popolare senza però cercarne una soluzione valida: anzi spesso misero ancor più il bastone nelle ruote a quelle classi disagiate, che in quel periodo in Sardegna erano la stragrande maggioranza.

La miseria portò in Sardegna una nota forma di delinquenza che era quella del banditismo: se all’inizio, ai primordi delle loro attività, i banditi agivano come singoli e si procuravano da vivere tramite l’abigeato e piccoli furti, questi col tempo si unirono sempre più in delle vere e proprie squadriglie di saccheggiatori note come bardane. Specie nei paesi dell’interno, la Sardegna viveva scene che nel nostro immaginario possiamo rivedere nei westerns di Sergio Leone, il master directors di questo genere: non per altro parecchie scene dei suoi film più noti tra cui Il buono, il brutto e il cattivo hanno delle scene la cui ambientazione è la Sardegna rurale degli anni cinquanta del novecento, in un paesaggio non molto dissimile da quello del post unità d’Italia.

Come vedremo, la tecnologia e l’innovazione, specie nelle infrastrutture, arrivò a partire dagli inizi del ventesimo secolo con le Leggi Speciali del governo Giolitti, volute e oltremodo difese dal liberale Francesco Cocco Ortu.

Ritornando alla questione del banditismo, la situazione diveniva sempre più grave, specie nella zona del nuorese, in cui furti e rapine raggiunsero ben presto un numero impressionante. Così sempre nel 1868 il governo centrale non poteva rimanere a guardare di fronte ai moti de su connotu e soprattutto di fronte alle conseguenze sociali che questi ultimi avevano creato: fu necessaria la formazione di una commissione parlamentare d’inchiesta, da qualche storico della Sardegna considerate di estrema importanza, con la quale si potesse attirare l’attenzione del parlamento e dell’opinione pubblica nazionale. Riguardo le condizione gravose dell’economia e della società sarda furono fatte precedenti interpellanze parlamentari legate alle figure di Giuseppe Sanna (nel 1862), di Giorgio Asproni (nel 1867) e infine di Luigi Serra (nel 1868), la quale interpellanza finale fece sì che il governo presieduto da Menabrea, prendesse dei provvedimenti. Nella Commissione entrarono a far parte a partire dal 1868 oltre che Agostino Depretis, anche gli onorevoli Quintino Sella, Ferruccio, Pescetto, Macchi, Cordova e Valerio, questi ultimi poi sostituti dagli onorevoli Mantegazza e Tenani. La Commissione arrivò in Sardegna a bordo del piroscafo Lombardia soltanto nel febbraio del 1869. Nelle settimane successive si occuparono di visitare l’isola e visionarla in tutti i suoi aspetti (anche quelli turistici!) senza tuttavia attivare quei processi risolutivi al problema della questione sarda: solamente Quintino Sella risultò essere il più coscienzioso di tutti, tanto da redare con la collaborazione dell’ing. Marchese un’importante catalogazione di tutti i siti minerari presenti in Sardegna e della loro importanza in un ambito economico nazionale. Depretis non scrisse neanche un appunto sulla sua visita nell’isola, simbolo di un evidente disinteresse di quella terra che portava entrate nelle casse fiscali dello stato come tutte le altre regione del nord o del sud Italia pur senza essere degnata di alcun aiuto organizzativo o pecuniario.

Tra il 1870 e il 1890, specie nel primo decennio di questi anni, ci fu una situazione di leggero sollevamento economico per la Sardegna: l’aumento delle possibilità di esportazione con la Francia incrementò i profitti dall’agricoltura e soprattutto dall’allevamento. I capi di bovini sardi erano infatti molto apprezzati all’estero e venivano venduti a un prezzo ragionevolissimo. Fu in questi anni che oltre alla costituzione delle prime linee ferroviarie (seppure ostacolate dal problema dei beni ademprivili), furono costitute le prime banche, fra cui citiamo il Credito Agricolo Industriale Sardo e la Cassa di Risparmio di Cagliari, organi questi due che nella fusione nel 1958 crearono il Banco di Sardegna. È sempre in questi anni che cadde il governo della Destra storica a favore della Sinistra storica e l’interesse verso gli interessi dell’economia sarda parve risvegliarsi.

Nel 1885 un’altra inchiesta parlamentare venne portata avanti per gli interessi sardi: questa era capeggiata da Salaris, da cui prende il nome infatti di Inchiesta Salaris, e si occupò del degrado agrario su cui verteva l’isola, come scriverò a breve. Questa inchiesta non portò nessun beneficio degno di nota nell’isola. Tuttavia un nuovo ostacolo si frappose fra Italia e Sardegna, vale a dire la cosiddetta guerra delle tariffe doganali che scoppiò fra Italia e Francia e che penalizzò più di tutte proprio la Sardegna, che basava la sua economia proprio col commercio del bestiame con lo stato francese. Fu un duro momento di arresto per l’economia sarda: inoltre fra il 1887 e il 1890 si arrivò anche al fallimento di diverse banche sarde. I piccoli risparmiatori e tutti quelli, compresi i piccoli agricoltori, che avevano depositati i loro risparmi nelle “mani” di queste banche andarono in rovina. Furono questi anni di terribile crisi in Sardegna e non di rado capitava che nella tragedia economica si aggiungesse un cataclisma naturale, come l’invasione delle cavallette o delle tremende siccità. In quegli anni trovarono difficoltà di gestione anche i Monti Frummentari, istituzione di origine secentesca, finiti nelle mani di cosche locali definite da Lorenzo del Piano “camorristiche”.[ii] Un altro settore che entrò definitivamente in crisi fu quello della pastorizia, prostrato dal crollo del prezzo del latte che determinò un invasione di casari napoletani e romani che trovavano vantaggioso comprare centinaia di forme di pecorino romano in Sardegna a basso costo, per venderlo ad alto costa nel Nord America: quella del pecorino romano è un’altra triste pagine della storia dell’economia sarda “depredata”.

“[…] non strade, non porti, non governo delle acque; malaria, siccità, inondazioni; agricoltura priva di braccia e capitali; […] proprietà privata ancora incerta e insediata per difetto di catasto e sproporzione di imposte. […] I treni scorrono lungo l’isola deserta senza recar viaggiatori, perché non hanno negozi da trattare, senza trasportare merci e derrate, che non hanno commercio o non si producono; nei porti arrivano navi cariche di altrui prodotti: perfino di frumento e di farine (oh, l’antico granaio di Roma!), persino di frutta e di erbaggi di cui la lontana Napoli provvede l’Isola.”

Questa era la reale situazione dell’isola come venne descritta da Francesco Pais Serra alla fine dell’inchiesta parlamentare che prende il suo nome redatta nel 1894. Il governo italiano, ormai con capitale a Roma, era retto dal neo presidente Francesco Crispi che si preoccupò sulle condizioni economiche e sulle questioni della sicurezza e della questione sarda. Il Pais, chiedeva al governo centrale degli interventi di generale ed immediata utilità quali ad esempio la riduzione delle imposte doganali e delle tariffe marittime e ferroviarie ed inoltre la riorganizzazione del sistema bancario sardo ormai al collasso, nonché opere di bonifica e di irrigazione. Un problema che andava fronteggiato con l’intervento dell’esercito era inoltre quello del banditismo. Su questo fenomeno parecchi studi vennero approntati e si arrivò alla coniazione del termine del buon selvaggio sardo secondo Alfredo Niceforo, criminologo e antropologo. Un’altra importante testimonianza su questo fenomeno venne data da Giulio Becchi che scrisse un libro Caccia grossa, prettamente di parte e schierato politicamente come ci tramanda la critica, sui fatti del 1899 anno in cui venne fatta una spedizione punitiva contro una serie di banditi: nella notte fra il 14 e il 15 maggio del 1899 più di un migliaio di banditi furono imprigionati. Fortunatamente questo libro, che inquadrava negativamente i sardi e la sua storia, fu attorniata e “disintegrato” letterariamente e culturalmente da figure di spicco come Grazia Deledda, Sebastiano Satta e Francesco Ciusa, che aiutarono e contribuirono a migliorare l’immagine della Sardegna in Italia e nel mondo. Anche in questo sito possiamo trovare un lavoro di Giangisueppe Pili che ridimensiona decisamente il peso letterario di tale lavoro. Tornando al Pais Serra e sulla sua inchiesta egli disse: “Non ho detto cose nuove”, ma era necessario secondo lui dare allo stato continui input, sebbene sempre uguali, affinché qualcosa primo poi si smuovesse.

Siamo ormai alla fine del secolo ancora da forti problemi economici e della struttura della società, mai venuta meno a quel cerchio della pastorizia e dell’agricoltura dominata da personaggi loschi e faccendieri. Una figura di spicco della realtà politica sarda che emerse in quegli anni anche a livello nazionale fu senz’altro Francesco Cocco Ortu che nella sua carriera politica venne nominato in diversi ruoli: fu Ministro dell’Agricoltura, Industria e Commercio del Regno d’Italia nei governi Starrabba IV e Giolitti III e Ministro di Grazia e Giustizia e Culti nel Governo Zanardelli. Fu inoltre sindaco di Cagliari. Nel 1889 contribuì con un fondo di investimento alla nascita della testata sarda più importante che prenderà il nome di Unione Sarda, ancora esistente. Nel 1906 in qualità di Ministro dell’Agricoltura, Industria e Commercio istituti il Corpo degli Ispettori del Lavoro, per contrastare i fenomeni di sfruttamento diffusi nella prima industrializzazione del periodo giolittiano. Sempre a favore della questione sarda si batté durante le inchieste parlamentari raccogliendo consensi che portarono i suoi frutti nell’elezione che analizzeremo a breve. La nomina nel 1897 al ministero dell’agricoltura consentì la sollecita emanazione dei provvedimenti richiesti dall’inchiesta del Pais Serra, fino ad allora ignorati. Il governo, presieduto da Di Rudinì, non poteva trascurare le richieste di un suo ministro. Successivamente ancora fu ministro della giustizia dal 1901 al 1903 con il governo di Zanardelli, suo fedelissimo amico e ancora dal 1906 al 1909 arrivò a ricoprire, durante il governo di Giolitti, la carica di ministro di Stato. Le leggi speciali per la Sardegna arrivarono così al loro compimento e parecchi investimenti, i primi reali a dir la verità dalla fondazione dello stato italico, furono attuati per il bene della Sardegna, specialmente per quel che concerneva le basi del Credito Agrario e delle opere di idraulica. In quegli anni venne costruita la prima diga artificiale, quella del Tirso, intitolata ad Angelo Omodeo, ingegnere di fama mondiale, che oltre al progetto di questa diga, si occupò della progettazione di imponenti dighe sul fiume Nilo. Dunque ricapitolando, la prima legge speciale per la Sardegna fu nel 1897 e venne succeduta da altre due nel 1902 e nel 1907. Queste si occuparono di:

1. Credito Agrario: risistemazione delle Casse Ademprivili, dei Monti Frummentari e nummari, delle Casse e dei consorzi agrari;

2. Dell’agricoltura in genere: costituzione di tribunali ad hoc per risolvere le controversie relative ai terreni ademprivili, bacini d’irrigazione;

3. Sistemazione idraulica: comprendeva maggiori spese per il rimboschimento dei bacini montani e nelle bonifiche nelle zone malariche;

4. Inoltre, le leggi speciali si occuparono di viabilità, di opere portuali e stipularono l’esenzione delle imposte per l’alcool ottenuto in Sardegna dalla distillazione del vino e delle vinacce.

1900-1922

Fin dal 1880 intanto nell’isola andavano affermandosi le idee del partito nascente dei socialisti. La coscienza di classe era un concetto che lentamente era andato formandosi, specialmente nelle zone dell’Iglesiente, dov’era forte il ceto degli operai delle miniere: questo era un ceto molto potente, caratterizzato da una cospicua forza sindacale. La prima vera organizzazione sindacale nacque nel 1897 e fu la Lega dei battellieri, fondata a Carloforte dal socialista Giuseppe Cavallera a cui oggi è intitolato il bel palazzo nel centro storico del paese tabarchino, mentre i minatori si organizzarono in sindacato nel 1903. Le classi lavoratrici avevano bisogno di trovare accordo sulle forme di protesta per via del fatto che sempre più vedevano perdere potere d’acquisto la lira e la riduzione dei salari con il parallelo aumento dei prezzi delle derrate alimentari basiche come il latte, portò senz’altro una situazione di malcontento generale. Il tragico eccidio di operai del 1904, abbondantemente trattato negli annali storici, presso la cittadina mineraria di Buggerru e ancora gli scontri di operai che si ebbero nel 1906 a Cagliari, sebbene pregni di drammaticità, erano segnali di una rinnovata coscienza politica di fronte ai problemi di sempre, quali la perdurante lotta nei confronti dei ceti superiori incapaci di sensibilità nei confronti delle esigenze e delle spinte dei ceti più a rischio di povertà. La nascita dei circoli e delle sezioni socialiste era solamente il primo passo verso la coscienza di classe che andava sempre più delineandosi. Gli scontri fra operai e forze armate erano sempre più frequenti e in questo clima di violenza e repressione, nel 1909 si tennero le prime elezioni a suffragio universale: in Sardegna i votanti passarono da 42.000 a 178.000. Le fazioni politiche che si contendevano la nomina dei deputati che rappresentassero le due provincie sarde in parlamento erano sostanzialmente tre: quella dei radicali, dei socialisti e dei liberali. I risultati non videro ne vincitori né vinti, tanto che di fatto le fazioni andarono in parlamento pari di numero.

Nel maggio del 1915 l’Italia entrò in guerra e in Sardegna erano vivi i problemi che sempre aveva tartassato questa terra: l’agricoltura e le miniere affrontarono una nuova crisi. Vennero istituiti due reggimenti militari sotto un’unica bandiera quella della Brigata Sassari. Infatti dal governo centrale era stato imposto alle regioni la creazione di reggimenti regionali per avere una maggiore coesione durante le battaglie e poter riportare a casa un bagaglio di cultura nazionale, che, come nel caso sardo, era del tutto assente. Se bisogna trovare un lato positivo di fronte alla tremenda e cruda realtà dei sacrifici umani che la Sardegna pagò più di ogni altra regione italiana (in rapporto ai chiamati e agli abitanti della regione), è quello della nascita dell’orgoglio regionale attraverso la fama ed i molti riconoscimenti che la Brigata Sassari seppe procurarsi (come testimonianza celebre dei combattimenti nella prima guerra mondiale ebbe una risonanza nazionale il lavoro del sardo Lusso nel celeberrimo Un anno sull’Altipiano).

Nasce così in Italia, ma con una vena più regionalistica in Sardegna, il movimento dei combattenti che trasformarono in seguito le loro idee politiche per la nascita di un partito: il Partito sardo d’azione. Siamo nel 1921 quando Antonio Gramsci, dopo essersi distaccato dal partito socialista a pro della fondazione del partito comunista italiano, il Movimento dei Combattenti sardi si riunì nel congresso di Oristano e diede vita al Partito sardo d’azione con l’intento di andare alla ricerca dell’autonomia e di uno statuto speciale che permettesse all’isola una certa “indipendenza” (mi si passi il termine, da non confondere in ogni modo con “autonomia”) tramite ad esempio delle leggi proprietà territoriali: questi sono tuttavia dei passi successivi che arriveranno nel secondo dopo guerra. In ogni caso i sardisti auspicavano la protezione e la salvaguardia del patrimonio identitario sardo: dalla cultura alla lingua, allo stemma, ovvero i quattro mori. Nelle elezioni del 1920, sebbene non fossero ancora sotto l’effige di un partito, ottennero dei grandi risultati. Essi vinsero all’elezioni, nelle quali conquistarono numerosi comuni e la provincia di Sassari. Nel 1921 nelle elezioni politiche indette da Giolitti i sardisti ottennero quattro seggi alla Camera. Il leader indiscusso del partito sardo d’azione era senz’altro Emilio Lussu, che nei suoi libri scritti in un momento di riflessione successiva, narrerà bene le vicende del partito sardista e delle vicende che ci apprestiamo a considerare, vale a dire l’ascesa del fascismo e la decaduta generale di tutti i partiti e sistemi associativi non riconosciuti dal fascismo.

Il sistema fascista si instaurò in Sardegna con più difficoltà rispetto alle regioni peninsulare: vuoi senz’altro l’isolamento e la scarsa circolazione di notizie, vuoi anche il fatto che molte zone dell’interno della Sardegna vivevano spesso e volentieri per la loro sussistenza, tuttavia lo squadrismo fascista inquadrò nelle aree urbane più grandi come Cagliari, Sassari e Terranova (Olbia) le aree di principale intervento e interesse. Come in tutto il resto della penisola italiana, il fenomeno fascista si impose con maggiori proporzioni nelle fasce cittadine e fortemente urbanizzate e molto meno nella provincia rurale. Ma i maggiori scontri si ebbero senz’altro nella roccaforte socialista dell’isola: l’iglesiente. È proprio in questa zona della Sardegna che si ebbero gli scontri più accesi con la più dura repressione fascista come conseguenza. Cito solo un episodio, per le centinaia di repressioni attuate:

“La più grave di queste azioni intimidatorie, fu, senza dubbio, quella consumata dai fascisti di Iglesias contro i portuali di Calasetta[iii]. La più grave e la più odiosa perché portò, il 29 dicembre del 1922, all’uccisione di due giovani lavoratori portuali: i fratelli Fois. Portoscuso era allora un piccolo centro agricolo, che assolveva tuttavia a una importante funzione industriale in quanto capolinea della ferrovia che lo congiungeva ai cantieri minerari.”[iv]

Il partito socialista, come detto, aveva avuto modo in questa regione geografica, più che altrove, di radicarsi, ed è proprio per questo motivo che i fascisti imposero lì la loro forza del terrore. Portoscuso in quei fatidici giorni del dicembre 1922 era per i fascisti uno degli ultimi comuni da cui estirpare il potere socialista: Gonnesa, Arbus, Fluminimaggiore, già Iglesias, avevano subito la stessa sorte precedentemente. I fratelli Fois furono assassinati perché, assieme ad Antonio Rivano, erano dirigenti della Federazione Socialista e riscuotevano un grande ascendente sulla popolazione. I fascisti giravano per le piazze della città gridando “Mortus is socialistas! Mortus is socialistas!” e nel frattempo agivano con le loro azioni repressive. Al funerale dei due fratelli non permisero che nessuno potesse andare dietro al corte funebre, neppure alla madre fu concesso di poter onorare la memoria dei suoi figli. Dalla parte dei fascisti si schierarono pure le due testate giornalistiche principali, vale a dire l’Unione Sarda e la Nuova Sardegna.

 


[i] Braudel F., Civiltà e imperi del Mediterraneo nell’età di Filippo II, Einaudi Storia, 2002 PAG 146 capitolo sulle Isole del Mediterraneo.

[ii] Del Piano L., La Sardegna contemporanea, EDIZIONE DELLA TORRE, 1995, Cagliari

[iii] Di stanza presso la cittadina di Portoscuso.

[iv] Sotgiu G., Storia della Sardegna dalla Grande guerra al fascismo, Edizioni Laterza 1990, Bari


Wolfgang Francesco Pili

Sono nato a Cagliari nell’aprile del 1991. Ho da sempre avuto nelle mie passioni, la vita all'aria aperta, al mare o in montagna. Non disdegno fare bei trekking e belle pagaiate in kayak. Nel 2010 mi diplomo in un liceo classico di Cagliari, per poi laurearmi in Lettere Moderne con indirizzo storico sardo all'Università degli studi di Cagliari con un'avvincente tesi sulle colonie penali in Sardegna. Nel bimestre Ottobre-Dicembre 2014 ho svolto un Master in TourismQuality Management presso la Uninform di Milano, che mi ha aperto le porte del lavoro nel mondo del turismo e dell'accoglienza. Ho lavorato in hotel di città, come Genova e Cagliari, e in villaggi turistici di montagna e di mare. Oggi la mia vita è decisamente cambiata: sono un piccolo imprenditore che cerca di portare lavoro in questo paese. Sono proprietario, fondatore e titolare della pizzeria l'Ancora di Carloforte. Spero di poter sviluppare un brand, con filiali in tutto il mondo, in stile Subway. Sono stato scout, giocatore di rugby, teatrante e sono sopratutto collaboratore e social media manager di questo blog dal 2009... non poca roba! Buona lettura

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